a proposito di Čechov

 Anton Chekhov reading his play The Seagull to the Moscow Art Theatre company, December 1898


“Čechov era nato sul Mar d’Azov, un mare poco profondo, in una remota cittadina che era capoluogo di distretto e il cui grigiore deve aver assecondato non poco, viene da credere, la sua malinconia congenita. Ho sempre pensato, tuttavia, che il fondo di irrimediabile tristezza proprio del suo carattere si dovesse altresì a un forte retaggio orientale; e lo dico avendo presente i volti dei suoi parenti, gente semplice dagli occhi stretti e leggermente strabici, e dagli zigomi sporgenti. Con gli anni la somiglianza si sarebbe rafforzata e, come spesso capita agli orientali anche Čechov sarebbe invecchiato anzitempo nell’anima e nel corpo. Era tisico, certo, ma la tisi non fu l’unica ragione di un viso giallastro e rugoso che, appena quarantenne, lo rendeva simile a un anziano mongolo”.

Questo ritratto icastico si trova in “A proposito di Čechov”, un testo abbozzato negli ultimi mesi di vita dallo scrittore russo esule a Parigi Ivan Bunin (1870-1953), e pubblicato ora da Adelphi con una prefazione di Claire Hauchard. Come già aveva fatto lavorando su Tolstoj, l’autore propone qui un calibrato montaggio di citazioni, a cui affianca una corona di commenti e ricordi che hanno l’esattezza distratta di certi schizzi a matita. Tra il 1895 e il 1904, anno della sua morte, Bunin intrattenne un rapporto di complicità con Anton Čechov, lo scrittore che insieme a Turgenev più avrebbe influenzato la sua opera di epigono naturalista-simbolista premiata nel 1933 dal Nobel. Così, in questo scartafaccio incompiuto, il drammaturgo influente e l’impareggiabile novelliere – che il suo allievo giustamente preferisce all’uomo di teatro – ci vengono incontro con un’immediatezza da presa diretta. Seguiamo Čechov ai ricevimenti, mentre passa col suo sorriso riservato tra gli attori e le dame, finché uno scatto non ne rivela l’insofferenza per l’oratoria da salotto. Lo spiamo negli interni domestici, dove dedica ai famigliari le attenzioni più delicate. Ritroviamo il suo umorismo impassibile e contagioso nei biglietti goliardici agli amici, e la sua asciutta melanconia nelle stazioni di cura. Lo ascoltiamo discutere dei suoi modelli francesi, Flaubert e Maupassant, o riversare il suo disprezzo sui sindacati letterari. E infine, lo vediamo prepararsi ansiosamente agli appuntamenti con Tolstoj, a cui lo legò una vera e propria passione stilnovistica. In questa storia d’amore, si trovano uno di fronte all’altro non solo due dei più grandi scrittori moderni, ma due uomini che cercano caparbiamente di raggiungere la massima limpidezza etica ed estetica a partire da origini sociali e psicologiche lontanissime. Da una parte c’è un nobile ancien régime che insegue smanioso il popolo e vuole uscire dalla propria pelle, dall’altra un figlio di bottegai ancora segnati dagli stenti della gleba che osserva i suoi prossimi senza mai pronunciare anatemi, neppure davanti ai piccoli borghesi più meschini e corrotti. Se sullo sfondo della narrativa di Tolstoj s’intravedono le rugiadose praterie dei latifondi, dietro le sagome cechoviane spuntano le tappezzerie stinte di asfittiche camere ammobiliate. Il romanziere epico evoca un incontenibile, leonino dinamismo; il virtuoso del racconto una grazia quasi femminile. Nel pedagogo di Jasnaja Poljana prevale un rousseauianesimo radicale, mentre nel medico-paziente si fa strada un progressismo senza illusioni e infastidito da ogni equivoco apostolico o primitivistico, come mostrano i bozzetti dove accanto alla mediocrità dei grotteschi letterati-burocrati Čechov satireggia l’opposta vocazione integralistica dei tolstoiani.

Perciò il più giovane, pur venerando il grande vecchio e ricevendone a sua volta un affetto e una stima del tutto anomali, sentiva di essergli fatalmente distante. Ma soprattutto, constatando l’incommensurabilità del maestoso conte mugico, sentiva che per essere oneste la sua vita e la sua letteratura dovevano farsi specchio di una realtà almeno in apparenza più angusta e prosaica rispetto a quella eternata in “Guerra e pace”. Nello stesso tempo, però, la vasta ombra proiettata dal gigante gli appariva un riparo provvidenziale per sé e per tutti. Così si preoccupava molto della salute di Tolstoj, prevedendo che con la sua morte sarebbe crollato l’ultimo argine alla corruzione di una società non solo culturale. Invece si spense prima lui, l’ex ragazzo roso dalla tisi, l’“anziano mongolo” con l’occhio sempre fisso sul germe che mina precocemente le esistenze e le riduce a indistinte larve.

Ma l’“irrimediabile tristezza” si mescolava poi in Čechov a una luminosa e ininterrotta corrente di allegria, come accade in tutti gli uomini che sono ipersensibili al Male proprio perché possiedono un’esuberante vitalità comica destinata a cozzare di continuo contro il suo muro ottuso. Si pensi a Leopardi, a Kafka; e anche a Molière, che nel suo teatro delle velleità protoborghesi aveva già suggerito quella reversibilità strutturale di cupezza e farsa così tipica delle scene cechoviane. L’autore di “Tre sorelle” voleva che alle sue pièce si ridesse, e accusava Stanislavskij di averle trasformate in puntigliose “tragedie”. La vita non riesce a essere seria, questo è secondo Čechov il vero dramma: nemmeno mentre si consuma al lumicino. E la ‘serietà’, allora, può essere isolata solo per partito preso, magari con un incongruo colpo di pistola del tipo di quelli che torneranno a echeggiare nella prima Natalia Ginzburg. Viceversa, è lo statuto indecidibile delle battute, delle relazioni e degli atti mancati in cui rimangono invischiati i suoi personaggi, a produrre nell’autore russo una straordinaria e inconfondibile coincidenza di animazione febbrile e di rassegnazione, di implacabilità analitica e d’ironica smorzatura.

Questo equilibrio estremistico quanto antiretorico, che assorbe in sé senza esorcismi sia la futilità sia il pathos, sembra avere un preciso equivalente nel contegno dell’uomo Čechov, che mentre motteggia non cela il dolore, ma che rifiuta anche di strumentalizzarlo, di caricare le tinte in un senso o nell’altro. Ne deriva, secondo i testimoni, l’abito di un’eleganza costante e mai artificiosa, perché è il sovrappiù non cercato della ‘poesia onesta’ e dell’onestà esistenziale; e ne deriva anche quel proverbiale, mai reticente pudore che permise allo scrittore di vivere la malattia senza cedere al lamento né trasformare lo stoicismo in posa ricattatoria o indebita compensazione della sofferenza. Questo codice di comportamento divenuto natura si riflette con particolare nettezza nei precetti morali che Čechov elenca in una lettera al fratello. Davanti agli altri, la compiuta educazione si esprime per lui in un kantiano, indiscriminato rispetto per qualunque individuo, e più praticamente in un’armonia sottile, mai calcolabile a priori, di franchezza e di tatto, cioè nella scelta di non sopraffare l’interlocutore né con l’ipocrisia né con l’alibi della verità a ogni costo. Nel rapporto con sé stessi, invece, esige un rigoroso falò delle vanità, ma anche un allenamento selettivo delle proprie doti, perché non bisogna neppure indulgere all’autocommiserazione e sottrarsi alle fatiche col pretesto che si varrebbe troppo poco. Mai, insomma, “umiliarsi allo scopo di suscitare la compassione altrui”, conclude Čechov stigmatizzando una tendenza fin troppo diffusa nella cultura russa (e italiana).

In filigrana, quest’etica lascia trasparire la vicenda del ragazzo che ha iniziato a comporre racconti umoristici per mantenere la famiglia, la strenua solidarietà dell’uomo che esercita una medicina gratuita e rischiosa ai confini della società e dell’impero, e l’acribia dell’artigiano letterario convinto che l’unico modo per arginare il male sia “lavorare sodo”, come ripete nelle sue pagine qualche scalcinato ex studente con un tono sotto cui l’assenso e l’ironia dell’autore rimangono comunque indistinguibili. Čechov dà questo consiglio anche a Bunin; e scendendo tra gli ingranaggi dell’officina poetica, aggiunge un suggerimento fulminante: “terminato un racconto bisognerebbe gettare via l’inizio e la fine. È lì che noialtri uomini di lettere concentriamo le bugie maggiori”.

Forte di queste risoluzioni etiche ed estetiche, l’ultimo grande scrittore dell’Ottocento russo ha saputo evitare con ammirevole naturalezza i processi speculari di reificazione che insidiavano gli intellettuali del suo tempo. Se a Čechov, che nonostante la malattia scrisse e agì intensamente come pochi, fu spesso rimproverata la mancanza di ideali, ciò dipende per Bunin solo dal fatto che “non apparteneva ad alcun partito e teneva in sommo conto la libertà creativa”. Ecco: i brevi, efficaci tocchi del suo ritratto ci restituiscono un artista definito soprattutto da ciò che ha saputo non essere, dalle tentazioni a cui non ha voluto cedere. Ad esempio, si è rifiutato di posare a decadente, come quei letterati che canzonava perché si davano arie da moribondi mentre erano dei normali ragazzoni ben più sani di lui; ma d’altra parte non ha concesso nulla nemmeno alla retorica umanistica che lo indisponeva in Gorkij. Il suo galateo impeccabile non era quello di un languido dandy, e il suo scrupoloso realismo non nasceva da un programma astratto. Soprattutto, l’autore di “Una storia noiosa” e di “Reparto n. 6” non ha mai voluto offrire l’immagine di un intellettuale impegnato ‘nella scrittura’, dalla quale esigeva ‘soltanto’ un’aderenza suprema alla verità umana, e quindi una totale assenza di risarcimenti ideologici, perché sapeva che l’‘impegno sociale’, se non vuol diventare tartufesco, deve dispiegarsi altrove, e lo dimostrò infatti con le sue concrete azioni di uomo, con il suo generoso coraggio di medico.

Poche opere hanno saputo rappresentare come quella di Čechov il passaggio critico tra Otto e Novecento; ma la vera singolarità del suo specchio poetico sta nella capacità di bruciare ogni suggestione culturale estrinseca, ogni falso scopo dimostrativo o estetizzante. Emblematiche del tardo diciannovesimo secolo positivista sono le sue immaginazioni cosmiche, e le sue creature immerse in un tipico squallore naturalistico. Ma si tratta di immaginazioni prive del pompierismo pseudofilosofico che ha presto ricoperto di polvere tanta letteratura belle époque, e di creature mai sacrificate al gusto del sordido o del bestiale che spadroneggia nelle poetiche ‘zoliane’. Quanto al secolo ventesimo, sembra già interamente divinato nel modo in cui Čechov descrive la Cultura come velleità, morbo alienante che macera sia gli studenti falotici e stempiati che i fatui scrittori di successo, sia i professori pedanti che le attrici fintamente svampite. Nel “Gabbiano”, il letterato Trigorin testimonia l’aut aut riassunto poi epigrammaticamente da Montale, quello per cui o si vive o si scrive; e accanto a lui, il suo immaturo antagonista Treplev dà fondo al tema novecentesco dell’arte come ambizione sbagliata. Treplev sceglierà un improbabile suicidio; ma virtualmente il suo spirito si trasferirà in quel giovane invecchiato senza diventare adulto che è Zio Vanja, un simbolo dell’impotenza ad agire e della vita sprecata che con la sua inutile pistola ricorda il Michele degli “Indifferenti”. Forse, però, il secolo breve si annuncia ancora più esplicitamente nella descrizione di una routine domestica senza scampo, di una quotidianità simile a una pozza stagnante in cui ci si dibatte invano e si lasciano marcire i conflitti senza arrivare mai a un’autentica resa dei conti. Nei dialoghi di questo drammaturgo paradossale, consapevole che il teatro si può ormai realizzare unicamente negandolo, i personaggi si rinfacciano le peggiori meschinità, e un attimo dopo ricominciano a fluttuare nel solito chiacchiericcio sonnambulo come se non fosse successo niente. Solo il Tempo provoca le metamorfosi vietate alle scelte umane: perciò alla fine del “Giardino dei ciliegi”, con una frase a cui le nostre orecchie regalano l’accento di Cassola, il decrepito servitore Firs ammette che gli sembra di non avere mai vissuto.

Čechov ci mostra le verità ambigue dell’esistenza senza forzarle – con una distaccata amorevolezza orientale, o se si vuole evangelica, tanto più commovente perché tutta calata in un mondo occidentalizzato, statolatrico e volontaristico. Il suo io scompare nella tesa attenzione con cui osserva le cose per assegnare a ognuna il suo giusto posto: e così la gioia dolorosa della forma, che fa della sua opera una sequenza quasi ininterrotta di capolavori, sembra appena un epifenomeno di questa attenzione. Qui va cercato, credo, il motivo degli elogi eccezionali che gli hanno tributato uomini per nulla inclini agli entusiasmi letterari: come Tolstoj, appunto, che lo giudicava “semplicemente meraviglioso”, o il tolstoiano Nicola Chiaromonte, filosofo di greca misura che confessò di aver sentito crescere la propria ammirazione “fino a temere che diventasse smisurata”. A incantare, nell’era della retorica ubiqua e degli eccessi simulati, è la miracolosa giustizia dello sguardo di Čechov, che non si concede né difese politiche né strizzate d’occhio a presunte avanguardie culturali, né stilistiche captationes benevolentiae né maschere tribunizie di grandezza; ed è, in definitiva, il suo intreccio singolare di obiettività impietosa e delicatezza lirica, d’illuministica attitudine a frugare senza riguardo nei recessi più intimi e di sensibilissimo pudore.

Un intreccio analogo affiora dalla sua vita sentimentale. Nell’ultima parte del suo scartafaccio, Bunin cita e commenta le memorie della scrittrice Lidija Avìlova, dalle quali ha scoperto con stupore una relazione segreta del suo amico di gioventù. Non è facile capire il rapporto di Čechov con l’amore. “O è ciò che resta di qualche cosa che si guasta, ma che un tempo è stato immenso, oppure è parte di ciò che immenso diventerà in futuro, ma che nel presente non ci soddisfa”, dice confinandolo all’ieri e al domani, per lui i soli quanto illusori depositi della “vita vera”. Davanti a questa definizione torna in mente “Un piccolo scherzo”, un racconto giovanile che in due paginette ha in nuce tutto Čechov. Mentre si lancia in slitta con una ragazza lungo un pendio ripidissimo, il narratore le soffia all’orecchio un “vi amo” subito disperso dal vento. Lei allora, nel dubbio che sia stata un’allucinazione, rifà più volte la discesa, anche da sola, malgrado la velocità la terrorizzi. Non otterrà niente: ma da lì in poi, tutta la sua felicità si condenserà comunque in quell’inafferrabile sussurro, dovuto a un’ispirazione momentanea di cui neppure chi l’ha emesso conosce la ragione.

Così non è solo l’amore, è l’esistenza tout court che questo scrittore antititanico e sommo, schivo e coraggioso, fotografa a cavallo tra due secoli e due mondi, sul crinale di una modernità che ha già esaurito il suo ottimismo e sta per esaurire anche lo spazio vitale dell’arte. Questa modernità non crede più a niente se non in malafede; e per metterne a nudo il nocciolo senza barare a propria volta, occorre la pupilla lucida e ferma di chi è pronto a pagare intera, senza alibi, la fragilità della condizione umana e storica in cui è gettato. Anche per questo, come annota Bunin, Čechov oscillò sempre tra opposte e inconciliabili opinioni sulla vita e la morte, la scienza e la poesia: scontò cioè con leale incertezza la situazione dell’uomo moderno, che più cerca il significato del suo esistere più si ritrova davanti a un soffio svanente, a una parola non sa mai se vera o sognata, udita per pochi istanti mentre precipita lungo una discesa vertiginosa.

Matteo Marchesini (2016)

38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

Nori: dei fatti suoi, nostri e di Dostoevskij

“Ecco, Nori, dovessi dire, è un salmodiante, il miglior salmodiante italiano, il secondo è Giovanni Lindo Ferretti, che, però, col tempo ha perso ironia. Invece, Nori, sembra nutrirsi di una ironia finissima, pare che abbia un orto di ironia dietro casa, e ogni tanto esce, pesca, torna, la mette in pagina e poi va avanti. E tutta l’ironia di Nori ha a che fare con la sua vita, che sia gente che l’ha rimproverato o gente che l’ha salvato, gente che l’ha odiato o gente che lo ama, che poi mi chiedo come si fa a odiare uno che riesce a cantare i fatti suoi, in un paese che ha la narrativa più noiosa basata sui fatti di chi scrive, forse perché a Nori riesce quello che non riesce agli altri, vai a sapere, in fondo siamo un paese strano”.

MEXICANJOURNALIST

s-l1600L’unico scrittore italiano che quando racconta i fatti suoi non mi annoia è Paolo Nori. Se poi oltre i fatti suoi mi racconta anche quelli di Fëdor Dostoevskij, allora sono ancora più contento. Credo che sia tutto merito del come scelga certi fatti suoi e come li usi per raccontare i fatti di Dostoevskij e viceversa, tanto che scrivendo una specie di romanzo che è anche una specie di biografia dello scrittore russo – sanguina ancora. l’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij  (Mondadori) – sembra che tutto combaci, che Dostoevskij sia vissuto per farsi raccontare da Nori e dargli la possibilità di raccontarsi. Che poi la letteratura è questa cosa qua: gente che racconta i fatti suoi, inventati o meno, quelli che ha in testa e quelli che ha davanti o alle spalle, con un certo ritmo, meglio se incrociando più piani.

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Mother Russia

“La Russia non si è mai accontentata di sventure mediocri. E così sarà anche in avvenire. Essa si schiaccerà sull’Europa per fatalità fisica, per l’automatismo della sua massa, per la sua vitalità sovrabbondante e morbosa così propizia alla generazione di un impero (in cui si materializza sempre la megalomania di una nazione), per quella sua salute, piena di imprevisti, di orrore e di enigmi, posta al servizio di un’idea messianica, rudimentale e prefigurazione di conquiste. Quando gli slavofili sostenevano che la Russia doveva salvare il mondo, adoperavano un eufemismo: non si salva il mondo senza dominarlo… Con i suoi dieci secoli di terrore, di tenebre e di promesse, essa era più adatta di qualunque altra nazione ad accordarsi col lato notturno del momento storico che attraversiamo. L’apocalisse le si adatta a meraviglia, ne ha l’abitudine e il gusto, e oggi vi si esercita più che mai, perché ha visibilmente cambiato ritmo. ‘Dove corri così, Russia?’, si chiedeva già Gogol’, che aveva percepito la frenesia che essa nascondeva sotto l’apparente immobilismo. Adesso sappiamo dove corre, sappiamo soprattutto che, a somiglianza delle nazioni dal destino imperiale, è più impaziente di risolvere i problemi degli altri che i suoi propri. Quanto dire che il nostro cammino nel tempo dipende da ciò che la Russia deciderà o intraprenderà: essa tiene in pugno il nostro avvenire…”.

Emil Cioran

Putin’s Tracks

David Plunkert for The New Yorker:

https://www.newyorker.com/culture/cover-story/cover-story-2022-03-07

18. Elle

Joseph Sacco, Occhio di giovane donna, 1884.

Elle ha quarantacinque anni. Spalle larghe e bacino ben proporzionato. Le sue vedute sono filoamericane ma ha molti colleghi filocinesi. Deve ammettere anche lui comunque che la recente penetrazione cinese in Italia è stata devastante. Ritiene inoltre che la politica estera della Russia sia da straccioni, fondata com’è sulla vendita del gas per quando viene l’inverno in Europa. Su questo quindi il suo parere è contrastante rispetto a Kappa. E anche rispetto a quello dei colleghi filobritannici di Elle, ai quali egli fa ripetutamente notare che la City ricicla soltanto merda, questa è la parola esatta. Elle in ogni caso sostiene che la categoria degli oligarchi in riferimento alla Russia sia relativamente molto recente e che quindi sia costituita in modo diverso rispetto ad altre società e sistemi economici.
Questo per quanto riguarda l’attualità. 
Guardando avanti, Elle avverte come inevitabile un’invasione cinese a Taiwan. Una sorta di Baia dei Porci riedita ma con più mitezza e con uno slancio vittorioso degli yankee nel finale. E nel costante tremore del Giappone. Tutto dipende comunque dall’osso duro del comparto armamenti USA, comunque la si giri. Altre oligarchie americane hanno sorriso ai cinesi e questo rende la presente guerra fredda tra le due potenze alquanto strana, come riepilogava anche Kappa quando era tra noi. È una guerra fredda strana perché il capitalismo si autoespande e si riproduce elasticamente mentre il modello statuale cinese è monolitico e dittatoriale, pur copiando il capitalismo. Per questo non va da nessuna parte. E d’altronde gli USA terranno Taiwan anche grazie all’India che è un pozzo di tradizioni culturali e allo stesso tempo un serbatoio di nuove generazioni di ingegneri. Laddove la Cina è al collasso demografico. 
Questo mi diceva Elle al secondo caffè corretto. In mattinata invece prendendo il tè si era dilungato sull’ossatura italiana. Milano che non ingloba. Roma che ammalia, ti trascina dentro e poi ti spolpa respingendoti fuori alla fine. Elle ritiene che la generazione nata a fine secolo fronteggia difficoltà obiettive mentre la sua ha vissuto il trapasso e perciò è ancora più in difficoltà. Ma Elle è un lottatore. Per lui l’intelligence è uno strumento. Non una materia.

Andrea Bianchi

The Kitchen Debate

Nikita Khrushchev and Richard Nixon, Moscow, 1959

I was working on a commercial assignment on the fair. I was hired by Westinghouse Refrigerators, but I carried my private camera as well…I just happened to be in the right spot at the right time. It’s very difficult to work in a crowd, especially a huge crowd. You can’t move. But by sheer luck I was able to get into the Macy’s kitchen display, behind the fence that separated it from the crowd. I was in the kitchen, free to move, and they just happened to come right up to the fence, so it was like shooting fish in a barrel.

Elliott Erwitt

https://www.magnumphotos.com/newsroom/politics/elliott-erwitt-behind-the-image-the-kitchen-debate/

Sette poemi


Beato avamaposto
di amanti di-speranti:
ponte, tu sei — passione:
convenzione: puro in mezzo.

Mi annido: tepore.
Costola sono — mi stringo.
Né prima di, né dopo:
sagacia degli interludi!

Né bravccia, né gambe.
Tutta osso, tutta addosso:
solo il fianco è in vita,
al suo contiguo mi avvinghio.

Tutta la vita — nel fianco!
Che è udito, che è eco.
Come tuorlo ad albume m’invischio,
come eschimese alla pelliccia.

Mi rannicchio, mi avvinghio,
aderisco. Gemelli siamesi —
siete niente, al confronto.
Colei che — ricordi? — madre

chiamavi, che se stessa
e tutto obliando ti portava
imperturbabile in trionfo,
non più da presso ti teneva.

Comprendi! Un’unica cosa eravamo!
Avveràti! Mi cullavi in petto!
Non — mi butterò di sotto!
Per tuffarmi — dovrei slacciare

la mano. E mi stringo,
mi stringo… indisgiunta.
Ponte, non sei consorte, ma
amante — sfili sempre accanto!

Fëdor e Ivan

Siamo nel 1865 e per Fëdor Dostoevskij sono tempi cupissimi: ha già affrontato la chiusura d’autorità della sua rivista «Vremja» e ora è in bancarotta a causa della sua nuova impresa editoriale, «Epocha». Disperato, lo scrittore corre a Wiesbaden convinto di potersi rifare alla roulette: naturalmente perde il poco che gli era rimasto («anche l’orologio ― scrive Dostoevskij ―, persino l’albergo mi è creditore»). Il suo pensiero allora corre all’amico con cui ha condiviso la condizione di astro nascente della letteratura russa e con cui ha scambiato conversazioni fraterne, il ricco Ivan Turgenev, al quale chiede un prestito di 100 talleri. Forse il Turgenev di un tempo avrebbe risposto senza esitazione, ma il letterato di successo, che ormai si è allontanato anche ideologicamente dall’amico ― peraltro nel febbraio 1865 la rivista «Epocha» gli deve ancora 300 rubli per la sua collaborazione, e Turgenev ne è un po’ seccato ―, risponde inviando a Dostoevskij solo la metà esatta della cifra, 50 talleri, con vari buoni consigli perlomeno beffardi.
Fu il definitivo allontanamento fra i due. Ma di quel che attraversò la mente di Dostoevskij per la defezione dell’amico non avremmo testimonianza immediata, se non fosse per un disegno di pugno di Dostoevskij che risale proprio a quell’epoca (alla vigilia di Delitto e castigo, del 1866)
e che ritrae quattro volti di un uomo in altrettante età diverse: i disegni raffigurano Ivan Turgenev nella sua evoluzione da ragazzo angelico ad adulto nobile, e poi sornione, e infine in età matura, burbero. Talmente burbero da essere voltato dall’altra parte, di profilo, con gli occhi stretti in una smorfia di dolore o rifiuto.

Ida Bozzi in la Lettura #275, pag. 33