Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi

a proposito di Čechov

 Anton Chekhov reading his play The Seagull to the Moscow Art Theatre company, December 1898


“Čechov era nato sul Mar d’Azov, un mare poco profondo, in una remota cittadina che era capoluogo di distretto e il cui grigiore deve aver assecondato non poco, viene da credere, la sua malinconia congenita. Ho sempre pensato, tuttavia, che il fondo di irrimediabile tristezza proprio del suo carattere si dovesse altresì a un forte retaggio orientale; e lo dico avendo presente i volti dei suoi parenti, gente semplice dagli occhi stretti e leggermente strabici, e dagli zigomi sporgenti. Con gli anni la somiglianza si sarebbe rafforzata e, come spesso capita agli orientali anche Čechov sarebbe invecchiato anzitempo nell’anima e nel corpo. Era tisico, certo, ma la tisi non fu l’unica ragione di un viso giallastro e rugoso che, appena quarantenne, lo rendeva simile a un anziano mongolo”.

Questo ritratto icastico si trova in “A proposito di Čechov”, un testo abbozzato negli ultimi mesi di vita dallo scrittore russo esule a Parigi Ivan Bunin (1870-1953), e pubblicato ora da Adelphi con una prefazione di Claire Hauchard. Come già aveva fatto lavorando su Tolstoj, l’autore propone qui un calibrato montaggio di citazioni, a cui affianca una corona di commenti e ricordi che hanno l’esattezza distratta di certi schizzi a matita. Tra il 1895 e il 1904, anno della sua morte, Bunin intrattenne un rapporto di complicità con Anton Čechov, lo scrittore che insieme a Turgenev più avrebbe influenzato la sua opera di epigono naturalista-simbolista premiata nel 1933 dal Nobel. Così, in questo scartafaccio incompiuto, il drammaturgo influente e l’impareggiabile novelliere – che il suo allievo giustamente preferisce all’uomo di teatro – ci vengono incontro con un’immediatezza da presa diretta. Seguiamo Čechov ai ricevimenti, mentre passa col suo sorriso riservato tra gli attori e le dame, finché uno scatto non ne rivela l’insofferenza per l’oratoria da salotto. Lo spiamo negli interni domestici, dove dedica ai famigliari le attenzioni più delicate. Ritroviamo il suo umorismo impassibile e contagioso nei biglietti goliardici agli amici, e la sua asciutta melanconia nelle stazioni di cura. Lo ascoltiamo discutere dei suoi modelli francesi, Flaubert e Maupassant, o riversare il suo disprezzo sui sindacati letterari. E infine, lo vediamo prepararsi ansiosamente agli appuntamenti con Tolstoj, a cui lo legò una vera e propria passione stilnovistica. In questa storia d’amore, si trovano uno di fronte all’altro non solo due dei più grandi scrittori moderni, ma due uomini che cercano caparbiamente di raggiungere la massima limpidezza etica ed estetica a partire da origini sociali e psicologiche lontanissime. Da una parte c’è un nobile ancien régime che insegue smanioso il popolo e vuole uscire dalla propria pelle, dall’altra un figlio di bottegai ancora segnati dagli stenti della gleba che osserva i suoi prossimi senza mai pronunciare anatemi, neppure davanti ai piccoli borghesi più meschini e corrotti. Se sullo sfondo della narrativa di Tolstoj s’intravedono le rugiadose praterie dei latifondi, dietro le sagome cechoviane spuntano le tappezzerie stinte di asfittiche camere ammobiliate. Il romanziere epico evoca un incontenibile, leonino dinamismo; il virtuoso del racconto una grazia quasi femminile. Nel pedagogo di Jasnaja Poljana prevale un rousseauianesimo radicale, mentre nel medico-paziente si fa strada un progressismo senza illusioni e infastidito da ogni equivoco apostolico o primitivistico, come mostrano i bozzetti dove accanto alla mediocrità dei grotteschi letterati-burocrati Čechov satireggia l’opposta vocazione integralistica dei tolstoiani.

Perciò il più giovane, pur venerando il grande vecchio e ricevendone a sua volta un affetto e una stima del tutto anomali, sentiva di essergli fatalmente distante. Ma soprattutto, constatando l’incommensurabilità del maestoso conte mugico, sentiva che per essere oneste la sua vita e la sua letteratura dovevano farsi specchio di una realtà almeno in apparenza più angusta e prosaica rispetto a quella eternata in “Guerra e pace”. Nello stesso tempo, però, la vasta ombra proiettata dal gigante gli appariva un riparo provvidenziale per sé e per tutti. Così si preoccupava molto della salute di Tolstoj, prevedendo che con la sua morte sarebbe crollato l’ultimo argine alla corruzione di una società non solo culturale. Invece si spense prima lui, l’ex ragazzo roso dalla tisi, l’“anziano mongolo” con l’occhio sempre fisso sul germe che mina precocemente le esistenze e le riduce a indistinte larve.

Ma l’“irrimediabile tristezza” si mescolava poi in Čechov a una luminosa e ininterrotta corrente di allegria, come accade in tutti gli uomini che sono ipersensibili al Male proprio perché possiedono un’esuberante vitalità comica destinata a cozzare di continuo contro il suo muro ottuso. Si pensi a Leopardi, a Kafka; e anche a Molière, che nel suo teatro delle velleità protoborghesi aveva già suggerito quella reversibilità strutturale di cupezza e farsa così tipica delle scene cechoviane. L’autore di “Tre sorelle” voleva che alle sue pièce si ridesse, e accusava Stanislavskij di averle trasformate in puntigliose “tragedie”. La vita non riesce a essere seria, questo è secondo Čechov il vero dramma: nemmeno mentre si consuma al lumicino. E la ‘serietà’, allora, può essere isolata solo per partito preso, magari con un incongruo colpo di pistola del tipo di quelli che torneranno a echeggiare nella prima Natalia Ginzburg. Viceversa, è lo statuto indecidibile delle battute, delle relazioni e degli atti mancati in cui rimangono invischiati i suoi personaggi, a produrre nell’autore russo una straordinaria e inconfondibile coincidenza di animazione febbrile e di rassegnazione, di implacabilità analitica e d’ironica smorzatura.

Questo equilibrio estremistico quanto antiretorico, che assorbe in sé senza esorcismi sia la futilità sia il pathos, sembra avere un preciso equivalente nel contegno dell’uomo Čechov, che mentre motteggia non cela il dolore, ma che rifiuta anche di strumentalizzarlo, di caricare le tinte in un senso o nell’altro. Ne deriva, secondo i testimoni, l’abito di un’eleganza costante e mai artificiosa, perché è il sovrappiù non cercato della ‘poesia onesta’ e dell’onestà esistenziale; e ne deriva anche quel proverbiale, mai reticente pudore che permise allo scrittore di vivere la malattia senza cedere al lamento né trasformare lo stoicismo in posa ricattatoria o indebita compensazione della sofferenza. Questo codice di comportamento divenuto natura si riflette con particolare nettezza nei precetti morali che Čechov elenca in una lettera al fratello. Davanti agli altri, la compiuta educazione si esprime per lui in un kantiano, indiscriminato rispetto per qualunque individuo, e più praticamente in un’armonia sottile, mai calcolabile a priori, di franchezza e di tatto, cioè nella scelta di non sopraffare l’interlocutore né con l’ipocrisia né con l’alibi della verità a ogni costo. Nel rapporto con sé stessi, invece, esige un rigoroso falò delle vanità, ma anche un allenamento selettivo delle proprie doti, perché non bisogna neppure indulgere all’autocommiserazione e sottrarsi alle fatiche col pretesto che si varrebbe troppo poco. Mai, insomma, “umiliarsi allo scopo di suscitare la compassione altrui”, conclude Čechov stigmatizzando una tendenza fin troppo diffusa nella cultura russa (e italiana).

In filigrana, quest’etica lascia trasparire la vicenda del ragazzo che ha iniziato a comporre racconti umoristici per mantenere la famiglia, la strenua solidarietà dell’uomo che esercita una medicina gratuita e rischiosa ai confini della società e dell’impero, e l’acribia dell’artigiano letterario convinto che l’unico modo per arginare il male sia “lavorare sodo”, come ripete nelle sue pagine qualche scalcinato ex studente con un tono sotto cui l’assenso e l’ironia dell’autore rimangono comunque indistinguibili. Čechov dà questo consiglio anche a Bunin; e scendendo tra gli ingranaggi dell’officina poetica, aggiunge un suggerimento fulminante: “terminato un racconto bisognerebbe gettare via l’inizio e la fine. È lì che noialtri uomini di lettere concentriamo le bugie maggiori”.

Forte di queste risoluzioni etiche ed estetiche, l’ultimo grande scrittore dell’Ottocento russo ha saputo evitare con ammirevole naturalezza i processi speculari di reificazione che insidiavano gli intellettuali del suo tempo. Se a Čechov, che nonostante la malattia scrisse e agì intensamente come pochi, fu spesso rimproverata la mancanza di ideali, ciò dipende per Bunin solo dal fatto che “non apparteneva ad alcun partito e teneva in sommo conto la libertà creativa”. Ecco: i brevi, efficaci tocchi del suo ritratto ci restituiscono un artista definito soprattutto da ciò che ha saputo non essere, dalle tentazioni a cui non ha voluto cedere. Ad esempio, si è rifiutato di posare a decadente, come quei letterati che canzonava perché si davano arie da moribondi mentre erano dei normali ragazzoni ben più sani di lui; ma d’altra parte non ha concesso nulla nemmeno alla retorica umanistica che lo indisponeva in Gorkij. Il suo galateo impeccabile non era quello di un languido dandy, e il suo scrupoloso realismo non nasceva da un programma astratto. Soprattutto, l’autore di “Una storia noiosa” e di “Reparto n. 6” non ha mai voluto offrire l’immagine di un intellettuale impegnato ‘nella scrittura’, dalla quale esigeva ‘soltanto’ un’aderenza suprema alla verità umana, e quindi una totale assenza di risarcimenti ideologici, perché sapeva che l’‘impegno sociale’, se non vuol diventare tartufesco, deve dispiegarsi altrove, e lo dimostrò infatti con le sue concrete azioni di uomo, con il suo generoso coraggio di medico.

Poche opere hanno saputo rappresentare come quella di Čechov il passaggio critico tra Otto e Novecento; ma la vera singolarità del suo specchio poetico sta nella capacità di bruciare ogni suggestione culturale estrinseca, ogni falso scopo dimostrativo o estetizzante. Emblematiche del tardo diciannovesimo secolo positivista sono le sue immaginazioni cosmiche, e le sue creature immerse in un tipico squallore naturalistico. Ma si tratta di immaginazioni prive del pompierismo pseudofilosofico che ha presto ricoperto di polvere tanta letteratura belle époque, e di creature mai sacrificate al gusto del sordido o del bestiale che spadroneggia nelle poetiche ‘zoliane’. Quanto al secolo ventesimo, sembra già interamente divinato nel modo in cui Čechov descrive la Cultura come velleità, morbo alienante che macera sia gli studenti falotici e stempiati che i fatui scrittori di successo, sia i professori pedanti che le attrici fintamente svampite. Nel “Gabbiano”, il letterato Trigorin testimonia l’aut aut riassunto poi epigrammaticamente da Montale, quello per cui o si vive o si scrive; e accanto a lui, il suo immaturo antagonista Treplev dà fondo al tema novecentesco dell’arte come ambizione sbagliata. Treplev sceglierà un improbabile suicidio; ma virtualmente il suo spirito si trasferirà in quel giovane invecchiato senza diventare adulto che è Zio Vanja, un simbolo dell’impotenza ad agire e della vita sprecata che con la sua inutile pistola ricorda il Michele degli “Indifferenti”. Forse, però, il secolo breve si annuncia ancora più esplicitamente nella descrizione di una routine domestica senza scampo, di una quotidianità simile a una pozza stagnante in cui ci si dibatte invano e si lasciano marcire i conflitti senza arrivare mai a un’autentica resa dei conti. Nei dialoghi di questo drammaturgo paradossale, consapevole che il teatro si può ormai realizzare unicamente negandolo, i personaggi si rinfacciano le peggiori meschinità, e un attimo dopo ricominciano a fluttuare nel solito chiacchiericcio sonnambulo come se non fosse successo niente. Solo il Tempo provoca le metamorfosi vietate alle scelte umane: perciò alla fine del “Giardino dei ciliegi”, con una frase a cui le nostre orecchie regalano l’accento di Cassola, il decrepito servitore Firs ammette che gli sembra di non avere mai vissuto.

Čechov ci mostra le verità ambigue dell’esistenza senza forzarle – con una distaccata amorevolezza orientale, o se si vuole evangelica, tanto più commovente perché tutta calata in un mondo occidentalizzato, statolatrico e volontaristico. Il suo io scompare nella tesa attenzione con cui osserva le cose per assegnare a ognuna il suo giusto posto: e così la gioia dolorosa della forma, che fa della sua opera una sequenza quasi ininterrotta di capolavori, sembra appena un epifenomeno di questa attenzione. Qui va cercato, credo, il motivo degli elogi eccezionali che gli hanno tributato uomini per nulla inclini agli entusiasmi letterari: come Tolstoj, appunto, che lo giudicava “semplicemente meraviglioso”, o il tolstoiano Nicola Chiaromonte, filosofo di greca misura che confessò di aver sentito crescere la propria ammirazione “fino a temere che diventasse smisurata”. A incantare, nell’era della retorica ubiqua e degli eccessi simulati, è la miracolosa giustizia dello sguardo di Čechov, che non si concede né difese politiche né strizzate d’occhio a presunte avanguardie culturali, né stilistiche captationes benevolentiae né maschere tribunizie di grandezza; ed è, in definitiva, il suo intreccio singolare di obiettività impietosa e delicatezza lirica, d’illuministica attitudine a frugare senza riguardo nei recessi più intimi e di sensibilissimo pudore.

Un intreccio analogo affiora dalla sua vita sentimentale. Nell’ultima parte del suo scartafaccio, Bunin cita e commenta le memorie della scrittrice Lidija Avìlova, dalle quali ha scoperto con stupore una relazione segreta del suo amico di gioventù. Non è facile capire il rapporto di Čechov con l’amore. “O è ciò che resta di qualche cosa che si guasta, ma che un tempo è stato immenso, oppure è parte di ciò che immenso diventerà in futuro, ma che nel presente non ci soddisfa”, dice confinandolo all’ieri e al domani, per lui i soli quanto illusori depositi della “vita vera”. Davanti a questa definizione torna in mente “Un piccolo scherzo”, un racconto giovanile che in due paginette ha in nuce tutto Čechov. Mentre si lancia in slitta con una ragazza lungo un pendio ripidissimo, il narratore le soffia all’orecchio un “vi amo” subito disperso dal vento. Lei allora, nel dubbio che sia stata un’allucinazione, rifà più volte la discesa, anche da sola, malgrado la velocità la terrorizzi. Non otterrà niente: ma da lì in poi, tutta la sua felicità si condenserà comunque in quell’inafferrabile sussurro, dovuto a un’ispirazione momentanea di cui neppure chi l’ha emesso conosce la ragione.

Così non è solo l’amore, è l’esistenza tout court che questo scrittore antititanico e sommo, schivo e coraggioso, fotografa a cavallo tra due secoli e due mondi, sul crinale di una modernità che ha già esaurito il suo ottimismo e sta per esaurire anche lo spazio vitale dell’arte. Questa modernità non crede più a niente se non in malafede; e per metterne a nudo il nocciolo senza barare a propria volta, occorre la pupilla lucida e ferma di chi è pronto a pagare intera, senza alibi, la fragilità della condizione umana e storica in cui è gettato. Anche per questo, come annota Bunin, Čechov oscillò sempre tra opposte e inconciliabili opinioni sulla vita e la morte, la scienza e la poesia: scontò cioè con leale incertezza la situazione dell’uomo moderno, che più cerca il significato del suo esistere più si ritrova davanti a un soffio svanente, a una parola non sa mai se vera o sognata, udita per pochi istanti mentre precipita lungo una discesa vertiginosa.

Matteo Marchesini (2016)

22. il progetto della grande opera

Ora sono una persona dalla salute ben stabile — con moglie — cane indemoniato, biblicamente indemoniato — con uno chalet in collina sovrastante il Mediterraneo — con una certa reputazione — e delle finanze assai nebulose. E se non è proprio così poco ci manca. Potessi avere anche solo una bottiglia di Fleury e così sviluppare tutte le mie teorie come al tempo che fu. E invece ora mi avvicino all’età di mezzo; solo tre anni fa è scoccata la fatale Trentina; eppure la grande opera non è ancora compiuta — e neanche è stata concepita. Ma così, mentre si va avanti, la foresta pare restringersi, il sentiero divenire più stretto, e la Casa delle Meraviglie sulla sommità della collina è sempre più lontana. Apprendiamo invece a usare i nostri mezzi; ma solo per imparare, con questi, una cosa che ci paralizza e cioè che questi mezzi si possono applicare a due o tre semplici motivi soltanto. Otto anni fa, avessi saputo sguazzare nell’inchiostro come faccio ora, avrei ben potuto indicarmi la strada di Shakespeare; e ora — mi trovo ad aver solo un paio di scarpe per camminare senza aver nemmeno cominciato il viaggio. E l’Arte è sempre lontano sulla cima di quella collina. Ma non serve che continui; ché sicuramente questa è tanto la tua quanto la mia storia; strano a dirsi, era anche quella di Shakespeare, di Beethoven e di Fidia.

Robert Louis Stevenson all’amico americano Will Low, Marzo 1883

Andrea Bianchi

stimatissima Katerina

a K.F. Junge, 11 aprile 1880, San Pietroburgo

Egregia signora, stimatissima Katerina Fëdorovna [Moglie di Eduard Andreevič Junge, uno dei medici che cercò di curare l’epilessia dello scrittore nel 1866, ndr]. Perdonatemi per aver tardato così a lungo nella risposta alla Vostra bellissima e tanto cordiale lettera, non pensiate sia per negligenza. Avrei voluto rispondervi qualcosa con sincerità e sentimento ma, lo giuro, la mia vita è sempre in una tale agitazione e scompiglio che, davvero, è raro per me riuscire a ritagliarmi uno spazio tutto mio. E anche ora, che mi sono concesso un minuto per rispondervi, sarà difficile che sia comunque in grado di scrivere anche solo una…
So, mi è giunta voce (perdonatemi) che non siete molto felice. Vivendo isolata e martoriandovi l’anima con i ricordi, potreste rendere la Vostra vita troppo cupa. C’è un solo rifugio, una sola medicina: l’arte e la creazione. Non mettetevi a scrivere la Vostra confessione, non ora almeno, per Voi sarebbe forse molto faticoso. Perdonate questi consigli, ma vorrei vederVi e dirVi almeno due parole a voce. Dopo la lettera che mi avete scritto, siete diventata per me, ovviamente, una cara persona, una creatura vicina al mio cuore, una sorella in spirito e non posso non avere compassione di Voi.
Che cosa scrivete della Vostra contraddittorietà? Ma è il tratto più comune tra le persone… non del tutto comuni, a dirla tutta. Un tratto proprio della natura umana in generale, ma lungi dal ritrovarsi in qualunque natura umana con una tale forza come alberga in Voi. Per tale motivo Voi mi siete cara, perché questo sdoppiamento è lo stesso identico che si trova in me e che è stato in me per tutta la vita. È un grande tormento, ma al contempo un eguale piacere. È una forte consapevolezza, il bisogno di rendere conto di sé e la presenza nel Vostro essere della necessità di un dovere morale verso Voi stessi e verso l’umanità. La contraddittorietà è questo. Se non aveste un’intelligenza così sviluppata, se foste più limitata, sareste anche meno sensibile, e questa contraddittorietà non ci sarebbe. Al suo posto sarebbe comparsa una grande, grandissima superbia. Ma questa ambiguità è a ogni buon conto un duro tormento.
Dolce, stimatissima Katerina Fëdorovna, credete in Cristo e nei suoi voti? Se ci credete (o desiderate molto crederci), affidatevi completamente a Lui e le pene derivate da questa contraddittorietà saranno alleviate e Voi ne trarrete una salvezza spirituale, ed è ciò che conta. Perdonatemi se ho scritto una lettera così confusa. Se solo sapeste quanto non sono capace di scrivere lettere e come sono stanco di scriverle. A Voi però risponderò sempre, se mi scriverete ancora.

F. Dostoevskij

da: Fëdor Dostoevskij, Lettere, il Saggiatore, 2020

Scrittore borghese

René Magritte, La Trahison des Images, 1928-9

Insomma, se per Borges quello di Flaubert è un destino esemplare che trascende persino la sua opera, per Sartre la biografia flaubertiana è particolarmente riuscita. E lo è, verrebbe da dire, proprio in virtù del suo fallimento. Già, ma come si può definire riuscita una biografia fallita? Ciò non implica forse che ce ne siano di fallite che sono riuscite? Che razza di idea è mai questa? Diciamo che per Sartre una biografia riuscita è quella che dà conto di un’esperienza di vita esemplare.
Pochi anni dopo, nel saggio su Baudelaire, Sartre chiarisce ancor meglio il suo punto di vista sulla faccenda. Parlando del ruolo dell’artista borghese nel XIX secolo (una tipica ubbia sartriana), sentenzia: «Flaubert, ad esempio, pur facendo la vita d’un ricco borghese di provincia, dà come indiscutibile che lui non appartiene alla borghesia; effettua con la sua classe una rottura mitica, che appare come un’immagine impallidita delle rotture effettive prodotte, nel Settecento, dall’introduzione dello scrittore borghese nel salotto della marchesa Lambert». È a questo punto che Flaubert fa la sua scelta (e com’è noto, per Sartre, vivere significa scegliere). Ebbene, Flaubert sceglie di chiamarsi fuori e di non appartenere alla sua epoca, di venire meno ai doveri civili. Il suo disincanto è tale da impedirgli di adempiere alle consegne imposte dal suo ceto: sposarsi, procreare, investire su una professione redditizia. Ecco il romanziere meno romantico dell’Ottocento francese fare la scelta più romantica che un artista possa concepire: «Dare la mano, scavalcando i secoli, a Cervantes, a Rabelais, a Virgilio; sa che fra cent’anni, fra mille anni, altri scrittori verranno a dargli la mano; ingenuamente se li figura come l’autore di Don Chisciotte parassita della Spagna monarchica, come l’autore di Gargantua parassita della Chiesa, come l’autore dell’Eneide parassita dell’Impero romano; non gli passa per la mente che la funzione dello scrittore possa mutare nel corso dei secoli a venire». Con tutta evidenza, pur senza nominarsi, Sartre sta pensando a sé stesso. È lui lo scrittore venuto dopo Flaubert che Flaubert non ha saputo immaginare. Lo scrittore che non si contenta di essere un parassita di un potere costituito, lo scrittore che s’impegna contro ogni potere. Temo che Sartre enfatizzasse il proprio ruolo in modo piuttosto ridicolo, ma questo è un altro discorso. Resta comunque il fatto che il suo biasimo nei confronti della scelta di vita flaubertiana è implacabile. A questo punto, l’obiezione più naturale che potrebbe fare un lettore di buonsenso suona pressapoco così: va bene, tutto giusto, ma cosa diavolo gliene importa a Sartre di come visse Flaubert? Perché è così ossessionato da come hanno vissuto gli scrittori che dovrebbe disprezzare? Perché sta lì a rimuginare sulle scelte operate da Baudelaire, Mallarmé e Flaubert? Non sarebbe più sano e onesto occuparsi dei pochi libri che ci hanno lasciato?

Alessandro Piperno, la Lettura #387, pagg. 17-18

3. Bovary oggi

È venuta alla luce una nuova traduzione di “Madame Bovary” per merito della BUR, e l’occasione è stata propizia alla Rizzoli – di nuovo – per satinare le pagine del domenicale del “Corriere”, dedito all’inclita “La lettura”, con l’introduzione premessa al capolavoro di Flaubert dalla scrittrice di riferimento del giornale e dell’editore appena menzionati. Non è a dire che ci si ritrovi nuovamente davanti ai paradossi dell’industria culturale: questo è quanto, prendere o lasciare. E prendiamo per buona la premessa apposta dalla Avallone. Brava scrittrice, chiaramente col tono lezioso di chi è “di principi”, “principled”, quasi tutte le donne debbano essere come lei a sentenziare sulla povera malcapitata Madame Bovary.

Perché questo capita nell’introduzione della Avallone al libro secolare di Flaubert. Ne scapita il sale critico, il senso della ricostruzione storica: ma tant’è, la scrittrice si è laureata in lettere e non in storia e a volte la fruizione dei capolavori da parte degli scrittori posteriori, stavo per dire “posteri”, genera mostri di deformazione. È esattamente quel che accade nell’amore a tutte le latitudini esso si presenti, come dato di comportamento a coordinate sociali prestabilite su cui si innesta, si ingrana, il paradosso esclusivo di chi ritiene di doverne spiegare qualcosa di nuovo, ancora. Questo per dire che è tanto l’amore della Avallone per la creatura fedifraga di Flaubert – poverella, cresciuta in una società maschilista com’è chiaramente ancora la nostra, argutamente e a ragione sostiene la Avallone – che le sfugge il senso complessivo del libro.
“Madame Bovary” è infatti un romanzo caritatevolmente, esplicitamente ottocentesco e la sua fortuna si bruciò nel raggio della metà del secolo, poi fu già la volta di altre tristezze periferiche scese direttamente dai condotti di Flaubert: Maupassant, si intende linearmente, e Cecov, in via di sbieco, di parafrasi paesaggistica e sentimentale, con altro contesto e altra contestazione.

“Bovary” è quindi per nostra fortuna un libro datato e pare finita l’epoca delle prescrizioni classiche o classiciste dei libri letterari, quindi ben venga un falò commemorativo di “Madame Bovary” in questo 2021 che segna il bicentenario della nascita di Flaubert. Ne sarebbe stato più che lieto, il maestro dell’ironia, il tagliagole della morale che avrebbe riso di come oggi imbalsamiamo il suo cosiddetto capolavoro.
Di capolavoro si può parlare finché non si prescinda dall’ironia dell’opera. Flaubert la semina a piene mani. La pagina più alta del libro è la dichiarazione a Bovary sposata del lampionaro, peracottaro vitellone di turno a mezzo di un’asta pubblica, in piazza: il banditore rende noto il prezzo di un cumulo di letame e lì, proprio lì Flaubert piazza la dichiarazione d’amore fedifrago.
Credo sia il punto più alto della vicenda, se non mi fanno velo gli anni e le diottrie perse da quando lo lessi. L’ironia è tutta lì, la Avallone fa fatica a dirlo. Meglio rimestare nel torbido, nello sciabordio sentimentale allineato con l’ipotesi faticosamente guadagnata dalla nostra società letteraria per la quale la provincia è triste, ma quanto è bella, quanto ci divertiamo – più dei gazzettieri – a raccontarla nei romanzi.
Fate attenzione invece a Flaubert, leggetelo senza le pretermissioni messe in voga dagli scrittori del momento attuale, andatevi a rileggere se proprio volete le pagine esauste e seducenti di Vargas Llosa in merito, riscoprite i peripli infatuati di Henry James – uno dei pochi a rilanciare Flaubert ad altezze cronologiche impensabili – oppure, chessò, se proprio volete rimanere attaccati alla lettera del testo, prendete in mano “Il pappagallo di Flaubert” di un ingegnoso contemporaneo inglese e vedrete come Flaubert facesse a pugni coi suoi tempi, con gli editori che volevano rifilargli le immagini illustrative nel romanzo, cosa che lo fece impuntare e disse da vero genio ribelle che no, non le voleva, non era mica un romanzetto osceno alla De Kock: il lettore doveva rimanere incollato al testo, al segno scritto e non a quello grafico per ricreare da lì la strumentazione delle passioni, il fondale provinciale e tutto il resto. Quasi un verghismo incipiente, abbozzato, oserei dire.

Ma comunque, leggete Flaubert, è dissacrante, gronda ironia distruttiva da dovunque lo prendiate. Suggerirei di fare così solo se se avete a cuore una nozione di vita in cui la sensazione è già pensiero e non avete bisogno di blandizie ulteriori, di epitaffi rammemorativi, di progettazioni alla bell’e meglio della serie che “ogni lettura è una scoperta” o magari “un’esplorazione del passato che facciamo per chi verrà dopo di noi”. Se volete invece fare così, avrete tra le mani un bel pupattolo, ma non Flaubert – e non dico di quello postremo, devastante e sbizzarrito di “Bouvard e Pecuchet” o magari della dispersione del “San Antonio” – ma proprio di questo, tragico e sentimentalmente comico, della beata, fu Bovary.

Andrea Bianchi

Cronisti

Edgar Degas, Musicisti d’orchestra, 1872-76

Negli echi di cronaca, bisogna che ognuno trovi ogni giorno almeno una riga che lo interessi, affinché tutti li leggano. Bisogna pensare a tutto e a tutti, e a tutte le classi, a tutte le professioni, a Parigi, alla Provincia, all’Esercito, ai Pittori, al Clero e all’Università, ai Magistrati e alle Cortigiane.
L’uomo che li dirige, e comanda al battaglione dei cronisti, deve essere sempre all’erta, sempre in guardia, diffidente, previdente, astuto, vigile e pieghevole, armato di tutte le furberie e dotato di un fiuto infallibile per scoprire a colpo d’occhio la notizia falsa, giudicare quello che è bene dire e quello che è meglio tacere, quello che farà effetto al pubblico; e saperlo presentare in modo che l’impressione sia moltiplicata.
(…)
Gli ispiratori e i veri redattori della Vie Française erano una mezza dozzina di deputati interessati a tutte le speculazioni lanciate e sostenute dal direttore. Alla Camera, erano chiamati la “Banda Walter”, ed erano invidiati perché si pensava che guadagnassero denaro con lui, e per mezzo di lui.
Forestier, redattore politico, era soltanto l’uomo di paglia di quegli affaristi, esecutore delle loro intenzioni. Essi gli suggerivano gli articoli di fondo, che egli andava sempre a scrivere a casa, per essere più tranquillo, diceva.
Per dare poi al giornale una parvenza letteraria e parigina, vi avevano aggregato due scrittori celebri in due generi diversi. Jacques Rival, cronista di attualità, e Norbert de Varenne, poeta e collaboratore letterario, o piuttosto narratore, secondo la nuova scuola.
Si erano poi procurati, a basso prezzo, critici d’arte, di pittura, di musica, un critico teatrale, un redattore criminalista, e un redattore ippico, fra la grande tribù degli scrittori adatti a tutto. Due donne della buona società, “Domino rosa” e “Zampetta bianca”, mandavano scritti di varietà mondane, trattavano le questioni di moda, di vita elegante, di galateo, di etichetta, e confidavano qualche indiscrezione sulle signore dell’aristocrazia.

Guy de Maupassant, Bel-Ami, 1885

Equilibrio da volpone

Georges Seurat, Le Chahut, olio su tela, 1889-90


E facevano un macello del ministro, e ne facevano un altro il giorno dopo, e un terzo il giorno seguente. Il deputato Laroche-Mathieu che pranzava in rue Fontaine tutti i martedì, dopo il conte de Vaudrec che apriva la settimana, stringeva vigorosamente la mano alla moglie e al marito con straordinarie dimostrazioni di gioia e non si stancava di ripetere: «Diavolo, che campagna. Se non riusciamo dopo questa!…».
Sperava infatti di riuscire ad arraffare il portafoglio degli Affari Esteri a cui mirava da molto tempo.
Era uno di quegli uomini politici a molte facce, senza convinzioni, senza grandi mezzi, senza audacia e senza conoscenze serie. Avvocato di provincia, bell’uomo del capoluogo, serbava un equilibrio da volpone fra tutti i partiti estremi, specie di gesuita repubblicano e di fungo liberale di dubbio genere, come ne nascono a centinaia nel letamaio popolare del suffragio universale.
Il suo machiavellismo da villaggio lo faceva passare per uno spirito forte fra i colleghi, fra tutti gli spostati e i falliti di cui si fanno altrettanti deputati. Era abbastanza elegante, abbastanza corretto, abbastanza cordiale, abbastanza simpatico per riuscire; e aveva successo nei salotti, nella società mista, torbida e poco fine degli alti funzionari del momento.

Guy de Maupassant, Bel-Ami, II-II