gavetta a chi

gavétta s. f. [lat. gabăta «scodella», con mutamento di suffisso]. – 1. Recipiente di latta o lamiera zincata o alluminio, usato dai militari per mettervi il rancio soprattutto in tempo di guerra, ma anche durante le esercitazioni fuori guarnigione. Venire, provenire dalla g., di ufficiali che non provengono da scuole speciali ma hanno percorso tutta la carriera iniziandola dai gradi più bassi; per estens., di chiunque sia giunto a una posizione di qualche importanza cominciando dal basso; anche fig., per indicare un lungo periodo di apprendistato svolto ricoprendo ruoli modesti: prima di arrivare al successo ha fatto anni di gavetta. (dal Vocabolario Treccani).


* I lavori stagionali e/o occasionali che vi hanno impegnato da minorenni, per esempio raccogliere frutta, prestare servizio in un bar sulla spiaggia e simili, non sono “fare la gavetta”, a meno che i vostri genitori non fossero titolari di quell’esercizio o quell’impresa per cui eravate impropriamente “arruolati” e il fine era quello di aiutare la vostra famiglia, fare pratica in un luogo che poi un giorno sarebbe stato vostro. Fare gavetta significa iniziare dal basso nell’ambito dello stesso lavoro che un giorno vi vedrà impegnati in mansioni di grado superiore sia per ordine che per remunerazione, per esempio io ho lavorato per nove anni e mezzo come grafico pubblicitario e per un anno e mezzo mi sono girata tipografie e persino serigrafie prima di approdare nelle agenzie di pubblicità, sempre non pagata, per poi avere il mio primo stipendio, un milione di lire, e il mio primo contratto, un “cococo” a vent’anni. Allo stesso modo, il garzone di bottega di un tempo, dove bottega poteva essere qualsiasi esercizio di vendita diretta o la bottega dell’artigiano, era spesso un ragazzino, a cui poi un giorno il bottegaio avrebbe passato la titolarità dell’attività, ritirandosi. Molti mestieri si imparavano così, per esempio il calzolaio, il tipografo, ecc. Da qui l’apprendistato.

** Fare gavetta quindi non significa solo fare un’esperienza lavorativa: i “giovani” che vengono sottopagati, in quanto giovani, non fanno quei lavori perché immaginano possibilità di carriera in quell’ambito, li fanno come ripiego, perché non trovano lavoro nell’ambito in cui hanno studiato; spesso non hanno nulla da imparare e nessuna posizione più importante a cui anelare. Il fattorino non diventerà capo dei fattorini, né acquisirà le pizzerie in cui deve recarsi a ritirare gli ordini; al bracciante non verrà data la terra su cui si spezza la schiena. In queste situazioni l’apprendistato non esiste, a parte casi limite.
Non c’è nulla di male, sia chiaro, a fare lavori poco specializzati, a patto che siano ben retribuiti. Se c’è qualcosa di male è un Paese che non ti dà possibilità di fare un lavoro coerente a ciò per cui hai studiato e ti sei formato; se c’è qualcosa di male è non pagare o pagare questi lavori così poco che il sostentamento di quella persona è impossibile, come è impossibile la sua autonomia, sia oggi che domani.

*** Lo sfruttamento del lavoro minorile è sempre sbagliato.

**** Si potrebbe obiettare: ma gavetta è un modo per dire per cui ci si impratichisce nel mondo del lavoro. Allora, se consideriamo il lavoro come un sistema, tu entri in quel sistema dal basso, al di là dell’impossibilità di acquisire competenze specifiche ti impratichisci attraverso l’atto stesso di lavorare, inteso come faticare per ottenere qualcosa, anzi, essere educati alla fatica.
Sì, ma non è fare gavetta. Non stai apprendendo un mestiere e quello che farai vent’anni dopo non ha nulla a che vedere con i lavoretti che ti impegnavano da ragazzino, per così dire, “a scopo educativo”.

***** Le vostre esperienze di lavoretti saltuari quando avevate quindici anni possono essere per voi aneddoti piacevoli o spiacevoli, e magari è anche vero che vi hanno insegnato qualcosa a loro modo: ma uno, non facevate gavetta, due, non mettiamo sullo stesso piano un mese o due o tre di una vostra estate in una gelateria con il fatto che c’è gente che paga altra gente 300 o 400 euro per un lavoro continuativo e subordinato di otto ore giornaliere e rotte, spesso in nero, con la scusa che è giovane. Anche perché ormai si è giovani fino a 40 e anche 45 anni e non certo perché lo siamo davvero, ma perché non-adulti e quindi non-beneficiari di un’autonomia economica.
C’è solo una correlazione tra i lavoretti che vi impegnavano in estate e questi ultimi: anche in questo caso gli stipendi sono “paghette”. Solo che in questo caso, vi sarà richiesto di avere una macchina, garanzie per accendervi un mutuo, dovete contare sulle vostre disponibilità per mangiare, curarvi, eccetera. Siete adulti nelle responsabilità ma giovani secondo i vostri datori di lavoro.

Eva Clesis

Ambizioni culturali

TRE LUOGHI COMUNI DEL PRESENTE CONFUTATI DAL PASSATO

A volte, davanti a un fenomeno che ci appare con tutta evidenza aberrante o esasperante, si vorrebbe non dover esercitare la fatica della critica. Si spera che basti additarlo, e chiunque capirà. Invece – com’è normale e giusto – non capita così. Ma lo sconforto diminuisce quando ci si accorge che la confutazione migliore è già lì pronta, ante litteram, in qualche vecchio libro, e che strappare al suo contesto una citazione è più utile che annaspare intorno a polemiche nuove. Che sollievo, quando il passato si è già incaricato di stigmatizzare in modo perfetto le mode culturali, i luoghi comuni e le velleità ideologiche del presente! Faccio tre esempi.

IL PROFESSOR CELATI. Le tendenze accademiche si sviluppano con la fatalità di certi eventi geologici. Oggi, nelle nostre università e in quelle anglosassoni, si stenta a trovare un dottorando in italianistica che non venga mobilitato dai suoi insegnanti per celebrare la presunta grandezza eslege di Gianni Celati. Questo accade dopo che nell’ultimo decennio si è ormai diffuso un vero e proprio filone editoriale celatiano, che salvo poche pagine valide (di Ermanno Cavazzoni, più autentico del suo fratello maggiore) produce montagne di scorie ed epigoni di epigoni, comici sì, ma involontariamente. A me sembra che solo una carenza di fiuto stilistico e psicologico possa indurre a vedere in Celati un distratto, stralunato “sapiente”. Dietro Guizzardi e i “parlamenti buffi”, io ho sempre ritrovato il volto di un tipico professore del nostro tempo. Le scelte formali celatiane non sono affatto “naturali”: sono al contrario dei partiti presi che trasformano lo stile in stucchevole stilizzazione, sia che si tratti delle “comiche” (poco divertenti e mai necessarie, senza i pregi di Buster Keaton né quelli di Samuel Beckett) sia che si tratti della più interessante rarefazione da narratore delle pianure (basta leggere i “Sillabari” di Goffredo Parise per accorgersi della differenza che passa tra la poesia e il mestiere). Ma è appunto la stilizzazione a rendere Celati così accademicamente appetibile: il suo successo ‘sociale’ è il segno del suo conformismo inoffensivo. Per questo gli scaffali delle nostre librerie continuano a riempirsi di libri bamboleggianti a base di matti padani, “brache”, “scoregge” e “che” anacolutici – libri che recitano la svagatezza proprio perché non la conoscono (qui il confronto impietoso è con Antonio Delfini), e che anzi sono scritti in genere da autori furbi e avari, decisi a guadagnarsi una voce e un pubblico senza correre rischi.
Ma questi “pargoleggiamenti” erano già stati benissimo descritti da Alberto Savinio in un articolo degli anni Trenta sul più decoroso Sergio Tofano. C’è una pagina esilarante, ora raccolta in “Palchetti romani”, dove Savinio paragona lo stile “futile, onomatopeico e pupazzesco” della compagnia teatrale Tofano al gergo che parlano in famiglia alcuni suoi conoscenti. Eccone il ritratto: “Benché forniti di nome e cognome, si facevano chiamare, lui Nane, lei Nana e il figlio Nanino. Praticavano quella forma di scemenza comune a tanta gente, che consiste nel deformare puerilmente i nomi e le parole (…) riducevano a forma puerile tutti gli atti della vita, e davanti a quelli più gravi manifestavano un ebetismo sorridente, con che si persuadevano di essere tre tipi molto buffi. ‘Buffo’ era la meta suprema delle loro aspirazioni (…) Dichiaravano ‘barbosa’ qualunque forma di serietà e ‘riposantЀ la scemenza. Parlavano (…) un linguaggio convenzionale, composto di monosillabi e onomatopee (…) imitavano gli atteggiamenti ‘buffi’ dei pupazzi (…) Davanti all’immoralismo e ai suoi rischi, si mantenevano prudenti come i visitatori del giardino zoologico davanti al recinto dei leoni; ma l’immoralismo costituendo appunto l’ideale delle loro animule borghesi, si erano foggiato di questo ‘idealЀ un succedaneo innocuo e incruento, equivalente delle sigarette denicotinizzate e del pane per diabetici”.

ADDAVENI’ VLADIMIRO. In questi anni di crisi e di precarietà torna a diventare sempre più visibile un tipo umano che ricorda da vicino la piccola borghesia declassata dalla quale, come insegnano gli storici, attinsero quadri e masse di manovra i movimenti totalitari del Novecento. Spesso questo tipo ha alle spalle ambizioni culturali insoddisfatte, presunte vocazioni che non ha potuto trasformare in mestiere, e coltiva il senso di superiorità – rovescio ovvio del senso d’impotenza – di chi si sente ingiustamente escluso. Al tempo dei primi capelli grigi o delle prime stempiature, ecco allora che il suo antagonismo giovanile sfocia nel complottismo: vede ovunque ingegnosi intrighi di quell’entità che chiama “Occidente”, e a cui assegna tutti gli attributi della più diabolica onnipotenza. Appena incontra un interlocutore dubbioso, lo classifica subito come un servo cieco delle nostre finte democrazie. Il suo animo in fondo in fondo è gentile, ma la frustrazione che gli cresce dentro ne deforma la voce, i gesti, l’espressione. Contro il suo immaginario Moloch, gli serve una bandiera da sventolare senza se e senza ma: un nome e un simbolo davanti a cui la verve polemica al limite della fantascienza, che sputa fuori quando parla di Italia, di Europa o Stati Uniti, possa finalmente placarsi, e il senso critico riaddormentarsi nel calore dell’entusiasmo.
Adesso che Cuba e palestinesi sono in ribasso mediatico, capita spesso che i suoi sogni rancorosi di rivincita e potenza si concentrino intorno alla Russia di Vladimir Putin, come poche stagioni fa intorno a Hugo Chávez. Infatti nel nostro tipo, che oggi partecipa euforico alle presentazioni di “Putinfobia” e condivide i post di Giulietto Chiesa, lo scollamento tra vita vissuta e cultura scolastica tende fatalmente a cancellare la capacità di immedesimazione. Se sul lavoro gli toccano un punteggio in graduatoria o lo spostano di sede è pronto a evocare le deportazioni naziste, ma nei paesi lontani che ha scelto come provvisoria patria approva senza battere ciglio le più brutali violazioni dei diritti civili. Il suo ritratto più preciso si trova in un saggio di George Orwell intitolato “Appunti sul nazionalismo” e scritto nel 1945. Nelle sue pagine, ora raccolte in “Nel ventre della balena”, Orwell parla di “nazionalismo trasposto”, e osserva che questa “trasposizione” mette un intellettuale “in condizione di essere molto più nazionalistico, volgare, sciocco, pernicioso, disonesto di quanto mai potrebbe essere nei confronti del suo paese natale o unità della quale abbia un’autentica conoscenza”. E così continua: “Quando si leggono le corbellerie presuntuose e servili che si scrivono su Stalin, l’Armata Rossa ecc. da parte di persone sensibili e intelligenti, si comprende che ciò è possibile solo perché è in atto un processo di trasposizione.
Nelle società come la nostra è inconsueto per chiunque sia un intellettuale provare un attaccamento profondo per il proprio paese. L’opinione pubblica – almeno quella parte che lo riconosce tale – non glielo permetterebbe. Poiché la maggior parte delle persone che lo attorniano sono scettiche e apatiche, egli adotta un atteggiamento camaleontico o vile: rinunzierà in quel caso alla forma di nazionalismo più diretta senza peraltro accostarsi a nessuna visione autenticamente internazionalista. Sente ancora il bisogno di una patria ed è naturale cercarne una all’estero. Avendola trovata, sguazzerà senza ritegno in quelle stesse emozioni dalle quali credeva di essersi emancipato. Dio, il re, l’impero, l’Union Jack – gli idoli rimossi riappaiono sotto mutate spoglie e poiché non è semplice riconoscerli possono essere incensati con la coscienza a posto. Il nazionalismo trasposto, come la pratica del capro espiatorio, è un modo di raggiungere la salvezza senza modificare la propria condotta”.

I PARTITI IDEALI. Uno spettro si aggira per l’Europa: quello dei partiti che furono, o meglio di ciò che quei partiti dicevano di essere. Li rimpiangono quasi tutti: sia i retori della destra più inquietante, sia i virtuisti di una sinistra che pretende di avere insieme i privilegi della nobiltà culturale e quelli della ragione politica, finendo per provocare insieme il tradimento dei chierici e l’inefficacia dei governanti. Da una parte come dall’altra si chiede che i partiti tornino a radicarsi nei vasti progetti ideali, in una articolata visione del mondo che contempli e abbracci ogni ambito della vita. Contro la repubblica liquida di oggi s’invocano le vecchie forze novecentesche e proporzionali, il loro quadro identitario e pluralistico. Eppure, come ricordava spesso Marco Pannella, sono proprio quelle forze e quel quadro politico ad avere prodotto i fascismi e la stagnazione corruttrice che la pragmatica politica anglosassone non ha conosciuto. Simone Weil, che portava le idee alle loro conseguenze estreme, credeva che tutti i partiti fossero da abolire; ma perfino lei riconosceva che i più pericolosi erano quelli nati sul continente dalla dialettica involutiva della rivoluzione francese.
Le parole più analitiche e penetranti sul tema restano però quelle scritte dopo la catastrofe degli anni Quaranta da Hannah Arendt. Nelle “Origini del totalitarismo” (1951), la Arendt riflette sulla maggiore tenuta della Gran Bretagna bipartitica, in cui governo e opposizione sono una cosa sola con lo Stato, rispetto alle nazioni continentali, in cui un multipartitismo spartitorio e irresponsabile gioca con l’idea di uno Stato astratto e metafisico, posto al di là delle forze in campo. La maschera ideale dei partiti continentali, osserva nella parte centrale del suo saggio, alza oltre la soglia di guardia il livello di fanatismo e di falsa coscienza: da un lato favorisce i furori ideologici, dall’altro la corruzione e l’immobilismo, o magari la suggestione del colpo di mano. Viceversa, là dove i partiti accettano di presentarsi apertamente come aggregati di interessi, e si devono dimostrare sempre pronti ad assumersi responsabilità di governo, questa schizofrenia è molto minore. Ma ascoltiamo le parole della Arendt, da ripetere ancora nel 2016 a tutti coloro che ripropongono la retorica novecentesca dei partiti-Weltanschauung: “Poiché nel bipartitismo un partito non può esistere alla lunga se non ottiene prima o poi abbastanza seguito per assumere le redini del potere, non occorre una giustificazione teorica dell’interesse e non si sviluppano ideologie, col risultato che è completamente assente il peculiare fanatismo della lotta politica continentale, che deriva dal contrasto delle ideologie più che da quello degli interessi.
Il guaio dei partiti continentali, separati per principio dallo stato e dal potere, non consisteva tanto nell’essere attaccati ad angusti interessi particolari, quanto nel vergognarsene escogitando giustificazioni ideologiche che facevano coincidere tali interessi con quelli generali della nazione o dell’umanità”.

In questi tre esempi, il lettore se ne sarà accorto, torna ad affiorare un tratto comune: la falsa coscienza, ossia la sproporzione tra gergo e realtà, tra pretese ideologiche e verità stilistica, morale, materiale. Si pretende di essere clown, e si è invece accademici fino al midollo; ci si fantastica sulle barricate, e si vive come i burocrati “luigini” immortalati da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli” e nell’“Orologio”; si brandisce la retorica degli ideali, della rappresentanza capillare o delle minoranze, e si fomentano i corporativismi, le fazioni sterili e non inclusive, gli estremismi astratti quanto pretestuosi, la balcanizzazione della vita pubblica. La storia non è maestra, ma sa essere una buona critica militante. Nulla di nuovo sotto il sole.

Matteo Marchesini, 2016

Mia signora


Frasi come «Mia signora, non posso essere al vostro servizio se tal dei tali resta in carica», «Rinuncio umilmente al mandato se Mr _ continua a essere segretario di Stato», «Non posso assicurarvi quella somma di denaro a meno che il mio L_ diventi presidente del consiglio», «Chiedo il permesso di rinunciare, a meno che _ abbia lo Stato maggiore. Non posso accettare i sigilli, a meno che _ venga spostato in un altro gabinetto». Negli ultimi anni questo è stato il linguaggio dei sudditi al loro sovrano. Hanno imposto delle condizioni per rovinare la nazione. E questo coscienzioso sistema di richieste si è diffuso talmente che chiunque, anche persone poco influenti, hanno cominciato ad avere grilli per la testa e a chiedere «che gli venisse affidato un reggimento», che «il figlio diventasse un maggiore» o che «il fratello venisse fatto esattore», altrimenti avrebbero votato «secondo coscienza».

Jonathan Swift, “The Examiner”, 7-14 dicembre 1710

Focolai

Paul Nash, The menin Road, 1919


Yes, it could happen again, titolava, nel luglio 2014, la rivista «The Atlantic». A cent’anni dallo scoppio della Prima guerra mondiale la rivista americana raccoglieva pareri tra gli specialisti di relazioni internazionali per concludere che «sì, potrebbe succedere di nuovo». E il sottotitolo spiegava: «Instabilità in Ucraina, caos in Siria, conflitto nel Mar cinese orientale — le zone di innesco della Terza guerra mondiale sono pronte».
Sul fatto che «potrebbe succedere di nuovo» i pareri sono abbastanza concordi, anche se, come per il colera nel romanzo di Thomas Mann Morte a Venezia, se ne parla solo per velati accenni, per non seminare il panico. Quello che in parte è cambiato, rispetto al 2014, sono le possibili «zone di innesco»: il conflitto in Ucraina persiste, ma non sembra più interessare a nessuno (a parte le popolazioni coinvolte), come prova la recente riammissione della Russia nel Consiglio d’Europa. Stessa cosa in Siria: dopo aver lanciato strali di indignazione (e poco altro) contro Bashar Assad, le grandi potenze sono tutto sommato soddisfatte della vittoria del dittatore sostenuto da Russia e Iran.
Occorre però intendersi su che cosa si intende per «zone di innesco». Un conto sono i luoghi dove si verifica l’incidente che fa da detonatore di un conflitto; un altro, le aree in cui il conflitto viene incubato, anche a lungo, prima di esplodere in un punto qualsiasi del pianeta. L’attentato di Sarajevo per la Prima guerra mondiale, o il corridoio di Danzica per la Seconda furono solo le località, tutto sommato abbastanza casuali, dove scoppiò un ascesso maturato negli anni, ascesso che riguardava solo in parte i Balcani o la Polonia. Le cause della Prima guerra mondiale (di cui la Seconda non fu che la continuazione dopo i «vent’anni di armistizio» previsti dal maresciallo francese Ferdinand Foch nel 1919) non erano maturate in un luogo preciso. Certo, alcune aree geografiche erano casus belli potenziali — i Balcani, certo, ma l’Alsazia-Lorena di più, oltre alle colonie e agli oceani, principale posta in gioco — ma la causa ultima del conflitto sta nel «mutevole equilibrio delle forze mondiali» di cui parla Paul Kennedy: «Nell’ultimo quarto del XIX secolo, i cambiamenti nel sistema delle grandi potenze erano più generalizzati, e anche più rapidi, che mai». Nuove potenze emergenti (Stati Uniti, Germania, Giappone) contestavano l’ordine politico stabilito dalle vecchie potenze; come ha scritto Henry Kissinger, «la crisi del sistema era inerente alla sua stessa struttura». «Già nel 1907 — proseguiva — non c’era più spazio per la diplomazia… la guerra era quasi inevitabile».

Anche oggi — ottant’anni dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale — vi sono zone calde suscettibili di diventare «punti di innesco» di un conflitto generalizzato. Per esempio, le aree che certe potenze revisioniste (convinte cioè che l’ordine attuale le danneggi, per cui ne invocano la revisione) vorrebbero recuperare: la Russia, per quel che riguarda lo spazio ex sovietico; l’Ungheria, per le regioni magiarofone in Slovacchia e Romania; l’India, per l’insieme degli ex possedimenti britannici (comprendenti anche Bangladesh e Pakistan); i Balcani, dove tutti rivendicano tutto; la Turchia in Medio Oriente; e soprattutto la Cina nel Mar Cinese orientale e meridionale. E poi le aree dove si appuntano gli interessi divergenti di più attori: il Medio Oriente, l’Oceano Indiano, il Mar Cinese, il Tibet, lo Xinjiang, la penisola coreana, l’Asia centrale, la Siberia, le regioni minerarie dell’Africa. L’elenco è infinito perché, in un mondo multipolare, ogni angolo della Terra è oggetto di interessi multipli, quasi sempre opposti, e talvolta conflittuali.
La moltiplicazione degli attori ci riporta ai fattori di incubazione di un prossimo eventuale conflitto generalizzato. La situazione odierna è fondamentalmente la stessa — anche se i protagonisti sono diversi — descritta da Paul Kennedy per la fine del XIX secolo: un mutevole equilibrio delle forze. Una pattuglia sempre più nutrita di Stati emergenti contesta l’ordine politico stabilito (e dominato) dalle vecchie potenze declinanti, e queste ultime non sono disposte a cedere alcunché delle loro prerogative e dei loro privilegi, benché prerogative e privilegi si stiano ineluttabilmente erodendo. È questo il terreno di coltura delle future grandi crisi militari.
La Cina e gli Stati Uniti rappresentano, in un certo senso, la quintessenza dell’attuale mutevole equilibrio tra emergenti e declinanti. Nel suo libro sulla Cina, Kissinger riconosceva che tra i due Paesi la rivalità era inevitabile, ma, se fosse stata «gestita con saggezza», lo «scontro militare» avrebbe potuto essere scongiurato. Proprio qui sta il punto, e la minaccia più imminente alla pace: le classi dirigenti capaci di «gestire con saggezza» le crisi strutturali e le crisi contingenti sono sempre più rare. Anzi, uno sguardo seppur superficiale al panorama attuale delle relazioni internazionali ci mostra come la nozione stessa di «saggezza» stia rapidamente diventando un’anticaglia démodé.
Questo difetto di saggezza non solo rende difficile (se non impossibile) la gestione delle crisi, ma addirittura provoca sempre più frequentemente nuove crisi, spesso gratuite, non motivate da null’altro che dalla ricerca di un facile successo elettorale. La più recente è la decisione del governo indiano di revocare lo statuto speciale del Kashmir, con la certezza di provocare una crisi con il Pakistan e con i 200 milioni di musulmani che vivono in India. Queste mosse gratuite sono il più delle volte puri atti di autolesionismo. L’esempio più evidente è la Brexit: pur facendo ancora parte dell’Unione Europea, il Regno Unito è passato dall’essere il Paese del G7 con le migliori prestazioni economiche a quello che avrebbe le peggiori, se non ci fosse l’Italia. Il Paese non è mai stato così diviso, la sua credibilità internazionale è crollata, il suo sistema politico è andato in frantumi, e persino il suo sistema istituzionale è in pericolo, secondo «The Economist». A luglio, il Fondo monetario internazionale ha inserito la Brexit senza accordo fra i tre eventi che porterebbero l’economia mondiale «fuori rotta»; gli altri due sono un’ulteriore escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e gli eventuali dazi sulle importazioni di auto in America. Si tratta, in tutti e tre i casi, di crisi gratuite, dolorose per tutti, innescate a scopi puramente elettorali. Se si dovessero concretizzare, scrive il Fmi, quei tre eventi finirebbero per «ridurre la fiducia, indebolire gli investimenti, dislocare le filiere locali e rallentare notevolmente la crescita globale».

Il testo del Fondo monetario evita accuratamente l’uso della parola «crisi». Nondimeno, in una sintesi annessa al documento principale si può leggere: «I Paesi dovrebbero lavorare insieme per risolvere le dispute commerciali, e prendere ora le misure necessarie per mettersi al riparo dai futuri downturn » (un eufemismo per non dire «crisi»). Ma tutti coloro che osservano anche distrattamente il panorama politico attuale vedono bene che «i Paesi» non hanno intenzione di lavorare insieme per risolvere le dispute commerciali, né di prendere le misure necessarie per mettersi al riparo dai futuri downturn; anzi, quasi certamente faranno il contrario: prenderanno delle misure che li accelereranno.
È proprio la prossima crisi economica (nessuno si chiede se ci sarà, ma quando ci sarà) che farà precipitare le dinamiche politiche di una prossima crisi militare generalizzata. Le risposte più «popolari» alle crisi sono il protezionismo e il ricorso massiccio alla spesa pubblica. È quanto avvenne dopo il 1929, ed è quanto è successo dopo il 2008. In un contesto di protezionismo generalizzato, Hitler scatenò la guerra quando le casse dello Stato, da cui aveva attinto fino all’ultimo Pfennig per mantenere le sue promesse elettorali, erano ormai vuote; nel marzo 1939, scrive Götz Aly, «perfino Goebbels, che di solito scherniva gli esperti finanziari del governo presentandoli come taccagni dalla mentalità ristretta, espresse preoccupazione nel suo diario per l’esplosione del deficit». Il conflitto fu visto dai tedeschi come l’unico modo per riassorbire il debito, scaricandone il peso sulle popolazioni dei Paesi conquistati e impadronendosi delle loro ricchezze.
Un tempo la guerra era considerata l’ultima ratio regum, l’ultima risorsa dei re, quando tutte le altre strade si erano dimostrate impercorribili. Ma le catastrofi del XX secolo hanno mostrato che la guerra è anche l’ultima ratio dei populisti, cioè di coloro che promettono quello che non possono mantenere.
Per individuare i possibili «inneschi» di future crisi militari su scala globale, quindi, non serve tanto l’atlante quanto un’analisi scrupolosa delle tendenze in atto. Di fatto, ogni punto del pianeta, anche quello apparentemente più anodino, potrebbe diventare una «zona di innesco»; non esistono porti sicuri dove riparare quando il temporale s’avvicina. Nel 1982 circolava la storia — forse spuria, ma pedagogicamente indovinata — di una coppia di canadesi che, terrorizzati dall’escalation militare tra Stati Uniti e Urss, avevano deciso di andare a vivere nel posto più sperduto del mondo, il più lontano possibile dal Canada, ma dalle condizioni climatiche simili, dove si parlasse inglese. E si trasferirono nelle Falkland.

Manlio Graziano, la Lettura #403 (18 agosto 2019), pp. 2-3

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Non fraintendetemi. So che anche voi avete dei bugiardi. Nessun Paese è a corto di bugiardi. Ma la lingua inglese, con la sua imprecisione e la sua natura metaforica, offre ai bugiardi un ulteriore vantaggio. Una parte della popolazione ci crederà, un’altra non ci crederà, ma se potessi mostrarvi la gigantesca parte della popolazione che farà finta di crederci, vi spaventereste.
Fa parte della lingua. Gli stranieri pensano sempre che l’inglese sia una lingua pragmatica — profondamente radicata nel reale. Ed è vero che siamo bravi nelle cose. Gran parte del nostro ipertrofico vocabolario è dedicato alle cose. Abbiamo quattro o cinque parole per quasi tutto. Ma nonostante la superbia per la nostra ricchezza di termini, l’inglese è costruito sulla somiglianza, sul racconto e sulla semi-dissimulazione. Se incontrate qualcuno o fate qualcosa, un inglese non vi chiederà di parlargli di quell’esperienza. Dirà: chi sembrava [what was he like], che cosa sembrava [what was it like]? Non parlarmi di quello, parlami di qualcosa che gli assomiglia. Raccontami una storia, fammi un quadro. Insomma, mentimi.
Può essere difficile scorgere l’albero della stranezza nella gigantesca foresta del colorito e affascinante inglese. E ancora più difficile scorgerlo nelle parole più semplici e comuni. Questo è vero per i madrelingua di tutte le lingue. Ad esempio, la relazione di voi italiani con la parola sempre è molto difficile da spiegare. Ma noi vinciamo. Perché la nostra parola è un’irrazionale impossibilità. I soavemente logici francesi dicono toujours. Tutti i giorni. Anche un bambinetto capisce la semplicità e la chiarezza cartesiana di questo concetto. Ma noi diciamo always che in realtà significa «tutte le vie». È assolutamente folle. Always non è solo la parola più stupida dell’universo, è letteralmente sbagliata. Always dovrebbe significare ovunque. Quanto intelligenti vi aspettate che siamo se per dire sempre abbiamo una parola sbagliata?
La parola right significa sia «giusto» che «diritto». Questi sono due concetti che non dovrebbero MAI essere confusi. Di nuovo, il francese ci insegna. Raison e droit sono logicamente e superbamente separati. Quando un inglese vi dice che avete ragione, non è mai chiaro se si dichiara convinto o semplicemente vinto. Certo, siamo stupidi. Cos’altro potremmo essere?
Dimenticate le incoerenze logiche, le origini ibride e l’assenza di astrazione. L’inglese è per noi un incubo perché è assolutamente ipertrofico. Ha una dimensione 900 volte maggiore del suo concorrente più vicino, per quanto si confronti su Wikipedia il numero di parole in tutti i dizionari (ho menzionato la naturale inclinazione dell’inglese per la pomposità?). È il Rocco Siffredi delle lingue europee. Gli inglesi insistono sempre su questa faccenda delle dimensioni perché siamo abbastanza stupidi da pensare che le dimensioni siano importanti (abbiamo ragione, lo sono). E come la maggior parte delle cose che diciamo, è sia vera che falsa. Nell’uso effettivo, l’inglese è immenso perché è una miscela ibrida di anglosassone, tedesco e olandese antico, francese normanno e latino. Non ha la purezza dell’italiano, del francese o del tedesco e quindi non ha la semplicità e la regolarità conferite dalla purezza. È una lingua bastarda e ladra, che ogni anno ruba migliaia di parole da altre lingue più organizzate. E la sua disordinata mancanza di struttura rende le sue dimensioni ancora più pesanti. È un elefante su un solo pattino da ghiaccio. Non potete aspettarvi una coniugazione sensata in queste circostanze.
E dobbiamo impararlo a due anni. È davvero molto faticoso. Quindi ci dobbiamo riposare. Molto. Per il resto della vita.
È vero che abbiamo Shakespeare e James Joyce, ma anche Reagan, Trump e Paul Gascoigne. I nostri pensieri sono opachi, la nostra filosofia è una barzelletta e nessuno di noi ha mai avuto una vera idea. Siamo profondamente anti-intellettuali, sprezzanti e al contempo timorosi dell’astrazione e dell’intelligenza. Se ci parlate di filosofia, ridacchiamo o piangiamo. E la famosa apertura linguistica dell’inglese è una contraddizione sconcertante. È vero, l’inglese cambia ogni sei mesi. Accoglie duemila parole nuove ogni anno, ma è anche infinitamente ostinato e autoprotettivo. L’insularità dell’inglese è una delle sue principali caratteristiche. Il suo pragmatismo e il disagio nei confronti dell’astrazione non sono un caso. Ci sommerge di cose, sentimenti e battute. Ma verso le idee è un vagone che gira in tondo, una palizzata di casuale ottusità, un rifugio di istinti ed emozioni privi di ragione. Questo è il motivo per cui anche su enormi estensioni di terre come gli Stati Uniti e l’Australia, la lingua inglese fa sentire tutti come se provenissero dalla più piccola isola del mondo. Perché è proprio così.

Robert McLiam Wilson, la Lettura #389, pag. 2

Flapdoodle /1

La lingua inglese è ricca di parole per esprimere il nonsense. Baloney, bullshit, bunkum, claptrap, guff, hooey, humbug, taradiddle, tommyrot, tosh e twaddle. Non c’è bisogno di un dizionario. Sono sicuro che l’italiano ha molte parole per dire «sciocchezza» ma nessuna lingua ne ha più di noi. Noi ne abbiamo migliaia. Perché nessuna cultura ne ha più bisogno di noi.
Vivendo nel continente, in Francia, a volte mi sembra che in Europa tutti siano in uno stato di perenne apprendimento dell’inglese. Mi fa piacere ma ho qualche riserva. Deve essere difficile e scoraggiante imparare l’inglese, come imparare qualsiasi cosa. Non ci sono generi né veri congiuntivi, il nostro verbo «potere» non ha l’infinito. Penserete che siamo pazzi. Perciò, da madrelingua inglese (e dotato di eloquio in modo imbarazzante), ho buone notizie per voi. Potete smettere subito. I vostri insegnanti vi stanno mentendo. Non state a sudare. Se avete memorizzato 800 parole e vi comportate male, siete a posto.
Questo è vero ora più che mai. Il mondo di lingua inglese è vittima di una pandemia di stupidità. In particolare ne soffrono gli americani. Guardate chi è il presidente. Si stringono insieme in un bavoso stupore attorno ai telefoni o agli schermi, e si lamentano e ridacchiano come bambini per l’assurdità della loro politica e le eclatanti buffonate del loro clownesco capo di Stato. Quindici anni fa uno studio ha rilevato che quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori statunitensi pensava che Il Signore degli anelli di Tolkien fosse basato su eventi reali. Da allora sono solo diventati più stupidi. In questi giorni se dai un libro a un americano, il poveretto proverà a mangiarlo.
Trump è il prodotto, non la causa, della stupidità americana. È il coronamento della lunga e appassionata storia d’amore che il Partito repubblicano degli Stati Uniti ha intrecciato con gli stupidi. Nelle società del mondo sviluppato il progetto liberal ha vinto per decenni, che fosse al potere o meno. Le culture sono diventate inesorabilmente più eque e tolleranti. Di fronte a questa lunga sconfitta, i repubblicani si sono spostati decisamente a destra e si sono impegnati a sedurre apertamente i creduloni e i disinformati. Durante le elezioni presidenziali del 2016, Donald Trump ha detto: «Amo gli ignoranti». Il loro grande santo idiota, Ronald Reagan, gli ha impartito una lezione che non hanno mai dimenticato. Niente è troppo stupido per l’elettorato americano.
Gli europei hanno sempre considerato gli inglesi più sofisticati e informati degli americani. Che cosa diavolo ve lo ha fatto credere? Anche noi siamo degli imbecilli. Ancora una volta, il gesto cretinamente suicida della Brexit non è il prodotto della nostra stupidità: ne è una celebrazione orgogliosa e vivace. Sì, Trump è un idiota pressoché incomparabile e ridicolo, ma la Brexit è peggio. Trump durerà per quattro o otto anni, la Brexit potrebbe seriamente danneggiare la Gran Bretagna per generazioni. Sia l’America che il Regno Unito hanno defecato nel loro cappello. Ma solo gli inglesi si sono ostinati a rimetterselo in testa.

Robert McLiam Wilson, la Lettura #389, pag. 2

41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

leaderismo

Winston Churchill by Mike Scott


Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali, ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un Parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e passioni socialmente diffuse, ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra la storia di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di rivincita della Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; de Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella Seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss, ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene o nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive. […]

Carlo Galli, la Lettura #397, pp. 2-3

lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

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38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi