leaderismo

Winston Churchill by Mike Scott


Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali, ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un Parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e passioni socialmente diffuse, ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra la storia di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di rivincita della Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; de Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella Seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss, ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene o nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive. […]

Carlo Galli, la Lettura #397, pp. 2-3

22. il progetto della grande opera

Ora sono una persona dalla salute ben stabile — con moglie — cane indemoniato, biblicamente indemoniato — con uno chalet in collina sovrastante il Mediterraneo — con una certa reputazione — e delle finanze assai nebulose. E se non è proprio così poco ci manca. Potessi avere anche solo una bottiglia di Fleury e così sviluppare tutte le mie teorie come al tempo che fu. E invece ora mi avvicino all’età di mezzo; solo tre anni fa è scoccata la fatale Trentina; eppure la grande opera non è ancora compiuta — e neanche è stata concepita. Ma così, mentre si va avanti, la foresta pare restringersi, il sentiero divenire più stretto, e la Casa delle Meraviglie sulla sommità della collina è sempre più lontana. Apprendiamo invece a usare i nostri mezzi; ma solo per imparare, con questi, una cosa che ci paralizza e cioè che questi mezzi si possono applicare a due o tre semplici motivi soltanto. Otto anni fa, avessi saputo sguazzare nell’inchiostro come faccio ora, avrei ben potuto indicarmi la strada di Shakespeare; e ora — mi trovo ad aver solo un paio di scarpe per camminare senza aver nemmeno cominciato il viaggio. E l’Arte è sempre lontano sulla cima di quella collina. Ma non serve che continui; ché sicuramente questa è tanto la tua quanto la mia storia; strano a dirsi, era anche quella di Shakespeare, di Beethoven e di Fidia.

Robert Louis Stevenson all’amico americano Will Low, Marzo 1883

Andrea Bianchi

Facebook, disinformazione, emozioni

Un mese fa. F.H., una ex analista di questo social network, ha rilasciato dichiarazioni molto gravi sulla sua gestione: le accuse di H. vertono da un lato sul fatto che l’algoritmo, che in Europa non ha un servizio di assistenza “umano” che possa monitorarne gli effetti, porta a favorire l’hate speech, dando priorità a contenuti a carattere polemico ed emotivo; dall’altro favorisce il dilagarsi delle fake news. Il parametro dei like, dei commenti a caldo e delle condivisioni incoraggia la divisione tra utenti e la disinformazione.
Quello che più mi colpisce e che, secondo me, merita una riflessione, è che inizialmente i social sembravano uno strumento di interazione plasmabile dagli utenti, possiamo dire “a misura d’uomo”, mentre oggi sono a misura di algoritmo. Chi come me vi risulta iscritto dal 2008 non può fare a meno di notare che all’inizio c’erano maggiori interazioni e discussioni non sugli argomenti imposti dalla home, il gossip del giorno che polarizza la “bolla”, così che tutti a un certo punto si sentono adesso costretti a prendere posizione: bensì c’era più libertà di contenuti, esistevano le note, si veicolavano più interessi, c’era eterogeneità di discorsi. E parallelamente questo creava maggiore cooperazione sociale. Adesso che lo strumento è a misura di algoritmo, noi abbiamo abdicato al nostro ruolo attivo e consapevole di utenti: l’algoritmo funziona da traino, impedendoci un’autonomia d’uso.
Questo ha dal mio punto di vista due effetti.

Il primo è che ognuno si interfaccia nel social creandosi una vetrina del sé, si autopromuove costantemente ma in maniera eterodiretta: è come se tutti ci affacciassimo a una finestra che mostra solo un paesaggio. Se chiudiamo la finestra siamo esclusi da un’importante forma di socializzazione. Se, come gli altri, ci affacciamo alla stessa finestra, parliamo di ciò che vediamo ma socializziamo apparentemente, perché siamo spinti a condividere e commentare gli stessi contenuti, omologandoci ai trend, da cui emergiamo solo se comunichiamo il condivisibile e il “cliccabile” più degli altri. Stare alla finestra equivale quindi a dire la propria in ogni occasione e a partecipare agli stessi contenuti. Io lo chiamo effetto della competizione, era una cosa che mi colpiva quando facevo il grafico nelle agenzie di pubblicità e riguardava la creatività. La competizione è lineare: tu parti da A e devi andare al risultato B prima e meglio degli altri. Ma la creatività non è un percorso lineare, così che tu da A puoi raggiungere B e intanto incontrare o perderti in A1, A2 eccetera secondo un percorso estroso e autonomo. E può pure succedere che B non lo raggiungi perché alla fine la tua ricerca ti ha portato altrove (l’artista non può essere competitivo).

Il secondo effetto, per me più grave del primo, è il problema di una fase babelica del linguaggio, che il social promuove. Tornando all’esempio della finestra, ciò che tutti vediamo come argomenti emergenti nei social diventano un oggetto cristallizzato: di conseguenza, il legame tra parola e oggetto non permette alcun simbolismo. Poiché l’oggetto non ci appartiene più, bensì appartiene ai media, alle aziende, al marketing, al business, la parola perde di valore, di consistenza, è orpello descrittivo che non ha nulla né del portatore né del destinatario, ma è dell’oggetto. Questo non solo rende il dialogo soltanto apparente, ma via via si perde il senso di ciò che si dice, perché questo senso è dettato dal mio bisogno di comunicare all’altro, non dal bisogno di descrivere quello che io e l’altro vediamo. Le parole non coincidono con la rappresentazione delle cose. Se tuttavia cadono i protagonisti del linguaggio, che sono protagonisti apparenti, decade anche la persona nell’incontro con l’altro. Ma se non ci si incontra, non ci si capisce. E’ la “persona” in sostanza a perdere.
E qui perde due volte. Perde come soggetto evocativo ed espressivo, perde come soggetto che è tale in quanto sé che si realizza nell’incontro.

Eva Clesis

https://www.facebook.com/evaclesis/posts/10160149136918984

12. Reclutamento

6 agosto 9:30

Caro Bianchi, vada a www.affari-esteri.it e si legga il n. 181, l’ultimo.

Se è al sud, come mi dice, vada a Napoli e visiti la Cappella del Principe di Sansevero. Si legga prima il libro di Giancarlo Elia Valori Raimondo di Sangro, Il principe di Sansevero e la magia dell’Illuminismo che è la chiave migliore e iniziatica per leggere la cappella/loggia. Mi scusi per gli sms, ma il mio cetel non funziona bene qui. Quando la armée svizzera aveva ancora i piccioni viaggiatori, tutto andava meglio. Un saluto e buon Sud. Ma il migliore libro di viaggio rimane sempre Goethe.

Allora, mi va bene il 17 agosto. Se vi saranno contrattempi Le saranno indirizzati in tempo. Per il libro che Le ho segnalato, si ricordi che possiede, al suo interno, la ricetta della velatura di marmo per il Cristo Velato. Che è una citazione dalla Qabbalah, il Principe di Sangro sapeva l’ebraico. Se il Messia ha il Velo, può coprirsi dal mondo nella Sua realizzazione finale. Mga

8 agosto 5:11

C’è un libretto di Carl Schmitt curato da Giorgio Galli, su Hobbes, dove il nesso tra maleficio (che è una escatologia, per così dire, negativa) e costruzione del politico (Das Politisches) diventa il tema chiave. Galli, che è un mio collega allo IASSP di Milano, ha studiato l’esoterismo nazista e, in generale, il tema delle culture esoteriche nella formazione del Politico. E nella famosa democrazia. Di Taubes mi ricordo un libro di lettere con Gershom Scholem e un testo sul messianesimo, che è il tema del katèkhon paolino. Che è, ancora, il tema chiave dell’esoterismo islamico sciita e, quindi, dell’arrivo del XII Imam Finale e Nascosto. Ma chi è l’Imam? Colui che era stato deciso all’inizio, e ritorniamo al Cristo Velato, che è appunto velato per non mostrarsi al mondo prima della fine dei tempi. Tout se tient.

Ciampi? Aveva rotto er cazzo. Laicità, che poi andava a Messa tutte le domeniche, cavurrismo senza cinismo, onestà/onestà/onestà, manco fossimo cinquestelle. La moglie insopportabile, come da copione, tutto un distillato di virtù civili. E stiamo zitti sul resto. Uso tipico della SNS per un allievo che ha avuto successo.

Museo o non museo, la biblioteca di Cantimori era una armeria per freikorps. Visto il saggio di Ventura sull’esoterismo islamico. Sei e mezzo, compito scolastico. Si procuri invece il libro di Giancarlo Elia Valori sul Principe di Sangro, lì ci sono semi con l’oro alimentare, come faceva un grande cuoco milanese anni fa. Ciociola è un mio vecchio compagno di corso, ma mi sembra un impiegato. Piegato dalla vita, dalla “carriera”, dalle furberie dello Scapino normalistico. Ringrazio il cielo di aver avuto a che fare con i servizi sovietici e Usa, non con questa povera gente.

Perfetto. Gomez Dàvila, un maestro per color che sanno. Marco Tangheroni era un caro amico, forse persosi nelle chiacchiere populiste di certa destra, anche non cattolica. Io cosa ci facevo alla sns? credevo, da perfetto analfabeta, e la mia famiglia era borghese ma certo non intellettuale, anche se mio zio era coltissimo, ma sine titulo, che pure era direttore del Grand Hotel di Forte dei Marmi. C’è chi ha avuto la carezza del papa, in quegli anni, io mi sono limitato a Mina e Ornella Vanoni, amiche di mio zio e che potevo visitare, con la scusa dell’età impubere, in camerino. Poi, pensavo che fosse quella vera, napoleonica, che creava una élite dello Stato. Dirigente dello Stato sono comunque divenuto, ma non certo per quelle scorregge comuniste della sns. Kojeve era un tegame, come diciamo noi toscani, ma non certo privo di una sua dignità intellettuale, che poi dispiegherà come creatore del comunismo, ovvero della comunità Europea e della CECA, la storia del carbone e dell’acciaio, una balla marxista alla quale, spero, non aveva mai creduto. Io lunedì sono a Montecatini, e poi vado in conclave con i miei capi. Poi, a Forte dei Marmi, ma senza camerini aperti. In ogni caso, mi scriva, io parto sempre con tutti i miei strumenti.

Già, il Platone erotico dei rinascimentali, che spesso fanno cadere le braccia con il loro laicismo da quattro soldi. Burckhardt, non ricordo di aver letto le lezioni numismatiche. Mi rifarò presto. Per quanto riguarda il 18, per me va bene. Ne riparleremo al telefono al momento giusto.

Geminello Alvi, nipote del fondatore della casa editrice massonica ufficiale Atànor, aveva fondato un centro di ricerche economiche denominato appunto “Kaspar Hauser”. Daumer non poteva non essere allievo di Hegel, che vede gli spiriti del mondo a cavallo. Probabilmente Kaspar era davvero un “figlio della colpa”, e si comportava di conseguenza. Una maschera di ferro tedesca? Probabile. Ma la storia tedesca è piena di apparizioni più o meno mistiche. E’ un popolo di visionari, che ha bisogno della metafisica. Et voilà già spiegata la questione della moneta unica.

Heidegger non ce la fa, e non per l’età. Il jargon der Eigentlichkeit, come diceva Adorno, è l’heideggerismo come slang filosofico-mafioso, e quindi accademico. La figlia di Mugnai con ristorante etodemocratico e naturista? Et voilà, la philosophie devoilée.

Ezra era un genio dell’economia, molto più pratico di tanti citati  dall’accademia teorica. Il libro di Giano Accame era un piccolo capolavoro. Lo legga, se riesce a trovarlo.

*   *   *

L’estensore di queste rapide note, messaggi via social, è Marco Giaconi Alonzi (1954-2020). È stato un servitore dello Stato e le parole più giuste sono quelle di Le Carré: «anche la semplice menzione del suo nome fu sottoposta all’ordine generale di tenere la bocca cucita, ordine osservato da ogni giornale e televisione patriottica del suo Paese. Tale è il destino di tutti gli agenti segreti, in ogni luogo della terra».

Andrea Bianchi

Pink Floyd 1969

Roger Waters, Nick Mason, David Gilmour, Richard Wright. Kew Gardens, London, photo Storm Thorgerson

Homo sapiens solitarius

Ilya Fedotov-Fedorov, Homo sapiens solitarius, installazione, 2015

«La presunzione di sapere è contagiosa. Milioni di persone possono pensare di aver capito solo perché il vicino pensa di aver capito e questo, a sua volta, si è affidato al vicino… È così che nasce l’ideologia: già all’origine di diverse guerre nel passato, ora sta disgregando l’Occidente, dove cresce la  polarizzazione. Singole comunità si allontanano, ciascuna con i suoi leader, i suoi valori, la sua certezza di capire basata sul nulla».

— La radicalizzazione delle posizioni rischia di diventare più forte oggi che i social network ci chiudono nella bolla degli amici che la pensano come noi?

«Sì, soprattutto perché la cosiddetta echo chamber — la condizione in cui le informazioni si rafforzano in quanto ribadite entro un sistema definito — non riguarda solo un gruppo di vicini di casa ma città, nazioni. Attraverso internet o i satelliti attraverso cui riceviamo notizie da tutto il pianeta. Io stesso ho colleghi con i quali dialogo di politica e mi isolo dagli altri. Dati americani mostrano tuttavia che a favorire la polarizzazione non sono tanto i social. Solo il 14% dei votanti negli Stati Uniti li usa per informarsi; la maggior parte apprende le notizie dalla tv. Ed è questo gruppo, formato dai più anziani, ad avere posizioni più radicali. La polarizzazione non dipende solo dalla Rete».

— Quali sono le altre cause?

«La globalizzazione, la crisi economica. Negli Stati Uniti tutto è iniziato negli anni Novanta, quando i repubblicani lanciarono il cosiddetto “Contratto con l’America”, creando un’ideologia che si è autorinforzata, separandosi sempre più dai liberal. In precedenza le comunità erano dominate dal buon senso, riunite attorno a figure ritenute autorevoli come i religiosi o gli intellettuali. Poi è avvenuta la disgregazione dietro a singoli maître à penser che parlano senza appoggiarsi a dati oggettivi, ma convinti di sapere».

— Viviamo una crisi della competenza?

«Sì, ed è pericolosissima. I vertici politici non hanno rispetto per la preparazione. Un leader forte invece è chi, consapevole di non sapere tutto, ascolta gli esperti. L’intelligenza non è solo la quantità di informazioni che immagazziniamo o la velocità con cui lo facciamo. Alla luce del nostro pensiero collettivo, l’intelligenza è quanto un individuo contribuisce alla comunità. Spesso i colloqui di lavoro sono inefficaci perché valutano le capacità individuali e non il potenziale contributo al ragionamento comune per la risoluzione dei problemi. Bisognerebbe valorizzare abilità come l’empatia e l’ascolto».

[ Steven Sloman intervistato da Alessia Rastelli, la Lettura #324, pag. 8 ]

Turkish border

Kurdish civilians on the Syrian border fleeing a Turkish military offensive launch. Credit: AFP

https://www.telegraph.co.uk/news/2019/10/09/really-scared-war-british-woman-volunteering-kurds-flees-border/

Progenitori

Masaccio, Cacciata dei progenitori dall’Eden, 1425

Il divieto ebraico di rappresentare le creature perché l’attenzione non si concentrasse su di esse invece che sul Creatore, era ormai lontano: gli artisti potevano scatenare la loro immaginazione per dare un corpo ai personaggi della Bibbia. Ciò sembrava accordarsi con l’insegnamento di uno dei maggiori padri della Chiesa: a suo tempo Agostino (354-430) aveva ribadito che il testo della Genesi andava inteso «alla lettera», sebbene non fossero mancati autorevoli pensatori cristiani che ritenevano che la vicenda di Adamo ed Eva, pur contenendo un’allusione a profonde verità circa la condizione umana, non fosse un resoconto di fatti realmente accaduti: per esempio, Origene (185-254) aveva dichiarato che era assurdo «credere che Dio avesse piantato a mo’ di agricoltore un giardino nell’Eden»! Agostino si era invece sempre più convinto che un’interpretazione simbolica del racconto della Genesi l’avrebbe ridotto al livello di uno dei tanti miti dei popoli pagani, poi utilizzati dai filosofi a loro piacimento, e avrebbe dissolto l’idea che Adamo ed Eva nella loro scelta contro Dio avessero perso integrità fisica e libertà morale, finendo col trasmettere questa macchia ai loro successori. Cedendo a un «desiderio disordinato di una perversa grandezza» e «non volendo separarsi dalla sua donna» Adamo aveva compiuto il peccato originale, da cui sarebbe scaturito ogni male del mondo. Più di un millennio dopo, l’ex monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) metteva in bocca ad Adamo queste dure parole: «Dio è ovunque e in ogni cosa… Un’eternità in questa condizione è insostenibile. Odio la contemplazione di Colui che mi fece. Odio l’immenso debito di gratitudine. Odio Dio».
Ed Eva? Tommaso d’Aquino (1225-1274) aveva asserito che la femmina non era altro che «un uomo imperfetto o mutilato»: ma, come osserva Greenblatt, Eva poteva apparire addirittura come l’amante del Maligno, e il biblico Serpente non era altro che la forma che Satana aveva scelto per accoppiarsi con lei. Del resto, «alcuni dotti commentatori osservarono come il nome ebraico Eva derivasse dall’equivalente aramaico di serpente», e comunque la compagna di Adamo «aveva usato il fascino sessuale per tentare e, infine, per distruggere l’uomo. L’effettiva vittimizzazione delle donne fu opportunamente dimenticata o meglio fu imputata a loro stesse, che avevano imparato, in quanto figlie di Eva, a suscitare il desiderio maschile»; senza contare che questa «disumanizzazione della donna era un invito alla violenza». Pier Damiani (1007-1072) si era rivolto all’intero genere femminile con appellativi come «cagne, scrofe, allocche, civette, lupe, sanguisughe». Eppure, si dichiarava devoto della Vergine Maria, madre di Gesù!
Ancora alla fine del Quattrocento si diceva che la costola da cui Eva era nata era «ritorta come se fosse contraria all’uomo». Tuttavia, «benché la vena misogina profondamente radicata nel racconto delle origini servisse a giustificare i crudeli maltrattamenti nei confronti delle donne», Greenblatt puntualizza che «i principali teologi cristiani, da Agostino a Lutero e a Calvino», sottolineavano come Eva, non diversamente da Adamo, «fosse stata creata a immagine di Dio»; ciò «mise un certo freno alle denigrazioni più esasperate», poiché «la donna era stata ingannata da Satana, l’uomo aveva trasgredito di sua spontanea volontà».

Giulio Giorello, la Lettura #312, pag. 8