per quanto sia ridicolo scrivere

Signore, Per quanto sia ridicolo scrivere a uno scrittore, che è sempre, per la natura del suo mestiere, sommerso di lettere, non posso astenermi dal farlo dopo aver letto Les Grands cimetières sous la lune. Non è certo la prima volta che un Suo libro mi tocca; il Journal d’un curé de campagne è ai miei occhi il più bello, almeno fra quelli che ho letto, e davvero un gran libro. Ma se ho potuto amare altri Suoi libri, non avevo nessun motivo di importunarLa scrivendoglielo. Per l’ultimo, è un’altra cosa; ho avuto un’esperienza che corrisponde alla Sua, benchè più breve, meno profonda, situata altrove e vissuta, in apparenza – solo in apparenza –, con tutt’altro spirito.
Non sono cattolica, nonostante – ciò che sto per dire sembrerà senz’altro presuntuoso ad ogni cattolico, da parte di un non-cattolico, ma non mi posso esprimere diversamente – nonostante mai nulla di cattolico, nulla di cristiano mi sia sembrato estraneo. Talvolta mi son detta che se solo si affiggesse alle porte delle chiese che l’ingresso è vietato a chiunque gode di un reddito superiore a tale o talaltra somma, poco elevata, mi sarei convertita immediatamente. Sin dall’infanzia, le mie simpatie si sono rivolte verso quei raggruppamenti che si richiamavano agli strati disprezzati della gerarchia sociale, fino a che ho preso coscienza che questi raggruppamenti sono di natura tale da scoraggiare ogni simpatia. L’ultimo ad avermi ispirato una qualche fiducia era la C.N.T. spagnola. Avevo viaggiato un po’ in Spagna – abbastanza poco – prima della guerra civile, ma a sufficienza per sentire l’amore che è difficile non provare verso quel popolo; avevo visto nel movimento anarchico l’espressione naturale delle sue grandezze e delle sue tare, delle sue aspirazioni più o meno legittime. La C.N.T., la F.A.I. erano un’accozzaglia sorprendente, dove si ammetteva chiunque, e dove, di conseguenza, erano gomito a gomito l’immoralità, il cinismo, il fanatismo, la crudeltà, ma anche l’amore, lo spirito di fratellanza, e soprattutto la rivendicazione dell’onore così bella negli uomini umiliati; mi sembrava che quelli che venivano animati da un ideale prevalessero su quelli spinti dal gusto della violenza e del disordine. Nel luglio 1936 ero a Parigi. Non amo la guerra; ma ciò che mi ha sempre fatto più orrore nella guerra è la situazione di quelli che si trovano nelle retrovie. Quando ho capito che, malgrado i miei sforzi, non potevo fare a meno di partecipare moralmente a questa guerra, cioè di augurarmi ogni giorno, in ogni momento, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi per me era le retrovie, e ho preso il treno per Barcellona con l’intenzione di arruolarmi. Era l’inizio dell’agosto 1936.

Un incidente mi ha costretta ad abbreviare il mio soggiorno in Spagna. Sono stata qualche giorno a Barcellona; poi in piena campagna aragonese, lungo l’Ebro, a una quindicina di chilometri da Saragozza, nello stesso posto dove recentemente le truppe di Yaguë hanno passato l’Ebro; poi nel più lussuoso albergo di Sitges trasformato in ospedale; poi di nuovo a Barcellona; complessivamente pressappoco due mesi. Ho lasciato la Spagna mio malgrado e con l’intenzione di tornarvi; in seguito, volontariamente, non ne ho fatto niente. Non sentivo più alcuna necessità interiore di partecipare a una guerra che non era più, come mi era sembrato fosse all’inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra la Russia, la Germania e l’Italia. Ho riconosciuto quell’odore di guerra civile, di sangue e di terrore che emana dal suo libro; lo avevo respirato. Devo dire che non ho visto né sentito nulla che eguagliasse l’ignominia di certe storie che Lei racconta, quegli assassini di vecchi contadini, quei balilla che fanno correre degli anziani a manganellate. Eppure quello che ho sentito era sufficiente. C’è mancato poco che assistessi all’esecuzione di un prete; durante i minuti dell’attesa, mi chiedevo se avrei guardato semplicemente, o se mi sarei fatta fucilare io stessa, cercando d’intervenire; non so ancora ciò che avrei fatto, se un caso non avesse impedito l’esecuzione. Quante storie si affollano sotto la mia penna… Ma sarebbe troppo lungo; e a che pro? Una sola basterà. Ero a Sitges quando sono tornati, sconfitti, i miliziani della spedizione di Maiorca. Erano stati decimati. Su quaranta ragazzi partiti da Sitges nove erano morti. Lo si seppe soltanto al ritorno degli altri trentuno. La notte successiva, si fecero nove spedizioni punitive, si uccisero nove fascisti o sedicenti tali, in questa cittadina dove, in luglio, non era accaduto nulla. Fra questi nove, un fornaio di una trentina d’anni, la cui colpa, mi dissero, era di essere stato membro della milizia dei «somaten»; il vecchio padre, di cui era l’unico figlio e l’unico sostegno, impazzì. Ancora un’altra: in Aragona un piccolo gruppo internazionale di ventidue miliziani di tutti i paesi prese, dopo un breve scontro, un giovane ragazzo quindicenne, che combatteva fra i falangisti.
Appena preso, tutto tremante per aver visto uccidere i suoi compagni al proprio fianco, disse che stato arruolato a viva forza. Lo frugarono, gli trovarono addosso una medaglia della Vergine e una tessera di falangista; lo spedirono da Durruti , capo della colonna, il quale, dopo avergli esposto per un’ora le bellezze dell’ideale anarchico, gli fece scegliere tra morire e arruolarsi immediatamente fra i ranghi di quelli l’avevano fatto prigioniero, contro i suoi compagni di ieri. Durruti diede al ragazzo ventiquattr’ore per riflettere; al termine delle ventiquattr’ore, il ragazzo disse di no e venne fucilato. Eppure Durruti era sotto certi aspetti un uomo ammirevole. La morte di questo piccolo eroe non ha mai cessato di pesarmi sulla coscienza, benché l’abbia saputo soltanto dopo. Ancora questo: in un paese che rossi e bianchi avevano preso, perso, ripreso, riperso non so quante volte, i miliziani rossi, che lo avevano ripreso definitivamente, trovarono nelle cantine un pugno di esseri stravolti, terrificati e affamati, fra i quali tre o quattro giovani. Ragionarono così:
se questi giovani, invece di venire con noi l’ultima volta che ci siamo ritirati, sono rimasti ad aspettare i fascisti, vuoi dire che sono fascisti. Quindi li fucilarono immediatamente, poi diedero da mangiare agli altri, e credettero di essere stati molto umani. Un’altra storia, quella delle retrovie: due anarchici mi raccontarono una volta come, con dei compagni, avessero preso due preti; uccisero l’uno sul posto, in presenza dell’altro, con una rivoltellata, poi dissero all’altro che se ne poteva andare. Quando fu a venti passi, lo abbatterono. Colui che mi raccontava la storia era molto sorpreso di non vedermi ridere.
A Barcellona si uccideva in media, sotto forma di spedizioni punitive, una cinquantina di uomini per notte. Proporzionalmente era molto meno che a Maiorca, poiché Barcellona è una città di quasi un milione di abitanti; del resto per tre giorni nelle strade si era svolta una battaglia particolarmente cruenta. Ma forse le cifre non sono l’essenziale in materia. L’essenziale è l’atteggiamento di fronte all’assassinio. Non ho mai visto, né fra gli Spagnoli, né perfino fra i Francesi venuti sia per combattere che per viaggiare – questi ultimi il più delle volte intellettuali scialbi e inoffensivi -, non ho mai visto nessuno esprimere neanche privatamente repulsione, disgusto o soltanto disapprovazione per il sangue inutilmente versato. Lei parla della paura. Sì, la paura ha avuto una qualche parte in questi massacri; ma là dove mi trovavo, non ho potuto vedere la parte che Lei le attribuisce. Uomini apparentemente coraggiosi – ce n’è almeno uno di cui ho personalmente constatato il coraggio – durante un pranzo pieno di cameratismo raccontavano con un buon sorriso fraterno quanti preti o «fascisti» – termine molto ampio – avessero ucciso. Per quanto mi riguarda, ho avuto la sensazione che quando le autorità temporali e spirituali hanno messo una categoria di esseri umani fuori da quelli la cui vita ha un prezzo, non c’è niente di più naturale per l’uomo che uccidere. Quando si sa che è possibile uccidere senza rischio di castigo o di biasimo, si uccide o almeno si circondano di sorrisi incoraggianti coloro che uccidono. Se per caso si prova un po’ di disgusto, lo si fa tacere, e presto lo si soffoca per paura di sembrare privi di virilità. Si tratta qui di un allenamento, di un’ebbrezza cui è impossibile resistere senza una forza d’animo che devo credere eccezionale poiché non l’ho incontrata da nessuna parte. Ho incontrato invece dei Francesi pacati, che fino ad allora non disprezzavo, che non avrebbero avuto l’idea di andare li persona a uccidere, ma che stavano immersi in quell’atmosfera intrisa di sangue con un visibile piacere. Per questi d’ora in avanti non potrò mai avere nessuna stima.
Un clima simile cancella subito il fine stesso della lotta. Poiché non si può formulare il fine se non riconducendolo al bene pubblico, al bene degli uomini – e gli uomini non hanno alcun valore. In un paese dove i poveri sono, nella stragrande maggioranza, contadini, il miglioramento della condizione dei contadini deve essere uno scopo essenziale per ogni raggruppamento di estrema sinistra; e forse questa guerra fu in primo luogo, agli inizi, una guerra per o contro la divisione delle terre. Ebbene, questi miserabili e fieri contadini d’Aragona, rimasti così fieri sotto le umiliazioni, non erano neanche per i miliziani un oggetto di curiosità. Senza insolenze, senza ingiurie, senza brutalità – almeno non ho visto niente di simile, e so che furto e stupro, nelle colonne anarchiche, erano passibili della pena di morte -, un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, un abisso del tutto analogo a quello che separava i poveri dai ricchi. Lo si avvertiva dall’atteggiamento sempre un po’ dimesso, sottomesso, timoroso degli uni, dalla spigliatezza, dalla disinvoltura, dalla condiscendenza degli altri.
Si parte come volontari, con idee di sacrificio, e si capita in una guerra che assomiglia a una guerra di mercenari, con molte crudeltà in più e con in meno il senso dei riguardi dovuti al nemico.
Potrei prolungare indefinitamente tali riflessioni, ma bisogna limitarsi. Da quando sono stata in Spagna, da quando sento e leggo ogni sorta di considerazioni sulla Spagna, non posso citare nessuno, eccetto Lei, che, per quanto io sappia, sia stato immerso, nell’atmosfera della guerra spagnola, e vi abbia resistito. Lei è monarchico, discepolo di Drumont – che me ne importa? Mi è più vicino, senza paragone, dei miei compagni delle milizie d’Aragona – quei compagni che, tuttavia, amavo. Ciò che Lei dice del nazionalismo, della guerra, della politica estera francese dopo la guerra mi ha ugualmente commossa. Avevo dieci anni al tempo del trattato di Versailles. Fino ad allora ero stata patriota con tutta l’esaltazione dei bambini in periodo di guerra. La volontà di umiliare il nemico vinto, che invase tutto in quel momento (e negli anni successivi) in maniera cosi repellente, mi guarì una volta per tutte da questo patriottismo ingenuo. Le umiliazioni inflitte dal mio paese mi sono più dolorose di quelle che può subire.
Temo di averLa importunato con una lettera così lunga. Non mi resta che esprimerLe la mia viva ammirazione.
S. WEIL

Simone Weil scrive a Georges Bernanos, dopo la sua esperienza nella guerra di Spagna, 1938.

L’ombra e la Grazia

01

Non dimenticare mai che hai il mondo intero, la vita tutta davanti a te…. Che per te la vita può e deve essere più reale, più piena e gioiosa di quanto forse non lo è mai stato per nessun essere umano. Non la mutilare in anticipo con una qualsiasi rinuncia. Non ti lasciare imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai verrà, che una vera amicizia ti sia concessa, non esisterà opposizione fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi è da questo segno infallibile che la riconoscerai.
L’amicizia non va cercata, nè sognata, nè desiderata, nè definita o teorizzata. L’amicizia si esercita (è una virtù). Essa semplicemente “esiste” come la bellezza. E’ un miracolo, misterioso e insieme incastonato nella realtà.
Non bisogna desiderare l’amicizia come compenso, non va inventata, non per alleviare la solitudine; non deve basarsi su visioni deformate di te e dell’altro. Molte volte vendiamo l’anima per l’amicizia ed è facile corrompere e corrompersi.
La nostra vita interiore si compiace di accogliere in folla fantasmi, costruzioni; nel sentimento invece bisogna tagliare via senza pietà tutto quanto vi è di immaginario e permettersi solo ciò che corrisponde a scambi reali.
Per questo bisogna vietarsi “slanci di cuore” che non trovano nell’altro ugual risposta. Non bisogna pretendere di venir capiti quando ancora non ci siamo chiariti a noi stessi.
Non ingannarsi sull’altro significa anche non ingannarlo e non pretendere da lui più di quanto può dare.
Più dai, più dipendi dagli altri per la tua felicità e infelicità. E una parola o un gesto possono darti più felicità di quanta tu non ne hai data in un anno di dedizione. Ti metti in una situazione di mendicante, di cane che aspetta l’osso.
E infine per un meccanismo inevitabile, non si può dipendere dagli esseri umani senza aspirare a tiranneggiarli, senza aspirare a piegarli ai nostri scopi, compresi quelli più nobili o del cuore.

Simone Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano 2002

Caro Amico

01

Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Writing 11

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Spesso, prima di dormire, resto a godermi il pieno di bellezza che sai donarmi, parlandomi, raccontandomi, descrivendomi i tuoi pezzi di vita. Mi chiarisci così tante cose che riesco a vedere il mondo con occhi nuovi. A cominciare dalla tua voce che narra, non c’è nulla che non sia bello, delicato, spontaneamente vero. Lo fai con dedizione, con forza, con concretezza, lo fai per me: mi dai attenzione, che per Simone Weil è la forma più rara e pura della generosità. Se sono generoso io, tu lo sei di più: mi dai così tanto che vorrei proteggerti sempre, contro tutte le difficoltà, le contrarietà, le minacce. Tu e la tua bellezza riconciliate, la tua esperienza e la tua bravura rassicurano. Bisogna fermarsi e guardarti: cogliere il tuo intero scolpito rifinito e levigato, e ascoltare la tua voce.

Il più grande filosofo del Novecento

simoneweil

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio. Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.

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Sventura

La sventura rende Dio assente per un certo tempo, più assente di un morto, più assente della luce in una cella immersa nelle tenebre. Una sorte di orrore immerge tutta l’anima. Durante quest’assenza non c’è nulla da amare. E se in queste tenebre dove non vi è alcunché da amare l’anima smette di amare, l’assenza di Dio diventa definitiva. Questo è terribile. Bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, seppure con una parte infinitesimale stessa. Allora un giorno Dio le si mostrerà e le svelerà la bellezza del mondo, come accadde a Giobbe. Ma se l’anima cessa di amare, cade già in questo mondo di quasi equivalente all’inferno.

Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008