36. Per chi muove la culla

René Magritte, La Grande Guerre, 1964

Per gli scrittori onesti e per quelli crepati. Per i vocabolari che hanno lasciato aperti. Per Michelle, il suo abbraccio e la sua voce che vocalizza per Sanremo sulla porta. E per i suoi occhi nero e avorio. Per quegli occhi che Kleist non poté vedere a Santo Domingo. Per l’idioma spagnolo, cugino candido della parlata insegnata alla scuola infantile. E per la voce di chi è madre. Per il modo in cui tamburella sul palmo della mano quando uno le sta accanto. Per Ravenna vuota di sonno e di gente la domenica. Per le coppie appaiate in amicizia fuori dal ristorante alle tre. Per gli scout che siedono come indiani in piazza. E per il palazzo che si infila sul fondo con le scritte nazionaliste. Per le ragazze che viaggiano sole in treno. E perché guardano in diretta la partita di calcio. Per l’ignoranza da perdonare, per la mia ignoranza. Per Michelle, il suo riscatto, la resurrezione del fidanzamento a Santo Domingo dopo due secoli. E per come è bella quando abbassa la mascherina e sorride sempre. Per il fatto che non chiede ma intuisce. Per le donne che ascoltano con imbarazzo solo abbassando la testa. Per il pudore di chi è ancora in catene.

Andrea Bianchi

34. Un giorno questo piacere ti sarà utile

Dante Gabriel Rossetti, Astarte Syriaca, 1875-77

E c’era più tenerezza nel modo con cui ripiegava a cucchiaio la mano destra tenendomi la nuca da dietro e adagiando le labbra al seno, che in mille altre parole a profluvio. In altre strette di mano silenziose come tramonti di luglio. Ripiegava la mano e la portava su leggermente verso il suo seno al buio. Le forme scomparivano. Si attendeva un senso dal contatto senza passare da possibili fraintendimenti verbali in agguato. 
Era cominciata così. Un giro in farmacia per servizio di routine all’epoca del “regime della corona”. Prenotazioni varie. Il viso della farmacista che visto da fuori pareva quello di una stagista e che in prossimità del bancone rivelava rughe e pallore. Bello comunque e non immeritevole. Fino al richiamo della piada in negozio servita da una commessa tanto graziosa e bistrattata dal cliente in fila prima di me. Ci siamo capiti con gli occhi lei e io che quello era un cafone. Io a dire grazie. Lei prego. Nella freddezza senza espansione c’era più onestà — come doveva succedere dopo con Jessica che mi accoglie in casa e dice di mettere le mani sul termo mentre al buio sto in silenzio e di nuovo ritorno all’inizio — al seno scolpito di notte e foresta di un popolo campestre che non naviga il mare e anzi lo teme — fino all’ingresso e al lento decorso nel corpo di lei dopo una lunazione — e mi è parso più breve il digiuno finché Jessica si accomiata e mi abbandona alla venerazione spingendomi in basso — poi mi accappotta e mi salta su lasciando chiudere tutto in pochi minuti questa ultima vicenda. 
Alla fine dice bravo che hai pensato anche a quel profumo, a quella mancanza di quella cosa lì, lei un giorno ne sarà contenta.
Il modo di tenere una mano e spingerla accompagnando la suzione da parte dell’altro. Una volta non avevo parole. Anche ora perché ci ho rinunciato. 

Andrea Bianchi

31. lettera a Barbara

Dante Gabriel Rossetti, Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863–1873 | Tate

Tua madre ha portato proprio una cosa bella. Perché quello che tu hai lo conservavi già quando eri dentro la pancia della mamma — tutti lo portiamo fin da quando siamo lì. E tu questo lo hai capito fin dall’inizio e non lo hai perso nemmeno per un attimo. Invece io per dove mi ha portato la vita — be’ diciamo che per me è stato diverso. Ma tutti quei libri, tutte quelle poesie, tutte quelle telenovelas mi avevano fatto capire una cosa, l’avevo capita — già — solo che per dove mi ha portato la vita me l’avevano fatto capire in un altro modo, in un’altra forma di vita.
Grazie a te il ponte non è saltato, un’altra volta. Barbara. Tu non lo potevi sapere. Sono passati quasi quattro anni ma io non ero ancora stato reclutato. O forse lo ero già e non me lo dicevo senza saperlo. Tuo nonno era nella mala e continuava da Miami. Forse per questo ti avevano scelta. Non lo so. Fili spezzati. Fili mossi. Per quanto riguarda il mio, di nonno, ti so dire solo che ho il sangue malato che ha fatto morire lui ieri e sua madre prima ancora. Lui non avrebbe voluto che entrassi perché se si trattava di postumi di Gladio erano cose pericolose. La prima volta che vidi paura sul suo volto fu quando glielo dissi. Però la strada era segnata. La sua curiosità mi era arrivata dritta nel sangue. 

Andrea Bianchi

30. Lontani dal letto

Joseph Mallord William Turner, Riders on a Beach, circa 1835

Aveva detto che quando abitava a Reggio con un’amica e il suo ragazzo, questi veniva impiegato (a mille euro) una volta la settimana per andare dal prete. Jessica era scandalizzata. Non dal sesso ma dal fatto che il prete volesse prenderlo da dietro e in bocca e che alla fine invocava il suo dio e la sua madre. E prima aveva tenuto tra le mani la bibbia e il rosario. Questo non era né norma né eccezione rispetto alla comunità ecclesiale. Diciamo con Jessica che rappresentava in modo verosimile come andavano a finire i soldi destinati alla chiesa. Lei aveva qualcosa da dire al riguardo. 
L’avevano battezzata nella chiesa Evangelica ma lei riteneva che questo si dovesse alla povertà della sua famiglia. Era in fondo la stessa visione di Lucrezio — e metu dii, gli dei sono nati dal terrore.
E con questo aveva esaurito le sue visioni intellettuali. — Io ti ho prosciugato. Ti ho usato. — Non importa. — È stato solo sesso ma un buon sesso e se avrò voglia della stessa cosa so che chiamo te. 
Roberto si compiace. — Ma non avere quell’aria da cane bastonato che alle donne non piace. Devi essere invece… hmhm! — Non mi piace arrabbiarmi. — Anzi sai tu proprio non sembri di questo mondo ti guardi sempre intorno con un’aria come se non capissi dove sei. Scriverai dei libri e magari li leggerò.
Qui sembra lei di un altro mondo.
Si stende sotto la coperta.
Mi guardo intorno. Al bar attaccato alla stazione di Cattolica un uomo in cappotto dichiara che il suo amico sta scrivendo una Storia di Cattolica che vincerà il Premio Strega. Passeggia nel bar col cappotto chiuso e un vinello in mano. 
Sul lungomare la stessa ragazza che già si era incontrata un anno fa in hotel con altro uomo — era stata ombrellina al circuito di Misano — poi sulla via dello struscio con altro uomo nano e infine ora con uno sciantoso emiliano che ha scritto in faccia “ho il Ferrari”. Lei sempre più disperata e sempre più bella: una donna d’ebano. Padri che rimproverano le figlie perché hanno messo i piedi nella fontana a sfioro. Coppie a cavallo sulla spiaggia. Padri che aiutano i figli in monopattino. Madri che comprano la pizza al figlio e il cagnolino che guarda speranzoso. Tutto questo succedeva lontano dalla stazione di Cattolica.

Andrea Bianchi

29. Costruzione delle persone intime

Perché essere fidanzati se la fidanzata è acida? Chiede all’orecchio. 
Perché sei ore più e poi sei ore meno mi sembrano adesso così tanto più lunghe di queste ore che sembrano finire adesso solo perché provo a ricordarle. Perché sei arrivato solo ora? quello era bello ma non mi piaceva. Ansima. Perché si abbatte prima lei dentro la veglia del sonno dopo essersi ribellata nell’acqua di un cantiere navale alle sue buone morti? Perché si tende sempre a percepire il dialogo nella idiozia della scrittura in un modo in cui dritto si alterna a dritto quando invece li vivete i vostri dialoghi e noterete che le due parti si fraintendendono sempre perché sono entrambe rovesci di qualcosa che cercano e sono convinti che sia sempre dall’altra parte? 
Sai che c’era un rumore dal balcone vicino casa mia oggi a metà giornata, era come un lamento di un neonato che avesse fame, poi dopo un po’ che lo ascoltavo mi sono reso conto che era una gatta in calore che piangeva e spostava qualcosa, era come se spingesse delle piastre poggiate sul balcone. E sorrido nel dirlo. Guarda che magari soffriva ribatte. Non ci sono intervalli tra primo tempo e secondo atto questa sera. Non ci sono sorprese se non quelle date dal fatto che con gli anni subentrano i semplici affetti e anche dire che non ci sono è un metodo per collocarli altrove. Nella meditazione sul letto. Nell’intreccio di bianco e nero dei corpi che temo non avranno mai facilmente una sola verità.
Nell’ombra ribadita dal taglio di luce che passa da sotto la porta, lei non sembra più una delle meticce muscolose da cui si vanta di discendere. È diventata un idolo equatoriale. 
Comi comi. Mangia mangia.

Andrea Bianchi

25. Papà Goriot oggi

(illustrazione di Jean-Jacques Grandville)

Il responsabile qualità della Lamborghini affonda il cucchiaio nella minestra e con la sinistra parla al telefono. 
Le due signore al tavolo col sessantenne, imbeccate dal cameriere, cercano di attaccar bottone col Lamborghini avendo saputo dal cameriere che andrà a Parigi. Va a Parigi?, col tono tra Balzac e Fellini in bianco e nero.
Pare di essere dentro Papà Goriot per questa sequela di figurine a “Na’ pizz”, Riccione. Il Lamborghini non le fila quasi. Le signore di 40 e 50 anni ben tenute e bistratissime biascicano che deve andare all’Émile, in un coro sostenuto e arrapante. Il loro anfitrione sessantenne-tinto-castano ostenta vigore, sostenendo che Parigi “dipende dal quartiere”.
Per le sue commensali sono ricordi dei loro anni Novanta con altri amministratori delegati, presumo. 
La più giovane delle due ostenta di non essere in grado di diventare madre non essendo mai stata figlia. Prima l’anfitrione le aveva detto che non si sa mai. Forse la vorrebbe dare in sposa a qualche suo allievo?
Altri inchini al fallo in altre zone della veranda. In fondo sala la tredicenne ignora i cuginetti, si alza va vicino al papà e in omaggio a Elettra poggia le mani sulle spalle del genitore brizzolato baciandogli la nuca.
Tutto troppo bello perché qualcuno non lo noti. Tutto così personale e fuggitivo che è impossibile fermarlo con parole.
Ma ci sono altre cinquantenni tenute benissimo al tavolo dietro di noi. Finché avevano la mascherina sembravano ventenni. Poi quando entrano e la calano acquistano la maestosità delle stalattiti. Rughe e righe. Righe in volto. Bellissime.
Ricordo di certe gite vent’anni fa alle grotte di stalattiti. O era il tempo delle medie? Piemonte 2006 e la docente di scienze di cognome faceva Faggio. Sonia Faggio, rossa tinta.
Se personale deve essere, questa nota, tanto vale andare fino in fondo. Verso fine serata arrivano le ventenni straripate con mascherine leopardate. Si siedono affianco al Lamborghini che continua a ignorare tutte e tutti, per partito preso. Forse più serafico dello scrivente.
Forse l’unico che capirebbe, mi viene da dire, o no?

Andrea Bianchi

14. Tre ragazze

 Marie-Denise Villiers, Une étude de femme d’après nature, ca. 1830

Indossa stivali e gonna, oltre a calze a rete sottilissime. Vista di profilo sembra dimostrare anni che non ha. Gliene si darebbero comunque al massimo diciassette. Legge un libro di Madeline Miller con una copertina dai colori arcani neri e oro. Verrebbe in mente Henry Miller ma così non è, continuano a esistere letture generazionali nuove che si mettono nella borsetta a fine tragitto. La ragazza deve essere al liceo classico e legge nel percorso di venti minuti che la porta al centro città senza perdere tempo. Quando scende dal bus, e quasi si mischia con la folla, vista da dietro con quelle spalle così piccole e quei capelli castano-biondi, pare ancora più piccola. 
La seconda ragazza siede sui gradini di un residence universitario e ha i capelli ricci, folti, scuri tendenti al nero. Indossa delle ciabatte rosa con un pon pon sulla punta. Potrebbe essere iscritta a lettere come a medicina. A geologia come ad astrofisica. Forse. Sta per fare una telefonata a casa, la domenica sera. Ché viene sera già alle cinque.
La terza ragazza compare come la prima anche lei sul bus. Ha lo sguardo esotico, si direbbe del Marocco. Il fisico è robusto, anche lei indossa comodi stivali in tinta nera. Come la prima. Tiene sulle ginocchia un piccolo zaino che semmai sarebbe adatto a una ragazza più piccola e non a una come lei, grande senza volerlo con quello zaino che ha la forma di un orsetto. Lo conserva stabilmente sulle ginocchia e taglia lo spazio con il colore profondo degli occhi. Certamente deve trattarsi del Marocco. Anche se non ci sono altri indizi, deve essere così. 
Sarebbe ingiusto dare altre interpretazioni, volevano essere rappresentate per come sono. Tre ragazze che non sono sole nonostante tutto sembri dire il contrario e che catturano l’attenzione più del resto con le sue apparenze.

Andrea Bianchi

11. La Mia Jessica

Henri Rousseau, Il sogno, 1910

Diceva che gli uomini sono educati dalla società a non piangere diversamente dalle donne e quindi si liberano con la sessualità. Sosteneva che dopo aver pianto si vedeva finalmente il mondo senza una patina blu davanti, e a chi le faceva notare che dopo il pianto le sacche lacrimali sono vuote e perciò più leggere, ribatteva che era proprio la vista che si faceva più ariosa e leggera. O qualcosa di simile. Aveva affermato che con gli anni stando da soli e non in coppia fissa si diventa più esigenti e selettivi, indipendentemente che si sia uomini oppure ragazze. Ragazzi o invece donne. Ribatteva che uno agli inizi non le andava bene perché le aveva ricordato troppo la madre di lei — per la tenerezza — e per questa ragione agli inizi lo aveva messo da parte sinché alla fine non si era riconciliata con la madre e quindi anche col tenero e sentimentale amatore. Arguiva dai suoi ventisei anni ricolmi di vita e di esperienza e di passione e di fede in queste sostanze elencate che: — dopo un certo periodo una regina veniva sempre spodestata — e che comunque anche la regina successiva si sedeva anche lei sopra lo stesso genere di tesoro, che è suo e solo di lei e della donna soltanto — e perciò stesso cercava di innamorarsi di altri uomini che non le ricordassero finalmente più il padre — anche perché il padre anni prima aveva un amico che ci aveva provato con  lei e dopo che lei lo disse al padre al telefono quasi vent’anni dopo, pianse — il padre e non lei — la figlia lo dedusse dal silenzio che le arrivava dall’altra parte del telefono — ché gli uomini sembra sappiano piangere in telefono mentre le donne piangono sempre al momento giusto e attribuiscono le colpe alle persone che se le sono meritate — mentre chi non piange, incassa e poi riversa tutto al momento sbagliato, nelle circostanze sbagliate. Aveva un tatuaggio piccolo e colorato di Alice e dello Stregatto sul braccio destro. Un braccio sottile come l’albero da cui era entrato il Bianconiglio, suppongo. 

Andrea Bianchi

· 95

Vittorio Corcos - Sogni


Quando dico grandiosa intendo che sei bella, appassionata, elegante: un’eleganza data dai modi, dal portamento, dalla voce e dallo stile di vita e di pensiero. Anche per questo ti ammiro, non solo per la tua bellezza e sensualità, che sono indiscutibili. Tu vivi secondo princìpi che senti e conosci veramente, sai riconoscere un tracciato da seguire, sei consapevole di ciò che può riservare la vita, sai valutare e rispettare il prossimo, e metterti in relazione col mondo. E tutto questo lo sai fare dalla tua angolazione specialissima, da ragazza di altri tempi, completamente avulsa dai modelli conformistico-consumistici imperanti. È per tutte queste cose che sono pazzo di te. E posso dirti un’altra cosa: star con te è l’esperienza più bella che ho avuto nella vita. Tutto ciò che mi è capitato non arriva alla meraviglia che sto vivendo con te. Tu hai una reattività, una dolcezza, una morbidezza compatta e fresca che non ricordo d’aver trovato da nessuna parte. Partecipi a tutto con una naturalezza e una concretezza che mi portano in paradiso, come non m’era mai accaduto.

 

· 80

ville_varumo_05


Vedi, quello
che scrivi mi fa pensare una serie di cose. Innanzitutto quanto sei forte, competente, talentuosa; poi che esprimi queste qualità in modo simile al mio: restando sottotono, non imponendoti, non facendole pesare, esprimendoti sugli altri solo se sollecitata, e sempre con umiltà. Faccio questa considerazione anche pensando a quante persone si esprimono dandosi importanza, facendo dichiarazioni programmatiche, millantando una competenza critica e/o artistica di gran lunga inferiore alla tua, o con altri atteggiamenti, mentre tu tiri fuori le tue capacità solo episodicamente, solo se qualcuno crea le condizioni perché tu le esprima. Così faccio anch’io: ricordo persone che osservavano come mi mostrassi solo un poco alla volta, facendo scoprire lati insospettati, perché non m’ero preoccupato di metterli in mostra; anzi, quando lo facevo quasi chiedevo il permesso, oppure chiedevo scusa per l’ardire, come tendi a fare tu. Vedi quanto ci somigliamo? È stupefacente. Secondo me questo ci fa capire la natura, la sostanza, la forza, il valore del nostro legame.