Ulaid, Ulster

Muirthemne, la pianura che si affaccia sul mare al confine fra Ulster e Laigin, è affidata alla protezione di Cú Chulainn. E l’esercito deve attraversare il Muirthemne per raggiungere il Cúailnge e razziare il bestiame di Conchobar re dell’Ulster, approfittando della strana prostrazione che periodicamente lo affligge insieme alla sua corte di guerrieri: l’incantesimo, come una ricorrenza stagionale che li mette fuori combattimento. Cú Chulainn ha diciassette anni, una forza potenziale che supera l’immaginazione, e possiede il gae bolga, giavellotto appartenuto a un dio, con la cima che si apre in molte punte quando penetra in un corpo.

movimento, rotazione

Pieter Brueghel il Vecchio, Paesaggio con la caduta di Icaro, 1558


Forse sarebbe più realistico riconoscere che non tutto ha senso, nelle storie degli uomini, e che anche caso o Fortuna giocano la loro parte. Difficilmente, oggi, potrà capitare di vedere due nemici che si abbracciano, come Achille e Priamo nell’Iliade, prima di tornare in battaglia (e gli esempi si potrebbero moltiplicare, come si ricava da un altro bel volume, da poco pubblicato da Mimesis, Uomini contro. Tra l’Iliade e la grande guerra). Ci vuole troppo coraggio per riconoscere la propria debolezza, per riconoscere che forse non siamo indispensabili: «La coscienza storica moderna non sa più pensare insieme il passato e il futuro perché si rifiuta di ammettere che tutte le cose terrene sorgono e tramontano».
Del resto, dovremmo sempre ricordarci che non ci siamo solo noi. Una delle poesie più belle di Wisława Szymborska, premio Nobel, descrive quello che succede in un luogo in cui si è combattuta una battaglia: si portano via i cadaveri, si ricostruisce quello che si era distrutto, si fa ordine («in fondo un po’ di ordine da solo non si fa»); intanto l’erba ricresce, e la memoria di quella tragedia si fa più vaga; «chi sapeva/ di che si trattava/ deve far posto a quelli/ che ne sanno poco./ E meno di poco./ E infine assolutamente nulla». E su quell’erba, dov’era colato tanto sangue, ora si rilassa qualcuno, «disteso,/ con una spiga tra i denti,/ perso a fissare le nuvole».
C’è qualcosa di straziante nel tempo che tutto cancella, nella consapevolezza che in fondo tutto quello per cui siamo pronti a lottare è destinato a cadere nel silenzio («o buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio/ nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto», scriveva Thomas S. Eliot). Ma c’è anche qualcosa di salutare. L’ossessione per la linea del tempo restringe la visuale, punta i riflettori su alcune vicende soltanto, e dimentica il tempo del mondo intorno a noi, un mondo che non procede in linea retta verso un futuro scritto, ma che si ripete continuamente in un movimento ciclico, dentro e fuori di noi: il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, la rotazione delle stelle e la circolazione del sangue. La vita e la morte.
Questo tempo circolare non è della natura soltanto, come se fosse altro da noi; è parte della nostra esperienza, scandisce le tante nostre attività quotidiane, come nel quadro di Paolo Uccello in cui nello stesso campo si confondono i soldati che combattono e i cacciatori impegnati in una battuta. A Löwith piaceva invece un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, La caduta di Icaro: un quadro enigmatico in cui la vicenda di Icaro (il tentativo dell’uomo di conquistare il cielo) è relegata in un angolo, quasi che fosse un evento marginale; e intanto gli altri uomini continuano con i loro lavori, mentre il sole risplende sui campi, i boschi, il mare. «All’orizzonte il mare e il sole, sulla riva siede un pescatore, nella campagna un pastore con il suo gregge e un contadino che ara la terra, come se tra cielo e terra nulla fosse accaduto».
La storia, quella dei grandi uomini che vogliono conquistare il mondo, è evento marginale rispetto al tempo del mondo: perché dovrebbe essere meno importante la vita del contadino o di chi ogni giorno, faticosamente e pazientemente, rinnova il ciclo dell’esistenza?

Mauro Bonazzi, la Lettura #309, pag. 11
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20171029/281663960300754

Sguardo dritto

Tiziano, ritratto di Francesco I della Rovere, duca di Urbino, 1538.
Il bastone di comando nel pugno, la manica dell’abito nel nero e giallo della casata dei Montefeltro, gli oggetti e il drappo rosso.

32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi

allergia alla libertà

Lonnie Holley, Finally Getting Wings for the Forty-First Floor, 1996


Perché mai in Italia, quando si parla di fascismo, si finisce sempre per parlare dell’«inconscio», della «natura», delle «caratteristiche di fondo» degli italiani? Perché si evoca il «fascismo dentro di noi», come ha fatto Antonio Scurati? Probabilmente perché è il modo più semplice per evitare di fare i conti con la storia, immergendosi nel mare magnum della psico-antropologia dove ognuno trova modo di spiegare, con poche icastiche affermazioni, le ragioni per cui l’Italia non solo ha generato il fascismo, ma gli ha anche assicurato un rilevante consenso.
A chi si chiede come mai a un secolo dalle prime manifestazioni fasciste ci troviamo ancora a commentare fatti di cronaca che riportano alla ribalta vocaboli, gesta, riti ispirati allo squadrismo dei primi anni Venti del Novecento, non si può rispondere chiamando in causa il «fascismo eterno» di Umberto Eco, quasi un peccato originale costitutivo, ma neppure far finta di nulla, considerandoli irrilevanti o inevitabili.
Guardando la storia non sembra azzardato affermare che gli italiani, più che nostalgici del fascismo in quanto tale, siano semplicemente privi di un forte radicamento sul terreno delle libertà civili e dei diritti. Forse si dovrebbe dire che il facile attecchimento del fascismo, al di là delle note contingenze politiche e connivenze istituzionali, fu il risultato di un implicito «contratto» tra il regime e gli italiani, i quali più che dal fascismo furono conquistati da una prospettiva di ordine, identità sociale e una sorta di autarchico welfare in cambio della rinuncia alle libertà verso le quali, peraltro, durante i precedenti sessant’anni, i nostri avi non avevano mai mostrato un particolare entusiasmo.
Infatti, se si escludono i conflitti risorgimentali e insurrezionali tra il 1848 e il 1878, la storia d’Italia conosce poche grandi lotte di massa in cui non siano in gioco rivendicazioni economiche dei lavoratori, e quasi tutte incentrate attorno al conflitto tra nazionalisti e internazionalisti avviato dopo la guerra di Libia. Il socialismo aveva infatti occupato le piazze con sempre maggiore frequenza, rivendicando quasi esclusivamente migliori condizioni materiali per i milioni di salariati dell’industria e delle campagne. Se inizialmente la grave arretratezza da industrializzazione ritardata rendeva tali lotte comprensibili, in seguito la loro persistente separazione dalla domanda di estensione dei diritti divenne deleteria per la democrazia italiana.
Un esempio paradigmatico in questo senso ci viene dall’analisi del ruolo giocato dalle pressioni popolari per estendere il diritto di voto in un regime a suffragio ristretto come la Gran Bretagna, dove si verificarono enormi manifestazioni pubbliche che sin dall’inizio dell’Ottocento misero sotto pressione la classe dirigente. Il massacro di Peterloo del 1819, ad esempio, ebbe origine da un raduno organizzato per assicurare a Manchester la rappresentanza politica. Soprattutto però va ricordato come il Second Reform Act del 1867, che garantì l’accesso al voto di un milione di lavoratori, fu adottato urgentemente sotto la spinta di un’insoddisfazione di massa foriera di seri pericoli per la stabilità del sistema politico britannico. Lo stesso movimento cartista nel 1842 presentò una petizione di tre milioni di lavoratori in cui si chiedeva il voto segreto per ogni maschio adulto.
In Italia, su questi temi, il clima è esattamente l’opposto: nessuna pressione popolare per l’estensione del suffragio, tanto che la riforma del 1882 fu concessa al rallentatore dalla Sinistra storica, dopo estenuanti dibattiti, senza che dal basso provenisse la benché minima lamentela. La stessa cosa si può dire per il suffragio universale maschile, calato dall’alto da Giovanni Giolitti nel 1912 e accolto persino con perplessità da alcuni socialisti. Significativo, a tale proposito, anche il silenzio delle donne, assordante se paragonato con il protagonismo delle suffragette britanniche.
Al di là dell’ovvio diverso grado di maturazione politica delle classi popolari, frutto dei differenti percorsi storici, la questione elettorale in Italia funge da cartina di tornasole dell’assenza di sensibilità per i temi della partecipazione civica, proprio a partire dalle forze politiche di massa: socialisti e cattolici. Emarginata a sinistra la componente mazziniana, riformisti e massimalisti si contesero il primato mettendo in ombra il problema della cittadinanza e al centro o i modelli produttivi e i miglioramenti materiali o la rivoluzione proletaria: nel 1919 durante un dibattito a Bologna sulla proporzionale, i socialisti fecero fallire l’iniziativa al grido di «altri e più impellenti problemi urgono oggi il proletariato al quale non interessa affatto la questione elettorale».
Così, mentre i nazionalisti brandivano il rivendicazionismo economico operaio per spaventare i ceti medi, diffondendo nuovi scenari dove ordine, disciplina e potenza nazionale mettevano fuori gioco il cittadino, i dirigenti socialisti continuavano a rifiutare di prendere in considerazione il lato politico delle rivendicazioni economiche in vista di «ben altri» traguardi, nel timore che ciò avrebbe prodotto un’integrazione della classe operaia nel sistema. Non è un caso che la questione delle libertà come fondamento di una nuova, consapevole, cittadinanza sia stata la parola d’ordine lanciata dal liberale eretico Piero Gobetti e raccolta da spezzoni minoritari e perdenti dell’azionismo, del radicalismo e del socialismo liberale. Il fascismo, scriveva Gobetti, è «tutela paterna prima che (…) dittatura»: mantenendo gli italiani in stato di minorità, Mussolini li ha sollevati dalla fatica di lottare per i diritti e dall’onere di esercitarli.
Lo scarso significato attribuito dalle masse alle conquiste della democrazia liberale è dunque il risultato sia dei timori di una parte consistente degli eredi di Cavour (non tutti) di trattare con le «plebi» (i «ventri», come diceva Francesco Crispi), sia, dopo il 1945, dell’estraneità al tema che ha caratterizzato le antiche culture «antisistema», socialista e cattolica, una volta giunte al potere. Un’estraneità che spiega l’ampiezza dell’impatto liberatorio del Sessantotto nel nostro Paese con la nuova percezione dei diritti, ma anche paradossalmente la scarsa profondità di tale percezione, che ne ha impedito la trasformazione in cultura civica. Se dunque per capire l’avvento del fascismo dobbiamo ricordare l’uso spregiudicato della violenza e la debolezza delle istituzioni, per comprenderne la permanenza, ma soprattutto per fare i conti, senza ricorrere alla metafisica, con l’inquietudine che ancora oggi quella realtà continua a suscitare (nonostante la modestia dei numeri e della rilevanza politica), è necessario riflettere su quanto oggi sia salda e radicata la cultura della cittadinanza repubblicana.

Fulvio Cammarano, la Lettura #390, pag. 15

17. qui Madrid

A che punto siamo col romanzo politico? Diamo un’occhiata alla Spagna. Naturale che dopo le catastrofiche pretese da bottega della Catalogna libera arrivasse la smentita ufficiosa da parte degli scrittori alla moda: della serie, state buoni a Barcellona, state calmi che c’è tanta storia prima di voi e delle vostre pretese di autonomie.
In soldoni. È in uscita un libro del letterato tuttofare, Arturo Pérez Reverte, sul Cid. Come se oggi in Italia tentassimo di smerciare Ariosto secondo Calvino a fin di bene, per spiegare a fanciulli (che si vorrebbe idioti e inerti) che cos’era l’Italia del Cinquecento. 
Sappiamo che Pérez Reverte ebbe seguito in Italia con Il club Dumas e che negli anni si è rodato nell’altro circolo, poco esclusivo, di romanzieri sulla guerra civile. (Ad averne!)
Negli ultimi anni poi ha scritto di tutto, dal 2 maggio 1808 contro Napoleone passando per Trafalgar. Non si è fatto mancare nulla. Anzi no. Ecco che cosa gli serviva. L’epica cavalleresca del Cid, il liberatore della Spagna dai Mori poco avanti che scoccasse il 1100.
Prima con l’inserto del sabato, poi in modo più discorsivo nel giornale di giovedì 19 settembre, il pulpito sinistro di El Pais ha lanciato il grido di raccolta del sentimento nazionale ispanico.
Pérez Reverte era a Madrid per parlare del suo Sidi “in un suntuoso albergo centrale” — pare di leggere Arbasino, buon pro gli faccia agli spagnoli che danno peso ai loro romanzi politici, manco fossero ancora attivi i gorghi populisti e romantici di Eugène Sue coi Misteri di Parigi o di Benito Pérez Galdós cogli Episodios nacionales.

Andiamo con ordine. Il romanzo di Perez Reverte, un tipo che come Camilleri ti sta a raccontare del trisavolo che comprava i libri romantici di Zorrilla (quello di Don Juan Tenorio e appunto anche del Cid) e ti attacca un bottone così, ha confessato ai giornalisti che nel suo romanzo “ho utilizzato cose che sono bufale, leggende. Me ne sono appropriato in modo uguale come per i fatti reali, perché il mio è un romanzo. Non vuol essere un libro esaustivo e storico sul Cid. Vuole invece narrare come una masnada di quaranta uomini di Burgos si sono costruiti una leggenda nello spazio di un anno. Coi relativi meccanismi psicologici di lealtà e valore che gli hanno consentito di raggiungere lo scopo”.
Oltre alla consueta dose di baggianate date in pasto ai giornalisti (“il Cid è un tipico personaggio di frontiera, impensabile in una Spagna diversa dalla sua, nasce nel momento perfetto mentre oggi la società occidentale rifiuta gli eroi come lui perché non attirano”) Pérez Reverte si è sbizzarrito a rendere autentici i dialoghi che compaiono nel romanzo. C’è ad esempio questo comandante arabo che si rivolge al suo superiore (nella Spagna del 1099!) per farsi spiegare che “coesistenza non è uguaglianza”. 
Ma attenzione al bollino da farmacista di Pérez Reverte: “questo mio romanzo non ha nulla a che vedere con la Reconquista, con la patria e simili. I suoi personaggi sono eroi che devono portare a casa il pane. Non si lottava ancora per la crociata che fu inventata dopo per giustificare altre cose. La gente battaglia per cose prosaiche, anche se poi vediamo che arrivano i discorsi e i pretesti della retroguardia”.  
Non c’è che dire. Se Perez Reverte voleva parlare di politica c’è riuscito perfettamente. 

Però Pérez Reverte ha parlato chiaro in questi giorni all’Accademia dietro al Prado: “oggi non sopportiamo i gradi di differenza tra persone, specialmente in Spagna l’intelligenza è vista come un peccato. Chi non sta nel branco è fuori. Ci vogliono delle élites per il mondo perché le masse da sole non ce la fanno. Però le masse stanno sterminando le élites falciandole a gruppi. Le masse hanno inibito le élites facendole sentire colpevoli. Dunque l’intelligenza è molesta, scomoda, in politica, in cultura, in tutto. Anche il Cid è molesto perché si pone come essere umano completo”.
In attesa di leggere il romanzo e di vederlo tradotto, notiamo di passaggio la generosità di Pérez Reverte: non c’è intelligenza di centro o di sinistra, né di destra o di sinistra. C’è solo intelligenza. Dopodiché le strologazioni del Pais sullo stile del romanzo “tra Holden e Meridiano di sangue” le lasciamo sul balcone… a prendere aria.
Gli spagnoli che leggono impazziscono per il metodo di Pérez Reverte che sa dove inizia e dove finisce la sua storia, e nel frattempo intrattiene i suoi lettori su… Twitter. 
Ma non è becero: “mi piace molto la gente pericolosa, ha dichiarato. Mi interessa. Si apprende molto da tipi simili. Dalla malvagità, dalla violenza, dalla durezza si impara più che dalla bontà. Come romanziere cerco di evitare la bontà, cioè puoi impararla da chi è buono di suo ma se poi tu non sei buono allora non ti serve a niente. Da un tizio malvagio al contrario impari la manipolazione e la menzogna per sopravvivere. E devi esservi pronto sul piano intellettuale perché anche queste cose possono rivelarsi utili”. 

A dirla tutta si impara molto da El Pais. Però si trovano occasioni anche più  interessanti facendo le vasche sulla Gran Vía di Madrid e poi magari lo struscio sulle raggiere attorno a Plaza del Sol. Guardando come si incrociano i passi. Perché i machi stringono da sopra la spalla (e non da sotto) le Dulcinee. Le quali si avvinghiano ad altezza bacino dei suddetti. 
Girando insieme a un amico (stile Timon e Pumba) a Madrid per tre giorni ho intravvisto perché oggi uno spagnolo potrebbe interessarsi alla vita romanzata del Cid. Ci sono machi guerrieri ancora a piede libero.
Senza pensare ai giorni che verranno, esplorando la libertà massima, ho indovinato che Cid si aggira al mercato san Miguel sotto le vesti dello spagnolo che non manda al diavolo il nero ambulante.
Poi ho azzeccato la mia ipotesi: il macho è tanto più insicuro quanto più ostenta, e la sua donna tanto meno gli si ribella quanto più acida è la sua posa sulla scena della strada.

Sotto la casa di Cervantes a Madrid c’è una scritta presa dal Chisciotte che dice “in casa non ci sono libri perché il diavolo se li è portati via tutti”. La casa di Cervantes è appunto una ricostruzione. Chisciotte si è dissolto fuori dalle sue mura. E altri cavalieri senza un soldo si muovono ancora sulle piazze di Madrid. Il Cid è vivissimo. 
A nessuno interessa leggere della vostra vita, a nessuno gliene importa di leggere della vita degli altri. Tutti vogliono leggere della propria vita. E noi dobbiamo raccontargliela attraverso la nostra e quella degli altri. Non una vita astratta o generica, ma proprio quella del lettore, che emerge nei tratti comuni, quando li sappiamo cogliere, tra la nostra vita e quella degli altri. Tra il Cid della storia e quello di oggi.
Scrivere è allora il racconto di una relazione? forse sì, ma tra i punti di vista che riusciamo a intrecciare tra il nostro occhio e quello degli altri su di noi. O quello di tutti sul mondo che, in fondo, è l’impossibilità di comprendersi. Ovunque e comunque. 
Ora noi, se scriviamo, questa natura eterna e immutabile che scorre sempre come la bellezza delle ereditiere in strada a Madrid di mattina, dobbiamo raccontarla attraverso tutto quello che bellezza non è: cioè esattamente noi, coi nostri sguardi che si intrecciano dubitanti e impazziti, preoccupati o sofferenti. 

Continuiamo così con compassione e, invece di intrecciare la letteratura con la vita, facciamo il contrario, lasciamo emergere la letteratura dalla vita. Del resto, a che serve spingere giù per la gola cucchiaiate di Cervantes, di Cortàzar e tutti gli altri, quando in quella gola incontriamo una Dulcinea che cinguetta al suo macho, o in un altro punto si squarcia il velo ed eccovi un poeta errante o l’ereditiera o quant’altri che non sanno di esserlo, non sanno di essere poesia e noi, entrando in loro, illuminiamo la loro appartenenza alla letteratura e la loro letteratura alla vita della natura eterna e immutabile della nostra noia. Della nostra impazienza. 
Avanti così, cinicamente compassionevoli, pietosamente cinici, senza aggredire i nostri personaggi e mostrando che loro ci feriscono e che noi ce ne freghiamo (poi magari li… fottiamo). In ogni caso, in tutto, la parola d’ordine è una sola: gentili e leggeri.

Madrid, 19 settembre 2019

Andrea Bianchi 

imbecillitas 2

Hieronymus Bosch, La nave dei folli, 1490-1500

Al polo opposto di questa natura di tenebre, la follia affascina perché è sapere. Essa è sapere, in primo luogo, perché tutte quelle figure assurde sono in realtà gli elementi di un sapere difficile, chiuso, esoterico. (…)
Un altro simbolo del sapere è l’albero (l’albero proibito, l’albero dell’immortalità promessa e del peccato); un tempo piantato in mezzo al Paradiso terrestre, esso è stato sradicato e forma ora l’albero maestro della nave dei folli, come si può vedere sull’incisione che illustra la Stultiferae naviculae di Josse Bade; è certamente esso che dondola sopra la Nave dei folli di Bosch.

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica

imbecillitas

Nell’antichità ogni malattia veniva interpretata come un messaggio divino. Le cure erano affidate a sacerdoti e sciamani. Con Ippocrate, IV secolo, le malattie non sono più solo figlie degli dèi e cominciano a essere considerate a partire dall’essere umano e dal suo funzionamento. Si pensa che la salute sia il risultato di un equilibrio dinamico tra gli umori del corpo: bile gialla, bile nera, sangue, flegma. L’equilibrio tra questi liquidi genera benessere, mentre l’eccesso di uno di essi determina un’alterazione del temperamento – collerico, melanconico, sanguigno, flemmatico – e quindi la malattia. Nel Medioevo, una visione superstiziosa della malattia mentale, come male di origine soprannaturale, demoniaca o astrale, si alterna e si mescola a osservazioni alchemiche e in qualche modo «cliniche». Nel 1520, Paracelso scrive Delle malattie che ci derubano della ragion, e propone di distinguere le malattie della mente in cinque tipologie. Fioriscono i tentativi di classificare le malattie mentali (lo svizzero Plater, per esempio, le suddivide in imbecillitas, costernatio, alienatio e defatigatio) e lentamente si affaccia l’idea del malato mentale come «problema sociale». La distinzione tra malati mentali, delinquenti, asociali, eretici rimane tuttavia molto sottile. Le conseguenze sul piano delle «terapie» sono facilmente immaginabili. Alle erbe e ai salassi si affiancano trattamenti «comportamentali»: dal gettare i malati nell’acqua gelata al farli vorticare su un seggiolino mobile in modo da «riassestargli la mente». Il «matto» spaventa e inquieta, pochi sentono il bisogno di studiarlo e capirlo, i più preferiscono escluderlo e recluderlo.

Diagnosi e destino, pagg. 97-98

Mercato

Edward Bawden, Billingsgate Market, litografia, 1967


I mercati giornalieri di molte grandi città e quelli periodici dei piccoli centri rurali (r)esistono, in Italia e altrove. La grande distribuzione e il Mercato (entità quanto mai astratta, ma terribilmente efficace) hanno profondamente segnato la storia dei mercati-incontro (come li chiama Serge Latouche), non però fino al punto di farli sparire. Viene allora da chiedersi perché, a fronte del sorgere ovunque di centri commerciali e dell’accanimento con cui la grande distribuzione si contende gli spazi di vendita, piccoli e grandi mercati continuino ad animarsi al mattino presto, con voci e urla (molti Comuni oggi hanno regolamenti per proibirl e) , odori, colori e disordine, scomparendo prima della sera.
Il mercato è forse l’immagine più nitida della «fabbrica sociale». Mi hanno sempre colpito quelli che sorgono nelle strade e nelle piazze senza strutture apposite, con il loro farsi e disfarsi: se capiti nell’ora e nel giorno giusto, è tutto un fluire di voci, profumi, confusione. Qualche ora dopo è tutto scomparso, come in un sogno. I mercati ricordano l’immagine del cantiere che George Balandier suggeriva come metafora della società umana e del suo creativo disordine.
In molti contesti tradizionali, il mercato è legato strettamente al tempo, ai ritmi del corpo (umano, politico e sociale). L’opposizione tra tradizione e modernità va sempre usata con cautela: è un utile strumento di conoscenza, ma induce profondi inganni. Se è vero che oggi i mercati sono pervasi di Mercato, dal momento che gran parte dei prodotti sono gli stessi della grande distribuzione globale, è anche vero che si tratta di una dinamica antica. Come osserva Latouche, «le perle di vetro blu dell’antichità, dette babilonesi, si ritrovano nelle tombe preistoriche delle valli del Niger» e chissà in quante piazze di mercato vennero scambiate. Il nonno Matteo rientrava immancabilmente dal mercato con groviera e fontina, due prodotti «inventati» nel corso dell’Ottocento nel cantone di Friburgo e in Valle d’Aosta per contendersi i mercati globali (nell’accezione di allora). Il confronto con altre epoche e con contesti «tradizionali» tuttavia, è prezioso per capire qualcosa in più del mercato e della sua resilienza. Il volume di Marco Aime La casa di nessuno (Bollati Boringhieri) è un’ottima sintesi al proposito. In molte parti dell’Africa occidentale frequentata dall’antropologo torinese, i mercati non solo scandivano la settimana ma, in certo senso, erano (e sono) la settimana. I mercati davano il nome ai giorni e con la loro periodicità (un ciclo di quattro giorni tra i Taneka del Benin, di cinque giorni tra i Dogon del Mali, di sei giorni tra i Diola del Senegal, per limitarci ad alcuni esempi) davano forma al tempo e allo spazio.
In un famoso saggio, il geografo Walter Christaller cercò di spiegare la periodicità dei mercati e la loro diffusione su un territorio mettendo in relazione la soglia (il raggio di mercato più piccolo che contiene un bacino di consumatori che consente di coprire i costi di vendita) e la portata (la distanza massima oltre la quale i prezzi divengono troppo elevati). Si tratta di un modello matematico interessante che, tuttavia, non rende conto delle profonde dimensioni sociali del mercato.
«Il mercato non è la casa di nessuno», recita il proverbio mawri che dà il titolo al lavoro di Aime, e quindi è di tutti, un bene condiviso. È un’arena pubblica, una agorà (il termine greco indicava non a caso anche il mercato, al pari del forum romano) in cui non era possibile entrare con le armi. Nei mercati africani si faceva ben più che commerciare: ci si innamorava e ci si sposava, per esempio. Presso i Mossi, i giovani circoncisi facevano il loro ingresso in società nel nuovo status di adulti proprio attraverso il mercato. Ed era ancora al mercato che si davano gli annunci funebri e si svolgevano alcune delle più importanti cerimonie del lutto.
Il mercato mescola con dosi imprevedibili il formale e l’informale e spesso l’illegale, il serio e il faceto (luogo ideale per la risata e lo scherzo). L’economia si rivela qui embedded (come diceva Karl Polanyi) ovvero «incastonata» nel sociale, e non viceversa. La razionalità calcolatrice, al mercato, è ben più complessa della legge di domanda e offerta: al valore delle merci si sovrappongono i valori della parola, che crea legami, conflitti e divisioni sulla piazza del mercato. «Il flusso delle parole e il flusso dei valori non costituiscono due cose: sono due aspetti della medesima realtà», scriveva Clifford Geertz, a proposito dei mercati in Marocco.

Adriano Favole, la Lettura #387, pagg. 6-7