Fielding & Maugham

Nel 1948 Maugham è forse tra i più ascoltati e celebrati autori nel mondo anglofono. Ha uno spicchio di notorietà anche in Italia, nonostante le diversità civili di quel giro d’anni. E gli viene commissionata per una rivista americana prima, per una casa editoriale poi, una serie di introduzioni-recensioni ai capisaldi della letteratura mondiale. Il primo da cui parte è anche il più risalente: a precedere Dickens e Tolstoj, Austen e Stendhal, viene il bravo Henry Fielding col suo Tom Jones. Qui per la prima volta – se è lecito bibliograficamente – il testo in italiano, ancora ricco di spunti per fare i bravi lettori. (Andrea Bianchi)

Ci sono persone che non riescono a leggere Tom Jones. Non penso a chi non legge altro che giornali e settimanali illustrati, o ai fanatici dei gialli; penso a coloro che non si opporrebbero se li classificassi come membri dell’intellighenzia, a quelli che leggono e rileggono Orgoglio e pregiudizio con gioia, Middlemarch con autocompiacimento e La coppa d’oro con riverenza. È probabile che non abbiano mai nemmeno pensato di leggere Tom Jones; ma se pur l’hanno fatto non sono stati in grado di andare avanti. Li annoia. Ora è inutile dire che dovrebbe piacergli. Non c’è alcun “dovere” al riguardo. Leggete un romanzo per divertirvi e, ripeto, se non vi intrattiene, non ha proprio niente da darvi. Nessuno ha il diritto di biasimarli perché non lo trovate interessante, non più di quanto chiunque abbia il diritto di biasimarvi perché non vi piacciono le ostriche. Non posso non chiedermi, tuttavia, che cosa dissuada i lettori da un libro che Gibbon ha descritto come una squisita rappresentazione dei modi umani, che Walter Scott ha elogiato come verità della natura umana, che Dickens ha ammirato traendo profitto, e di cui Thackeray scrisse: ‘Il romanzo è davvero squisito; una vera meraviglia per costruzione; i rimandi della saggezza, il potere di osservazione, le molteplici svolte dai pensieri felici, oltre al carattere vario della grande epopea comica, fermano il lettore dentro una perpetua ammirazione e curiosità.’ È che non si può non interessarsi al modo di vita, agli usi e costumi, di persone vissute duecento anni fa? Sarà forse lo stile? Eppure è facile e naturale. È stato detto – dimentico da chi, forse da un amico di Fielding, Lord Chesterfield – che il buono stile dovrebbe assomigliare alla conversazione di un uomo colto. Questo è esattamente ciò che fa lo stile di Fielding. Sta parlando al lettore e gli racconta la storia di Tom Jones come potrebbe raccontarla a tavola davanti a una bottiglia di vino a un certo numero di amici. Non usa mezzi termini. Apparentemente, la bella e virtuosa Sofia era abbastanza abituata a sentire parole come “puttana”, “bastardo”, “tromba” e quelle che, per una ragione difficile da indovinare, Fielding scrive “t..ia”. In effetti, ci sono stati momenti in cui suo padre, lo Squire Western, li ha applicati molto liberamente a se stesso.
Il metodo colloquiale di scrivere un romanzo, il metodo con cui l’autore vi prende nella sua confidenza, raccontandovi cosa prova per le creature di sua invenzione e le situazioni in cui le aveva collocate, ha i suoi pericoli. L’autore è sempre al vostro fianco, e quindi ostacola la vostra comunicazione immediata con le persone della sua storia. A volte può irritarvi moralizzando e una volta che inizia a divagare, tende a essere noioso. Non volete sentire quello che ha da dire su qualche punto morale o sociale; volete che vada avanti con la sua storia. Le digressioni di Fielding sono quasi sempre sensate o divertenti; sono brevi e ha la grazia di scusarsi per queste. La sua buona natura traspare attraverso di esse. Quando Thackeray lo ha incautamente imitato in questo, era invece presuntuoso, ipocrita e, non l’avreste detto, insincero.
Fielding ha inserito un preambolo a ciascuno dei libri in cui Tom Jones è suddiviso. Alcuni critici li hanno molto ammirati e li hanno considerati un’aggiunta all’eccellenza del romanzo. Posso solo immaginare che questo avvenga perché a quei signori l’opera non interessava come romanzo. Un saggista prende un argomento e lo discute. Se il suo soggetto è nuovo per voi, può dirvi qualcosa che prima non sapevate, ma è difficile trovare nuovi argomenti e, in generale, si aspetta di interessarvi per il suo stesso atteggiamento e il modo caratteristico con cui considera le cose. Vale a dire, si aspetta di interessarvi riguardo se stesso. Ma non è quello che voi cercate di fare quando leggete un romanzo. Non vi interessa l’autore; è lì per raccontarvi una storia e presentarvi a un gruppo di personaggi. Il lettore di un romanzo dovrebbe voler sapere cosa succede accanto alle persone a cui l’autore lo ha interessato e, se non lo fa, non ha alcun motivo per leggere il romanzo. Perché il romanzo, non potrò mai ripeterlo troppo spesso, non è da considerarsi come un mezzo di insegnamento o di edificazione, ma semmai quale fonte di intelligente distrazione. Sembra che Fielding abbia scritto i saggi con cui ha introdotto i successivi libri di Tom Jones dopo aver finito il romanzo. Non hanno quasi niente a che fare con i libri che presentano; gli hanno dato, ammette, molti problemi, e ci si chiede perché li abbia scritti. Non poteva non sapere che molti lettori avrebbero considerato il suo romanzo di basso livello, non troppo morale e forse anche osceno; e può darsi che pensasse di fornire una certa quale elevazione. Questi saggi sono sensati e talvolta insolitamente scaltri; e quando avrete conosciuto bene il romanzo, potrete leggerlo con un certo piacere; ma chiunque legga Tom Jones per la prima volta farebbe bene a saltarli.
La trama di Tom Jones è stata ammirata a lungo. Apprendo dal dottor Dudden che Coleridge avrebbe detto una volta: “Che maestro della composizione era Fielding!” Scott e Thackeray ne erano ugualmente entusiasti. Il dottor Dudden cita quest’ultimo così: “Morale o immorale, chiunque esamini questo romanzo semplicemente come un’opera d’arte, ne sarà certo colpito quale la produzione più sorprendente dell’ingegno umano. È pieno di incidenti così insignificanti che però fanno avanzare la storia, la quale nasce da eventi simili che si susseguono e si ricollegano al tutto. Una tale provvidenza letteraria, se possiamo usare una simile parola, non si trova in nessun’altra opera di narrativa. Potreste ritagliare metà del Don Chisciotte, o aggiungere, trasporre o modificare una certa storia d’amore di Walter Scott, e nessuno dei due ne risentirebbe. Roderick Random ed eroi del genere vivono una serie di avventure, alla fine delle quali vengono portati i violini e ci si sposa. Ma la storia di Tom Jones ha collegato la primissima pagina con l’ultima, ed è superbo pensare come l’autore abbia potuto costruire e trasporre tutta la struttura nella sua mente, come deve aver fatto prima di metterla su carta.

C’è una sorta di esagerazione in queste parole. Tom Jones è modellato sui romanzi picareschi spagnoli e sul Gil Blas, e la struttura semplice dipende dalla natura di quel dato genere: l’eroe per un motivo o per l’altro lascia la sua casa, vive una varietà di avventure nei suoi viaggi, si mescola con ogni sorta e condizione di uomini, ha i suoi alti e bassi di fortuna e alla fine raggiunge la prosperità sposando una moglie affascinante. Fielding, seguendo i suoi modelli, interrompeva la sua narrazione con storie che non avevano nulla a che fare con essa. Questo fu un espediente infelice che gli autori adottarono non solo, credo, per il motivo che dicevo, perché dovevano fornire una certa quantità di materia al libraio e una o due storie servivano a riempire; ma in parte, anche, perché temevano che una lunga serie di avventure si sarebbe rivelata noiosa e sentivano che avrebbero dato un brivido al lettore integrando qua e là una microstoria; e un po’ infine perché se avevano intenzione di scrivere un racconto, non c’era altro modo per presentarlo al pubblico del tempo.
I critici la rimproverano, ma la pratica è morta da bel tempo e, come sappiamo, Dickens vi ha fatto ricorso nelCircolo Pickwick. Il lettore di Tom Jones può saltare senza perdite la storia dell’Uomo della montagna e il racconto della signora Fitzherbert. Né Thackeray è abbastanza preciso nel dire che non c’è un incidente che non faccia avanzare la storia sviluppandosi da incidenti precedenti. L’incontro di Tom Jones con gli zingari non porta a nulla; e la presentazione della signora Hunt con la sua proposta di matrimonio a Tom è del tutto superflua. L’incidente della banconota da cento sterline è senza scopo oltre che grossolanamente, fantasticamente improbabile. Thackeray si meravigliava che Fielding avrebbe potuto trasportare tutta la struttura nella sua mente prima di iniziare a metterla su carta: pure, non credo che il nostro abbia fatto qualcosa del genere, non più di quanto facesse Thackeray prima di iniziare a scrivere La fiera delle vanità. Penso che sia molto più probabile che, avendo in mente le linee principali del suo romanzo, Fielding abbia inventato gli incidenti man mano che procedeva. Per la maggior parte essi sono felicemente ideati.
Fielding era poco interessato alla probabilità quanto i romanzieri picareschi che hanno scritto prima di lui e gli eventi più improbabili finiscono per accadere, le coincidenze più oltraggiose collegano tra loro le persone; eppure vi trascina con un tale gusto che avete appena il tempo, e comunque poca voglia, di protestare. I personaggi sono dipinti con colori primari con una bravura che va a braccio e se un po’ mancano di sottigliezza, compensano con l’animazione. Essi sono nettamente individualizzati, e se sono disegnati con una certa esagerazione, quella era la moda del giorno; forse non è maggiore di quanto consenta loro la commedia. Temo che il signor Allworthy sia un po’ troppo bello per essere vero, ma qui Fielding ha fallito, come ogni romanziere dopo di lui ha fallito nel tentare di rappresentare un uomo perfettamente virtuoso. L’esperienza sembra dimostrare che è impossibile non renderlo un po’ stupido. Si è impazienti con un carattere che è così buono che si lascia sovrastare da tutto e tutti. Si pensa che il signor Allworthy sia un ritratto di Ralph Allen di Prior Park. Se è così, e il ritratto è accurato, mostra solo che un personaggio tratto direttamente dalla vita non è mai del tutto convincente in un’opera d’immaginazione.
Blifil, d’altra parte, è stato ritenuto troppo cattivo per essere vero. Fielding odiava l’inganno e l’ipocrisia, e la sua antipatia per Blifil era tale che abbia impiegato i suoi colori con mano troppo pesante; ma quel certo Blifil – cattivo, furtivo, egocentrico, a sangue freddo – non è un tipo raro. La paura di essere scoperto è l’unica cosa che gli impedisce di essere un vero mascalzone. Ma penso che avremmo dato il nostro consenso esclusivo a Blifil se non fosse stato così trasparente com’è nel romanzo. È repellente. Non è vivo, come è vivo Uriah Heep, e mi chiedo se Fielding non lo abbia deliberatamente individuato per questa premonizione: se gli avesse assegnato un ruolo più attivo e prominente, lo avrebbe reso così potente e sinistro: un figura che avrebbe messo in ombra il suo eroe.

Alla sua apparizione, Tom Jones ha avuto un successo immediato di pubblico, ma la critica è stata nel complesso severa. Alcune delle obiezioni erano piuttosto commoventi e assurde: Lady Luxborough, ad esempio, si lamentava del fatto che i personaggi fossero troppo simili alle persone “con cui ci si incontra nel mondo”. Fu per la sua presunta immoralità, tuttavia, che il romanzo venne generalmente condannato. Hannah More nelle sue memorie racconta di non aver mai visto il dottor Johnson arrabbiato con lei tranne una volta, ed è stato quando alludeva a qualche passaggio spiritoso in Tom Jones. “Sono scioccato nel sentirti citare un libro così malvagio”, ha detto. “Mi dispiace che tu l’abbia letto: confessione che nessuna dama modesta dovrebbe mai fare. Non conosco opera più corrotta”. Ora, dovrei dire che una signora modesta farebbe molto bene a leggere il libro prima del matrimonio. Le dirà abbastanza bene tutto ciò che ha bisogno di sapere sui fatti della vita, e molto sugli uomini che non possono non fungerle utilmente prima di entrare in quello stato delicato. Eppure nessuno ha mai considerato il dottor Johnson privo di pregiudizi. Non avrebbe concesso alcun merito letterario a Fielding e una volta lo ha descritto come un idiota. Quando Boswell esitavo, disse: “Quello che intendo con il suo essere un idiota è che era uno sterile mascalzone”. “Non convenite, signore, che disegnava immagini molto naturali della vita umana?” rispose Boswell. “Perché, signore, è di frequentazioni molto basse. Richardson era solito dire che se non avesse saputo chi fosse Fielding avrebbe dovuto credere di essere uno stallaro”.
Nella narrativa oggi siamo abituati alla vita bassa, e non c’è niente in Tom Jones che i romanzieri dei nostri giorni non abbiano reso a noi familiare. Il dottor Johnson avrebbe potuto ricordare che con Sofia Western Fielding ha disegnato un ritratto affascinante e tenero di una giovane donna deliziosa non ha mai più così incantato il lettore di narrativa. È semplice ma non sciocca, virtuosa ma non pudica; ha carattere, determinazione e coraggio; un cuore amorevole ed è bellissima. Lady Mary Wortley-Montagu, che giustamente pensava che Tom Jones fosse il capolavoro di Fielding, si rammaricava che l’autore non si fosse reso conto di poter trasformare il suo eroe in un mascalzone. Suppongo che si riferisse all’incidente che è stato considerato il più riprovevole nella carriera del signor Jones. Lady Bellaston si innamora di lui e lo trova non impreparato a soddisfare i suoi desideri, poiché egli considera parte della buona educazione comportarsi con “galanteria” con una donna che mostra un’inclinazione al suo bel corpo; non ha un soldo in tasca, nemmeno uno scellino per pagare una vettura che lo porti alla sua dimora, e Lady Bellaston è ricca.
Con una generosità insolita con le donne, le quali sono inclini a prodigarsi con i soldi degli altri ma attente ai propri, ella ha generosamente risolto le necessità di lui. Ebbene, senza dubbio non è una bella cosa per un uomo accettare denaro da una donna; è anche poco redditizio, perché le signore ricche in queste circostanze richiedono molto più del valore del loro denaro; ma moralmente non è più sconvolgente che per una donna accettare denaro da un uomo, ed è solo follia da parte dell’opinione comune considerarlo tale. Il nostro tempo han ritenuto necessario inventare un termine, gigolò, per descrivere il maschio che fa della sua attrattiva personale fonte di profitto; quindi la mancanza di delicatezza di Tom, per quanto riprovevole, difficilmente può essere considerata un unicum. Non ho alcun dubbio che il gigolò entrò nella voga tanto arditamente sotto il regno di Giorgio II quanto sotto quello di Giorgio V. Era caratteristico, e un merito di Tom Jones, che lo stesso giorno in cui Lady Bellaston gli aveva dato cinquanta sterline per aver trascorso la notte con lei, egli fosse così commosso da una storia sfortunata che la sua padrona di casa gli raccontò di alcuni parenti tanto che di suo le porse la sua borsa dicendole di prendere quanto riteneva necessario per alleviare l’angoscia di quella famiglia. Tom Jones era onestamente, sinceramente e profondamente innamorato dell’affascinante Sofia, eppure non si faceva scrupoli a concedersi i piaceri della carne con qualsiasi donna che fosse attraente e facile. Amava Sofia nondimeno per questi episodi. Fielding era troppo assennato per rendere il suo eroe più continente dell’uomo normale. Sapeva che saremmo tutti più virtuosi se fossimo prudenti di notte come lo siamo al mattino. Né Sofia si è irragionevolmente irritata sentendo parlare di queste avventure. Che in questo particolare abbia mostrato un buon senso insolito per il suo sesso è sicuramente uno dei suoi tratti più accattivanti.
È stato ben detto da Austin Dobson, sebbene senza eleganza di stile, che Fielding “non pretendeva di produrre modelli di perfezione, ma immagini di umanità nella media, forse piuttosto grezza che levigata, naturale che artificiale, il suo desiderio è farlo con assoluta veridicità, senza attenuare né dissimulare difetti e mancanze”. Questo è ciò che si sforza di fare il realista nel romanzo e, nel corso della storia, egli è sempre stato attaccato più o meno violentemente per questo. Le due ragioni principali, a quel che vedo, sono le seguenti: c’è un gran numero di persone, soprattutto tra gli anziani, i benestanti, i privilegiati, che assumono l’atteggiamento del tipo: ‘Certo che noi sappiamo che c’è molta criminalità e immoralità nel mondo, povertà e infelicità, ma non vogliamo saperne. Perché dovremmo metterci a disagio? Non è che potessimo farci nulla. Dopotutto, ci sono sempre stati ricchi e poveri nel mondo’. Un altro tipo di persone ha le sue ragioni per condannare il realista. Sono quelli che ammettono che ci sono vizi e malvagità nel mondo, crudeltà e oppressione; ma, si chiedono, è questo il materiale giusto per la narrativa? È bene che i giovani leggano di cose che i loro maggiori sanno e deplorano, e non possono forse essere corrotti dalla lettura di storie suggestive quando non addirittura oscene?
Sicuramente l’inventiva è meglio impiegata nel mostrare quanta bellezza, gentilezza, abnegazione, generosità ed eroismo ci siano nel mondo. La risposta che a questo dà il realista è che lui è interessato a dire la verità per come la vede lui sul mondo con cui è entrato in contatto. Non crede nella pura bontà degli esseri umani; li considera un misto di buono e cattivo; ed è tollerante delle idiosincrasie della natura umana condannate dalla morale convenzionale reproba, e che egli accetta come umane, naturali, e perciò da mitigare. Spera di rappresentare il buono nei suoi personaggi con la stessa fedeltà del cattivo, e non è colpa sua se i suoi lettori sono più interessati ai loro vizi che alle loro virtù. Questa è una caratteristica curiosa dell’animale umano di cui egli non può essere ritenuto responsabile. Se, tuttavia, è onesto con se stesso, ammetterà che il vizio può essere dipinto con colori brillanti, mentre la virtù sembra avere una tonalità un po’ sbiadita.
Se gli chiedessi come pensa di difendersi dall’accusa di corruzione dei giovani, risponderebbe che è assai bene che questi imparino che tipo di mondo dovranno affrontare. Il risultato potrebbe essere disastroso se si aspettano troppo. Se il realista può insegnare loro ad aspettarsi poco dagli altri; a rendersi conto fin dall’inizio che l’interesse principale di ciascuno è chiuso in se stesso; che dovranno pagare per tutto ciò che ottengono, che si tratti di posto, fortuna, onore, amore, reputazione; e che gran parte della saggezza consiste nel non pagare niente di più di quel che vale, il nostro avrà fatto più di tutti i pedagoghi e predicatori per consentire ai giovani di trarre il meglio da questa difficile faccenda della vita. Basta che ammetta infine di non essere un pedagogo o un predicatore, ma, si spera, un artista.

W. S. Maugham