L’asino


Un’allegra canzone d’addio.
E può darsi siano gli atti di coraggio
A dirci addio, senza rancore né amarezza,
In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi.
Sono le piccole sfide inutili – o che
Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì
Che credessimo inutili – A salutarci,
A farci segnali enigmatici con le mani,
A notte fonda, su un lato della strada,
Come nostri figli amati e abbandonati,
Cresciuti soli in questi deserti calcarei,
Come lo splendore che un giorno ci attraversò
E che avevamo scordato

*

L’asino, da Los perros románticos, Zarautz, 1993

En la sala de lecturas

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados
En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo
Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina
Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio
Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura
Talvolta gli occhi verdi
E 26 anni
Un servitore

*

Roberto Bolaño, da Siete Poemas Breves
Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981.

Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto

Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta — fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale — ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».
Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16

Alejandra

Alejandra Pizarnik ritratta da Alicia D’Amico, Buenos Aires

Parole. È tutto ciò che mi hanno dato. La mia eredità. La mia condanna. Chiedere che la revochino. Come chiederlo? Con le parole.

Fine del gioco

Leticia è costretta a mentire. Perché per entrambi, lei e Ariel B., che sceglie sempre il terzo finestrino della seconda vettura, ormai c’è poco da fare: senza mai incontrarsi, sono finiti nello stesso luogo invisibile, che è poi la dimensione della finzione e dell’invenzione, quel territorio ultraterreno in cui è molto probabile contrarre patologie che possono affaticare corpi già compromessi e rivelarsi addirittura mortali se prese sottogamba. Lo afferma Gabriel García Márquez in uno dei suoi Scritti costieri. Per prudenza allora è meglio spostarsi dall’Argentina ai Caraibi colombiani, dove peraltro i patimenti ne guadagnano in teatralità, per avere un quadro clinico inconfutabile e per rintracciare, grazie agli esperti in materia, una prospettiva che si avvicini alle inclinazioni dei due personaggi inventati da Julio Cortázar. 
Gabriel García Márquez, grande ammiratore e, in seguito, amico intimo di Cortázar, mette in guardia sulle complicazioni che sopraggiungono già durante gli stadi iniziali di ciò che lui considera un problema serio: «L’amore è una malattia del fegato» e l’innamoramento una defezione del corpo, infatti «il fegato si anchilosa, la donna si sbianca, l’uomo perde l’appetito». Una patologia contagiosa che tende alla cronicizzazione se i due malati, e lo dice un premio nobel per cui tendiamo a fidarci, «riescono a incontrarsi nel luogo spirituale in cui la loro identificazione sintomatica comincia ad accentuarsi».

https://www.doppiozero.com/materiali/fine-del-gioco-julio-cortazar

Florida Street

René Burri, Newspaper seller, Calle Florida, Buenos Aires, 1960.