Furbo, banale, impegnato

Adorazione è un romanzo che, per compiacere il mondo degli “impegnati”, si serve di un’astuzia narrativa, quella di utilizzare un tema sociale, tristemente ricorrente nelle cronache, quello del femminicidio – per usare il termine caro ai fautori della neolingua – ma relegandolo mestamente sullo sfondo di un racconto composto dalle tediose vicende di un gruppo di adolescenti – non proprio una flaming youth – ambientato nella polverosa cornice della torrida provincia dell’agro pontino. Uno scenario inameno come il suo contenuto. Che l’autrice sia avvezza alla costruzione di dialoghi è cosa evidente, ma probabilmente ai master di scrittura, dove si vende talento a prezzi vantaggiosi, non viene chiarita alle nuove generazioni di “saranno scrittori” la differenza fra serie televisive e letteratura, né che quest’ultima non si acquista con un abbonamento a 9,99 euro al mese. Scrivere sceneggiature per la televisione è un mestiere con una propria dignità, ma pubblicare libri camuffandoli da romanzi, in attesa che qualcuno ne acquisti i diritti per farne una fortunata serie, è la tipica operazione di disonestà culturale avallata da quel circolo i cui soci si ergono a moralisti col capitale altrui. 

https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/adorazione-alice-urciuolo/

L'eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.

2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.

3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.

4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.

5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.

6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.

7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, Milano 2005.

L’eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.
2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.
3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.
4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.
5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.
6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.
7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Net (Il Saggiatore), Milano 2005

pennivendoli

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In una lezione sulla letteratura, Wladimir Nabokov affermava che i romanzi storici che si trovano nelle librerie non possono dare informazioni attendibili su determinati luoghi e epoche: in pratica, non si può imparare qualcosa sulla Storia leggendo quella roba. Poi, gli scrittori di genio sono quelli che riescono a dare una visione unica di ciò che raccontano, e lo fanno nella loro unica maniera. Gli scribacchini, invece, i mestieranti, i pennivendoli (o prosivendoli, per esser più precisi) usano il materiale che trovano secondo modelli già definiti, e cercano di plasmarlo al meglio, per compiacere e soddisfare lettori che amano riconoscere le cose – e le idee – consuete, senza compiere troppi sforzi. Così si lavora entro limiti prestabiliti e non se ne esce, per non rischiare azzardando l’ignoto e per lasciare le cose come stanno. Perché nulla cambi, in definitiva. Il vero artista, invece, “reinventa” il mondo. Non si avvale di valori già codificati, non usa modelli, ma li crea lui stesso.

 

libri

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Io compro più libri di quelli che riuscirei a leggere: compro quando ho la sensazione che quel libro mi potrà servire per future ricerche o ispirazioni per produrre qualcosa, oppure quando è un classico che mi manca e so che non posso non avere.
Spesso, nello scegliere un libro, sfrutto l’intuizione, il fiuto. Le biblioteche le ho frequentate, ma non mi appagano. Io il libro ho bisogno di possederlo, di farlo mio. Ho un’attrazione fisica per i libri, a volte li accarezzo e li guardo, pago del pensiero di averli con me, sempre e incondizionatamente. Per questo non usufruisco molto delle biblioteche. E per questo, leggo libri che sono stati comprati due, tre, quattro, cinque anni prima.

 

particolari

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E’ bello, quando si legge, cogliere i particolari e indugiarvi; è bello anche far scivolare la mente verso idee o immagini – associazioni – che quei particolari evocano. Ma il rischio è di abusarne e non riuscire poi a mantenere il filo e la concentrazione nella lettura. Nella peggiore delle ipotesi, ci si distrae di continuo e non si riesce più a leggere. I particolari sono il contrario della generalizzazione: nel leggere un libro, nell’affrontarlo, è molto più bello e autentico abbandonarsi ai particolari, e da questi risalire, indurre, informare un quadro-cornice generale, e solo dopo arrivare al messaggio che da quel libro è stato colto dalla generalità/maggioranza dei lettori. Se invece si parte da una generalizzazione preconfezionata, si parte col piede sbagliato e ci si allontana dal libro, lo si affronta con un preconcetto più o meno latente, facendo molta più fatica a capirlo. Se ogni opera letteraria è la creazione di un mondo nuovo, tanto più nuovo quanto più essa si avvicina allo status di opera d’arte, questo mondo nuovo va affrontato in modo spontaneo, anche se accurato: come se fosse qualcosa che incontriamo per la prima volta, senza i codici che lo mettono in rapporto con quello che già conosciamo.

 

Feltrinelli

feltrinelli e james baldwin


Otto anni fa ricorreva il cinquantenario della casa editrice Feltrinelli, fondata nel 1955.
In un articolo-intervista di Stefano Salis apparso su Il Sole 24 Ore Domenica del 17 aprile 2005, Inge Feltrinelli rievocava i momenti capitali della sua storia editoriale.

Proprio quest’anno, Carlo Feltrinelli è stato insignito a Mosca del premio Pasternak. La giuria l’ha scelto per il suo libro Senior service, una magistrale ricostruzione (da figlio, ma anche da editore) delle vicende editoriali di Giangiacomo, legate indissolubilmente alla pubblicazione in tutto il mondo del capolavoro di Pasternak Il dottor Zivago.
[…]
«Quel romanzo fu un colpo di scena per l’editoria mondiale – ricorda Inge. Il libro era proibito nell’Unione Sovietica e la pubblicazione, prima in Italia, quindi in tutto il mondo portò il nostro Pasternak fino al Nobel». Lo scrittore, però vi dovette rinunciare. Zivago, in compenso, è in assoluto il primo best seller contemporaneo: due milioni di copie vendute solo in Italia.
[…]
«Immediatamente, due anni dopo la fondazione, Feltrinelli con Pasternak entrò nel novero dei grandi editori internazionali. Giangiacomo era il primo “uomo nuovo” del mestiere: viaggiava di continuo, era poliglotta, sondava mercati poco battuti, come la Scandinavia e l’Est Europa. Sprovincializzò l’editoria italiana e il suo arrivo fu salutato dai grandi editori europei come l’unica novità in tanti anni. Ma anche i nostri Mondadori, Einaudi e Rizzoli lo trattavano con rispetto. Era, fin dall’inizio, un giovane editore di forte impatto politico che sapeva di fare libri importanti. Come facevano gli editori di una volta, quando non dominavano manager e agenti. Ci si poteva permettere di pubblicare anche libri in perdita ma fondamentali per il catalogo.»


Guardando una foto alla parete, che ritrae Giangiacomo Feltrinelli sul set del Dottor Zivago in Finlandia, l’intervistata ricorda le straordinarie vicende legate a quel romanzo.

«Il regista – rivela Inge – lo scelse proprio lui. Aveva visto Lawrence d’Arabia. E se c’era qualcuno che poteva fare Divago, questi era proprio David Lean. Con il Gattopardo andò diversamente. Era stato Visconti ad interessarsi al libro; ma Visconti era quel romanzo». Un altro colpo da maestro di Feltrinelli, dovuto a un suggerimento di Bassani. «Il successo arrivò inaspettato. Eravamo nel dicembre 1958. Carlo Bo ricevette per sbaglio in anticipo delle bozze del libro. Subito ne scrisse un’entusiastica recensione sul “Corriere”. Il riscontro fu immediato, i librai ci costrinsero ad accelerare i tempi di edizione. Prima di Natale ne avevamo vendute già 10mila copie. Vittoriani, che rifiutò il libro per l’Einaudi, non si perdonò mai l’errore. Anche se credo che fosse convinto che il titolo non era giusto per lo Struzzo». Ogni tanto, in questo mestiere, gli errori capitano.


E poi, è il momento dei ricordi sugli scrittori che da Feltrinelli vennero lanciati  in Italia. Ricordi non sempre piacevoli:

«Con Garcia Marquez ho scoperto come il successo possa cambiare il carattere. La prima volta che venne a Milano non voleva incontrare i giornalisti. Stava in albergo, era timido e molto insicuro del suo lavoro. Dopo il trionfo di Cent’anni e il Nobel, lo rividi a Cuba. Gabo viveva ormai come un re, usava dei completi bianchi, come i telefoni sulla scrivania e le lampade nella sala, dava del tu a tutti i  presidenti del Sudamerica. “Gabo, gli dissi, adesso sei un uomo di Hollywood”. Che differenza rispetto a Doris Lessing. L’ultima volta che l’ho incontrata, a Londra, la città era blindata per la visita di Bush. Lei arrivò al ristorante dove avevamo appuntamento in metropolitana, serena e allegra. Io la stavo aspettando da qualche minuto. Appena dissi che era lei la persona che attendevo, il cameriere si illuminò con un sorriso di grande rispetto e ammirazione».

(da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 17 apr. 2005)

 

Timori e iettature

Detto questo, vi siete accorti che 22/11/63 non è praticamente entrato nella classifica dei dieci libri più venduti? E che, nelle parti alte delle classifiche, è rimasto pochissimo?
Questo, nonostante si tratti del romanzo di King fra i più celebrati dalla critica statunitense, e decisamente fra i più belli che abbia scritto. Questione di promozione? Anche. Di certo, Sperling&Kupfer sembra essersi mossa molto più per Damned di Claudia Palumbo che per il suo storico cavallo di battaglia. Questione di costi? Avviene quel che si era previsto, ovvero che è il prezzo di copertina a determinare il successo di un libro e non il contenuto? Damned costa 15,90 euro. 22/11/63 ne costa 23,90. Otto in più. Certo, può fare la differenza.

wuming1 Dice:
febbraio 28, 2012 alle 12:47 pm |
A occhio e croce, comunque, da novembre a oggi 22/11/’63 dovrebbe aver venduto come minimo sessantamila copie. Sono quindicimila al mese. Non sono gli sfracelli del King anni ’80, è vero, ma di questi tempi, e considerato il prezzo, non è poco.
(Ricavo i dati molto empiricamente, in base a un ipotetico “coefficiente Anobii” per Kingi, che potrebbe essere tra 1 : 40 e 1 : 50, vedi qui)
A quanto ne so, la flessione c’è stata eccome, ma fino a “Duma Key”. Già con “The Dome” c’è stata una ripresa e gli ultimi titoli hanno venduto meglio di quelli dell’immediato periodo post-incidente. Fermo restando che, tra quei libri, per me c’è almeno un capolavoro, cioè “Lisey’s Story”.
Mi sento di spezzare una lancia a favore di Sperling & Kupfer: il tentativo di far uscire King dal “ghetto” horrorifico (absit iniuria, s’intende!) c’è stato, almeno con gli ultimi due titoli. L’idea stessa dello “scrittore tradotto dallo scrittore”, con conseguente menzione in copertina, scelta che ha suscitato molte polemiche in una parte dello “zoccolo duro”, faceva parte di questo tentativo.
Tentativo che a questo punto verrà quantomeno ripensato, dato che io ho rinunciato a tradurre SK, per i motivi spiegati qui:
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7144.

wuming1 Dice:
febbraio 28, 2012 alle 6:04 pm |
[…] “Mi risulta che il libro stia andando bene in tutti i paesi.”

da: http://laramanni.wordpress.com/2012/02/28/se-king-non-entra-in-classifica


Commentando quanto sopra, non possiamo non fare la seguente considerazione.
Poiché per Stephen King una vendita stimata di sessantamila copie in quattro/cinque mesi non è affatto lusinghiera (per molti sarebbe un vero flop), e poiché “risulta che il libro stia andando bene in tutti i paesi”, si è diffusa l’opinione che per l’edizione italiana il problema stia altrove.
Ovvero: quando i prossimi libri di Stephen King abbandoneranno la formula dello “scrittore tradotto dallo scrittore” — che qualcuno mormora porti iella — e non ci sarà più la pretenziosa menzione in copertina di un semi-sconosciuto, e quindi ognuno sarà tornato a fare il suo mestiere, allora i lettori riprenderanno coraggio e le copie torneranno a vendersi a centinaia di migliaia, com’è sempre stato. Ovviamente, per la gioia dell’editore e dei librai. E dei lettori.

A parte le osservazioni fatte a suo tempo in altra sede, l’argomento generale viene confortato da quanto si legge qui:

«Come ben saprà, i libri non si traducono da soli e la traduzione, che per il traduttore significa spesso molti mesi di impegno onnicomprensivo – intellettuale, spirituale, psicologico e anche fisico –, determina il successo (e, purtroppo, qualche volta anche l’insuccesso) di un autore e di un’opera nella lingua di arrivo.»

Si legga anche qui: http://gaialodovica.wordpress.com/2012/02/10/a-gentile-richiesta-caro-baricco

Il segreto dell’editoria perduta

Da Lucio Angelini si parla di un articolo apparso sul Gazzettino di Venezia, a firma Sergio Frigo:

Il seminario della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, che si tiene da oggi (lunedì) a venerdì alla Fondazione Cini a Venezia, apre la sua 29. edizione sotto cattivi auspici: secondo un’analisi del Giornale della Libreria infatti nel 2011 si sono persi per strada 723mila lettori, il 62% dei quali sono cosiddetti “lettori forti”, cioè coloro che leggono più di un libro al mese: già non erano molti (il 15.1%), ora sono solo il 13.8. Purtroppo anche fra i lettori più accaniti, tra gli 11 e i 14 anni, la percentuale è scesa dal 65.4% al 62%.
I dati Istat resi noti nelle scorse settimane, riferiti in parte al 2011 e in parte al 2010, sono altrettanto negativi, e anche piuttosto sorprendenti per un settore che fino a questo momento era sostanzialmente riuscito a resistere alla crisi. Basti considerare che sono diminuiti sia i titoli pubblicati (da 58.829 a 57.558) che le tirature, ora assestate su 208 milioni di copie.
Questi dunque i numeri. Una situazione a cui i promotori (oltre alla Scuola le Messaggerie e le associazioni di librai ed editori) intendono reagire con determinazione: il tema del seminario è, non a caso, “L’innovazione del servizio in libreria”, mentre l’obiettivo è cercare di individuare gli strumenti e le strategie per cogliere e soddisfare i più profondi desideri dei clienti, capire quali sono le strade percorribili per creare nuove connessioni tra librerie, individui e territorio, formare il personale all’introduzione dei nuovi strumenti tecnologici, «passando per le proposte culturali e il web, fino alle necessarie riflessioni sul libro in era digitale.

continua a leggere:
http://lucioangelini.wordpress.com/2012/01/24/evviva-amanda-il-segreto-delleditoria-perduta/

Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo. Continua a leggere “Feedback”