le migliori menti

Vedevamo la letteratura come un nobile mezzo di indagine delle nostre menti, delle nostre nature ed emozioni. La poesia, come dice Gregory, è una sonda, una sonda dentro tutto – morte, capelli, esercito, mamma, pagliacci, una sonda nella realtà e nell’irrealtà. E durante gli anni Cinquanta c’è stato tra noi un largo impiego di supporti educativi, supporti integrativi e forme rituali collegati con le alterazioni della coscienza. C’è stata un sacco di erba dagli anni Quaranta in avanti e dal 1952 il peyote, lo yage, la mescalina e l’acido, tutto questo prima del 1960.
La parola “ribellione” non spuntò fuori finché non comparirono sulla scena individui politicamente impegnati e cominciarono a interpretarla in termini di pratiche marxiste e non marxiste.

Neocileni


I Neocileni

per Rodrigo Lira

Il viaggio cominciò in un giorno felice di Novembre, 
Ma in un certo senso il viaggio era finito 
Quando incominciammo.
Tutto il tempo coesiste, diceva Pancho Ferri,
Il vocalista. Oppure converge,
E chi lo sa.
Il prologo, comunque, 
Era semplice: 
Con gesto rassegnato salimmo
Sul furgoncino che il nostro capo
Ci aveva dato in un momento
Di pazzia
E puntammo a Nord,
Il Nord che magnetizza sogni
E le canzoni senza significato
Apparente dei Neocileni,
Un Nord, come ti devo dire?
Predetto sul panno bianco 
Che talvolta copre 
Il mio viso 
Come un rostro.
Un panno bianco lindo
O no
Sul quale si proiettavano 
I miei incubi da nomade
E i miei incubi da sedentario.
E Pancho Ferri 
Chiese
Se conoscevamo la storia 
Di Caraculo
E Jetachancho
Mentre sfiorava la ruota che scivolava
Con entrambe le mani
E facendo tremare il furgoncino 
Mentre cercavamo l’uscita da Santiago,
Facendolo tremare
Come fosse 
Il petto
Di Caraculo
Che sostiene un peso impossibile 
Per qualsiasi umano.
E ricordo che poi in quel giorno
Prima della nostra partenza 
Eravamo stati 
Al Parque Foresta
A visitare il monumento 
A Ruben Dario.
Addio, Ruben, dicevamo, ubriachi
E rifatti.
Ora quei gesti banali
Sì confondono
Con grida che annunciano
Sogni veri.
Ma è così che eravamo Neocileni,
Pura ispirazione 
E niente metodo.
E il giorno successivo piombammo
A Pilpico e Llay Llay 
E poi dritti via 
La Ligua e Los Vilos
Senza soste
E attraversammo rio Petorca
E rio Quilimari
E il Choapa finché arrivammo
A La Serena
Poi rio Equi
E alla fine Copiapo’
Col suo fiume  
Per mangiare qualche
Empanada fredda.
E Pancho Ferri 
Torno’ alle avventure sul continente 
Di Caraculo e Jetachancho,
Due musicisti di Valparaiso
Persi
Nella Chinatown di Barcellona.
E il povero Caraculo, diceva il vocalista,
Era sposato e gli serviva denaro 
Per moglie e figli
Di lignaggio caraculiano
Così malamente iniziato 
Con l’eroina 
E un poco di cocaina
E di venerdì un pizzico di ecstasy 
Per argomenti venerei. 
E poco a poco, ostinatamente, 
Si stava per muovere
E mentre Jetachancho 
Si incontrava con Aldo di Pietro,
Te lo ricordi?
Al caffè Puerto Rico, 
Caraculo vedeva crescere il suo conto corrente
E la sua autostima.
E che lezione potevamo apprendere noi
Neocileni  
Dalle vite criminali
Di quei due sudamericani 
Pellegrini? 
Nulla, tranne che i limiti
Sono tenui, che i limiti
Sono relativi: fili spinati
Di una realtà forgiata 
Nel vuoto.
Esattamente 
L’orrore di Pascal.
Quell’orrrore geometrico 
Così oscuro
E freddo,
Diceva Pancho Ferri
Alla ruota della nostra macchina da corsa, 
Sempre diretta 
A Nord, finché giungemmo a 
Toco
Dove scaricammo le casse
E due ore dopo
Eravamo pronti a ripartire:
Pancho Relapango
E i Neocileni. 
Un piccolo macello,
Anche se degli adolescenti 
Ci aiutarono 
A ricaricare sul furgoncino
Gli strumenti: ragazzi di Toco
Trasparenti
Come le figure geometriche
Di Blaise Pascal.
E dopo Toco, Quillaga,
Hilaticos, Soledad, Ramaditas,
Pintados e Humberstone
A suonare nelle sale mense vuote
E in bordelli riconvertiti
In ospedali per Lillipuziani,
Una vista davvero rara, e raro che ci fosse
Elettricità, davvero 
Raro che le mura
Fossero semisolide, in breve,
Posti che ci spaventavano un poco
E dove i clienti 
Erano gente che si incapricciava
Per fist-fucking e  
Feet-fucking
E le urla che venivano
Dalle finestre e
Riecheggiavano nel cortile di cemento
E nei bagni all’aperto
Tra negozi pieni 
Di strumenti arrugginito
E capannoni che parevano
Raccogliere la luce lunare
Ci facevano rizzare i capelli.
Come può esistere
Tanta malvagità 
In un paese così nuovo, 
Così minuscolo?
Che sia
L’inferno delle puttane?
Si domandava ad alta voce 
Pancho Ferri.
E noi Neocileni non sapevamo
Che rispondere. 
Io solo mi sedevo pensando
A come queste varianti newyorchesi del sesso
Potessero esistere
In queste province sperdute.
E a tasche vuote 
Continuammo per il nord:
Mapocho, Negreiros, Santa
Catalina, Tana,
Cuya e 
Arica, 
Dove trovammo
Riposo – e indegnità. 
E tre notti di lavoro
Al Camafeo, di proprietà di
Don Luis Sanchez Morales,
Ufficiale a riposo. 
Un posto pieno di tavolini rotondi
E lampade a forma di vaso
Dipinto a mano
Dalla mamma di don Luis,
Suppongo.
E l’unica cosa veramente divertente 
Che vedemmo ad Arica
Fu il sole di Arica:
Un sole come una scia
Di polvere.
Un sole come sabbia
O come il lime tagliato per bene
Nell’aria immobile.
Il riposo: routine.
Assassini e convertiti
Mescolati nella stessa discussione
Di sordi e muti
Di imbecilli liberati
Dal Purgatorio. 
E l’avvocato Vivanco, 
Amico di don Luis Sanchez,
Chiedeva che cazzo volessimo
Con tutta quella storia dei Neocileni. 
Nuovi patrioti, disse Pancho, 
Mentre si alzava
Dal tavolo
E si chiudeva nel bagno.
E l’avvocato Vivanco 
Ripose la pistole 
Nella fodera 
Di cuoio italiano,
Un dettaglio fine dei ragazzi 
Di Ordine Nuovo, elaborato con finezza e talento.
Bianco come la luna
Quella notte dovemmo
Mettere a letto
Pancho Ferri in mezzo a noi. 
Con 40 gradi di febbre 
Stava delirando:
Non voleva più che la nostra banda 
Si chiamasse Pancho Relapango 
E I Neocileni, bensì Pancho Misterio
E I Neocileni:
Il terrore di Pascal. 
Il terrore dei capibanda, 
Il terrore dei viaggiatori,
Però mai il terrore 
Dei bambini.
E un mattino all’alba, 
Come una banda di ladri
Lasciammo Arica
E passammo il confine 
Della Repubblica. 
Dalle nostre espressioni
Avresti pensato che avessimo superato 
Il confine della Ragione.
E il Perù della leggenda 
Si apriva davanti al nostro furgoncino
Ricoperto di polvere 
E immondizia, 
Come un frutto senza buccia,
Come un frutto chimerico
Esposto all’inclemenza
E agli insulti.
Un frutto senza buccia
Come un’adolescente desolata.
E a Pancho Ferri, da allora 
Chiamato Pancho
Misterio, non saliva la febbre 
E mormorava come un prete
Sul retro 
Del furgoncino 
Da una parte all’altra 
Gli avatar – parola indiana –
Di Caraculo e Jetachancho. 
Una vita fievole e dura
Come il muco e il naso di un impiccato, 
Quella di Jetachancho e del suo
Fortunato gemello siamese:
Vita o studio 
Dei capricci del vento. 
E i Neocileni 
Suonarono a Tacna, 
A Mollendo ed Arequipa, 
Sostenuti dalla Società 
Per la Promozione dell’Arte
E della Gioventù. 
Senza capobanda, ripetendosi 
Da soli le canzoni
Oppure solo mmm, mmm, mmmmh,
Mentre Pancho si scioglieva
Sul retro del furgoncino, 
Divorato dalla chimere 
E dalle adolescenti desolate.
Nadir e Zenith di un’appartenenza 
Che Caraculo aveva appreso a riconoscere
Nelle lune
Dei narcotrafficanti 
Di Barcellona:
Una folgore 
Depistante,
Un piccolo spazio vuoto
Che non vuol dire nulla.
E non vale nulla, 
E nondimeno ti si mostra
Senza dazi.
E non fossimo stati
In Perù? Noi
Neocileni 
Ci chiedevamo una notte.
E se lo spazio
Immenso
Che ci istruisce
E ci limita
Fosse stato una nave intergalattica, 
Oggetto volante non identificato? 
E se la febbre di
Pancho Misterio 
Fosse stata la nostra benzina
O il nostro strumento di navigazione? 
E dopo aver lavorato 
Uscivamo a passeggiare
Per le strade del Perù:
Tra le ronde militari, 
Venditori e disoccupati, 
Squadrando
Le colline
Coi fuochi di Sendero Luminoso,
Ma non vedemmo nulla.
L’oscurità che circondava
I centri urbani
Era totale.
Questo era come una scia di vapore 
Che uscisse dritta
Dalla Seconda guerra mondiale 
Diceva Pancho riverso
Sul retro del furgoncino. 
Diceva: filamenti 
Di generali nazisti come
Reichenau o Model
In fuga in ispirito
Involontariamente
Verso le terre vergini
Dell’America latina:
Un hinterland di spettri
E fantasmi.
La nostra casa
Collocata dentro la geometria
Di crimini impossibili.
E di notte uscivamo
Per cabaret:
Le prostitute dolci sedicenni
Discendenti di quegli uomini coraggiosi 
Della guerra del Pacifico
Amavano ascoltarci parlare 
Come mitragliatrici. 
Ma soprattutto 
Amavano guardare Pancho, 
Avvolto in mantelli variamente colorati
Col cappello di lana
Dall’altopiano
Spinto sulle sopracciglia,
Che compariva e spariva 
Come il cavaliere 
Che sempre fu,
Un ragazzo fortunato,
Il grande amante infermo del sud del Cile.
Il padre dei Neocileni. 
E la madre di Caraculo e Jetachancho, 
Due poveri musicisti di Valparaiso, 
Come tutti sanno.
E l’alba ci trovava
A un tavolo sul retro
A discutete il chilo e mezzo di materia grigia 
Nel cervello
Degli adulti.
Messaggi chimici, diceva 
Pancho Misterio mentre bruciava per la febbre, 
I neuroni si attivavano 
E si inibivano da soli
Nei vasti spazi dell’appartenenza. 
E le piccole prostitute dicevano che
Un chilo e mezzo di materia 
Grigia
Era abbastanza, più che sufficiente, perché 
Volerne di più. 
A Pancho colavano lacrime    
Mentre le ascoltava. 
Poi venne il diluvio
E la pioggia portò il silenzio 
Sulle strade di Mollendo,
E sopra le colline,
E sopra le strade nel barrio
Delle prostitute, 
E la pioggia era l’unico
Interlocutore. 
Strano fenomeno: noi Neocileni 
Chiudemmo bocca
E prendemmo strade separate
Per visitare i bassifondi
Della Filosofia, delle arche, dei
Colori americani, lo stile inconfondibile 
Di Nascita e Rinascita.
E una notte il nostro furgoncino 
Prese per Lima, con Pancho 
Ferri alla ruota come
Nei vecchi tempi,
Tranne che ora una prostituta stava lì. 
Giovane e sottile, 
Margherita, 
Minorenne senza rivali, 
Abitante della tempesta
Perpetua.
Ombra sottile ed agile,
Fronda oscura
Dove Pancho 
Poteva curarsi le ferite.
E a Lima leggemmo
Poeti peruviani:
Vallejo, Martin Adan e Jorge Pimentel. 
E Pancho Misterio salì 
Sul palco e fu convincente e 
Versatile. 
Più tardi, ancora tremante 
E grondante
Ci raccontò la storia 
Intitolata Kundalini
Di un antico scrittore cileno.
Uno inghiottito dall’oblio.
Un nec spes nec metus
Dicevamo noi Neocileni. 
E pure Margherita. 
E il fantasma, 
La fossa dolente
Dove tutti gli sforzi
Si concludono,
Scrisse – sembra –
Una storia intitolata Kundalini,
E Pancho se la ricordava a fatica. 
Davvero ci provava, le sue parole
Si muovevano intorno a un’infanzia atroce
Piena di amnesie, prove
Ginniche e bugie,
E lui ce lo diceva così,
A frammenti,
L’urlo di Kundalini,
Il nome di una cavalla da corsa,
La morte condivisa sulla pista.
Una pista che non esiste più. 
Una fossa ancorata
A un Cile inesistente 
E felice. 
E la storia aveva
Il pregio di illuminare
Come fa un paesaggista inglese
La nostra paura e i nostri sogni
I quali marciavano da Est a Ovest
E da Ovest a Est,
Mentre noi, i Neocileni 
Reali
Viaggiavamo da Sud a Nord.
E così lentamente che 
Sembrava non ci muovessimo. 
E Lima era un istante  
Di felicità. 
Breve ma efficace.
E qual era la relazione, domandava Pancho,
Tra Morfeo, dio 
Del Sonno
morfar, volgarmente
Mangiare?
Sì, fu quello che disse, cinto alla vita
Dall’amorevole Margherita, pelle e ossa e quasi nuda
In un bar di Lince, in una notte
Venata e fratturata e 
E posseduta 
Dai barbagli
Della Chimera.
Nostra necessità. 
Nostra bocca aperta
Dove entra 
Il pane
E ne escono sogni:
Steli fossili
Colorate con la palette 
Dell’apocalisse.
Sopravvissuti, diceva Pancho 
Ferri.
Latino americani e fortunati.
Questo è tutto. 
E una notte prima di partire
Vedemmo Pancho
E Margherita 
Stare in piedi nel mezzo 
Di una palude infinita
E poi comprendemmo
Che i Neocileni 
Sarebbero stati governati
Per sempre
Dal caso. 
La moneta 
Cadde come un insetto
Metallico 
Dalle nostre dita:
Testa, sud
Croce, nord, 
E risalimmo 
Sul furgoncino 
E le città 
Di leggende
E paura
Stavano dietro di noi.
Un giorno felice di gennaio
Attraversammo 
Come bambini del Freddo,
Del Freddo Instabile,
O come l’Ecce Homo,
Il confine dell’Ecuador. 
Al tempo Pancho aveva
28 o 29 anni
E presto sarebbe morto. 
E Margherita ne aveva 17.
E nessuno dei Neocileni 
Superava i 22.

Roberto Bolaño 

(traduzione di Andrea Bianchi)

19. Non c’è gloria

George Hoyningen-Huene, Vogue, luglio 1928

22 maggio 2021

Caro Andrea,

questa mattina mi sono svegliato con la chiarissima idea che dovevo rispondere a una tua mail che mi hai scritto giorni fa e alla quale non avevo ancora risposto! è così? Non è così: ho cercato ovunque e non ho inevaso nessuna mail. Potrei, a questo punto, sfruttare la situazione per farti venire dei sensi di colpa, come quando le zie ti chiamano per dirti che è tanto che non le chiami, ma non sono abbastanza zia e poi, come vedi, non mi serve un pretesto per scriverti o, meglio, non mi serve un pretesto che sia abbastanza tale, ma solo l’illusione che lo debba fare.

In ogni caso, nel pensare a cosa scriverti mentre pensavo di doverti rispondere, mi è venuto in mente che adesso è maggio inoltrato e che, se sei ancora in Romagna, deve essere terribilmente bello e magnificamente insopportabile assistere all’estate che sta per esplodere e poi a questa estate, che viene dopo un inverno durato più di un anno. Ho un cugino cuoco, di qualche anno più grande di te, che condivide foto di spritz da Milano Marittima (uno dei più splendidi ossimori creati dalla topografia!) dove sta per cominciare una lunga stagione di lavoro. Mi chiedo, per lui e per te, che cosa significhi lavorare mentre tutti giocano alle vacanze e forse anche voi un po’ giocate al lavoro. Ma l’immagine che mi è venuta in mente questa mattina, appena alzato, non è però questa, ma ha a che fare con la cocaina, la vera anima mundi della Romagna. Ho pensato che sia fantastico che la Romagna possa trovare conferma di se stessa grazie alla Colombia e alla Bolivia! è vertiginoso! e ai russi, alla sacra corona unita, ai piccoli e grandi piazzisti che vendono quell’essenza che non è più di una pianta coltivata di là dell’oceano, ma per una sorta di transustanziazione di una liturgia meno blasfema di questo mio accostamento lessicale, diviene l’essenza della Romagna stessa! 

Ma che ne so, poi io, della Romagna, che ne parlo a fare? Per me, in fondo, l’adriatico e ciò che gli sta addosso è un feticcio colorato e malinconico che mi sono creato per nascondere i miei incubi d’infanzia che, a loro volta — non creati da me ma dalla vita — mi nascondono a me stesso. Anzi: mi aiutano a compormi una maschera tragica che mi protegge da tutto ciò (tutto!) che mi fa ridicolo. Che gran fortuna la Romagna!

Ti lascio con la tua, di Romagna, e la mia voglia di ritrovare, nelle tue interlocuzioni, quell’intelligenza avventata e insoddisfatta che mi confortava tanto delle mie incompletezze. Se ti completi, tu per favore, non dirmelo troppo. Un abbraccio,

Marco

*

E non c’è gloria
Nella vita all’indietro su via degli Oliveti
Con la ragazza di vita che apre la giacca
Arrivando a lavoro
E la maschera ancora su
Non c’è gloria nel non sentirsi troppo
eccitati

E non c’è gloria nel vendere 
Le vasche idromassaggio 
Alla scrittrice maritata a Castellito
Non c’è gloria nel servire
gli abbienti

E non c’è gloria nel fotografare un fiore rosso
Alla figlia di lei che ti vuole più dell’altra madre
Non c’è gloria nel regalarle il fiore
Del matrimonio

*

Quella patente da rinnovare
E questo incrocio a Miramare
Tra via 
Mosca e
Costantinopoli 
Con la ragazza e la sua ricrescita
La sua solitudine
Accompagnata dal
Cane pigro 
Poccio
Che non ha mai visto in faccia 
Gli uragani —
E noi dovremmo proprio parlare?
Fare accordi?
Che l’inglese non pregiudicherà
I tuoi figli
E forse anche
Nemmeno il contrario?
Bisogna stilare accordi?
Fare i patti sul corpo morto della Polonia?
E altre domande che ti volevo porre.
O ancora: 
Pierre Loti was here.

Alejandra

Alejandra Pizarnik ritratta da Alicia D’Amico, Buenos Aires

Parole. È tutto ciò che mi hanno dato. La mia eredità. La mia condanna. Chiedere che la revochino. Come chiederlo? Con le parole.

15. Il materiale fragile

Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890

Leggendo “Il materiale fragile” di Alessandro Agostinelli si ha la sensazione di una poesia concettuale, metafisica al modo inglese del Cinquecento, se non altro meditativa. Tanto è vero che uscendo dal solco esclusivamente tradizionalista della poesia italiana, Agostinelli si reimmette — per logica delle cose — in altro contesto, più internazionale e forse per questo anche più feriale. Si ha la sensazione di leggere Auden e rileggere Brodsky, più che Montale o Dante. E questo è un bene non tanto per la storia letteraria, ché quella si sa che si fa da sé lontano da ogni storiografo, ma proprio per colui o colei cui capiti di prendere il libretto e sfogliarlo a sera.
Sfogliarlo: è poesia meditativa, o piuttosto un collasso della vita che si restringe in episodio lirico. E piacerebbe citare a profusione, ma non sapendo fare recensioni dove si estrapola di continuo dai testi, andrò a selezionare un passaggio rapido di Agostinelli che consegno volentieri ai lettori a venire. È il punto XIII della sezione “Bianco e nero”:

tutto ciò che vi hanno detto deve ancora essere verificato
tutto ciò che hanno scritto è solo meraviglia del proprio 
sentire
tutto ciò che pensate sia
a portata di mano
è fuori dalle coordinate quotidiane
tutto ciò che sovrasta il giorno è bugia.

e l’eccezione che pare di sentire
la stravaganza che apprezziamo provare
qui come su una giostra luccicante
in questo preciso istante
dura il tempo di un budino inchiodato al muro.

* Il materiale fragile di Alessando Agostinelli è edito da peQuod, Ancona, €14,00

Andrea Bianchi

8. c’è troppa bellezza

Miniatura dall’Aurora consurgens, tardo XIV sec.

Si legge per davvero solo in gioventù. Da ragazzi voi scivolate per terra davanti alla bellezza. Come quel grande scrittore andaluso che dice O Signore. C’è troppa bellezza al mondo. Fa’ che non ci sia così tanta bellezza. Se siete sensibili alle cose noterete che la poesia non appartiene solo alla mitologia greca, al tramonto, all’amore perduto, alla speranza di un amore in arrivo. Dovremmo pensare alla poesia come una cosa che sta sempre con noi. Immaginate che Dio veda il mondo in questo modo: dopotutto non c’è altro che il presente perché le nostre memorie sono parte del presente. Le nostre speranze e le nostre paure, la nostra incertezza riguardo il futuro: è tutto parte del presente. (…)
Pensiamo poco all’eternità come la somma stabile dei giorni. Pensiamo a lei come dice Shakespeare: è tutti i nostri ieri, oggi e tutti i nostri domani. Ma l’eternità è molto più inesplicabile. Eternità è un eterno ora dove Dio vede le invasioni di Gengis, le guerre puniche, la scoperta dell’America di Enrico il Rosso, la guerra d’indipendenza argentina, le due guerre mondiali e tutto quel che si prospetta più avanti, che deve ancora succedere. (…) Dovete essere fedeli al vostro sogno. Forse non stiamo creando specchi dell’universo ma qualcosa che sia tanto reale come gli specchi, tanto reale come il resto dell’universo.

Dopo un po’ lo scrittore capisce che le parole non devono occludere. Molti bravi scrittori hanno fatto questo errore. Il punto è che le parole prevaricano e gli scrittori si mettono a cercare come dei sentieri luminosi. Così però le parole sono troppo visibili. Io immagino che in una buona pagina dovrebbero invece esser invisibili. Dovremmo sentire quel che sta succedendo al di là delle parole. Come nei romanzi di Cervantes di Conrad e di Tolstoj che sopravvivono a tutte le traduzioni.

Immagino ci siano persone infelici, o piuttosto felici, che hanno una felicità in magazzino: devono ancora leggere il Chisciotte. A loro direi di cominciare dalla seconda parte di quel libro dove troveranno personaggi che hanno già letto la prima parte: come in Pirandello ma in modo più elegante, più sottile. (…) Márquez come scrittore è molto meglio di me certamente. Ma non so se gli sono stato di aiuto, se avrebbe scritto le stesse cose se lo avessi aiutato. Temo che molti scrittori contemporanei siano troppo simili a me. E allora non mi interessano.

J. L. Borges alla University of Wisconsin, Milwaukee, 9 aprile 1976

(traduzione di Andrea Bianchi)

Blue Deep

Thia Path, Profondo Blu, olio su carta

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

Mark Strand, da Blizzard of one

Quaresima, quarantena

Ci sono stati, sì, dei fidanzati…
con piccolo piacere e grande pena…
Quaranta giorni al più sono durati:
una quaresima, una quarantena:

un critico, un poeta, un giornalista,
un impiegato, un ex-commercialista,
un medico, un commerciante fascista,
uno pesudo-architetto ex terrorista.

Sette poemi


Beato avamaposto
di amanti di-speranti:
ponte, tu sei — passione:
convenzione: puro in mezzo.

Mi annido: tepore.
Costola sono — mi stringo.
Né prima di, né dopo:
sagacia degli interludi!

Né bravccia, né gambe.
Tutta osso, tutta addosso:
solo il fianco è in vita,
al suo contiguo mi avvinghio.

Tutta la vita — nel fianco!
Che è udito, che è eco.
Come tuorlo ad albume m’invischio,
come eschimese alla pelliccia.

Mi rannicchio, mi avvinghio,
aderisco. Gemelli siamesi —
siete niente, al confronto.
Colei che — ricordi? — madre

chiamavi, che se stessa
e tutto obliando ti portava
imperturbabile in trionfo,
non più da presso ti teneva.

Comprendi! Un’unica cosa eravamo!
Avveràti! Mi cullavi in petto!
Non — mi butterò di sotto!
Per tuffarmi — dovrei slacciare

la mano. E mi stringo,
mi stringo… indisgiunta.
Ponte, non sei consorte, ma
amante — sfili sempre accanto!

Come cocchieri ubriachi

Ugo Mulas, James Rosenquist, New York, 1964

Vende galletti d’oro il Signor Niente,
spille e pifferi sparsi di pupille.
Madame Evenidus regala succo di mele,
ma nasconde dietro il sedere una trappola,
per ingabbiare i fantasmi di questa kermesse.
Entrate nella poesia, fratelli in Cristo,
ponetevi nei versi come lampade, voi verdi.
Con sciarpe corvine ci abbindola il Niente,
con un ammiccare di frange. Ma a un tratto
scopre di avere un mantello di ghisa, un rovente, un maldestro
cappuccio di piombo. E non parla più, si vergogna,
non parla, non ciarla. Ma niente paura. Ben presto
altri fonografi scagliano traumocanzoni,
e riprende a imbrogliarci Madame Evenidus
con paesaggi tromboni e svenute venezie, con Hauptsouvenirs.
A zigzag, a zigzag, come cocchieri ubriachi,
tornano gonfi fantocci dai cimiteri,
e ricomincia su un filo di gondola
il balbettio d’ogni giorno, d’ogni vita.

Angelo Maria Ripellino, in Gruppo 63. L’antologia