Lettera a Saman

La processione si è svolta placidamente e non è mancata la predica dal terrazzo dove, ai tempi del Duce, si facevano i discorsi ai fascisti. La scena del discorso del frate davanti ai matti e alle matte e ai contadini dei dintorni del manicomio, vestiti a festa, se sofferta nella sua ironica-tragica realtà, avrebbe potuto essere un grande quadro. Non mancava nulla della stupidità umana, galleggiavano i sette vizi capitali, l’ipocrisia e l’ambizione in tal modo si davan l’abbraccio che era una morsa, la mediocrità era il sovrano, la servitù strideva acutamente.
(Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori 1963)

Cara Saman, oggi vogliamo occuparci della tua storia, di cui si è molto parlato, e raccontarti alcune cose. Sappiamo che per mesi si è cercato nella campagna di Novellara ciò che resta di te, dopo che sei stata verosimilmente assassinata dai tuoi genitori e parenti, perché continuavi a rifiutare l’imposizione di un matrimonio combinato in Pakistan, secondo le regole patriarcali di stampo islamico che vengono imposte a molte ragazze come te. Poiché sei una ribelle, i tuoi genitori hanno deciso di annientarti e farti sparire, e sono fuggiti nel vostro Paese. Qui i nostri investigatori non sono ancora riusciti a trovarti, pur setacciando i terreni agricoli circostanti con le tecnologie più sofisticate, e questo aumenta il nostro sconcerto e il nostro dolore. La tua morte è un gravissimo caso di “femminicidio”, ancor più sconvolgente perché è stato commesso in modo premeditato su una figlia inerme, poco più che adolescente, con ferocia, per motivi d’onore.

La scarsa attenzione che l’attivismo femminista — soprattutto quello che impazza sui media — ha prestato al tuo assassinio è un fatto evidente, che in Rete ha provocato discussioni e divisioni accese, come spesso accade quando si tratta di oppressione e di violenza sulle donne. Bene, ora vorremmo provare a spiegarti il perché di questo disinteresse increscioso. Molti dicono che gran parte dell’attivismo progressista, al punto in cui è arrivato, più che a migliorare realmente le cose (un compito difficilissimo che richiede tempo e generazioni) serve a crearsi un’appartenenza e a mettersi al sicuro, stando dalla parte dei giusti. E da noi l’attivismo femminista non è come quello che si vedeva in Europa cent’anni fa: a quei tempi — pensiamo alle “suffragette” che protestavano perché fosse concesso il voto alle donne — chi si lanciava nella lotta femminista rischiava di perdere tutto: la reputazione, la famiglia, anche la libertà; erano donne combattenti che potevano venir brutalizzate, a volte uccise. Ci voleva coraggio, si doveva essere forti e determinate, pronte a rischiare tutto. Oggi, invece, il nostro attivismo femminista, non dovendo più lottare per quei diritti fondamentali, viene utilizzato per aggiungere nuovi trofei alla lotta permanente contro la mentalità maschile e maschilista considerata “tossica”, e può anche servire a ottenere visibilità e legittimazione; le attiviste più scaltre e immanicate l’hanno usato come ascensore sociale, arrivando alla notorietà, a scrivere sui giornali, a pubblicare libri, a condurre programmi radiofonici e a stare in televisione. Il loro compito primario, quindi, non è occuparsi dell’oppressione femminile legata all’immigrazione, dove ti sei trovata tu, perché è una questione troppo complessa e rischiosa, troppo legata all’incontro/scontro di culture, e le neo-femministe non amano affrontare questo tipo di rischi. Loro si concentrano sulle questioni più domestiche legate, oltre che ai “femminicidi”, alla repressione dei comportamenti maschili violenti, di quelli ritenuti “tossici” o sessisti, alle parole che dovrebbero essere tolte dai vocabolari e a quelle che non devono più essere pronunciate, insomma su cose per le quali non si rischiano né la vita né la reputazione. Preferiscono gridare contro il patriarcato nostrano, che è molto meno pericoloso di quello assoluto e feroce di stampo islamico, che nella tua famiglia è arrivato al punto di ucciderti per gettarti chissà dove. Per loro, prendere di petto la vostra realtà di violenza sarebbe temerario, e il fatto che ti abbiano lasciata sola anche quando sei stata trucidata ne è testimonianza.

Ma ora, Saman, lasciamo perdere il neo-femminismo, che non è così interessante, e passiamo a un problema più grave e inquietante che riguarda la nostra informazione, cioè come i media orientano i messaggi per condizionare l’opinione pubblica. Per capire perché questo ti riguardi bisogna tornare indietro di vent’anni, quando ancora non eri al mondo. Devi sapere che nel 2001, dopo che l’islam terroristico rase al suolo le torri gemelle del World Trade Center di New York, facendo una montagna di morti, la giornalista italiana Oriana Fallaci, che si trovava poco distante, scrisse una serie di articoli furenti contro l’islamismo, partendo ovviamente da quello più violento e pericoloso, parlandone così male e maledicendolo a tal punto — anche in libri successivi — che l’opinione pubblica italiana restò traumatizzata, perché si creò una spaccatura fra quelli che le davano ragione e quelli che invece la osteggiavano scandalizzati, definendola una donna intollerante, fascista, islamofoba, e per questo una persona disgustosa da disapprovare ed evitare. Questo fenomeno collettivo, che possiamo definire “Trauma Oriana Fallaci”, continua a pesare sulle opinioni e sull’immaginario del nostro Paese, tanto che ancora oggi se ne vedono gli effetti nei giornali, nelle televisioni e in tutto ciò che fa opinione pubblica.

Ora vogliamo mostrarti cosa è successo il 18 giugno scorso, in un editoriale pubblicato sul supplemento “7” del Corriere della Sera, in cui si doveva parlare proprio della tua tragedia. Noi, dopo una lettura incredula, lo abbiamo definito “editoriale-scimmia”, cioè un articolo pretestuoso che parla di cose che non c’entrano con l’argomento dichiarato, scimmiottando temi-chiave copiati da altri articoli e assemblati in modo poco coerente, al solo scopo di far passare il messaggio prestabilito, che in questo caso sembra totalmente condizionato dal Trauma Oriana Fallaci. Questo trauma, anche dopo vent’anni, continua a imporre a gran parte dei nostri media l’obbligo di non attaccare l’Islam, in qualsiasi forma, per non alimentare l’islamofobia e per non offrire vantaggi alla parte politica “di destra”, che è considerata nemica. In questo modo, se le neo-femministe affermano che esiste la mascolinità tossica, le frasi tossiche contro la donna e così via, qui è evidente che esiste anche un giornalismo tossico, che nel nostro caso produce editoriali-scimmia come questo. Il problema è che quando non si sa affrontare — o non si vuole affrontare — un argomento che risulta politicamente rischioso per una parte dell’opinione pubblica, allora si glissa, si devia, si svicola, si occulta, si gira intorno alla questione senza affrontarla, evitando così di occuparsene, per sviare il lettore e distogliere la sua attenzione, orientandola verso i temi che sono più convenienti e che si vogliono imporre.

Dunque, l’editoriale apparso il 18 giugno sul supplemento “7” del Corriere della Sera ha questo titolo: “Non abbiamo accolto il grido di libertà di Saman. Ferocia? No, fragilità”. Già qui si dichiara di voler parlare della tua tragedia e di volerne affrontare i perché, di volersi interrogare sulla sofferenza della tua ribellione e sulla tua vita stroncata per mano della famiglia, in nome di un patriarcato brutale e feroce, creatore di inferni. Ma invece è successo qualcosa di diverso, che pensiamo di aver capito e che proviamo a spiegarti. Come abbiamo detto, visto che una parte sostanziosa dell’informazione teme che affrontare apertamente le cause della tua morte possa alimentare l’islamofobia e favorire i temi della “destra” politica, al supplemento del Corsera si è preferito tralasciare il lato oscuro che porta certe famiglie immigrate a uccidere le figlie che rifiutano di essere “buone musulmane”, e si è confezionato un editoriale-scimmia dal titolo esplicito, che inganna chi si ferma al titolo senza proseguire, facendogli credere che si stia parlando di te. Invece il testo, diviso in sette punti, fa di tutto per sviare l’attenzione: leggiamolo insieme, mettendo su ciascun punto un titoletto riassuntivo.

1. Io, che mi metto coraggiosamente contro la politica, e le pene che devo patire.

Che immenso equivoco pensare che essere in disaccordo – in disaccordo palese, aperto, inequivocabile – con la politica ti migliori la vita. Non è così. Non porta vantaggi. Crea solo problemi, perché tutti temono chi è in politica; tutti sanno che prima o poi chiunque potrà ricoprire cariche importanti e, dalla vetta, magari guarderà in basso ricordando gli amici… e soprattutto i nemici. 

Tu ci hai capito qualcosa, Saman? L’autore, che chiameremo il Bravo Editorialista, comincia parlando di sé, delle sue delusioni, dice di essere eroicamente “in disaccordo palese, aperto, inequivocabile” con la politica, e per questo si lamenta di avere dei nemici. Ma che c’entra con te e con il tuo eroismo? Ha qualche attinenza con quello che ti è successo? Questa non è altro che una ventata di narcisismo infantile.

2. Io, che faccio lo scrittore, devo impegnarmi e lottare contro i politici che cercano i crimini commessi dagli immigrati.

Però, se di mestiere fai lo scrittore, non è che puoi trincerarti dietro le pagine dei tuoi libri. Non è che puoi dire: tutto quello che dovevo l’ho scritto lì, ora lasciatemi in pace. Non funziona così perché la realtà è complessa e dobbiamo tutti dare il nostro contributo, soprattutto quando ci sono politici che ogni giorno setacciano il web alla ricerca di notizie di crimini commessi da immigrati per poter dare in pasto, a chi li segue sulle loro piattaforme social, la disperazione che diventa crimine, vero o presunto, accertato o mera calunnia…

Santo cielo, il Bravo Editorialista continua ad autocelebrarsi. Non riesce a resistere. E sembra chiaro dove vuol parare: ciò che ti hanno fatto i tuoi genitori sta causando un monte di problemi agli immigrati, che ora vengono accusati di ogni nefandezza. Ma qui non si doveva parlare di te e darti voce? Non si doveva cercar di capire come possano accadere fatti così strazianti? Ma andiamo avanti, forse ci si arriva.

3. Chi risarcirà gli immigrati – poveri e inermi – pubblicamente accusati di aver commesso crimini?

Chi mai chiederà conto di quelle parole feroci? Difficile, molto difficile che chi vive con scarsi mezzi possa far valere le proprie ragioni, rivolgersi a un legale, intraprendere una causa per diffamazione. Ecco il “vantaggio” di fare a brandelli con chi non ha niente: non può difendersi, è inerme, totalmente esposto. Spesso leggiamo testi infarciti di condizionali: «avrebbe ferito», «avrebbe brandito», «avrebbe aggredito» insieme a foto, a nomi e cognomi. Nessun processo e nessuna condanna: il colpevole dato in pasto a chi crede di trovare una soluzione ai propri problemi coltivando l’odio razziale. 

Niente da fare, sta succedendo ciò che temevamo. Di fronte a ragazze uccise perché non si comportano da “buone musulmane” e non si sottomettono al patriarcato feroce della famiglia, il Bravo Editorialista insiste sulla “diffamazione” che storie come la tua provocherebbero agli immigrati: il copione preciso che avevamo immaginato. Una totale mancanza di visione, una totale assenza di pietas: tu sei sepolta chi sa dove, la tua gioventù viene stroncata e le tue carni erose, e qui ci si preoccupa di quelli che per colpa tua verrebbero diffamati. Non osiamo pensare cosa dirà costui quando riuscirà a pronunciare il tuo nome.

4. Il sacrificio rituale con lo sgozzamento pubblico dell’animale è una tradizione rispettabile, perché comunitaria e solidale.

La foto che ho scelto è stata scattata a Roma, in Largo Preneste, in occasione della Festa del Sacrificio, a cui partecipano musulmani di ogni età. Il sacrificio è quello dell’animale, sgozzato perché defluisca tutto il sangue, e tradizionalmente diviso in tre parti. Una viene consumata subito, una conservata e la terza donata a chi non ha la possibilità di acquistarne.

Questo quarto punto è davvero inquietante. Il Bravo Editorialista non riesce ancora a guardarti e a pronunciare il tuo nome, Saman: preferisce compiacersi indicando il rito dello sgozzamento dell’animale come pratica tradizionale rispettabile, fatta da musulmani altruisti che donano un terzo della carne dissanguata “a chi non ha la possibilità di acquistarne”. Nemmeno un pensiero sul patriarcato che sgozza le figlie ribelli con la condiscendenza delle madri, un fenomeno talmente spaventoso da far seccare la gola.

5. La storia di disperazione e sofferenza degli immigrati viene respinta, perché troppo dura e potrebbe farci male.

Questa foto ci racconta dell’attitudine che molto spesso si ha con gli stranieri: si preferisce non vederli, una fitta rete ci separa da loro e rende i loro contorni sfumati, le loro abitudini lontane. Io mi sono dato una spiegazione che non ha niente a che vedere con la ferocia, e nemmeno con il razzismo, ma con una forma di egoismo che non ha nulla di sano. Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa usare violenza, derubarci o trovare lavoro al posto nostro. No, niente di tutto questo. Lo straniero lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore, della sua immensa sofferenza, che i suoi racconti possano spezzarci dentro. Sappiamo che non saremmo in grado di farcene carico e al contempo mantenere distanza. Quando entri nella vita di chi ha lasciato la propria terra, fai il tuo ingresso in un mondo che ha perso le proprie radici, un buco nero senza appigli, senza aiuto. Nessun parente sulla cui spalla poter piangere, nessun amico d’infanzia che possa venirti in soccorso o luogo familiare che possa darti sicurezza.

Neanche qui si parla di te, Saman. L’autore non ti vede e non ti vuole vedere: ti eclissa, ti evita, ti oscura con un paravento. Mette avanti l’immensa sofferenza e disperazione degli immigrati che hanno una storia che ci spezzerebbe, e sarebbe questo il motivo per cui noi italiani li teniamo a distanza.

6. Noi italiani siamo feroci, creiamo un muro, non facciamo comunità con gli immigrati e non li aiutiamo.

Ecco, quel velo non ci protegge dal timore di essere depredati, ma da una sofferenza a cui non vogliamo partecipare. E allora si cede al racconto facile: sono criminali, ecco perché ne sto alla larga, ecco perché non devono venire e chi sta qua se ne deve andare. Meglio mostrarsi feroci che fragili. E così quella rete diventa un muro, un muro alto, impossibile da valicare. Così viviamo negli stessi luoghi e non ci conosciamo, osserviamo lo stesso cielo ma non insieme. Potremmo dare aiuto, ma nemmeno ci accorgiamo di chi ne ha bisogno.

Ormai abbiamo capito: al Bravo Editorialista la tua storia non interessa. Nemmeno qui ti ha pensata, Saman, non ti ha nemmeno sfiorata con un’idea o con una domanda. Hai sofferto quando ti hanno trucidata? Hai lottato? Cosa ti ha spinto a fidarti di tua madre, quando ti ha convinta a rientrare a casa, mentendoti? E che cosa spaventosa può essere stata, per una madre, mandarti a morte? È stata la sottomissione totale a renderla disumana? E quante ragazze come te rischiano la vita, in famiglie intrise di estremismo religioso e criminale?

7. Non abbiamo salvato Saman, non l’abbiamo integrata, quindi la sua morte è colpa nostra e dei nemici politici che quotidianamente combatto.

Non ci siamo accorti di Saman Abbas, non l’abbiamo aiutata a emanciparsi dalla sua famiglia. Tra noi e Saman, vittima di femminicidio, c’era una fitta rete, come quella della foto. Saman voleva essere libera di decidere della propria vita, glielo hanno impedito e nessuno di noi è stato lì ad accogliere il suo grido d’aiuto. Ciò che è accaduto a Saman ci dice che dobbiamo costruire ponti, lavorare perché gli stranieri che decidono di stabilirsi in Italia trovino possibilità di integrazione: la politica che criminalizza quotidianamente gli immigrati rema contro tutto questo, e la consapevolezza che la storia di Saman abbia trovato spazio sulle pagine social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini solo perché è morta per mano di parenti stranieri è sconfortante.

Ecco qui il gran finale: solo ora ti permette di entrare in scena, come puro strumento, per poterci accusare di non averti salvata perché non ti abbiamo integrata, e per accusare con nome e cognome gli avversari politici su cui è fissato, la grande ossessione che lo tormenta. A questo punto, non resta molto da dire. Le famiglie come la tua rifiutano di farsi integrare, questo è chiarissimo, ma viene spudoratamente negato. E questo ci fa molto arrabbiare. Lo sfacciato editoriale-scimmia, che ricorda diverse parole del brano riportato in cima – vizi capitali, ipocrisia, ambizione, mediocrità, servitù –, si può leggere qui. Come vedi, Saman, sei stata usata per sostenere tesi politiche prestabilite, per dare legittimazione a ciò che a loro interessa, senza mai comparire, perché risulti scomoda, sei un accidente increscioso che rischia di minare la loro narrazione. Per noi, invece, sei una ragazza piena di coraggio, come ce ne sono poche: così piccola, in una famiglia così difficile e pericolosa, in un ambiente tanto infido e malvagio tu hai avuto il coraggio di ribellarti. E l’hai pagato carissimo. Noi non ti eclissiamo, Saman: al contrario ti terremo sempre con noi, come dovrebbero fare tutti.

DetFic 19: Émile Gaboriau

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Nella Francia dell’Ottocento, quasi tutti i grandi scrittori si cimentano nel feuilleton: da Honoré De Balzac ad Alexandre Dumas padre; ma il più grande successo di pubblico in questo genere di letteratura lo riscuote Eugéne Sue con I Misteri di Parigi (Les Mystéres de Paris, 1842-43).

Fra i principali autori di feuilleton, citiamo i due più prolifici creatori di intrighi, Paul Féval (1817-1887), che sfornò oltre 100 romanzi, e il visconte Pierre Alexis de Ponson, in arte Ponson du Terrail (1829-1871), il creatore di Rocambole, il delinquente destinato ad avere una lunga progenie di seguaci e imitatori.
Genio del male in una lunga serie di romanzi, da Les drames de Paris a Les exploits de Rocambole (1859), nel quale il terribile bandito muore col volto devastato dal vetriolo, Rocambole si trasforma in seguito in un detective votato al bene (da La Resurrection de Rocambole, 1862).

Emile_Gaboriau_BNF_GallicaMa, in realtà, il vero erede francese di Edgar Allan Poe è Emile Gaboriau (1832-1873).
Dopo una giovinezza tumultuosa, Gaboriau arriva a Parigi, diventa segretario dello scrittore Paul Féval e comincia a dedicarsi al giornalismo. Ed è proprio in occasione di un reportage per Le Pays nel quartiere della Porte d’Italie, che Gaboriau stringe amicizia con un ex-ispettore della Sureté, Tirabot, detto Tirauclair (“Mettinchiaro”), e decide di scrivere un romanzo poliziesco sul tipo di quelli di Poe, che tanto l’hanno entusiasmato nella traduzione di Baudelaire.

Nasce così L’Affare Lerouge (L’Affaire Lerouge). Pubblicato a puntate nel 1863 su Le Pays, il romanzo passa praticamente inosservato, mentre la sua riedizione su Le Soleil, due anni più tardi, riscuote un successo clamoroso.
Questa la trama. Il giovedì 6 marzo 1862, posdomani del martedì grasso, cinque donne del villaggio della Jonchére si presentavano all’ufficio di polizia di Bougival. Esse raccontarono che da due giorni nessuno aveva più visto una loro vicina, la vedova Lerouge, che abitava sola, in una casetta isolata. A lungo avevano bussato, ma inutilmente. Le finestre, come la porta, erano chiuse, quindi era stato impossibile gettare un’occhiata all’interno. Questo silenzio, questa scomparsa, le turbavano. Temendo un delitto o una disgrazia, esse chiedevano che «la Giustizia», per rassicurarle, forzasse la porta e penetrasse nella casa.

In questo primo romanzo poliziesco, Gaboriau segue molto la lezione degli Assassinii della Rue Morgue: «Tutto, nella prima stanza, denunciava con lugubre eloquenza la presenza dei malfattori. I mobili, una credenza e due grandi cassapanche, erano forzati e rovesciati. Nella seconda stanza, che serviva da camera da letto, il disordine era ancora maggiore: pareva che qualcuno, in preda alla follia, si fosse impegnato a buttare ogni cosa fuori posto. Infine, presso il caminetto, il viso nella cenere sparsa, era steso il cadavere della vedova Lerouge. Tutto un lato della faccia e dei capelli erano bruciati».

Ben tre sono i personaggi chiamati a risolvere il caso della vedova: il capo della polizia, Gevrol, funzionario ligio al dovere, tipico poliziotto di routine; l’anziano dilettante Pére Tabaret (detto Tirauclair) e, infine, in una parte minore, un giovane ispettore arrivista, Lecoq (nome che ricalca quello di Vidocq). Sarà Pére Tabaret a risolvere l’enigma della vedova Lerouge, dopo che la polizia ha fallito e ha pure arrestato un innocente.

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Nei successivi romanzi, Il dossier 113 (Le dossier 113), Il dramma d’Orcival (Le crime d’Orcival), entrambi del 1867, Monsieur Lecoq (1869) e La corda al collo (La corde au cou, 1873), l’attenzione dell’autore si sposta da Gevrol e Tabaret a Lecoq. Soprattutto a partire da Il dramma d’Orcival, la storia di un duplice misterioso omicidio avvenuto nel castello dei conti Trémorel: la polizia locale è convinta d’aver fatto piena luce sul fatto di sangue e ha arrestato i presunti colpevoli, quando da Parigi giunge Lecoq a infrangere ogni illusione.
Coi suoi metodi particolari, il detective avvia le indagini: esamina tutte le circostanze del crimine, raccoglie dettagli, individua i moventi, collega fra loro i vari personaggi e le diverse vicende; infine, trova l’uomo la cui colpevolezza giustifica tutte le circostanze, i dettagli, i dati raccolti e collegati.

Lecoq è un investigatore eccezionale, perché è paradossalmente dotato di una “mentalità criminale”, che gli permetterebbe di commettere crimini perfetti e, quindi, anche di svelarli. Ex piccolo delinquente “riconciliatosi con la legge”, prima di entrare nella polizia Lecoq ha lavorato come assistente presso un celebre astronomo, il barone Moser. Anzi, è stato proprio il barone, al quale aveva sottoposto un suo “piano perfetto” per rapinare una banca, a scoprire in lui la vocazione poliziesca: «Quando si hanno le vostre disposizioni e si è poveri, si diventa o un ladro o un celebre poliziotto. Scegliete!». Lecoq sceglie di entrare nella Sureté.

LecoqIl tratto della “mentalità criminale” non è scelto a caso da Gaboriau: esso spiega in realtà il metodo di “identificazione psicologica” con cui opera il suo personaggio. Nel corso delle indagini, Lecoq si spoglia della propria personalità, sforzandosi d’entrare nei panni e nella mentalità dell’assassino. In questo, egli è l’erede spirituale di Dupin, ma a differenza dell’eroe di Poe, Lecoq non si isola nell’astrazione. Dupin è un infallibile ragionatore, che si dedica ai particolari unicamente per la morbosa soddisfazione di constatare d’aver raggiunto conclusioni esatte. Il suo interesse è rivolto al problema “in sé”, e non ai personaggi che gli si muovono intorno.
Lecoq, al contrario, esita, segue una pista, s’accorge che non è quella giusta e ricomincia le indagini. Invece di avanzare ipotesi ardite, che la verifica dei fatti dimostrerà esatte, il detective francese esprime il proprio giudizio solo dopo aver svolto un esame minuzioso degli avvenimenti. Lecoq è un uomo, non un sillogismo personificato, quindi preferisce l’indagine al puro ragionamento intuitivo.

Un criminologo degli anni Trenta, Edmond Locard, ha così sintetizzato la differenza dei metodi investigativi di Poe e di Gaboriau: «Per quanto riguarda l’inchiesta criminale, l’americano incarna il genio e il francese il talento. Il poliziotto di Poe è tutto intuizione; quello di Gaboriau è tutto esperienza, saggezza e pratica del mestiere».
Gaboriau e Poe, insomma, hanno inventato i due personaggi-chiave del racconto poliziesco, il detective dilettante e il commissario di polizia, creando così due scuole ben differenziate: quella francese e quella angloamericana.
«A seconda che gli autori diano più importanza all’inchiesta o al mistero», scrive il giallista francese Thomas Narcejac, «si inseriscono in due scuole che corrispondono a temperamenti nazionali molto marcati. Gli anglosassoni, in genere, si interessano particolarmente alle vicende dell’inchiesta, quella speciale partita a scacchi che l’investigatore è chiamato a giocare. I francesi, invece, sono più sensibili all’aspetto romanzesco e melodrammatico del poliziesco: ambiente, personaggi pittoreschi, colpi di scena».

 

DetFic 18: Edgar Allan Poe e l’eroe seriale

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Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes – dottor Moriarty.

roget-illusIn The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.

Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe, dunque, non resta che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.

Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

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LA LETTERA RUBATA

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.

Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po’ troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell’indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.

la-lettera-rubata-di-edgar-allan-poeDa quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.

Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.

Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.

Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell’ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s’impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi gli consegna la lettera rubata.
Non ci resta che concludere con una citazione dai Mémoires di Vidocq: «Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare».

(3 – fine)

DetFic 17: Edgar Allan Poe alla Rue Morgue

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In The Murders in the Rue Morgue, tutto comincia con una strage. Alle tre di notte, gli abitanti di Rue Morgue vengono svegliati «da una serie di grida spaventose», provenienti da un appartamento al quarto piano d’un vecchio stabile, abitato dall’anziana madame L’Espanaye e da sua figlia Camille. Per entrare, i primi soccorritori devono sfondare la porta d’ingresso, solidamente chiusa dall’interno.

Lo spettacolo che si trovano di fronte è terrificante: «La stanza è nel più grande disordine; i mobili spezzati e sparsi in tutte le direzioni. I materassi del letto sono stati tolti e gettati nel mezzo dell’impiantito. Su una sedia giace un rasoio intinto di sangue. Sul camino, due o tre lunghe trecce di capelli grigi che sembrano essere state strappate violentemente dalle radici. Nessuna traccia di madame L’Espanaye: si osserva però una quantità insolita di fuliggine sul focolare; allora si cerca nel camino e (orribile a dirsi!) ne viene estratto il cadavere della figlia, che è stato spinto, con la testa in giù, a viva forza, fino a un bel tratto della stretta apertura!».

342207x480Dopo una minuziosa investigazione della casa, in un cortiletto situato sul retro i vicini trovano il cadavere della vecchia signora, con la gola profondamente tagliata, al punto che, quando si prova a sollevarlo, il capo si stacca completamente dal busto. Sia il corpo sia la testa «appaiono spaventosamente mutilati ed è tanto se conservano un aspetto umano», come scrivono l’indomani i giornali parigini.

La polizia, ovviamente, brancola nel buio: l’appartamento è stato trovato ermeticamente chiuso, e nessuno sembra poterne essere uscito dopo il delitto. Le porte erano sbarrate, le finestre anche; e dalle scale si sono sentite le urla degli assassini, proferite in un linguaggio su cui nessuno dei testimoni riesce a mettersi d’accordo: secondo alcuni è italiano, secondo altri inglese, o francese, o spagnolo, o russo. La polizia «denuda addirittura i pavimenti, soffitti e pareti», per scoprire un’eventuale uscita segreta, ma senza risultato.

Non resta che fare appello alle facoltà investigative di Dupin. Munito dell’autorizzazione del prefetto di Parigi, il cavaliere e il suo amico si recano nella casa del delitto. Sebbene si sia frugato dappertutto, il detective non si fida degli occhi della polizia e vuole cercare coi propri. In effetti, non esistono uscite segrete, così come non è possibile passare attraverso il camino, troppo stretto. Dalla prima stanza dell’appartamento, poi, l’assassino o gli assassini non possono essere usciti, perché sarebbero stati visti dalla folla che guardava in alto o dai soccorritori che salivano per le scale.

«Devono essere passati dalle finestre della stanza sul retro» spiega Dupin: proprio le finestre trovate ermeticamente chiuse. «Essendo ora arrivati a questa conclusione per mezzo d’irrefragabili deduzioni, non è affar nostro, come ragionatori, rigettarla in ragione della sua impossibilità apparente. Non ci resta che dimostrare che questa apparente impossibilità in realtà non esiste».

Così, il detective parte alla ricerca della prova che dimostri la validità del suo ragionamento. E la trova: un chiodo spezzato che sembra intatto, una molla che chiude automaticamente il telaio della finestra, e l’enigma è spiegato. Fuori della finestra, però, c’è una parete liscia, e l’altezza è notevole; ma a due metri di distanza passa il filo d’un parafulmine, e un essere dotato di una «straordinarissima e quasi sovrannaturale specie di forza e agilità», un essere capace di ficcare Camille nella cappa del camino, può benissimo essere saltato da quel filo alla finestra e viceversa, utilizzando la pesante persiana di legno come appoggio e prolunga. A conferma di ciò, ai piedi del filo del parafulmine Dupin trova un pezzo di nastro, legato con un nodo tipico dei marinai maltesi.

murders rue morgueScoperta la possibile chiave dell’enigma, non sarà difficile completare il mosaico e inserire al loro posto quegli indizi così apparentemente contraddittori che disorientano la polizia: la ferocia e la gratuità del delitto, la forza sovrumana dell’assassino, gli strani peli rossicci trovati nelle mani di una delle vittime, il linguaggio incomprensibile sentito dai vicini.

In questo racconto, pubblicato nell’aprile del 1841 sul The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine, abbiamo il mistero della camera chiusa, il problema investigativo per eccellenza, alla cui soluzione può arrivare solo la sottigliezza dell’investigatore. Ma troviamo anche la classica mancanza di fantasia e la suscettibilità dei funzionari di polizia: «…il funzionario non poteva nascondere il suo dispiacere per la piega che aveva preso l’affare e si lasciò sfuggire qualche sarcastica osservazione su quanto sarebbe desiderabile che ognuno s’occupasse delle proprie faccende». In più, ci sono l’arresto di un innocente e lo stratagemma dell’investigatore per forzare la mano al colpevole.

Senza dubbio, il metodo investigativo di Dupin ricalca alcune caratteristiche tipiche del procedere scientifico: la capacità di ricostruire il tutto da una parte; la convinzione che dietro l’apparente complessità di un enigma si celi una soluzione semplice; l’attenzione data a indizi e circostanze che invece appaiono marginali.

(2 – continua)

DetFic 16: Edgar Allan Poe

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Ed eccoci a lui: Edgar Allan Poe, il Patriarca, il padre di tutti i giallisti, l’iniziatore della detective fiction moderna.

«Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.
Il primo […] è il narratore dell’assurdo e del terrore, precursore degli effetti surreali e dell’angoscia esistenziale, il creatore di una propria cosmologia metafisica che è puro sogno dell’intelletto; lo scrittore precocemente consapevole delle potenzialità combinatorie e scombinatorie del linguaggio, della scrittura come costruzione mistificatoria e della lettura come esercizio di decifrazione. Questo Edgarpò scoperto o privilegiato dalla cultura europea – anche perché ha ottimi traduttori che magari ne mascherano certa farragine o pesantezza stilistica – arriva da Baudelaire fino a noi per susseguenti ondate di interesse. È autore sofisticato, quasi d’élite.
L’altro si arrabatta. È quello che Lionel Trilling ha chiamato – riferendosi agli americani, ma vale anche per noi – “nostro cugino, Mr. Poe”: lo scrittore tormentato dal vuoto e dalle incomprensioni in cui vive, che si dibatte in una società ostile e in una cultura in formazione, tutta da definire, plasmare, indirizzare, ma come restia a ogni richiamo, stimolo, indicazione non meramente commerciali. È, questo Poe, il primo scrittore alienato d’America, e su una dimensione assoluta: sperso nella vastità degli spazi e nella mancanza di un centro, girovago fra il sud natio di cui si fa non richiesto paladino e le città centro-meridionali che lo tengono ai margini e ne rifiutano il messaggio, eppure caparbiamente animato dalla volontà di dare una voce e una cultura al nuovo paese, rigoroso nelle scelte e in anticipo sui tempi. Come tale, esprime la desolazione di quel paesaggio e le antinomie dei suoi valori, e al tempo stesso riflette le tare e i turbamenti di una morbosa predisposizione psicologica, vuoti e scompensi dell’animo, angosce e terrori che in seguito si diranno esistenziali, e che sorgono come fantasmi dal profondo.»

(dall’introduzione di Sergio Perosa ai Racconti, ed. Mondadori 1985.)


CALCOLO E ANALISI: I DELITTI DELLA RUE MORGUE

Murders-in-The-Rue-MorgueIn numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o più paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un’intuizione, da una massima, o da una riflessione filosofica.

Queste “istruzioni” preliminari sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia dell’investigatore francese Auguste Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche, segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l’applicazione delle sue doti investigative a un caso d’omicidio.

La voce narrante inizia subito col distinguere il calcolo dall’analisi, due categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l’attenzione e dall’altro l’acume. L’elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna non solo le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d’analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama, ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo, e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell’avversario.

Ma una prova ancor più forte per le facoltà analitiche del detective è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere “cosa osservare”. Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d’un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l’analitico si avvale.

4Poe_rue_morgue_byam_shawTerminata questa trattazione teorica, Poe entra nel vivo del racconto introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un «oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre». Rampollo decaduto di un’illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d’avere «un piccolo resto di patrimonio», e il cui unico lusso risiede nei libri.

Tra lui e il narratore nasce dunque un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d’imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell’oscurità più completa, uscendo solo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante.
Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.

(1 – continua)

Abaroth!


In qualità di Gran Sacerdote del culto, si unì agli adepti per presiedere la riunione del comitato ristretto. Con un gesto diede il via alle formule di saluto, eseguite imponendosi reciprocamente le mani, e formò con i suoi compagni una catena, rimanendo in meditazione, a occhi chiusi. Dopo un tempo che parve lunghissimo, Querzoli trasse un profondo sospiro, sollevò le palpebre e guardò gli astanti a uno a uno dritto negli occhi, lentamente, penetrando con lo sguardo fin nella loro anima. Poi ruppe il silenzio.
“Sono molto preoccupato per gli ultimi accadimenti”, dichiarò con aria pensosa. “La nostra armonia è minacciata da energie negative. E ho visto, ho sentito inequivocabilmente che queste forze oscene, abominevoli, sono guidate da Abaroth, l’Arconte delle tenebre, il Grande sovvertitore. Ne ho avuta conferma anche ora, sentendo la qualità delle vibrazioni che ci siamo trasmessi. La vibrazione d’amore ha avuto delle interruzioni, delle intermittenze…”
“Domenico”, disse Alceo, fissandolo coi suoi occhi sporgenti, “siamo perfettamente consci di dover combattere il maligno Abaroth con tutte le nostre forze. Però, anche la presenza ostile che ha invaso Luciano l’altro ieri… ha evocato una forza, un’energia che…”
“L’Orgone è generatore di un’energia materiale che permea le cose, ma non l’anima, quindi non è l’energia luminosa che eleva l’uomo”, lo interruppe Querzoli, affilando lo sguardo come se volesse affettare l’aria. “Non dobbiamo cedere agli attacchi di quegli spiriti che sono rimasti legati agli aspetti ingannevoli della vita terrena, che erreranno senza pace finché non verranno investiti dalla luce dell’Uno. Il terribile miasma che ha infestato il nostro fratello Luciano è la conferma che dobbiamo tutti operare affinché il nostro vivere sia ricondotto alla via, e così secondo la legge rivelataci dalla Guida”.

Paolo Ferrucci – Giacomo Leonelli, Omicidi particolari, Piemme, Milano 2000

L’IMMAGINE È TUTTO

Un operaio telefonista ripara in campagna certi fili stando appollaiato sulla cima di un palo. Vede venire alla sua volta un amico che se ne va a caccia, lo chiama festosamente, gli fa notare la sua curiosa positura, dice: «Non sembro un uccello?». L’amico non ride, sta un po’ soprappensiero, guarda il cielo, un’ombra triste cala sui suoi occhi e risponde: «Proprio un uccello». Imbraccia il fucile e spara sul telefonista molto sorpreso, uccidendolo.
Durante il processo che ne seguì, l’omicida per il suo dignitoso riserbo e la semplicità di questo racconto si ebbe le simpatie dei giurati, quasi tutti cacciatori, che lo mandarono assolto per infermità mentale: ammonendoci anche a non forzare troppo le nostre immagini, perché molti delitti vengono commessi soltanto in nome di una similitudine.


Questo è un altro fulminante apologo di Ennio Flaiano — narratore, autore teatrale, critico cinematografico — tratto dal Taccuino 1955. Va da sé che potrebbe
anche essere stato scritto oggi. Rileggendolo, mi torna un vecchio dubbio: vuoi vedere che ha ragione chi sostiene che la forma è sostanza?