41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

leaderismo

Winston Churchill by Mike Scott


Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali, ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un Parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e passioni socialmente diffuse, ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra la storia di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di rivincita della Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; de Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella Seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss, ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene o nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive. […]

Carlo Galli, la Lettura #397, pp. 2-3

lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

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38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

37. Lo spirito di conquista secondo Macron

Bisognerebbe risentirsela tutta, la trasmissione televisiva del 3 maggio col duello tra i due candidati. Perché il risultato era già scontato (per chi ha il senno di poi), perché era prevedibile quello che i due si sarebbero detti (questo per i francesi – per gli italiani lenti e posati quelle parole erano come botte da orbi).
Fortunato, astuto, che ha provato cose nuove in Francia, con un messaggio positivo: queste, tradotte un po’ alla buona dall’articolo online BBC, le doti e le qualità che hanno portato alla vittoria Macron. Senza dire del quinto e ultimo punto escogitato dalla stampa inglese, ma che un po’ tutti sapevamo: vinceva senza un competitore. Se in Francia ci fosse stata la classe lavoratrice di cinquant’anni fa (per non rischiare e non dire “vent’anni fa”, perché allora eravamo bimbetti e adesso non ci fidiamo ancora, stendhalianamente dei libri di storia), se se se… avrebbe vinto la sfidante di Macron.
Così non è stato, e perciò bisogna guardare cosa è accaduto: facciamo gli spettatori, e vedremo che nel diverbio televisivo Macron se n’è venuto fuori in modo impetuoso e risoluto, dicendo:  sono per lo spirito di conquista. Tutt’altro che un  lapsus, come si divertirebbero a dire, ma seriamente, tanti intellettuali complessati che abbiamo letto e pure, brevemente, ammirato. E cosa sarebbe lo spirito di conquista? Vediamo un po’.
Lo stereotipo vuole che in Italia ci sia più cultura (il Colosseo! gli Uffizi!), mentre in Francia più orgoglio patriottico, unito ad apertura multietnica ed a memoria storica. Qualunque francese, al di là dello stereotipo, sa chi fu Napoleone: non possiamo giurare che ogni tedesco sappia chi fu Hitler. Però, però. In Francia si conoscono anche i nemici, di Napoleone: e tra questi risalta sempre nitido  Constant, nato nel 1767 (di un anno più giovane della moglie, la De Stael, quindi anche lui, come Macron, di gusti eletti nella scelta della compagna).
E che scrisse Constant, per lanciarsi in tempi non sospetti (tra 1813 e 1814) come avversario di Napoleone? Proprio  Lo spirito di conquista e di usurpazione. Ora di questo testo si potrebbero dire tante cose: anche senza averlo letto. Come ad esempio che nel 1944 fu stampato da Einaudi e (anche) allora passò per un atto rivoluzionario, tradotto da un letterato dallo stile vigoroso e dal pensiero altrettanto forte e robusto. Oppure ancora: che fu apprezzato da quel giurista tutto sommato problematico che era Carl Schmitt. E a tal punto da essere elogiato con calde parole nell’opera di Schmitt più apprezzata a sinistra, dagli uomini di sinistra che pensano: vogliamo dire nella  Teoria del partigiano  che i sessantottini sventolavano insieme a Mao, a quel bellissimo libricino che è  Della contraddizione. Di sicuro avevano ottimi “gusti”: se l’alternativa era Moravia…
Ma insomma ora abbiamo e avremo Macron. Lo avremo anche noi, visto che dall’Europa non si esce se non vogliamo annichilirci  come delle formiche. Ma ricordiamoci chi è stato Macron:  banchiereRotschild. E almeno per un attimo, facciamo i  letterati. Non si capisce la Francia e la sua storia senza la letteratura: non si afferra la Francia battuta da Hitler senza Gide, per fare solo un esempio. E trasformiamoci per un attimo in letterati:
Stendhal odiava i convertiti, quelli che si spacciano per diversi e non sanno neanche di essere rinnegati. Si può vedere quante volte li bolla e li sfotte durante il suo viaggio in Francia (nell’edizione Einaudi, ad esempio, alle pagine 104, 116, 491 e 627… il divertimento è garantito). Questo perché anche da anziano gli rimanevano gli strascichi di odio che la sua fede bonapartista gli faceva provare ogni volta davanti agli arricchiti e i voltagabbana venduti. Però aveva capito una cosa, col tempo: che non ci si poteva fissare sempre su uno stesso argomento. Bisognava essere  mobili: non si era più nell’età bigotta del Settecento quando pochi illuminati distruggevano tutte le religioni, a partire dal fondatore di quella cristiana, san Paolo, che  in un felice istante — e lui solo testimone — poté convertirsi al Cristo. Anche ora, in Italia, potremmo buttare a mare fascisti e comunisti: è storia da persone novecentesche, che possiamo lasciare ai catafalchi. Ora, Stendhal doveva dimostrare altre cose più difficili che non le polemiche del suo maestro, il radicale Bentham in lotta con san Paolo, vale a dire  la non legittimità dei Sovrani e come fuori della costituzione inglese non v’è scampo.
Figurarsi se oggi, come si dice, che le cose “sono diventate più complesse”, possiamo rintanarci nel passato. Ma attenzione: questo si può fare una volta che si abbia una salda visione delle cose vecchie, che ci consenta di saltare in avanti, e non verso l’ignoto.
Solo un consiglio per Macron: scriveva Stendhal nella  Vita di Napoleone  che un conto è conquistare, un conto conservare. E può sembrare saggezza paesana. Sia pure…

( 2017 )

Andrea Bianchi

32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi

allergia alla libertà

Lonnie Holley, Finally Getting Wings for the Forty-First Floor, 1996


Perché mai in Italia, quando si parla di fascismo, si finisce sempre per parlare dell’«inconscio», della «natura», delle «caratteristiche di fondo» degli italiani? Perché si evoca il «fascismo dentro di noi», come ha fatto Antonio Scurati? Probabilmente perché è il modo più semplice per evitare di fare i conti con la storia, immergendosi nel mare magnum della psico-antropologia dove ognuno trova modo di spiegare, con poche icastiche affermazioni, le ragioni per cui l’Italia non solo ha generato il fascismo, ma gli ha anche assicurato un rilevante consenso.
A chi si chiede come mai a un secolo dalle prime manifestazioni fasciste ci troviamo ancora a commentare fatti di cronaca che riportano alla ribalta vocaboli, gesta, riti ispirati allo squadrismo dei primi anni Venti del Novecento, non si può rispondere chiamando in causa il «fascismo eterno» di Umberto Eco, quasi un peccato originale costitutivo, ma neppure far finta di nulla, considerandoli irrilevanti o inevitabili.
Guardando la storia non sembra azzardato affermare che gli italiani, più che nostalgici del fascismo in quanto tale, siano semplicemente privi di un forte radicamento sul terreno delle libertà civili e dei diritti. Forse si dovrebbe dire che il facile attecchimento del fascismo, al di là delle note contingenze politiche e connivenze istituzionali, fu il risultato di un implicito «contratto» tra il regime e gli italiani, i quali più che dal fascismo furono conquistati da una prospettiva di ordine, identità sociale e una sorta di autarchico welfare in cambio della rinuncia alle libertà verso le quali, peraltro, durante i precedenti sessant’anni, i nostri avi non avevano mai mostrato un particolare entusiasmo.
Infatti, se si escludono i conflitti risorgimentali e insurrezionali tra il 1848 e il 1878, la storia d’Italia conosce poche grandi lotte di massa in cui non siano in gioco rivendicazioni economiche dei lavoratori, e quasi tutte incentrate attorno al conflitto tra nazionalisti e internazionalisti avviato dopo la guerra di Libia. Il socialismo aveva infatti occupato le piazze con sempre maggiore frequenza, rivendicando quasi esclusivamente migliori condizioni materiali per i milioni di salariati dell’industria e delle campagne. Se inizialmente la grave arretratezza da industrializzazione ritardata rendeva tali lotte comprensibili, in seguito la loro persistente separazione dalla domanda di estensione dei diritti divenne deleteria per la democrazia italiana.
Un esempio paradigmatico in questo senso ci viene dall’analisi del ruolo giocato dalle pressioni popolari per estendere il diritto di voto in un regime a suffragio ristretto come la Gran Bretagna, dove si verificarono enormi manifestazioni pubbliche che sin dall’inizio dell’Ottocento misero sotto pressione la classe dirigente. Il massacro di Peterloo del 1819, ad esempio, ebbe origine da un raduno organizzato per assicurare a Manchester la rappresentanza politica. Soprattutto però va ricordato come il Second Reform Act del 1867, che garantì l’accesso al voto di un milione di lavoratori, fu adottato urgentemente sotto la spinta di un’insoddisfazione di massa foriera di seri pericoli per la stabilità del sistema politico britannico. Lo stesso movimento cartista nel 1842 presentò una petizione di tre milioni di lavoratori in cui si chiedeva il voto segreto per ogni maschio adulto.
In Italia, su questi temi, il clima è esattamente l’opposto: nessuna pressione popolare per l’estensione del suffragio, tanto che la riforma del 1882 fu concessa al rallentatore dalla Sinistra storica, dopo estenuanti dibattiti, senza che dal basso provenisse la benché minima lamentela. La stessa cosa si può dire per il suffragio universale maschile, calato dall’alto da Giovanni Giolitti nel 1912 e accolto persino con perplessità da alcuni socialisti. Significativo, a tale proposito, anche il silenzio delle donne, assordante se paragonato con il protagonismo delle suffragette britanniche.
Al di là dell’ovvio diverso grado di maturazione politica delle classi popolari, frutto dei differenti percorsi storici, la questione elettorale in Italia funge da cartina di tornasole dell’assenza di sensibilità per i temi della partecipazione civica, proprio a partire dalle forze politiche di massa: socialisti e cattolici. Emarginata a sinistra la componente mazziniana, riformisti e massimalisti si contesero il primato mettendo in ombra il problema della cittadinanza e al centro o i modelli produttivi e i miglioramenti materiali o la rivoluzione proletaria: nel 1919 durante un dibattito a Bologna sulla proporzionale, i socialisti fecero fallire l’iniziativa al grido di «altri e più impellenti problemi urgono oggi il proletariato al quale non interessa affatto la questione elettorale».
Così, mentre i nazionalisti brandivano il rivendicazionismo economico operaio per spaventare i ceti medi, diffondendo nuovi scenari dove ordine, disciplina e potenza nazionale mettevano fuori gioco il cittadino, i dirigenti socialisti continuavano a rifiutare di prendere in considerazione il lato politico delle rivendicazioni economiche in vista di «ben altri» traguardi, nel timore che ciò avrebbe prodotto un’integrazione della classe operaia nel sistema. Non è un caso che la questione delle libertà come fondamento di una nuova, consapevole, cittadinanza sia stata la parola d’ordine lanciata dal liberale eretico Piero Gobetti e raccolta da spezzoni minoritari e perdenti dell’azionismo, del radicalismo e del socialismo liberale. Il fascismo, scriveva Gobetti, è «tutela paterna prima che (…) dittatura»: mantenendo gli italiani in stato di minorità, Mussolini li ha sollevati dalla fatica di lottare per i diritti e dall’onere di esercitarli.
Lo scarso significato attribuito dalle masse alle conquiste della democrazia liberale è dunque il risultato sia dei timori di una parte consistente degli eredi di Cavour (non tutti) di trattare con le «plebi» (i «ventri», come diceva Francesco Crispi), sia, dopo il 1945, dell’estraneità al tema che ha caratterizzato le antiche culture «antisistema», socialista e cattolica, una volta giunte al potere. Un’estraneità che spiega l’ampiezza dell’impatto liberatorio del Sessantotto nel nostro Paese con la nuova percezione dei diritti, ma anche paradossalmente la scarsa profondità di tale percezione, che ne ha impedito la trasformazione in cultura civica. Se dunque per capire l’avvento del fascismo dobbiamo ricordare l’uso spregiudicato della violenza e la debolezza delle istituzioni, per comprenderne la permanenza, ma soprattutto per fare i conti, senza ricorrere alla metafisica, con l’inquietudine che ancora oggi quella realtà continua a suscitare (nonostante la modestia dei numeri e della rilevanza politica), è necessario riflettere su quanto oggi sia salda e radicata la cultura della cittadinanza repubblicana.

Fulvio Cammarano, la Lettura #390, pag. 15

Don’t look up

Michele Anselmi per Cinemonitor

“DON’T LOOK UP”, LA BUFFA BATTAGLIA (PERSA) DI DUE ASTRONOMIE
E SE LA STORIA FANTA-CATASTROFICA PARLASSE PURE DI COVID?

E se “Don’t Look Up”, sotto la crosta di kolossal fanta-catastrofico sulla Terra minacciata da un enorme meteorite, fosse anche un’allegoria sul Covid? Magari mi sbaglio, ma dopo aver visto il nuovo film di Adam McKay, da mercoledì 8 dicembre nelle sale e dal 24 dicembre su Netflix, questo ho pensato, una volta per strada. Il regista americano, quello di “La grande scommessa” e “Vice – L’uomo nell’ombra”, nasce comico e si vede: anche quando rievoca il tracollo economico del 2008 o le “gesta” di Dick Cheney il registro è sempre tra buffo e sarcastico, salvo poi far affiorare i disastri della politica.
“Don’t Look Up” è un film di star, non fosse altro perché interpretato dalla coppia Leonardo DiCaprio & Jennifer Lawrence, pagati 30 milioni di dollari l’uno e 25 l’altra; e poi ci sono, variamente usati, Meryl Streep, Jonah Hill, Cate Blanchett, Timothée Chalamet, Ron Perlman, Mark Rylance, Chris Evans, Ariana Grande, Gina Gershon e infiniti altri. Tutti si divertono ad aderire allo strambo clima evocato dalla storia, a suo modo spiazzante perché viene preso di mira un certo modo superficiale di sottovalutare le minacce più terrificanti, quasi fossero solo rotture rispetto ai ritmi quotidiani di una vita consumista e frenetica.
Il titolo significa “Non guardate in alto”, cioè il cielo stellato. E invece è proprio da lì che arriva la minaccia assoluta: una cometa con un diametro di 9 chilometri sta dirigendosi in picchiata verso il pianeta. L’impatto è previsto tra 6 mesi e 14 giorni: così almeno hanno calcolato due astronomi del Michigan, l’indocile dottoranda Kate Dibiasky e l’impacciato professor Randall Mindy. Ma nessuno li prende sul serio: né la presidente degli Stati Uniti, Jamie Orlean, alle prese con scandali sessuali ed elezioni di metà mandato; né un popolare talk-show televisivo che preferisce sorridere sulla cupa profezia, trattando i due più o meno da picchiatelli. Solo che la cometa c’è, esiste, bisogna bloccarla in tempo o sarà l’estinzione del genere umano.
Il tono del racconto, in linea con lo stile di McKay, è sarcastico, beffardo, a suo modo feroce e grottesco: non risparmia nessuno. I due scienziati, ciascuno dei quali custodisce qualche debolezza, sbeffeggiati e irrisi, almeno fino a quando pure l’asteroide gigante non diventa un pretesto di propaganda elettorale. Con i “sopraguardisti”, cioè coloro che temono la catastrofe, visti appunto come “catastrofisti” dalla Casa Bianca e dal popolo genericamente repubblicano, in una chiave che ricorda certe frasi di Trump su mascherine e Coronavirus.
Dura circa 130 minuti il film, decisamente troppo per una commedia, ma certo ne accadono di cose: fino alla fine e anche dopo. McKay frulla alla sua maniera survoltata dati realistici e situazioni strampalate, millenarismo, edonismo e populismo, inventando anche un attempato guru-miliardario un po’ alla Jeff Bezos, qui si chiama Peter Isherwell, secondo il quale sarebbe possibile sbriciolare la cometa ormai alle viste capitalizzando i redditizi minerali che essa incamera.
Siamo, mi pare, tra Joe Dante, Tim Burton e i fratelli Coen, con citazioni e omaggi dichiarati; dentro una sorta di irresponsabile allegria, un po’ da ultimi giorni di Pompei, che via via tende al tragico, almeno nella consapevolezza dei due rassegnati astronomi. All’opposto di kolossal sul tema, come “Deep Impact” o “Armageddon”, qui non si raccontano missioni spaziali eroiche, il tutto è visto dalla Terra che sembrerebbe scegliere di suicidarsi: per distrazione, avidità, sfiducia verso la scienza, stolido senso di onnipotenza, infantile fatalismo (lo spettro delle allusioni è vasto).
DiCaprio e Lawrence, i due principali “sopraguardisti”, si attengono al tono generale, e certo si simpatizza per loro, lesti a lanciare l’allarme e cannibalizzati presto dal furore dei social. Meryl Streep, la presidente bionda ed erotizzata, a un certo punto mostra anche il sedere nudo, sempre che sia il suo; mentre Cate Blanchett è l’anchorwoman cinica e seduttiva, talmente ricca da non credere possibile la fine del mondo.

PS. A mo’ di epigrafe, sui titoli di testa, c’è una battuta umoristica di Jake Handey che in italiano suona pressappoco così: “Vorrei morire serenamente nel sonno come mio nonno, ma non gridando di terrore come i passeggeri nella sua auto”.

18. Elle

Joseph Sacco, Occhio di giovane donna, 1884.

Elle ha quarantacinque anni. Spalle larghe e bacino ben proporzionato. Le sue vedute sono filoamericane ma ha molti colleghi filocinesi. Deve ammettere anche lui comunque che la recente penetrazione cinese in Italia è stata devastante. Ritiene inoltre che la politica estera della Russia sia da straccioni, fondata com’è sulla vendita del gas per quando viene l’inverno in Europa. Su questo quindi il suo parere è contrastante rispetto a Kappa. E anche rispetto a quello dei colleghi filobritannici di Elle, ai quali egli fa ripetutamente notare che la City ricicla soltanto merda, questa è la parola esatta. Elle in ogni caso sostiene che la categoria degli oligarchi in riferimento alla Russia sia relativamente molto recente e che quindi sia costituita in modo diverso rispetto ad altre società e sistemi economici.
Questo per quanto riguarda l’attualità. 
Guardando avanti, Elle avverte come inevitabile un’invasione cinese a Taiwan. Una sorta di Baia dei Porci riedita ma con più mitezza e con uno slancio vittorioso degli yankee nel finale. E nel costante tremore del Giappone. Tutto dipende comunque dall’osso duro del comparto armamenti USA, comunque la si giri. Altre oligarchie americane hanno sorriso ai cinesi e questo rende la presente guerra fredda tra le due potenze alquanto strana, come riepilogava anche Kappa quando era tra noi. È una guerra fredda strana perché il capitalismo si autoespande e si riproduce elasticamente mentre il modello statuale cinese è monolitico e dittatoriale, pur copiando il capitalismo. Per questo non va da nessuna parte. E d’altronde gli USA terranno Taiwan anche grazie all’India che è un pozzo di tradizioni culturali e allo stesso tempo un serbatoio di nuove generazioni di ingegneri. Laddove la Cina è al collasso demografico. 
Questo mi diceva Elle al secondo caffè corretto. In mattinata invece prendendo il tè si era dilungato sull’ossatura italiana. Milano che non ingloba. Roma che ammalia, ti trascina dentro e poi ti spolpa respingendoti fuori alla fine. Elle ritiene che la generazione nata a fine secolo fronteggia difficoltà obiettive mentre la sua ha vissuto il trapasso e perciò è ancora più in difficoltà. Ma Elle è un lottatore. Per lui l’intelligence è uno strumento. Non una materia.

Andrea Bianchi