13. Come camminano

Andrew Wyeth, Above the Narrows, 1960

Come camminano gli innamorati sulle spiagge in Giappone? Ci sono delle costanti diciamo così “universali” in tutte queste sensazioni ma in fondo la loro declinazione nel sistema di vivere occidentale è quella verso cui le riconduciamo noi — voi lettori e io — adesso e nel futuro che vivremo.
Al di là di ogni rivalutazione dell’amore romantico, c’è come la sensazione che gli innamorati camminino proprio in “quel” modo sulla spiaggia anche per l’ombra di chi è stato prima di loro. Nonostante le nostre ipocrisie e le mezze verità scoperte, siamo figli della storia e dei nostri tempi. 
Quelle due ombre sul banco di nebbia spiaggiato alle nove sono figli di Keats e di Kleist, di Calvino e di Comisso, di Lawrence d’Arabia e di quello di “Figli e amanti”. Non tutti direttamente romantici ma esito di una storia qualitativa virata sotto il vento moderno che parte nei secoli delle rivoluzioni. 
E non lo sanno. Questo è spaventoso e tremendamente bello nello stesso istante. Ché non passeggiano come una coppia egiziana al mattino, o come si può vedere sulle spiagge di Creta. Passeggiano come Keats sull’isola di Wight sognando un amore borghese, come Kleist sui campi in primavera, come Lawrence tra le gole e gli avvallamenti di Siria.

Andrea Bianchi

10. Immagine dell’albergatore stanco

Jack Vettriano, The Picnic Party, 2017

L’ho rivisto questa sera, dall’altra sponda del porto canale. Rientrava in hotel a fare il suo turno, dopo 70 anni di onorato servizio o quasi. È l’albergatore che mi ha dato lavoro per primo in questa città anseatica di Romagna, due anni fa. Era vivace allora e immagino lo sia rimasto dopo questi anni. Soprattutto questa sera che scrivo da un ristorante dopo aver salutato il Caribe e essermi scontrato con una società che non conosco, in pizzeria, ripenso a lui con candore e simpatia. È alto. Slanciato. Gli occhi chiari. Una figura balzata fuori da Tondelli. 
Ho detto che mi viene da parlarne sull’onda della rivisitazione di questa sera. È stato l’impatto visivo da lontano. Era un uomo godereccio di buona famiglia piacentina che aprì campi da golf venti anni fa e hotel a cinque stelle una decina di anni orsono. E qui entro io nel discorso.
Giancarlo è un uomo padre di una bella mia coetanea e ammiratore degli uomini. Lo rivedo in questo padre alla pizzeria di età avanzata con la figlia adolescente. Stesso livello di Giancarlo. E questi uomini in pizzeria. Una coppia di gay over sessanta. Le coppie etero che entrano nel locale per ostentare. Prima lei davanti alle altre lei e lui a rimorchio davanti alle lei di altri lui. 
In tutto ciò Giancarlo si perde o meglio si ridefinisce. Noi non siamo quello che vogliamo o facciamo. Siamo e basta. A volte soli come questi padri con consorte e figlia, come voi che leggete e io che rammemoro.

Andrea Bianchi

Magellano in Patagonia

Magellano si sbagliava: pensava, come Colombo, che il tratto di mare tra Europa e Asia fosse molto più corto. Ma su quell’ errore avrebbe fatto letteralmente la storia.
Era il 20 settembre 1519 — esattamente cinquecento anni fa — quando salpò da Sanlúcar de Barrameda, con cinque navi e circa duecentocinquanta uomini. Una spedizione imponente, raccontata da Laurence Bergreen in Oltre i confini del mondo.
Dopo le consuete soste alle Canarie e alle isole di Capo Verde, Magellano giunse in Brasile, sostò un’altra volta, poi volse la prua a sud. Agli inizi del 1520 la flotta incrociava lungo la costa dell’America meridionale alla ricerca dello stretto. In marzo il clima si fece spaventoso: Magellano fu obbligato a svernare in Patagonia e si ritrovò a dover sedare un ammutinamento. Quando finalmente arrivò in vista dello stretto, alle porte dell’Oceano Pacifico, in realtà aveva già fallito: il passaggio era troppo a sud per servire davvero come via d’accesso all’Asia. Inoltre era un tale intrico di canali e di venti avversi che sarebbero occorse sette settimane per superarlo. Durante quei giorni forse davvero sentì di essere giunto alla fine del mondo. Talvolta intravide qualcosa che poteva tradire la presenza di un insediamento umano: fuochi lontani e d’ignota natura che bruciavano, e rosse fiamme che sembravano apparizioni spettrali sullo sfondo verde cupo di cipressi, rampicanti e felci. Talvolta vide invece immensi muri di ghiaccio: duecento o cinquecento piedi, le cui creste si elevavano più alte dei condor che volavano lontani in ampi cerchi.
Quando finalmente uscì da quell’inferno, sembrò a Magellano di avercela fatta: venti propizi e un mare così calmo da convincersi a battezzarlo Pacifico. Ma si sbagliava anche questa volta: lo aspettavano novantanove terribili giorni di viaggio in alto mare. Quando nel marzo del 1521 avvistò l’isola di Guam, le riserve d’acqua erano putride e le gallette ormai piene di vermi, mentre gli uomini del suo equipaggio si erano ridotti a masticare gli involucri di cuoio delle vele, con le bocche gonfie per lo scorbuto. Magellano comunque raggiunse le Filippine e le rivendicò nel nome di Carlo V. Ma fu proprio lì che il viaggio gli fu fatale. I rapporti con i locali sembrarono inizialmente cordiali, ma poco ci volle perché le cose degenerassero. Magellano morì in battaglia, combattendo a fianco di un rajah locale contro quello della vicina isola di Mactan.
La spedizione aveva perso il suo comandante. Il 27 aprile lo spagnolo Juan Sebastián Elcano assunse il comando della Victoria, la nave che era stata di Magellano e che ora era ridotta a sessanta uomini di equipaggio; e si accinse al viaggio di ritorno. L’Oceano Indiano, innanzi tutto, poi il Capo di Buona Speranza e ancora l’infinita costa dell’Africa. Il 6 settembre 1522 all’orizzonte del porto di Sanlúcar de Barrameda, in Spagna, apparve la sagoma di un vascello in rovina. A mano a mano che la nave si avvicinava, la gente accorsa sulla banchina poté vedere brandelli di vele sbattuti dal vento penzolare dall’alberatura, sartiame marcio, colori sbiaditi dal sole e fiancate corrose dalle burrasche. Dal parapetto di quel relitto si affacciavano i corpi scheletriti di diciotto marinai e tre prigionieri drammaticamente denutriti. Il cronista della spedizione, l’italiano Antonio Pigafetta, annotò con la consueta precisione: «Navigammo 14.460 leghe e completammo il circuito del mondo da est a ovest». Di quella lunga tragedia e di quella incredibile avventura era sicuramente quello il risultato più importante.

Alessandro Vanoli, la Lettura 387, pagg. 28-29

La valleuse

Claude Monet, Ombres sur la mer à Pourville, 1882

Illuminante, al riguardo, è la corrispondenza con Guy de Maupassant: è il 1877, sono i suoi ultimi anni di vita, e Flaubert, che sta lavorando a Bouvard e Pécuchet, manda il giovane Maupassant a indagare al posto suo. «Ho bisogno di una scogliera che faccia paura ai miei due amici», gli scrive. «L’ho cercata per tutto il pomeriggio nei dintorni di Le Havre. Ma non ci siamo, mi serve del calcare a picco». Maupassant gli indirizza allora una lunga lettera estremamente dettagliata, che include numerosi disegni ed è la descrizione di una parte della costa normanna. E Flaubert per tutta risposta: «Le sue indicazioni sono perfette. Ho l’impressione di avere davanti agli occhi l’intera costa. Ma è troppo complicato». E precisa la sua ordinazione: «Mi serve: 1. una scogliera; 2. una curva di questa scogliera; 3. dietro la curva una valleuse la più possibile scoscesa; e 4. una seconda valleuse o un modo qualsiasi per risalire facilmente sul pianoro»; e conclude in tono impaziente: «Insomma,  mio caro, ha capito quel che mi serve, mi dia una mano».
Lo scambio è eloquente, perché a quanto consta dai Carnets du travail Flaubert è stato sul posto un mese prima e, come testimonia una scheda, ha già fatto un sopralluogo. D’altro canto, quei luoghi di cui tanto ha bisogno potrebbe in fondo inventarli: il capitolo in questione, oltretutto, dev’essere brevissimo. E invece no: gli occorre sempre e comunque una base reale e molto precisa (una valleuse, ad esempio, è una breve valle sospesa che si apre nella scogliera e sbocca sul mare), una base sulla quale sviluppare la narrazione. Senza questa realtà, senza questo concretissimo frammento di realtà, l’immaginazione non può procedere. Se si tiene conto di questi lunghi scambi, fondati sulla reale preoccupazione di Flaubert in rapporto alla costruzione della scena, sull’esigenza di un luogo reale dove situarla, non sarà inutile cercare l’esito di questo lavoro nel testo definitivo di Bouvard e Pécuchet. Ebbene, si riduce pressoché a nulla. Una quindicina di righe che sarebbe benissimo potuta scaturire da un poco impegnativo lavoro di immaginazione. Ma non si poteva saltare quella tappa.

Jean Echenoz, la Lettura #323, pag. 19

Mediterraneo

“Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo”.
(da Albert Camus, L’esilio di Elena)

http://www.doppiozero.com/materiali/storie/l’ultimo-viaggio-di-albert-camus