i nomi

L’IMPORTANZA DEI NOMI E COGNOMI NELLA COMMEDIA ITALIANA
DA SCOLA A MONICELLI, DA VERDONE A VIRZÌ: BREVE CATALOGO

Michele Anselmi per “il Secolo XIX” (2013)

Prendete Carlo Verdone. Nomi e cognomi dei suoi personaggi sono frutto di una sofferta creazione, vengano pensati e ripensati prima di essere messi nero su bianco. “Nomen omen”, specie nella commedia di costume, dove il nome dovrebbe racchiudere carattere, censo e provenienza del personaggio, quasi presentarlo, senza necessariamente sfotterlo. Lavoro duro, di cesello. L’elenco del telefono è uno spunto imprescindibile, certo, al pari dei riferimenti autobiografici e degli amori letterari, ma guai a buttarla sullo scherzo goliardico, anche se nella realtà poi esistono le Carlina Godo e i Felice Mastronzo. “Grande, grosso e… Verdone”, in tal senso, è un caso da manuale. Il candido padre boy-scout alle prese col funerale della mamma si chiama Leo Nuvolone, il perfido professore di storia dell’arte dalla vita sessuale tutt’altro che irreprensibile Camillo Cagnato, il burino arricchito in vacanza nel più elegante hotel taorminese Moreno Vecchiarutti. Precisi. In quei nomi, sia pure in forma ironica o buffa, si rispecchia l’agire dei personaggi stessi, proprio come avveniva ai tempi d’oro della commedia all’italiana, quando sceneggiatori del calibro di Age & Scarpelli, Sonego o Maccari vi si dedicavano con cura maniacale.
Gli esempi sono lì, nella memoria di tutti. Il Dante Cruciani (Totò) dei “Soliti ignoti”, l’Oreste Jacovacci (Sordi) e il Giovanni Busacca (Gassman) della “Grande Guerra”, il Bruno Cortona (ancora Gassman) e il Roberto Mariani (Trintignant) del “Sorpasso”, il Marino Balestrini (Manfredi) di “Straziami ma di baci saziami”. Per non dire dell’epocale “C’eravamo tanto amanti”, con il portantino comunista Antonio Cotichella (Manfredi), l’avvocato socialista Gianni Perego (Gassman), il cinefilo nocerino Nicola Palumbo (Satta Flores), la contesa Luciana Zanon (Sandrelli), il palazzinaro tronfio e fascista Romolo Catenacci (Fabrizi). A Piero De Bernardi, che oggi collabora con Verdone, si devono in buona misura i personaggi di “Amici miei”: il Mascetti (Tognazzi), il Melandri (Moschin), il Perozzi (Noiret), il Necchi (Del Prete). Potevano chiamarsi diversamente? Certo, eppure quei cognomi hanno aderito così bene agli attori da trasformarli in eterne maschere italiane.
Un’attenzione che resiste nel tempo, se è vero che Paolo Virzì, forse l’allievo più ispirato di Scarpelli, ne ha fatto un tratto distintivo. L’eroina del suo nuovo film, una commedia sui precari intitolata “Tutta la vita davanti”, si chiama Marta Cortese, dove il cognome vale sia come aggettivo, sia come sinonimo del filosofo Gentile da lei studiato prima di approdare al call-center in cerca di un lavoro. Civetterie? Qualche volta. Ad esempio, Scarpelli inseriva sempre un Cerioni o un Sartelli nei suoi copioni; così come Virzì, nel mettere a fuoco il professore insoddisfatto e frustrato di “Caterina va in città”, ha voluto che Castellitto si chiamasse Jacovoni, variazione del sordiano Jacovacci. «Dietro la scelta di un cognome ci sono sociologia, ricordi di scuola e immaginazione letteraria», teorizza il regista livornese, che infatti chiamò Mansani, come l’uomo di “Una relazione” di Cassola, il giovane protagonista di “Ovosodo”. Un altro suo film, forse il più sfortunato, si intitola addirittura “My name is Tanino”, dove il mix di America e Sicilia riassume le traversie “on the road” del giovanotto sospeso tra due mondi e due lingue. Mentre in “Ferie d’agosto”, tra i colti/ progressisti Molino e i beceri/ berlusconiani Mazzalupi, alla fine fai quasi il tifo per i secondi: più vitali e indifesi, nonostante il minaccioso cognome.
E che dire, su un versante più corrivo, dell’“Allenatore nel pallone” Oronzo Canà da Lino Banfi riportato agli antichi splendori commerciali nella diffidenza generale? Araldica e rime facili a parte, un marchio doc: e poco importa che il nome venisse dal vero “mister” Oronzo Pugliese e il cognome, leggermente storpiato, dal collega brasiliano Jarbas Faustinho Cané. Sullo schermo faceva tutt’uno con la faccia attonita, lo schema di gioco sgangherato e la calata barese del comico.
Poi, certo, Verdone, sin dal suo esordio con “Un sacco bello”, ha saputo arpeggiare sul tema, rielaborando figure e bozzetti presi da una certa Roma popolaresca, adattandoli, mischiando nomi inventati e cognomi autentici (o viceversa), in un gioco tra lo spiritoso e l’antropologico. Ai personaggi – Enzo, Leo e Ruggero – di quel primo film a episodi si sono aggiunti nel tempo il Pasquale Amitrano di “Bianco, rosso e Verdone”, il Sergio Benvenuti di “Borotalco”, il Piero Ruffolo di “Compagni di scuola” e tanti altri, passando per gli inconfondibili “coatti” Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. Oggi sono diventati Moreno Vecchiarutti ed Enza Sessa, battezzano il figlio Steven e approdano l’hotel più esclusivo di Taormina, rifilando mance a tutti per farsi accettare. Nel libro “Fatti (o quasi) coatti”, 1999, Verdone racconta: «Le hall degli alberghi, anche quelli costosissimi, spesso ospitano personaggi in sandali e telefonino attaccato all’orecchio che, per chiedere la chiave senza perdere la conversazione, mimano i numeri con le dita». Sembra l’antefatto del terzo episodio di “Grande, grosso e… Verdone”, il più spassoso e patetico insieme. Perché Morena ed Enza, pur così griffati, cafoni, caciaroni, tutti telefonini “water resistant”, in fondo portano inciso nei loro nomi il segno di un destino che li riscatta dall’abominio vero: per ingenuità, insipienza, candore, vai a sapere.

41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

Conference at Night

Edward Hopper, Conference At Night, oil on canvas, 1949.
Wichita Art Museum, Roland P. Murdock Collection


In Conference at Night, di Edward Hopper, le persone ritratte dialogano. Mentre l’uomo sulla destra gesticola, gli altri due sembrano immobili e presi dall’ascolto. La luce che illumina la stanza viene da fuori, e segna una netta divisione del quadro in sezioni: la parte destro-bassa illuminata, quella sinistro-alta in penombra. Il tutto crea una precisa armonia delle aree, oltre che dei colori, e le non-espressioni dei personaggi fanno pensare a un dialogare indefinito, anche per la vaga gestualità di chi parla. È sul volto della donna che si può leggere un’espressione, fissa, che potrebbe preludere alla preoccupazione, o allo sgomento, o allo smarrimento. Un insieme, un’inquadratura che potrebbero preludere a una storia.

madeleine, rugelach

illustrazione di Antonello Silverini

A proposito di modelli giganteschi, non so se sia mai stato notato ma la prima parte di Pastorale americana è un’esplicita parodia della Recherche proustiana, a cominciare dal titolo: Paradiso ricordato. La differenza più vistosa è che Roth inizia il suo libro dove Proust lo termina: da una rimpatriata con i vecchi amici di una vita, un Big Chill fuori tempo massimo.
Condizioni e stati d’animo dei due scrittori si somigliano parecchio. Sia Marcel che Nathan vivono lontani da tutto. Finché spinti da nostalgia, noia e curiosità, decidono di dare un’ultima chance al vecchio mondo partecipando a una festa: si tratta per entrambi di una matinée. Circostanza che permette loro di constatare che ne è stato della comitiva trascurata per così tanti anni. Marcel, rientrato a Parigi dopo un lungo soggiorno in casa di cura, si reca dai prìncipi di Guermantes; Nathan abbandona il rifugio di montagna per raggiungere la quarantacinquesima riunione degli ex allievi della sua scuola, che ha luogo in un country club in «un sobborgo ebraico lontano dalle strade del quartiere della nostra infanzia». Sia palazzo Guermantes che il country club pullulano degli amici di un tempo, tutti irrimediabilmente male in arnese, se non proprio sull’orlo della tomba. Trovarseli lì, acciaccati, sfigurati, scatena sia nel Narratore della Recherche che in quello di Pastorale americana sentimenti che oscillano tra incredulità, ribrezzo e commiserazione (in questo preciso ordine). «A volte mi sorprendevo a guardare tutti i presenti come se fossimo ancora nel 1950» scrive Roth «come se “1995” fosse solo il tema futuristico di un ballo in costume al quale avevamo partecipato tutti portando sulla faccia spiritose maschere di cartapesta raffiguranti le facce che avremmo avuto alla fine del Ventesimo secolo. Quel pomeriggio il tempo era stato inventato solo per ingannarci».
L’inganno ottico di cui Nathan è vittima è lo stesso in cui un’ottantina di anni prima era incappato Marcel; anche lui, infatti, si era sentito a dir poco raggirato dalle sue vecchie conoscenze mondane, tanto da sospettare che, spinte dall’occasione festosa, si fossero sottoposte a un sapiente maquillage: i capelli cosparsi di cipria e talco, il piombo nelle scarpe. Per rendere palese il suo omaggio, Roth/Zuckerman si appropria di espressioni proustiane parecchio impegnative tipo «l’angelo del Tempo» (si noti la maiuscola). Del resto, anche lui, come il collega francese, non si lascia sfuggire l’occasione di soffermarsi penosamente su rughe, capelli bianchi e infermità permanenti. Bisogna dire che se lo sguardo di Marcel è crudele, chirurgico, quello di Nathan è languido e indulgente. Forse perché il primo, a dispetto del secondo, non ripone alcuna fiducia nell’amicizia; ciò non di meno, al netto di una maggior delicatezza, Nathan stesso non può fare a meno di infierire su Abe Meisner, Shelly Minskoff, Jerry Levov, ovvero su coloro che senza saperlo incarnano il Tempo perduto.
A questo punto, sfruttando fino in fondo il suo talento parodistico, Roth fa impunemente il verso alla scena più famosa della Recherche: quella della madeleine, l’epifania originaria che spalanca la porta sul passato irrecuperabile di Marcel. Prima di montare in auto e tornarsene a casa, Nathan accetta in dono una specie di bomboniera ricordo: una bustina piena di rugelach, leccornie ebraiche a base di noci, miele e cannella di cui andava ghiotto da ragazzo. «Cinque minuti dopo aver lasciato il country club, avevo scartato il doppio involucro e mangiato i sei rugelach, ciascuno dei quali era una specie di chiocciola di pasta dolce spolverata di zucchero il cui guscio foderato di cannella era microscopicamente costellato di uva passa e noci tritate. Divorando un boccone dopo l’altro di questi pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia — un misto di burro, panna acida, vaniglia, crema di formaggio, tuorlo d’uovo e zucchero — forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine”: la paura della morte. “Un semplice assaggio”, scrive Proust, e “per lui la parola morte non… [ha]… più alcun senso”. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel».
Roth ha buon gioco nel prendere per i fondelli Proust; gli viene facile ironizzare sulle famose epifanie di Marcel, che a quanto pare con Nathan non funzionano. Nessun pasticcino, afferma, per delizioso che sia, potrà mai impedirgli di avere paura della morte. In realtà, come sa qualsiasi smaliziato lettore della Recherche, Proust, almeno su questo, non la pensa in modo tanto differente da Roth. Il miracolo della madeleine è inefficace e caduco, così come lo sono tutti gli altri in cui il Narratore s’imbatterà di lì in poi. Non c’è modo di opporsi alla paura della morte. Il solo vaccino in dotazione a uno scrittore per contrastare il terrore dell’estinzione è la letteratura: panacea (Proust è il primo ad ammetterlo) dall’efficacia intermittente, è vero, ma tutto sommato affidabile. Per Marcel questo significa scrivere la Recherche; per Nathan la trilogia americana. In tal modo entrambi hanno l’illusione di liberarsi dalla tirannia delle contingenze, dando voce alle ombre sepolte nella coscienza. Uno dei momenti più emozionanti di Pastorale americana, e dell’intera opera rothiana, è proprio quello in cui Nathan, con un virtuosismo tecnico superbo, passa dalla prima alla terza persona. Questa sì autentica epifania modernista.

Alessandro Piperno, la Lettura #389, pag. 23

Philip Sabbath

illustrazione di Antonello Silverini

La carriera di Roth è piena di inciampi, cadute, resurrezioni. C’è addirittura chi ha biasimato il suo stacanovismo, chi ancora oggi si ostina a dire: avrebbe potuto e dovuto scrivere meno, amministrarsi meglio. Tali perplessità, sebbene legittime, non considerano che i fallimenti di uno scrittore pesano quasi quanto i successi; che la narrativa di rado concede a chi la pratica percorsi netti; e che, parafrasando un vecchio adagio rothiano, scrivere è sbagliare perché sbagliare è vivere.
«Invecchiando, la statura letteraria di Roth è andata crescendo. Nelle sue prove più riuscite oggi è un romanziere di autentica portata tragica; in quelle ancora migliori raggiunge vette shakespeariane».
Parole di J. M. Coetzee, che sottoscrivo volentieri e senza indugi. (…).
Il libro che inaugura la stagione shakespeariana è anche il più audace, spericolato, visionario che Roth abbia mai scritto, e in un certo senso anche il più lugubre e nostalgico: Il teatro di Sabbath. Nelle pieghe di quel sorprendente capolavoro si addensano le questioni impellenti che un uomo da un certo momento della vita in poi non può eludere. Per capirlo occorre partire da Patrimonio (toccante memoir sulla morte del padre pubblicato quattro anni prima), la scena in cui Roth racconta una visita al cimitero in cui è sepolta la madre: «Secondo me, quando si visita una tomba si hanno pensieri che sono, più o meno, i pensieri di tutti e che, a parte l’eloquenza, non sono molto diversi da quelli che vengono ad Amleto mentre contempla il teschio di Yorick. Non sembra ci sia molto da pensare o da dire che non sia una variante della frase: “Mille volte mi ha portato sulle spalle”. Al cimitero, in genere, ti viene ricordato quanto siano gretti e banali i tuoi pensieri su questo argomento. Oh, puoi provare a parlare col defunto, se credi che questo possa aiutarti; puoi iniziare, come feci io quella mattina, col dire: “Be’, mamma…”, ma è difficile ignorare — anche se riesci ad andare oltre le prime parole — che è come se tu conversassi con la colonna di vertebre appesa nell’ambulatorio dell’osteopata. […] Ciò che provano i cimiteri, almeno alle persone come me, non è che i morti sono presenti, ma che se ne sono andati».
Una divagazione sepolcrale che funge da viatico al lettore che si addentri nella gigantesca fossa comune allestita da Mickey Sabbath. Lui è il trasandato ex burattinaio che da decenni vive in un paesino sulle montagne del New England per sfuggire agli spettri: invano, visto che quei bastardi gli stanno alle calcagna. Secondo i termini severi e un po’ corrivi del sogno americano, Sabbath è un perdente. Ma la verità è che lui se ne sbatte del sogno americano, non meno che di qualsiasi altra cosa. Persegue l’indecenza, ma ha la lucidità di non attribuirle poteri salvifici o palingenetici. Nel dare conto delle peripezie picaresche di questo teatrante autodistruttivo, sessuomane, corruttore di studentesse, onanista di genio, artista della sconvenienza e dell’oscenità, Roth ha la buona creanza di non indulgere in alcuna retorica della trasgressione. E in tal modo dà prova di equilibrio e d’una finezza compositiva senza precedenti. Il nichilismo di Mickey è puro buonsenso. Se la vita è una farsa grottesca, perché non assecondarla? Il passato è la sola ossessione di Mickey, la sua patria lontana, al punto che potrebbe appropriarsi dei famosi versi di Apollinaire.

Alessandro Piperno, la Lettura #389, pag. 21-22

L’asino


Un’allegra canzone d’addio.
E può darsi siano gli atti di coraggio
A dirci addio, senza rancore né amarezza,
In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi.
Sono le piccole sfide inutili – o che
Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì
Che credessimo inutili – A salutarci,
A farci segnali enigmatici con le mani,
A notte fonda, su un lato della strada,
Come nostri figli amati e abbandonati,
Cresciuti soli in questi deserti calcarei,
Come lo splendore che un giorno ci attraversò
E che avevamo scordato

*

L’asino, da Los perros románticos, Zarautz, 1993

En la sala de lecturas

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados
En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo
Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina
Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio
Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura
Talvolta gli occhi verdi
E 26 anni
Un servitore

*

Roberto Bolaño, da Siete Poemas Breves
Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981.

Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto

La chambre aux tableaux


Joë chiede sempre i dipinti a René; apre quaderni e rimane in attesa, mentre osserva i Magritte nella sua stanza, che le peregrinazioni del sonnambulo prendano il sentiero della scrittura. Magritte è sempre lì con lui, le sue tele dentro la chambre lo fanno vivere in sua assenza, mentre Bousquet scrive di non essere più lo stesso dopo aver visto la vera relazione tra luce e buio, tra sole e notte. Amputato dalla realtà, come definisce se stesso in una missiva a Magritte, il poeta scopre cosa si annida all’origine della coscienza: non un pensiero, ma il cuore che è così assoluto – scrive – che dev’essere per questo che l’uomo ricorre a Dio per spiegarlo. Sostiene, meditando i capisaldi del surrealismo, che l’uomo libero è soltanto colui che si innalza al di sopra delle macerie, mentre afferma tutto ciò che non vuole essere. Si staglia, evidentemente con fierezza, oltre le formule collettive di salvezza e l’unica cosa che sa, quella che fa davvero la differenza, sembra poco più di una formula matematica dell’essenziale: «l’uomo è tutto ciò che non è, meno quel poco che è».