Civiltà dittatoriale

«Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato la “società dei consumi”. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza, però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi e i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo.
Il fascismo, in realtà, li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio. Nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di un’irregolamentazione superficiale, scenografica, ma di una irregolamentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa “civiltà dei consumi” è una civiltà dittatoriale. Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la “società dei consumi” ha bene realizzato il fascismo».

Pier Paolo Pasolini, intervista a “L’Europeo” a cura di Massimo Fini, 26 dicembre 1974

Arbasino, Pasolini

«Perché Pasolini è stato un’icona. E lo è diventato soprattutto grazie ai film, così visti all’estero, mentre invece per quello che riguarda Ragazzi di vita o Una vita violenta erano considerate delle narrazioni dialettali, romanesche, né più né meno come i racconti milanesi di Testori. Bisogna pensare a cosa faceva Gadda, il nostro indiscusso maestro, che nello stesso giro di frase includeva il sublime e il pecoreccio, il linguaggio tecnico e ingegneresco, demodé o aggiornato. Pasolini e Testori si limitavano a tradurre i loro linguaggi».

http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/arbasino-parla-di-pasolini

Eclettismo

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Pasolini è un poeta, un romanziere, un regista cinematografico, un autore di testi teatrali, un giornalista, uno sceneggiatore, un documentarista, un critico letterario, un editorialista, un intellettuale, un ribelle di mestiere. Il suo continuo passare da un ruolo all’altro ha contribuito a identificare l’artista come pura manifestazione di una genialità travolgente. Dopo Pasolini l’artista è più che mai la persona folgorata da puro estro. L’artista italiano non ha specializzazioni. Si sa, i registi scrivono libri, i romanzieri stanno dietro la macchina da presa. Il lavoro artistico non è un lavoro, Pasolini insegna che l’artista improvvisa, abbozza progetti e vivendo in una perenne vertigine creativa può cimentarsi in campi diversi e più che angosciarsi per raggiungere la vetta nel suo campo – nessuno sa dire quale sia il suo romanzo capolavoro – deve mettere in gioco le viscere. La migliore performance è vivere.

http://www.rivistastudio.com/standard/7-buoni-motivi-per-dimenticare-pasolini

Uccidere la cultura II

Il periodo del postmodernismo, nell’ultimo ventennio del Novecento, non è stato, soprattutto per la narrativa, di alto livello. Alla stagione di Calvino, Volponi, Pasolini, Sciascia, Morante è seguita quella di Eco, Tondelli, Tabucchi, autori interessanti e talora notevoli (soprattutto Tondelli e un certo Tabucchi), ma privi dell’impatto dei maggiori autori della stagione precedente. Anche in poesia nessuno dei nuovi autori ha raggiunto l’autorità di Zanzotto, Luzi, Sanguineti, Sereni, Caproni, Fortini. Qualcosa di nuovo sta succedendo negli ultimi anni, col tramonto del postmodernismo. Dopo Gomorra si assiste a un “ritorno alla realtà” (come si dice in linguaggio giornalistico) e a tematiche civili soprattutto nella generazione degli scrittori più giovani (ma anche fra gli anziani qualcosa di nuovo si vede, penso a Balestrini e a Siti). Il guaio è che la narrativa è fortemente condizionata dalla politica miope dell’industria culturale, che ormai punta solo al successo economico immediato e mira a un profitto da raggiungersi non più sulla massa delle pubblicazioni, ma addendo per addendo, libro per libro. L’industria insomma immette sul mercato troppa merce avariata, inquinandolo alle radici. Si salva la poesia, perché non fa mercato. L’Italia è un paese dove tutti scrivono poesie, ma nessuno le legge e le compra. I libri di poesia sono solo sporadici fiori all’occhiello delle case editrici. Ciò garantisce alla poesia una nicchia, molto discreta e appartata, di sopravvivenza. Quanto ai premi letterari, sono troppo subordinati alla industria culturale per poter costituire una valida alternativa.

Romano Luperini

http://temi.repubblica.it/micromega-online/luperini-il-ventennio-berlusconiano-ha-ucciso-la-cultura/

Le 120 giornate

 

 

Da mesi, in pratica dalla scorsa primavera, mi trovo a seguire in maniera quasi maniacale le lotte politiche che stanno devastando la scena mediatica. In Tv le dispute si accendono fin dal mattino, e la sera nei talk show più seguiti ci si azzanna come bestie inferocite. Mi preoccupa constatare come tutto ciò tenda a eccitarmi, a farmi parteggiare e desiderare ogni volta che l’avversario/nemico (per me rappresentato da quelli e quelle che sostengono con la bava alla bocca l’insostenibile) venga abbattuto. In termini metaforici, mi trovo a desiderare di “vedere il sangue”, come nelle antiche arene. Stasera per esempio, al canonico appuntamento del giovedì, mi trovo a immaginare che si daranno botte da orbi, in quest’atmosfera da imminente crollo del regime in stile Salò o le 120 giornate di Sodoma, che quando lo vidi al cinema ero poco più che ragazzino e ci capii poco o niente. Oggi, invece, quel film sembra spaventosamente attuale, come se il genio — forse irripetibile — di Pier Paolo Pasolini avesse prefigurato questo imminente crollo del regime (crollo sostanziale, anche se per assurdo dovesse ancora tenere la maggioranza parlamentare). I geni precorrono, e io continuo a sentire l’atmosfera della nave che affonda.