C.A.C. alla Normale

La reazione più comprensibile, forse la più diffusa, quando si vede qualcuno dire – prima – tutto il bene possibile, poi peste e corna di qualcosa, è di etichettare il tutto come sindrome di amore non corrisposto. Capita nei rapporti umani. Capita nei rapporti tra più persone, quando queste si riuniscono in una squadra, in un gruppo, e perché no? in un’istituzione.
Avendo studiato alla Normale di Pisa e cercato lì invano uno spirito di corpo, catalogo anch’io il mio disappunto come sindrome d’amore non corrisposto. Certo, fossi stato più libertino prima, non mi sarebbe capitato di innamorarmi di un’istituzione: ma come ha scritto un inglese cinico, i rapporti umani spesso si tramutano in servitù. Lo human bondage diventa insensibilmente una vera e propria schiavitù d’amore.
E più semplicemente: avessi fatto il boy scout da ragazzino, mi sarebbe bastato quello spirito di corpo lì, e non avrei cercato alla Normale cose che non sono mai esistite: o meglio, che lì non c’erano più da almeno quarant’anni, cioè dai tempi della rivolta studentesca quando ci si riempiva la bocca di collettività e si faceva ognuno le proprie faccende, in vista di una collocazione bourgeois, magari da realizzarsi non subito ma abbastanza velocemente dopo l’happening ideologico.
Questa la premessa. E non una giustificazione per il ritratto veristico che sto per fornire di Carlo Azeglio Ciampi, illustre normalista ai tempi di Giovanni Gentile quando la Scuola Normale fu ampliata per darle più richiamo e fornire più professori preparati alle scuole superiori.

Andiamo con ordine. Cercherò di raccontare aneddoti sull’uomo e di integrarli in un giudizio complessivo. Senza facili moralismi, ma con piglio deciso. E questo perché, quando Ciampi morì, la Scuola gli dedicò un panegirico a opera di uno scribacchino (ed ex-allievo, nonostante il basso quoziente intellettivo). Roba da far accapponare la pelle. Ho avuto la sfortuna di sentir parlare dal vivo il panegirista alla consegna dei diplomi: un filosofastro ammanicato a Roma col governo Letta, scimiotigri che navigano in alto mare.
E per inciso, dico chiaramente qui che almeno a Renzi riconosco di aver fatto piazza pulita di questi pisani iper-raccomandati quali sono i Letta. L’aveva capito bene Sofri, sdoganando Renzi, nel recente libretto Sellerio dedicato a Machiavelli (per chi si interessa di queste cose: Machiavelli, Tupac e la principessa).
Insomma, quel panegirico era scritto con la vecchia retorica mazziniana e parlamentare per la quale “dei morti non si dice se non bene” (cosa che loro direbbero in latino). Questo non è un cattivo servizio ai morti, questo è un insulto alle persone che furono vive e cercarono di incarnare e dire una loro verità.
Ciampi aveva fatto a tempo a consegnare alla Normale quasi tutte le sue onorificenze e medaglie. Il malloppo è esposto nella biblioteca del Capitano che affaccia su Piazza dei Cavalieri e alla quale si accede girando alla sinistra del medesimo edificio.
Questo stringe in emblema quel che la Normale è: un medagliere. E aggiungerei: una vetrina per gli accademici che vanno a farvisi belli e agognano quella posizione più di altre cattedre in giro per l’Italia. Basterebbe dire che un estroso come Salvatore Silvano Nigro, ai tempi sodale di Sciascia e ora di Camilleri, non vi resistette più di qualche anno. Si era ricordato del regalo che Sciascia gli fece quando fu nominato professore: un’edizione storica di Stendhal, e la dedica “ricordati di non diventare mai un professore”.

Questo il milieu, l’ambiente che ingabbia e costringe le persone in una forma. E che annulla la libertà.
Ma siccome c’è, ci deve essere un anelito a migliorarsi, non voglio tralasciare le virtù di Ciampi. E capiremo come solo un letterato passato alla banca potesse immaginare una sua utopia dove una moneta unica imbrigliasse l’Europa nel regime di progresso che finora si è solo immaginato come potrebbe essere.
Chi non ne fosse persuaso, può sfogliare i due testi emblema del progressivo pessimismo di Ciampi negli ultimi anni: sempre più cupo, e non solo per l’avanzare dell’età, ma per un rilascio, come dire? dei freni inibitori. Quando non si vuol più ingannare del tutto le generazioni future. Il primo libro fu stampato dalla progressista Il Mulino: “Un italiano al Quirinale”. Il secondo col Saggiatore: “Non è questo il Paese che sognavo”. A me li fece leggere un nonno quando ero al liceo. Questo mio nonno vedeva rispecchiarsi in Ciampi un comune Risorgimento, una progettualità inerente all’Italia.
Il mio Risorgimento è stato diverso, è partito dalla lettura dei ricordi di d’Azeglio – di qui venne a Ciampi il nome risorgimentale, da un pittore piemontese che bazzicava i Parlamenti. Non ho la statura per dire quello che dico, ma non importa: io non mi lascerò ingannare dalle visioni di mio nonno e di Ciampi. L’Italia è e resta individualista. E mio nonno si è sognato l’America quando fu promosso dal Meridione all’agenzia di Torino. Pia illusione la sua, ma illusione. E per questo ora si parla liberamente tra me e lui.

Ciampi entrò alla Normale saltando l’ultimo anno di scuola superiore. Era stato dai gesuiti di Livorno e quando all’esame d’ingresso Gentile gli domandò cos’è la verità, Ciampi gli rispose con san Tommaso che la verità è adeguamento della cosa (percepita) all’intelletto (che la rielabora). Se penso che a me alle prove di ammissione un filosofo chiese, a proposito di Heidegger, se anche il gatto è un ente… mi viene il latte alle ginocchia.
Ciampi non ha sproloquiato sul suo antifascismo, diversamente da un suo coetaneo poi divenuto potente accademico come Vittore Branca (il suo libro di ricordi edito da Aragno è noto come un groppo di fetenzie, soprattutto nella ricostruzione dell’omicidio di Gentile).
Per non aver mai fatto sfoggio di antifascismo, per essersi limitato a fuggire al Sud liberato senza fare il partigiano, e per aver ripristinato la parata all’Altare della Patria – per queste cose molto ideologiche Ciampi fu aggredito da Tabucchi, abile traduttore dal portoghese e già professore di letteratura portoghese a Pisa. Chissà, forse quell’attacco gli doveva garantire uno scatto di anzianità. Fosse stato un coerente intenditore di lettere portoghesi, se ne sarebbe scappato a tradurre Camoes nei mari del Sud.
Avesse continuato a fare il professore (cosa che fece per un certo tempo a Livorno mentre dava un esame sì e uno no a giurisprudenza – tenacia dei grandi che hanno ricostruito l’Italia), avesse continuato, sarebbe stato modesto. Non lo fu e questo ai miei occhi è un suo vanto, un merito. Pensate che aveva scritto una tesi su un autore semisconosciuto della tarda latinità, tale Favorino da Arelate (oggi Arles).
E negli anni della Normale era anche andato in Germania a insegnare Dante in gruppi di approfondimento all’università. Per dire della tempra dell’uomo: che non è tale da sola. E qui subentra la signora Carla, conosciuta in quel giro d’anni al teatro della Normale. Fu lei che lo spinse a sfruttare le entrature di suo padre e intraprendere la carriera in banca.
“Per quest’ordine di motivi”, direi in tono sentenzioso, i banchieri veri non potevano proprio guardare Ciampi con occhio accondiscendente. Certo lui studiava anche a Roma e approfondiva. Ma non era come loro. Quando quelli studiavano numeri, lui leggeva la “Storia d’Europa del secolo decimonono” di Benedetto Croce.

Anni fa, in un bel corso di orientamento organizzato a Colle val d’Elsa dalla Normale, capii che avrei voluto studiare a Pisa. O meglio: che avrei fatto tutto il possbile per superare le prove di ammissione a quella scuola. Mi colpì, dei normalisti che ci accudivano in quei giorni e facevano lezioni, la loro brillantezza. Come lessi sul Corriere nei primi mesi alla Normale (si parlava di Ciampi) era l’intelligenza un po’ criptica dei normalisti pisani.
Era una garanzia. Non mi ricordavo che uno dei normalisti aveva raccontato una storia istruttiva (lui la riportava un po’ come uno scemo, per questo forse non ci feci troppo caso). Che storia?
Ciampi e la signora Carla a colloquio coi normalisti. E arriva la fatidica domanda: quindi possiamo farcela anche noi a fare un percorso così diverso come quello fatto da Lei?
A domanda scema, risposta scema. E la signora Carla di botto: ma dai, diglielo che ci sei riuscito grazie a mio padre.
Negli anni stavo dimenticando questa storia. Forse non me ne importava. Forse non consideravo tanto il fattore umano.

(2017)

Andrea Bianchi

32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi

9. il capitalismo (cinese) riuscirà a digerire anche comunisti e massoni

Alessandro Vascotto, Cattività, acquerello su carta

È uscito, per le edizioni Golem di qualche torinese che stampa in Calabria per andare a risparmio, una raccolta di medaglioni italiani illustri:  Figure dell’Italia civile, dell’accademico di Francia — lapsus: Torino — Gianfanco Quaglieni.
Viene naturale, per chi abbia un minimo di educazione storica (e appartenga a uno di quei popoli burckhardtiani, infelici), riprendere un classico per i risorgimentali incalliti come l’Italia di minoranza  di Spadolini. Testo uscito per gli esangui e nobili tipi Le Monnier nel 1983, ma che non avrebbe avuto bisogno di raccogliere benedizioni — cosa che invece fa Quaglieni — da  buonisti osceni e velenosi come Gramellini.
E che avviene, domanderà lecitamente il lettore sportivo e fattivo, paragonando Spadolini e Quaglieni? Paragonato al primo, al suo stile e alla sua lucidità, il testo del secondo (che potremmo dire “povero”, ma non declinato alla toscana, che vuol dire “defunto”: tuttavia ci piacerebbe che il povero Quaglieni fosse a conoscenza di questa possibile declinazione, per vedere se sul fondo del suo  piemontesismo agisca anche qualche refolo mediterraneo!), ne esce un po’ svilito. 
Ciò pone un’altra domanda: è chiaro che, rispetto allo spessore culturale dei liberali del Risorgimento (nel bene e nel male), vi è stata una  “caduta”  verso una cultura di massa (come dicono anche gli accademici veri, quelli comunisti, ma con disprezzo) che non ha, indubbiamente, quell’intensità qualitativa e, soprattutto, etica. Di certo se il povero Quaglieni è più povero di Spadolini, noi siamo poverissimi (nonostante il maiestatico) come tutti i nostri coetanei sebbene studiosi e normalisti, i quali hanno proseguito sulla via sterrata della ricerca. Bene è descritto (usiamo il piglio professorale per indicare un libro che altezzosamente punta a lettori istruiti e non profani…) il mondo della Normale di Pisa dal romanzo L’etica dell’acquario di una scrittrice che se l’è permesso per la sua discendenza accademica e per la sua avvenenza. Poveri normalisti, brutti e condannati a servire nei feudi marxisti (volevamo dire delle università italiane, con poche e meritorie eccezioni).
Di tutto ciò — di questa erbaccia che raccogliamo in modo malapartiano in un solo fascio — la colpa è anche dell’egemonia culturale e accademica dei marxisti che quand’anche hanno fatto studiare tanto i loro allievi (e loro stessi hanno studiato tanto), si sono imbucati in un  tunnel senza uscita: hanno predicato per gli altri la cultura di massa e per sé si sono tenuti l’elitarismo degli intellettuali organici (anche se Gramsci non la vedeva così!) autoriproducendosi in mostri stizzosi e altezzosi incapaci di apprezzare veramente le masse (anzi disprezzandole nei loro  adelphiani castelli di carta), né di fatto promuoverle al benessere sociale e intellettuale, se non applicando una forzosa meritocrazia che non è migliore di quella liberale e assomiglia molto a quella cattolica, dove il povero è pure poveretto e quindi va spinto in su, purché obbedisca (o  perché obbedisca?). 
Ma anche questi liberali hanno fatto il loro tempo – e ci perdoni Bedeschi che saggiamente distingue  à la Benedetto Croce tra quelli buoni e quelli meno buoni, separando tutti quanti dai “migliori”. Questi signori hanno  effettivamente segnato il passo con l’idea stantia degli eretici e delle minoranze: lo diciamo in quanto laureati sui fascisti documenti d’archivio di Delio Cantimori, documenti che sembra impossibile stampare in Italia. Ma si sa che la maturità intellettuale  de’ noantri  non permette di dire  certe cose: che l’Italia sia stata fascista non va detto, come ai bambini considerati bebè si nasconde “quel che fanno mamma e papà”. Pratica, questa, perfettamente spiegabile con la radicata e secolare tendenza del pensiero italo-cattolico di bassa marca gesuitica: certe cose si fanno, ma non si dicono. E se ci dicessero: fa’ armi e bagagli, non è questo il Paese per te… noi diremmo solo che capire Manzoni e i piccoli italioti ci permette di viverci meglio, in Italia. Staremo a vedere chi cadrà per primo. Intanto si sappia questo: chi scrive esce da cinque anni di “scuola di eccellenza”, la roccaforte italiana del marxismo — senti senti — la Scuola Normale di Pisa.
E per tornare a queste benedette minoranze intellettuali (o sedicenti tali): gli eretici o bruciano (la fine delle castagne, diceva il beato Pomponazzi) o fuggono (come i ricercatori italiani formati a spese pubbliche alla Normale e passati a rimpolpare la classe ricercatrice di altri Stati-nazione, novelli cittadini cosmopoliti dell’isola di Laputa).  
I liberali non fanno altro che dire che sono i migliori incompresi di sempre e, intanto, fanno i generali nell’esercito, gli avvocati dei ricchi, gli industriali di successo, i  giornalisti paraculati: insomma, i massoni che si sono scordati che il loro fine è migliorare se stessi per migliorare tutti, non soltanto quegli che gli assomigliano. 
Su una cosa Spadolini aveva ragione (e anche Marx, in fondo): non c’è nessuna terza via. Quindi o si accetta il capitalismo, cercando di mitigare in tutti i modi possibili le sue tendenze più egoistiche e conflittuali, oppure ci se ne porta fuori radicalmente e totalmente e si pensa una società collettivista dove c’è assoluta divisione del lavoro (con il solito  refrain: chi decide chi e come?) ed equa distribuzione delle risorse: un formicaio, insomma. Ma siamo nel  kafkiano: e ci piacerebbe immaginarlo, questo grande formicaio umano comandato dai cinesi, soltanto per inserirlo nel borgesiano bestiario fantastico. Perché tutta la letteratura, diceva qualcuno, è fantastica. Anche quello che state leggendo…
Ma siccome nessuno, in Occidente, vorrebbe entrare in un bestiario, e preferisce invece tenersi stretti il proprio ego e il conseguente libero arbitrio (e la possibilità di essere qualcosa di più degli altri), crediamo che, almeno per quanto ci riguarda, tutti si possa anche smettere di far finta di essere marxisti: e non serve neppure dire che fino ad ora ci siamo sbagliati, tanto quello  si era capito  benissimo lo stesso. 
Nel frattempo la Cina — assecondando il sistema capitalistico — va rapidamente in tutt’altra direzione (il formicaio) e tra una decina di generazioni sarà pressoché inutile porsi questi problemi, essendo biologicamente superati dallo stato delle cose (lo vedete un cinese, in lingua cinese, cercare di ragionare del modello liberale? porsi i problemi di Gramsci? o di qualsiasi altro pensatore occidentale? l’Occidente, che ora sembra dominare più che mai, ha sempre meno argomenti, quanto più capitale addensano in Oriente).
Come normalisti ed ex-allievi di salesiani vogliamo dire soltanto una cosa: i  preti, almeno, finito il ciclo di studi, non avevano pretese di controllare gli alunni dalla culla alla bara — come invece usa nella grande cricca che è quel paesone di Pisa.

Andrea Bianchi

7. le notizie di metà settimana

Tra le otto e le nove di sera ci si può riempire a sazietà di notizie da tutti i fronti: le si sente e risente (e ci si ne risente), passando da una rete televisiva privata a una nazionale. La prima avrà toni più d’impatto, la seconda – tanto più se ascoltata alle 20.30 – parrà aver messo la sordina. Quando la notizia trasmessa sia la medesima, e riguardi l’istruzione, occorrerà tenere presenti le statistiche per non scivolare in equivoci.
Ci scusiamo per il preambolo, ma quando si parla di cultura ci si deve togliere il cappello. E rimanere coi piedi ben in terra. Perché quello che si sentiva ieri sera (26 aprile) nei notiziari aveva dello scandalistico: erano riportati i dati (o meglio i referti autoptici) dei livelli d’istruzione universitaria degli italiani.
Giova premettere che la storia del cameriere, quella snobbata dei magnifici e che è molto utile sentire, faceva un cappello assai interessante. Proprio così: il telegiornale di Italiauno, che va in onda prima di quello su Canale 5, riferiva che in un questionario distribuito recentemente su territorio nazionale l’Amleto veniva attribuito a Manzoni e, in seconda battuta, a Leopardi. Mentre I promessi sposi erano riconosciuti (quasi) all’unanimità come lavoro di messer Giovanni Boccaccio.
Ora domandiamo solo una cosa, semplice semplice: a che serve parlare di titoli universitari non in parametro, quando non ci sono i presupposti per parlare di cultura? Non di cultura “con la kappa”, ma di semplice nozionismo senza cui in Italia non si va (non si deve) andare avanti.
E sarebbe utile andarsi a leggere, a proposito di nozionismo, quel racconto gogoliano scritto da Sciascia per il Corriere di Spadolini nel 1970 e intitolato, appunto, La laurea (ora disponibile nella raccolta Il fuoco nel mare, Adelphi 2014, prezzo di catalogo 18,00 euro). Ma lasciamo stare, è risaputo che Sciascia posava da intellettuale avvolto nel fumo della sigaretta ed era più tragico quando voleva far ridere che non quando rappresentava drammi e ammazzamenti.
Ci domandiamo a cosa serva l’attestato universitario in un Paese che non sappia leggere e intendere e abbia perso il lume della ragione. Perché questo significa voler seguire sempre e comunque le novità statistiche dell’Europa: non sapere più cosa si è stati, cosa si è. O far finta di ignorare.
Il problema è, semmai, un altro: l’abbandono scolastico, come abbiamo riportato nel notiziario D’Anna molto recentemente. Se tutti si fermano, nessuno arriva alla fine. Nozione assai difficile da digerire per i giornalisti catastrofisti che ieri davano in pasto la notizia delle poche lauree in Italia.
E siamo ai fatti. Come diceva Sciascia nel racconto La laurea, «la scienza è scienza: due e due fanno quattro». Bastava questo, nel suo racconto, per diventare professori di lettere. Facciamo i professori di lettere.
Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un progresso notevole è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (a cosa serva un trentenne laureato, e non impiegato, è mistero non sciolto dall’indagine…). Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente il doppio: 26,2%. L’Unione Europea vorrebbe alzare la soglia al 40% per il 2020. Sembrerebbe che il 40 sia il numero cabalistico da venerare. O c’è dell’altro? C’è, eccome, perché l’Unione Europea dice che i laureati altrove sono assai di più: 58% Lituania, 54% Lussemburgo e 53% Cipro.
Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).
Sono diverse le reazioni giunte nel corso della giornata, a seguito dei dati diffusi da Eurostat. A chi sembrasse che il tono adottato, eccezion fatta per le cifre, sia gogoliano, indichiamo la lettura della notizia sul sito “tecnica della scuola”. La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all’istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l’impoverimento delle famiglie. L’istruzione non è stata al primo posto nell’agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».
Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte del professore di lettere sciasciano e lasciare i filosofi alla politica.

Andrea Bianchi

6. Jack in provincia

Wang Zhen (1867-1938), Calligraphy in Xingshu, 1927

se c’è qualcosa che mi ha lasciato quel grand’uomo che era Massimo Ferretti – dico era perché quando composi il suo numero a Bologna, due anni orsono, le pagine gialle mi restituirono il numero di un tappezziere antiquario, perciò è possibile che il caro vecchio professore si sia dato alla macchia – è l’intransigenza verso i letterati di mestiere.
dico così perché mi è capitato di incrociarne uno negli ultimi tempi, di averci condiviso un pranzo e più caffè, e quindi alfine di conoscerlo per dritto e traverso.
il mio letterato scrive su giornali di destra ma gli è capitato di comporre recensioni anche per il settimanale di repubblica. pecunia non olet, come la poesia di cui è fiero assertore. legge rilke senza conoscere il tedesco. sa tradurre l’inglese meglio di quanto lo parli. non discuterò i suoi gusti letterari perché mi sono sempre parse dirimenti le parole di contini quarentenne a luigi russo sul far della sera, non starò qui a sbottonarmi! son faccende private, quantomeno per chi viva la letteratura come espediente per ritornare in superficie, senza affogarsi tra le parole, anzi scegliendo tra queste i significati migliori: che è, evidentemente, quel che il mio letterato non sa fare.
preferisco chiamarlo letterato invece che giornalista anche se a questo punto sono abbastanza sicuro che la professione ci definisca, aggiungendo o scartando al fondo del carattere o della tempra (quando c’è, s’intende rapidamente).
il mio letterato viene dalle stesse terre in cui alfierianamente ho vegetato sino all’uscita per l’università e all’ingresso nella scuola dove ho incontrato massimo, oggi disperso. ma era anche l’università del grande professore catanese anglista, l’uomo che mi diede il referto della letteratura come lasciapassare alla città antica, come introibo alle fortificazioni del nucleo storico: laddove invece il mio letterato, il fante della provincia, né uomo né donna incartato tra i suoi libri, la trova fine a se stessa, gioco orribile per sollazzarsi con onan e rotolarsi poi nel fango, acclimatandosi con le ninfette che accorrono a frotte, suggestionate dal fango, scambiandolo per un tatuaggio: o chissà che cosa.
il professore catanese diceva insomma che la letteratura aiuta a comprendere, e se cediamo al passo dei dervisci finiamo nel gigionismo, e allora tanto vale percorrerlo fino in fondo, caricarlo insomma: fare del sollazzo di queste righe proprio uno strumento, una carta di riconoscimento personale. e non significa fare i giullari, come invece si diletta a svolgere il suo compito il letterato, ma proprio calare la celata e scendere nella giostra disarcionando il fantoccio di tela che vede nei libri l’accalappiasogni delle fanciulle.
di questo s’ha da parlare, del sogno giovanilista del mio letterato, incrocio di quei sogni e tormenti che furono nostri, di tutti a quattordici anni – e poi dismessi – poi suffragati dalla realtà.
di lui sarebbe improbo svelare arcani e fasti, dilettarsi delle altrui passioni o intemperanze: basti dire che si circondava delle bestioline da collegio ed è pur capitato di incontrarne due. il suo unico presunto allievo era un estensore di referti psichiatrici in forma di dialogo, un altro insomma che la scienza forse definirebbe psicotico, mai in pace con la madre come il mio letterato mai era acquietato nei confronti del padre: ché si ostinava a ripetere, a ripercorrere tutti i passi di quell’uomo.
verso il mio letterato-fante senza scudiscio dei giornali e delle recensioni nutro l’affetto che si deve ai trapassati, misto di rimpianto e commiato storico, per le sue fragilità che lo porteranno a distruggersi da sé. e ignoro se sia davvero un’altra storia, o se non possa ricapitolarsi invece, più banalmente, sotto il segno di un mio ‘cogito ergo sum’. se lo penso esiste, se non lo provo è già scomparso nelle nebbie di internet, jack immobile, mai cresciuto, in uno scenario impazzito che gli rotea attorno.

Andrea Bianchi

Riaddormentarsi

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Sai, stamattina — dopo essermi riaddormentato, cosa che ogni persona saggia dovrebbe fare, se disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano vetusti, con percorsi labirintici. Frequentare una facoltà umanistica era il mio sogno reale, ma purtroppo me ne resi conto mentre già ne frequentavo una tecnica. Comunque, in questo sogno a un certo punto ho dovuto scalare alcuni gradini altissimi, e la cosa non mi stupiva, data l’antichità dei luoghi. Mi piaceva molto trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della grave complessità dell’operazione. Nei miei sogni le difficoltà paiono sempre crescere, quando s’avvicina il momento del risveglio. Stamattina, poi, mi son trovato a dormire un’ora in più, e da qui sono cominciati i guai.

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Prima sono
stata in garage a prendermi cura della mia bici bella (non la scassona che conosci tu), ma soprattutto tra ieri sera e oggi ho fatto una scoperta folgorante: Cornell Woolrich. Lo conosci? Ti piace? Be’, io sto provando quasi un innamoramento che mi sta portando all’insanità emotiva. Sto leggendo “La donna fantasma” e non riesco a staccarmi dalla pagina, trascurando la lettura dei libri che devo leggere per l’università… E’ più forte di me. Oggi ho preso in biblioteca qui sotto casa una pila di altri suoi volumoni e intendo divorarli tutti, piuttosto non dormo la notte o non mangio di giorno. È una situazione terribile perché c’è un innocente nel braccio della morte e un conto alla rovescia e purtroppo ho la sensazione che, nonostante sia venuto il suo amico dal Venezuela per aiutarlo, non ce la farà! E non posso neanche dare una sbirciatina verso il finale se no mi rovino la lettura… che angoscia!!! Ho l’adrenalina a mille! Speriamo in bene…

 

Uccidere la cultura I

Quando ho cominciato, agli inizi degli anni Settanta, la facoltà era nata da poco e risentiva fortemente del clima del Sessantotto. Di fatto le cariche erano assunte a rotazione, non esisteva quasi traccia di autorità e potere accademici, tutto si svolgeva in modi democratici. Una prima svolta si è avuta negli anni Ottanta, quando per la prima volta ho assistito a vere e proprie competizioni per diventare preside di facoltà. Nell’ultimo ventennio, da un lato la facoltà conservava elevati standard professionali, dall’altro si diffondeva il clientelismo, l’apparato burocratico veniva gonfiato enormemente, crescevano i debiti, sino alla catastrofe attuale dell’intera Università di Siena. Contemporaneamente il passaggio al 3+2 e al sistema dei crediti, realizzato a Siena con particolare prontezza e singolare durezza, si è risolto in un moltiplicarsi confuso di moduli e di corsi di laurea, con un peggioramento complessivo della qualità dell’insegnamento. Il ritorno a corsi più lunghi di 72 ore ha un poco raddrizzato la situazione nel triennio, mentre nel biennio i moduli di 36 ore continuano a imperversare con conseguenze tutt’altro che positive. Se non si dà una frequentazione nel tempo fra professore e allievi e se non si permette allo studente di stare su libri impegnativi in continuazione per diversi mesi e non solo per poche settimane, è ovvio che l’insegnamento ne risenta. Se si aggiunge poi l’incredibile burocratizzazione del ruolo di docente, sempre di più sottoposto a controlli di tipo quantitativo invece che qualitativo e sempre di più indotto a esercitare un ruolo impiegatizio ed esclusivamente didattico in senso pigramente ripetitivo, si può capire in quale spirale siamo caduti.

Romano Luperini

http://temi.repubblica.it/micromega-online/luperini-il-ventennio-berlusconiano-ha-ucciso-la-cultura/

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Pensa che per uscire dal portone dell’università ho dovuto letteralmente scavalcare (cioè proprio scavalcare) i corpi seminudi (cioè proprio seminudi) di punkabbestia stravaccati esattamente davanti alla porta, con i loro cagnacci enormi senza museruola né guinzaglio e le loro bottigliacce di birra per non parlare di altro. E poi ho attraversato un eguale (ma molto piu compatto) tappeto umano (“umano” è dire tanto) in piazza Verdi, con questa gentaglia che allunga le manacce e dice volgarità solo perché una poveretta non può difendersi (ed è meglio che non ci provi nonostante vorrei tirargli un libro in testa); e questo mi offende. E se per caso all’università dovessi andare in bagno? Non posso perché ci trovo quegli stessi esemplari di sottouomini che ci fanno i loro comodi. Questo degrado che attraverso fisicamente quasi ogni giorno mi deprime profondissimamente, è una realtà orribile, sotto tutti i punti di vista. Orribile per me e anche per quella gente, anche se forse non se ne rende conto. Poi esco di lì e mi ritrovo travolta dal traffico e dalla puzza. Insomma tutto ciò non fa per me, io non c’entro niente con questo schifo, non condivido nulla di ciò che vi sta alla base eppure devo conviverci… E certe volte mi pesa più del solito… Altro che civiltà e progresso!
Bene, dopo questo sfogo, dico: meno male che nonostante l’abbrutimento in cui vivo tu mi vedi così “bella” e positiva… Capirai che essendo questa la mia realtà io penso a te come in un quadro idilliaco, tra colline, fronde mosse dal vento e usignoli; e la cosa mi rincuora.

Risvegli


Mi piace il ritorno del sole: c’era anche ieri, e questo mi ha aiutato. Stamattina, dopo essermi riaddormentato — cosa che ogni uomo saggio dovrebbe fare quando disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano antichi e fatiscenti, con percorsi labirintici. A un certo punto ho dovuto “scalare” alcuni gradini che erano altissimi, e la cosa non mi stupiva più di tanto, data la vestustà dei luoghi. Ma mi piaceva trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della complessità dell’operazione. Le difficoltà  paiono sempre crescere, quando s’approssima il momento del risveglio. Stamattina, comunque, ho dormito un’ora in più, come m’ero ripromesso: il primo passo concreto per cominciare a rimettermi in sesto.