Nulla da cercare

“Amici miei, ciò che avete bisogno di scoprire è la retta visione. Dovreste agire liberamente nel mondo in modo da non essere illusi dalle parole di quel gruppo di spiriti. Non avere nulla da fare è la base di una persona nobile. La persona più nobile è quella che non ha nulla da fare. L’unica cosa che dovreste evitare è pensare a ciò che farete. Tutto ciò di cui avete bisogno è essere persone semplici, essere padroni di voi stesi ovunque voi siate e usare questo luogo come la vostra piattaforma del risveglio. Se continuerete a pensare e a calcolare come dirigere la vostra ricerca verso ciò che sta al di fuori di voi, avrete commesso un grave errore.

Non cercate il Buddha, Buddha è solo un termine vuoto… Non attaccatevi ai termini. Io chiamo ciò il meraviglioso principio”.

Power of the Dog


Dopo tutto, l’enigma del film è nel gheriglio del titolo. The Power of the Dog. Un gergo ipnotico. S’intitola così il romanzo di Thomas Savage, ma pure un romanzo di Don Winslow; James Ellroy, “Demon Dog of Crime Fiction”, era tentato di griffare nello stesso modo un suo libro. La ragione del titolo è placida. A un certo punto Peter, il ragazzo, sfoglia una Bibbia, gli occhi si fermano su quel versetto, ligneo, terribile: Deliver my soul from the sword; my darling from the power of the dog. Nel film – almeno per allusioni – si capirà che cosa s’intende per power of the dog e per my darling.

Il versetto è tratto dal Salmo 22, barbaglio di bava liturgica pronunciata nel momento estremo, penzolante dalla Croce, da Gesù; nella figura dell’eletto martoriato, sfregiato, sputato (“Ma io sono verme, non uomo, rifiuto d’uomo, disprezzo di genti/ Chi mi vede di me si fa beffe, ruota le labbra, scuote il capo”, 22, 7-8) si rivela Peter, chiaroscurale protagonista del film. Il mistero, semmai, è che “il potere del cane”, nella Bibbia che avete sul comodino, non c’è. Inebriante odore del tradurre: il versetto citato nel film è tratto dalla King James, la Bibbia di Re Giacomo, pietra d’angolo della lingua inglese, stampata nel 1611. La versione della Cei, per capirci, traduce così: “Libera dalla spada la mia vita,/ dalle zampe del cane l’unico mio bene”. Dal contesto si capisce che l’unico mio bene è la mia vita; i cani, alla luce del versetto superiore (“Un branco di cani mi circonda,/ mi accerchia una banda di malfattori”, 22, 17), sono i nemici del giusto, quelli che vogliono sbranarlo, divorandolo lontano da Dio. I cani, nel ring biblico, sono le bestie basse, emblema della pura fame, dell’aggressione priva di fierezza: i cani “ringhiano”, “divorano”, “sbranano”; “Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai” dice San Paolo ai Filippesi. David Maria Turoldo fa del Salmo un inno, canto offeso da balbettare a notte: “dalle spade accorri a scamparmi/ la mia carne, Dio, salva dai cani”.

Dunque, è una sfasatura, un errore aureo, quello che troviamo nella King James: the power of the dog è un’invenzione dell’esegeta colto da estro shakespeariano. Nella Bibbia ebraica curata da Rav Dario Disegni il versetto ha questa formula, contratta: “Salva dalla spada la mia persona, dai cani il mio corpo”; il grande Diodati traduce così: “Riscuoti l’anima mia dalla spada, l’unica mia dalla branca del cane”; Guido Ceronetti rende in questo modo: “Strappa al coltello la mia vita/ La mia unica alla mano del cane”. La Vulgata conforta la versione di Ceronetti: Erue a framea animam meam/ et de manu canis unicam meam

Voci

«Inizia sin da subito a fibrillare qualcosa nei due viaggiatori, che li porta a far maturare una diversa dimensione d’ascolto. In realtà, sono gli stessi eremiti a predisporre – forse in maniera inconsapevole – un cammino di comprensione reciproca e a non limitarsi al racconto della loro esperienza di isolamento, anche perché ogni eremitaggio si svela denso di esperienze pregresse: c’è chi viene da una vita coniugale, chi dalla vita monastica, chi da una condizione disordinata e dissoluta. E poi, nonostante rassomiglianze formali (vangano, seminano la terra, cucinano, si procurano la legna e l’acqua, scolpiscono la pietra, disegnano icone, lavorano il cuoio), hanno poco o nulla degli asceti di mille anni fa. In molti eremi sono infatti predisposte delle stanze ad accogliere gli ospiti e alcuni eremiti possiedono un cellulare per mantenere contatti con l’esterno.
Eppure, non solo dai silenzi o dalle risposte criptiche, ma anche da quelle più disarmanti e banali che si riesce a percepire un tratto unitario che svela una prima verità: la fuga non è negazione della realtà ma possibilità per un nuovo sguardo di osservazione. Si entra in un eremo per lasciare la vita ma solo dopo averla conosciuta e per riconsegnarsi al mondo in una forma più autentica e vera».

L’artista moderno

Paul Klee, Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185

L'artista moderno. 1

 

Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.

Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Immaginazione e pragma

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Spesso è l’immaginazione che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre più, perché quando le cose mancano si capisce la loro importanza. Quanto alla scrittura, per anni l’ho vista come un atto sacro, che per essere compiuto ha bisogno d’una ritualità: al punto che passava diverso tempo prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che diventava un mondo abitato dal mio spirito e dai miei desideri. Immagino che il motivo fosse la sostanziale laboriosità del processo creativo, laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che richiama lo spirito artigianale, che spesso deve inquadrarsi in schemi codificati: dunque, la prima necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture una fantasia altrimenti incontrollata. Ed è importante saper rinunciare, quando serve, agli impulsi creativi e ideologici, “abdicare” temporaneamente al proprio statuto — illusorio o reale — di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che vede una pragmaticità d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità. Sappiamo che l’estro artistico — quando c’è — non può ridursi a un esercizio governato da pragmatiche regole operative.

#30

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Da tempo penso che la trasmissione Fahrenheit, su Radio3, sia la più antiquata e superata forma di programma radiofonico che abbiamo, al pari di certe trasmissioni musicali – sempre su Radio3 – in cui si propone materiale contemporaneo spinto, referenziale all’Avanguardia, che per essere compreso ha bisogno di chili di retroterra culturale specialistico. Però, quando capita d’ascoltarlo, Fahrenheit, specie negli ultimi tempi, si ha la sensazione che debba rimanere, che non possa essere liquidato come cosa vecchia, insieme alle vecchie espressioni superate e inadatte ai tempi. Deve restare, perché forse continua a offrire riparo a chi è stanco, stanco anche della vita, diciamo, in quanto trova tutto faticoso, dallo svegliarsi all’affrontare il mondo dentro e fuori casa. Perché è difficile mettere mano al macigno che è la giornata: una fatica di cui ancora non si decifra il significato.

materiali 15. De obscuritate

Alchimia

Il linguaggio degli alchimisti era volutamente oscuro, ricco di termini specifici e di echi di antiche “visioni del mondo”: le ragioni di ciò sono molteplici. È chiaro che una conoscenza della dottrina resa accessibile a tutti avrebbe tolto quell’aura di superiorità a cui gli occultisti generalmente miravano; inoltre, gli alchimisti erano grandi artigiani, quindi era naturale che tendessero a celare – pur nella necessità della trasmissione del sapere – il cuore della propria invenzione, dovuta al loro personale e irripetibile talento, evitando le vie consuete della comunicazione e dell’insegnamento. Anche per questa ragione l’alchimia era assente dall’elenco delle discipline insegnate nelle università medievali, nonostante le sue dottrine metallurgiche si basassero su un testo arstotelico e nonostante la riconosciuta utilità dell’alchimia applicata alla medicina. A ciò contribuì il carattere fortemente operativo del sapere alchemico (l’alchimista conosceva attraverso l’operare), opposto alla qualità prevalentemente dottrinale o teorica degli insegnamenti accreditati.

L’oscurità del linguaggio derivava anche dall’insegnamento di Platone, secondo cui esporre i contenuti del pensiero, in specie delle verità più alte, con parole banali e comuni, avrebbe comportato il rischio di danneggiare intrinsecamente i significati, semplificando e quindi distruggendo la complessità del vero. Il linguaggio allegorico aveva la funzione di preservare il patrimonio di conoscenze dell’alchimista, ma è anche vero che le idee e i concetti, così profondi ed elaborati, potevano essere comunicati solo a chi era in condizione di capirli ed era capace di mettersi in sintonia con la fonte.

La discrezione nell’illustrare i procedimenti risale agli antichi autori greci e arabi. Rhasès comincia così la descrizione di un procedimento molto semplice per fare l’acquavite: «Recipe aliquid ignotum; quantum volueris», cioè prendi di qualcosa d’ignoto, la quantità che tu vorrai. Pseudo-Democrito dà il procedimento seguente per solidificare il mercurio: «Prendi del mercurio e solidificalo con della magnesia, o dello zolfo, o con della schiuma di argento, o con della calce, o con dell’allume, o con ciò che tu vorrai».

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«Povero idiota!» esclama Artefius apostrofando il suo lettore, «saresti così ingenuo da crederti che t’insegneremo apertamente e chiaramente il più grande e il più importante dei segreti, e prendere le nostre parole alla lettera? Io t’assicuro che colui che vorrà spiegare ciò che i filosofi hanno scritto secondo il senso ordinario e letterale delle parole si troverà impigliato nelle pieghe di un labirinto senza uscite, perché non possiederà il filo d’Arianna per farsi da Guida e per uscirne, e, per quanto possa faticare, sarà altrettanto argento perduto».

La maggior parte degli autori hanno gran cura di avvisare che le loro descrizioni sono state costellate ad arte di enigmi, di contraddizioni e di equivoci. Salmon, nella Bibl. Phil. Chim. (1741), scirve: «È fra queste contraddizioni e menzogne apparenti che troveremo la verità; fra queste spine che coglieremo questa rosa misteriosa. Noi non sapremmo entrare in questo ricco giardino delle Esperidi per vedervi questo bell’albero d’oro e coglierne i frutti tanto preziosi, se non dopo aver sconfitto il dragone sempre di guardia e che ne difende l’entrata. Non possiamo inoltre andare alla conquista di questo vello d’oro che attraverso le agitazioni e gli scogli di questo mare ignoto, passando fra queste rocce che si urtano e si combattono, e dopo aver smontato gli spaventosi mostri che gli stanno a guardia».

Mylcentrum

D’altronde, tutti gli adepti riconoscevano che la preparazione della pietra filosofale è un’opera che sorpassa la portata dell’intelligenza umana. Dio soltanto può rivelarla agli uomini, ciò che spiega le continue preghiere e ringraziamenti all’Altissimo pronunciati dagli adepti; i destinatari di tale rivelazione sono degli eletti. Un filosofo che ha ricevuto questa comunicazione dall’alto deve accordarla a sua volta solo agli esseri virtuosi, agli spiriti che la grazia ha toccato; egli è raccomandato di rifiutarla ai malvagi e all’uomo volgare. Così, adottando il loro stile enigmatico, gli adepti non facevano che obbedire alla volontà divina.

«Nascondi questo libro in petto», dice Arnaldo da Villanova, «e non porlo in mano agli empi, poiché racchiude il segreto dei segreti di tutti i filosofi. Non bisogna gettare questa perla ai porci, perché è un dono di Dio». E afferma anche: «Colui che rivela questo segreto, è maledetto e muore d’apoplessia». Dal canto suo, Raimondo Lullo esclama: «Ti giuro sulla mia anima che, se sveli questo, sarai dannato. Tutto viene da Dio e dovrà ritornarvi; tu conserverai solo per lui un segreto che gli appartiene. Se tu divulghi con qualche frase leggera ciò che ha richiesto lunghi anni di sacrifici, sarai dannato senza remissione al giudizio finale per quest’offesa alla maestà divina». Basilio Valentino, nel Cocchio trionfale dell’antimonio: «Ho parlato fin troppo ora, ho insegnato il nostro segreto in una maniera tanto chiara e precisa, che dire una parola di più, vorrebbe dire sprofondarsi nell’inferno». Basilio Valentino si diffonde in lagnanze amare sulla troppo grande chiarezza che regna nei suoi scritti. Indirizza a se stesso i più vivi rimproveri, e, per la sua futura tranquillità, trema per aver detto troppo.

materiali 14. L’anima universale

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La pratica alchemica presuppone una visione d’insieme della realtà, in cui la materia si unisce allo spirito e l’uomo ha vincoli profondi con l’universo.
Al centro vi è l’affermazione dell’unità viva e pulsante del cosmo, dell’incessante fluire delle cose l’una nell’altra. Tutto ciò che si trova al di sopra e al di sotto della superficie della Terra si trasforma sempre, perché la Terra è viva e possiede un’anima: è l’Anima Universale, il principio che muove tutte le cose.

In questa sostanziale unità, in cui tutte le cose sono manifestazioni di una cosa sola, l’alchimista esercita l’arte di liberare parti del cosmo dalla loro esistenza temporale e raggiungere la perfezione, che per i metalli è l’oro, per l’uomo è la longevità o persino l’immortalità e infine la redenzione, ossia la restituzione allo stato originario di Adamo puro e potente. Assumendo la responsabilità di cambiare la natura, l’uomo si sostituisce al Tempo: ciò che avrebbe richiesto millenni o Eoni per maturare nelle profondità della terra, il metallurgo, e soprattutto l’alchimista, ritengono di poterlo ottenere in poche settimane. La fornace si sostituisce alla matrice tellurica, e in essa i minerali embrioni completano la propria crescita.

L’attività dell’alchimista, più che un’alterazione della materia, tende ad una vera e propria trasmutazione, volta a far emergere l’Anima Universale o Principio Primo che muove tutte le cose: quasi una creazione, simile nella sua pretesa all’azione divina. La pratica riferita ai metalli viene collegata con la considerazione dell’intero universo, visto in una prospettiva unitaria divina e religiosa. Il vaso mirabile dell’alchimista, le sue fornaci, le sue storte svolgono quindi un ruolo ambizioso: questi apparecchi sono la sede di una ritorno al Caos primordiale, di una ripetizione della Cosmogonia; le sostanze vi muoiono e vi risuscitano per essere infine trasmutate in oro.
Le pratiche di trasmutazione dei metalli vengono descritte con espressioni ermetiche, comprensibili solo agli iniziati, e sono strettamente legate ad una prospettiva cosmologica e ad una tradizione mistico-religiosa. Il motto dell’alchimia, oscurum per oscurius ignotum per ignotius, allude sia a una ricerca aperta sia alla difficoltà del processo di conoscenza, privo della “rete” del metodo razionale.

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L’alchimia comporta l’adozione di “una certa via” e “una certa regola”; esse possono essere intese solo da coloro che sono illuminati dalla sapienza. A voler interpretare la tradizione alchemica secondo il significato consueto delle parole, ci si perderebbe in un labirinto senza più trovarne l’uscita. La globalità della tradizione alchemica non consente che la considerazione esteriore e pratica venga isolata da quella interiore e conoscitiva; essa comporta una disciplina rigorosa, in cui l’immediata espressione soggettiva deve essere purificata mediante un faticoso e specifico approccio all’orizzonte cosmologico e alla sua struttura reale.

Nella tarda storia medievale e agli inizi del mondo moderno i cultori dell’alchimia tendevano a riunirsi in raggruppamenti sociali omogenei, che si differenziavano dalle tradizionali associazioni religiose. Spesso essi abbandonavano l’abituale residenza per condurre una vita errabonda, spostandosi da un paese all’altro e cambiando spesso nome; si riunivano in società segrete e si sentivano cittadini del mondo. L’alchimia è una disciplina con dichiarati intenti pratici: l’apparato teorico era finalizzato al conseguimento di tecniche operative atte a realizzare il soddisfacimento di bisogni che avevano un carattere prevalentemente individuale. Gli alchimisti erano persone a parte nella comunità, per il sapere che avevano accumulato per mezzo di letture arcane e difficili e di speciali discepolati i quali dovevano porre loro e gli altri iniziati in una posizione di privilegio. Essi non si nascondevano per la pura volontà di nascondersi, ma erano condizionati dal fatto che potevano essere capiti solo in base al grado di evoluzione interiore di ciascuno. Il concetto di iniziazione, o “passaggio della porta”, rappresenta la comprensione del discorso alchemico.