darker shadow

Edward Hopper, Study for Morning Sun, chalk and graphite pencil on paper, 1952.

Notes:

– (rear)
gray green
darker shadow
dark against wall
yellowish warm greenish
reflected light
blue finish shadow
dark shadow

– (front)
warm shadows in ear
warmer
legs cooler than arms
light against wallshadow
cooler green
brownish warm against cool
dark
cool half tone
warmer
pink toes
cool blue-gray shadows
cool reflections from sheat

C.A.C. alla Normale

La reazione più comprensibile, forse la più diffusa, quando si vede qualcuno dire – prima – tutto il bene possibile, poi peste e corna di qualcosa, è di etichettare il tutto come sindrome di amore non corrisposto. Capita nei rapporti umani. Capita nei rapporti tra più persone, quando queste si riuniscono in una squadra, in un gruppo, e perché no? in un’istituzione.
Avendo studiato alla Normale di Pisa e cercato lì invano uno spirito di corpo, catalogo anch’io il mio disappunto come sindrome d’amore non corrisposto. Certo, fossi stato più libertino prima, non mi sarebbe capitato di innamorarmi di un’istituzione: ma come ha scritto un inglese cinico, i rapporti umani spesso si tramutano in servitù. Lo human bondage diventa insensibilmente una vera e propria schiavitù d’amore.
E più semplicemente: avessi fatto il boy scout da ragazzino, mi sarebbe bastato quello spirito di corpo lì, e non avrei cercato alla Normale cose che non sono mai esistite: o meglio, che lì non c’erano più da almeno quarant’anni, cioè dai tempi della rivolta studentesca quando ci si riempiva la bocca di collettività e si faceva ognuno le proprie faccende, in vista di una collocazione bourgeois, magari da realizzarsi non subito ma abbastanza velocemente dopo l’happening ideologico.
Questa la premessa. E non una giustificazione per il ritratto veristico che sto per fornire di Carlo Azeglio Ciampi, illustre normalista ai tempi di Giovanni Gentile quando la Scuola Normale fu ampliata per darle più richiamo e fornire più professori preparati alle scuole superiori.

Andiamo con ordine. Cercherò di raccontare aneddoti sull’uomo e di integrarli in un giudizio complessivo. Senza facili moralismi, ma con piglio deciso. E questo perché, quando Ciampi morì, la Scuola gli dedicò un panegirico a opera di uno scribacchino (ed ex-allievo, nonostante il basso quoziente intellettivo). Roba da far accapponare la pelle. Ho avuto la sfortuna di sentir parlare dal vivo il panegirista alla consegna dei diplomi: un filosofastro ammanicato a Roma col governo Letta, scimiotigri che navigano in alto mare.
E per inciso, dico chiaramente qui che almeno a Renzi riconosco di aver fatto piazza pulita di questi pisani iper-raccomandati quali sono i Letta. L’aveva capito bene Sofri, sdoganando Renzi, nel recente libretto Sellerio dedicato a Machiavelli (per chi si interessa di queste cose: Machiavelli, Tupac e la principessa).
Insomma, quel panegirico era scritto con la vecchia retorica mazziniana e parlamentare per la quale “dei morti non si dice se non bene” (cosa che loro direbbero in latino). Questo non è un cattivo servizio ai morti, questo è un insulto alle persone che furono vive e cercarono di incarnare e dire una loro verità.
Ciampi aveva fatto a tempo a consegnare alla Normale quasi tutte le sue onorificenze e medaglie. Il malloppo è esposto nella biblioteca del Capitano che affaccia su Piazza dei Cavalieri e alla quale si accede girando alla sinistra del medesimo edificio.
Questo stringe in emblema quel che la Normale è: un medagliere. E aggiungerei: una vetrina per gli accademici che vanno a farvisi belli e agognano quella posizione più di altre cattedre in giro per l’Italia. Basterebbe dire che un estroso come Salvatore Silvano Nigro, ai tempi sodale di Sciascia e ora di Camilleri, non vi resistette più di qualche anno. Si era ricordato del regalo che Sciascia gli fece quando fu nominato professore: un’edizione storica di Stendhal, e la dedica “ricordati di non diventare mai un professore”.

Questo il milieu, l’ambiente che ingabbia e costringe le persone in una forma. E che annulla la libertà.
Ma siccome c’è, ci deve essere un anelito a migliorarsi, non voglio tralasciare le virtù di Ciampi. E capiremo come solo un letterato passato alla banca potesse immaginare una sua utopia dove una moneta unica imbrigliasse l’Europa nel regime di progresso che finora si è solo immaginato come potrebbe essere.
Chi non ne fosse persuaso, può sfogliare i due testi emblema del progressivo pessimismo di Ciampi negli ultimi anni: sempre più cupo, e non solo per l’avanzare dell’età, ma per un rilascio, come dire? dei freni inibitori. Quando non si vuol più ingannare del tutto le generazioni future. Il primo libro fu stampato dalla progressista Il Mulino: “Un italiano al Quirinale”. Il secondo col Saggiatore: “Non è questo il Paese che sognavo”. A me li fece leggere un nonno quando ero al liceo. Questo mio nonno vedeva rispecchiarsi in Ciampi un comune Risorgimento, una progettualità inerente all’Italia.
Il mio Risorgimento è stato diverso, è partito dalla lettura dei ricordi di d’Azeglio – di qui venne a Ciampi il nome risorgimentale, da un pittore piemontese che bazzicava i Parlamenti. Non ho la statura per dire quello che dico, ma non importa: io non mi lascerò ingannare dalle visioni di mio nonno e di Ciampi. L’Italia è e resta individualista. E mio nonno si è sognato l’America quando fu promosso dal Meridione all’agenzia di Torino. Pia illusione la sua, ma illusione. E per questo ora si parla liberamente tra me e lui.

Ciampi entrò alla Normale saltando l’ultimo anno di scuola superiore. Era stato dai gesuiti di Livorno e quando all’esame d’ingresso Gentile gli domandò cos’è la verità, Ciampi gli rispose con san Tommaso che la verità è adeguamento della cosa (percepita) all’intelletto (che la rielabora). Se penso che a me alle prove di ammissione un filosofo chiese, a proposito di Heidegger, se anche il gatto è un ente… mi viene il latte alle ginocchia.
Ciampi non ha sproloquiato sul suo antifascismo, diversamente da un suo coetaneo poi divenuto potente accademico come Vittore Branca (il suo libro di ricordi edito da Aragno è noto come un groppo di fetenzie, soprattutto nella ricostruzione dell’omicidio di Gentile).
Per non aver mai fatto sfoggio di antifascismo, per essersi limitato a fuggire al Sud liberato senza fare il partigiano, e per aver ripristinato la parata all’Altare della Patria – per queste cose molto ideologiche Ciampi fu aggredito da Tabucchi, abile traduttore dal portoghese e già professore di letteratura portoghese a Pisa. Chissà, forse quell’attacco gli doveva garantire uno scatto di anzianità. Fosse stato un coerente intenditore di lettere portoghesi, se ne sarebbe scappato a tradurre Camoes nei mari del Sud.
Avesse continuato a fare il professore (cosa che fece per un certo tempo a Livorno mentre dava un esame sì e uno no a giurisprudenza – tenacia dei grandi che hanno ricostruito l’Italia), avesse continuato, sarebbe stato modesto. Non lo fu e questo ai miei occhi è un suo vanto, un merito. Pensate che aveva scritto una tesi su un autore semisconosciuto della tarda latinità, tale Favorino da Arelate (oggi Arles).
E negli anni della Normale era anche andato in Germania a insegnare Dante in gruppi di approfondimento all’università. Per dire della tempra dell’uomo: che non è tale da sola. E qui subentra la signora Carla, conosciuta in quel giro d’anni al teatro della Normale. Fu lei che lo spinse a sfruttare le entrature di suo padre e intraprendere la carriera in banca.
“Per quest’ordine di motivi”, direi in tono sentenzioso, i banchieri veri non potevano proprio guardare Ciampi con occhio accondiscendente. Certo lui studiava anche a Roma e approfondiva. Ma non era come loro. Quando quelli studiavano numeri, lui leggeva la “Storia d’Europa del secolo decimonono” di Benedetto Croce.

Anni fa, in un bel corso di orientamento organizzato a Colle val d’Elsa dalla Normale, capii che avrei voluto studiare a Pisa. O meglio: che avrei fatto tutto il possbile per superare le prove di ammissione a quella scuola. Mi colpì, dei normalisti che ci accudivano in quei giorni e facevano lezioni, la loro brillantezza. Come lessi sul Corriere nei primi mesi alla Normale (si parlava di Ciampi) era l’intelligenza un po’ criptica dei normalisti pisani.
Era una garanzia. Non mi ricordavo che uno dei normalisti aveva raccontato una storia istruttiva (lui la riportava un po’ come uno scemo, per questo forse non ci feci troppo caso). Che storia?
Ciampi e la signora Carla a colloquio coi normalisti. E arriva la fatidica domanda: quindi possiamo farcela anche noi a fare un percorso così diverso come quello fatto da Lei?
A domanda scema, risposta scema. E la signora Carla di botto: ma dai, diglielo che ci sei riuscito grazie a mio padre.
Negli anni stavo dimenticando questa storia. Forse non me ne importava. Forse non consideravo tanto il fattore umano.

(2017)

Andrea Bianchi

32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi

Il più grande filosofo del Novecento

simoneweil

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio. Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.

Leggi tutto: http://www.minimaetmoralia.it/wp/simone-weil

 

la penna e la testa

scripta manent


Sento che la forza mi esce dalla penna e dalla testa, in quest’ordine, e non viceversa, come potrebbe sembrare logico. Perché vedo che la prima a muoversi è la penna, poi la testa le va dietro. Diverso da come accadeva un tempo, quando studiavo e progettavo grandi edifici narrativi, pieni di appartamenti e di accessi (scala a, scala b ecc.), e poi mi mettevo a costruirli dalle fondamenta, con lo scheletro, poi i muri, poi gli impianti e gli infissi: tutto questo aveva un’importanza a sé, quasi avulsa dallo scorrere della penna, che veniva riservato a una fase computistica, per così dire. Oggi è diverso, e ci vedo più maturità in questo.

 

Simone Weil e il precariato

Nell’agosto 1932 la filosofa Simone Weil – allora ventitreenne – soggiornò per un mese in Germania, soprattutto a Berlino, a pensione in una casa operaia. Il suo intento era l’osservazione partecipata dei fatti tedeschi, da cui nascerà la lucidità profetica del suo affresco sulla Germania alle soglie del potere hitleriano. I passi che seguono, raccolti negli Ecrits historiques et politiques, descrivono in maniera visionaria ciò che sembra poter accadere oggi, come effetto della crisi economica e della piaga sociale del precariato.
Penso che pochi autori, come Simone Weil, possano qualificarsi “sempre attuali” in modo così definitivo.

Ex ingegneri arrivano a consumare un pasto freddo al giorno, noleggiando sedie nei giardini pubblici; vecchi in colletto di celluloide e bombetta tendono la mano all’uscita della metropolitana, o cantano con voce rotta per le strade…
Studenti abbandonano gli studi e vendono per strada fiammiferi, noccioline, stringhe; i loro compagni fin qui più fortunati sanno che, data la scarsa possibilità di ottenere un posto alla fine degli studi, possono da un giorno all’altro finir così. In quanto a… sposarsi, avere dei bambini, la maggioranza dei giovani tedeschi non può nemmeno pensarci.
Chi è disoccupato e vive in famiglia, con un padre o una madre, un marito o una moglie che lavorino, non ha diritto a sussidio. Lo stesso avviene per un disoccupato sotto ai vent’anni. Tale dipendenza… inasprisce i rapporti…; spesso, resa insopportabile dai rimproveri dei genitori… caccia i giovani dalla casa paterna, li spinge al vagabondaggio, alla mendicità, talvolta al suicidio.

È superfluo osservare che, spesso, è da condizioni socio-economiche come queste che nascono le dittature.