Saifi

SAIFI

Mi sono spesso domandata quanta parte giocasse la fantasia nei racconti di mia madre sul suo primo marito. Non fosse stato per le fotografie, avrei dubitato persino che fosse mai esistito. Una volta un’amica disse che mia madre «opponeva una strenua resistenza a tutto ciò che non aveva voluto»; poiché erano tante le cose che non aveva voluto, inventava su di sé delle storie e finiva col crederci.
Nella sua mente, il corteggiamento aveva avuto inizio con un ballo. A me sembrava più probabile che i genitori di lui avessero chiesto la sua mano: il classico matrimonio combinato tra due famiglie di spicco, come si usava a Teheran negli anni Quaranta. Ma quella versione della storia non cambiò mai nel corso degli anni, a differenza di tante altre. L’aveva conosciuto alle nozze di suo zio. La mattina, amava precisare, si era messa un vestito a fiori di crêpe de chine, e la sera uno di duchesse, e avevano danzato tutta la notte, «quando ormai il nonno se ne era andato: nessuno avrebbe osato invitarmi a ballare in sua presenza!». Il giorno dopo lui aveva chiesto la sua mano.
Saifi! Il cognome non ricordo di averlo mai sentito pronunciare in casa nostra. Noi, con la giusta distanza, lo chiamavamo «il primo marito della mamma», o forse con il titolo completo, Saif ol-Molk Bayat. Ma per me rimase sempre Saifi, una figura familiare, che entrava nella nostra vita con quell’aria tranquilla che ha nella fotografia del matrimonio, dove spunta dietro le spalle di mia madre; appariva di colpo e ce la portava via. Ho due fotografie delle loro nozze – più di quelle delle nozze dei miei genitori. Saifi, capelli castani e occhi color nocciola, ha un’aria rilassata e affabile, mentre mia madre se ne sta rigida in mezzo al gruppo, solitaria come un centrotavola. Lui mostra una certa nonchalance, sembra felice, fiducioso. Ma forse mi sbaglio, forse cela una profonda disperazione. Perché anche lui ha i suoi segreti.
Qualcosa in questa storia mi ha sempre disturbato, fin da bambina. Non è che non ci credessi, ma qualcosa non quadrava. Mia madre non aveva mai voglia di ballare, anche se, a detta di tutti, era una ballerina provetta. Ballare è un piacere, e si negava fieramente ogni piacere.
Durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza, e anche adesso, in questa città tanto lontana dalla Teheran di un tempo, il fantasma di quella donna che balla e sorride innamorata turba il ricordo di quella che ho conosciuto come mia madre. Se solo riuscissi in qualche modo a capire a che punto della sua vita smise di ballare – quando smise di aver voglia di ballare – troverei la chiave, credo, del mistero di mia madre, e potrei finalmente riconciliarmi con lei. A quanto raccontava, infatti, mi opposi a lei fin dall’inizio.
Ho tre fotografie di mia madre con Saifi, due delle nozze, e una, più piccola e più interessante, di loro due seduti su un masso. Guardano entrambi la macchina fotografica, e sorridono. Lei si appoggia a lui con la spontaneità dell’intimità, quando non c’è bisogno di aggrapparsi l’uno all’altro. I loro corpi sembrano gravitare insieme, naturalmente. Questa giovane donna sembra capace di lasciarsi andare.
Nella fotografia colgo in mia madre quella sensualità che nella vita reale mi è sempre sfuggita. Quando hai finito le scuole superiori?, le domandavo. Dopo quanti anni hai sposato Saifi? Lui cosa faceva? E papà, quando l’hai conosciuto? Semplici domande a cui lei, troppo immersa nel suo mondo interiore per curarsi di simili dettagli, non rispose mai.
Qualsiasi cosa le chiedessi, mi ripeteva le solite storie che sapevo a memoria. Più avanti, quando lasciai l’Iran, chiesi a una mia studentessa di farle un’intervista e le fornii alcune specifiche domande. Il risultato fu lo stesso: nessuna data, nessun fatto preciso, niente oltre al solito repertorio.
Alcuni anni fa, durante una riunione di famiglia, conobbi una simpatica signora austriaca, moglie di un lontano parente, che aveva partecipato alle prime nozze di mia madre. Di quel giorno ricordava soprattutto il momento di panico per la misteriosa mancanza del certificato di nascita della sposa (in Iran, i matrimoni e i figli vengono registrati sul certificato di nascita). In seguito, mi raccontò con un sorrisetto la signora austriaca, venne fuori che la sposa aveva qualche anno di più dello sposo. Sul certificato di mia madre, che sostituisce quello perduto, il primo matrimonio non è registrato e l’anno di nascita è il 1920. Lei però diceva di essere nata nel 1924 e che suo padre aveva cambiato la data per mandarla a scuola prima. Mio padre invece sosteneva che nostra madre, quando richiese il nuovo certificato per prendere la patente, aveva dichiarato quattro anni meno. Quando i fatti non erano di suo gradimento, mia madre faceva di tutto per raccomodarli.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi, 2009

Topipittori

Quando nel 2004 nacque la nostra casa editrice, nonostante avessimo entrambi una discreta esperienza in campo editoriale, con lo sguardo di oggi capisco che dovevamo ancora imparare quasi tutto. Ricordo che un giorno una persona mi fece notare che se volevamo vendere i nostri libri, che all’epoca non erano così facili da capire e che sugli scaffali delle librerie rischiavano di non essere visti e compresi, dovevamo spiegare alle persone cosa stavamo facendo e perché. Fu un’illuminazione. Può sembrare strano, ma è così. Nonostante sia io sia Paolo avessimo una discreta esperienza anche nel campo della comunicazione, con i libri pensavamo, per qualche ragione, che bastassero a sé, non c’era bisogno di spiegarli, parlavano da soli. Capimmo subito che quella persona, invece, aveva ragione: ritenere che le cose bastino a sé, che non ci sia bisogno di spiegare niente, e che queste spiegazioni addirittura possano guastare la qualità del lavoro, delle idee, è un’idea profondamente sbagliata: risiede in un’idea di cultura fatta esclusivamente e implicitamente per chi è già in grado di recepirla (che è un errore comunissimo nel nostro Paese fra chi lavora in campo culturale sia fra gli umanisti sia fra gli scienziati). Da quel momento investimmo tempo, risorse ed energie a fare in modo che le persone disponessero di tutte le informazioni necessarie a far conoscere il nostro lavoro. Non si trattava di un’azione di promozione nuda e cruda, ma di informazione che è una cosa molto diversa, più importante, più impegnativa.


Oggi il panorama della letteratura per ragazzi è molto cambiato, un intero settore ha lavorato a questo cambiamento, non credo di essere arrogante se affermo che anche noi siamo stati parte di questa trasformazione. Spesso sento alcune persone del settore indignarsi per banalizzazioni e volgarizzazioni della letteratura per ragazzi, capita anche a me di essere insofferente verso recensioni malfatte, riflessioni sul tema abborracciate o incompetenti, iniziative mediocri, tutte cose che nascono da idee sbagliate o superficiali o infondate. Ma passata l’irritazione mi dico che se è così, tutti quanti forse non abbiamo fatto abbastanza per fare cambiare le cose, e che essere in possesso di una cultura dovrebbe anziché spingere a una strenua difesa contro imbastardimenti e imbarbarimenti da parte di un “fuori” vissuto come ostile, superficiale e mai all’altezza, dovrebbe, dicevo, motivare a impiegare più serietà e rigore a fare sì che quello che in larga parte gli altri ancora non sanno, possa essere reso loro disponibile e accessibile. E non lo dico con paternalismo. Interessarsi o no a qualcosa, è una scelta, quindi non si tratta di fare proseliti. Ma di fare sì che le persone, qualora lo vogliano, abbiano a disposizione, paritariamente, la possibilità di accedere a delle conoscenze.

Giovanna Zoboli
Casa editrice Topipittori

competizione ossessiva


L’opprimente aura di «competizione ossessiva» (il «conflitto permanente») del poema viene infatti ricondotta a una società in decadenza (villaggi spopolati, assenza di legalità, crisi produttiva e commerciale) in cui la guerra intesa come conquista di risorse è una necessità quotidiana. Ma tutto questo è acuito — è uno dei passaggi più innovativi del libro — dalla carenza di giovani donne, dovuta alla diffusa poliginia (vedi le 28 schiave offerte da Agamennone ad Achille come compenso per la sottrazione di Briseide) e alla morte precoce, per abbandono o denutrizione, della prole femminile, non funzionale a una società così militarizzata. Non a caso, i poemi omerici sono incentrati affettivamente quasi solo su rapporti padri-figli: nell’Ade, l’ombra di Agamennone, parlando a Odisseo, rimpiange il figlio e dimentica le tre figlie. L’implicazione primaria è evidente: per quanto la guerra dipenda dalle citate ragioni socio-economiche (in particolare il controllo dell’Ellesponto come passaggio-chiave dal Mediterraneo al Mar Nero) e per quanto ogni guerriero combatta per molte altre ragioni (status, prestigio, fama, bottino, addiction paradossale dalla guerra stessa), nell’Iliade le donne sono un obiettivo «in sé», come ratifica Achille (che passa «giornate sanguinose» «a lottare coi nemici per catturarne le compagne», IX, 326-7); e Briseide ed Elena, in questo senso diventano ben più che casus belli poetici.

Sandro Modeo, la Lettura #378, pag. 5

il Pesanervi

“Così, per dire, un’editrice relativamente recente come La Nave di Teseo cresce scimmiottando Adelphi con esiti grotteschi: se quelli pubblicano l’opera omnia di Nietzsche questi editano le operette di Umberto Eco, se gli uni stampano le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann gli altri insistono a pubblicare un politico come Dario Franceschini, per non dire di Carlo Calenda; quelli stampano i proclami di Zelensky gli altri Dialogo sul potere di Carl Schmitt; La Nave di Teseo scommette su cantanti scrittori come Ermal Meta, Adelphi preferisce i musicisti di genio, insiste con L’ala del turbine intelligente di Glenn Gould, un libro che dovrebbero leggere in molto, non solo i cantautori. Certo, l’editoria è sempre un sistema di relazioni, ma un conto è Milan Kundera che scrive di Hermann Broch che elogia Canetti, un conto Maria Grazia Calandrone che introduce il libro di Sonia Bergamasco che ha messo in scena il libro della Calandrone (entrambe bravissime, sia chiaro). Quanto agli scrittori italiani, viventi, non è detto, però, che Adelphi sia meglio de La Nave di Teseo”.

https://www.pangea.news/editoria-pesanervi-bompiani/

Fielding & Maugham

Nel 1948 Maugham è forse tra i più ascoltati e celebrati autori nel mondo anglofono. Ha uno spicchio di notorietà anche in Italia, nonostante le diversità civili di quel giro d’anni. E gli viene commissionata per una rivista americana prima, per una casa editoriale poi, una serie di introduzioni-recensioni ai capisaldi della letteratura mondiale. Il primo da cui parte è anche il più risalente: a precedere Dickens e Tolstoj, Austen e Stendhal, viene il bravo Henry Fielding col suo Tom Jones. Qui per la prima volta – se è lecito bibliograficamente – il testo in italiano, ancora ricco di spunti per fare i bravi lettori. (Andrea Bianchi)

Ci sono persone che non riescono a leggere Tom Jones. Non penso a chi non legge altro che giornali e settimanali illustrati, o ai fanatici dei gialli; penso a coloro che non si opporrebbero se li classificassi come membri dell’intellighenzia, a quelli che leggono e rileggono Orgoglio e pregiudizio con gioia, Middlemarch con autocompiacimento e La coppa d’oro con riverenza. È probabile che non abbiano mai nemmeno pensato di leggere Tom Jones; ma se pur l’hanno fatto non sono stati in grado di andare avanti. Li annoia. Ora è inutile dire che dovrebbe piacergli. Non c’è alcun “dovere” al riguardo. Leggete un romanzo per divertirvi e, ripeto, se non vi intrattiene, non ha proprio niente da darvi. Nessuno ha il diritto di biasimarli perché non lo trovate interessante, non più di quanto chiunque abbia il diritto di biasimarvi perché non vi piacciono le ostriche. Non posso non chiedermi, tuttavia, che cosa dissuada i lettori da un libro che Gibbon ha descritto come una squisita rappresentazione dei modi umani, che Walter Scott ha elogiato come verità della natura umana, che Dickens ha ammirato traendo profitto, e di cui Thackeray scrisse: ‘Il romanzo è davvero squisito; una vera meraviglia per costruzione; i rimandi della saggezza, il potere di osservazione, le molteplici svolte dai pensieri felici, oltre al carattere vario della grande epopea comica, fermano il lettore dentro una perpetua ammirazione e curiosità.’ È che non si può non interessarsi al modo di vita, agli usi e costumi, di persone vissute duecento anni fa? Sarà forse lo stile? Eppure è facile e naturale. È stato detto – dimentico da chi, forse da un amico di Fielding, Lord Chesterfield – che il buono stile dovrebbe assomigliare alla conversazione di un uomo colto. Questo è esattamente ciò che fa lo stile di Fielding. Sta parlando al lettore e gli racconta la storia di Tom Jones come potrebbe raccontarla a tavola davanti a una bottiglia di vino a un certo numero di amici. Non usa mezzi termini. Apparentemente, la bella e virtuosa Sofia era abbastanza abituata a sentire parole come “puttana”, “bastardo”, “tromba” e quelle che, per una ragione difficile da indovinare, Fielding scrive “t..ia”. In effetti, ci sono stati momenti in cui suo padre, lo Squire Western, li ha applicati molto liberamente a se stesso.
Il metodo colloquiale di scrivere un romanzo, il metodo con cui l’autore vi prende nella sua confidenza, raccontandovi cosa prova per le creature di sua invenzione e le situazioni in cui le aveva collocate, ha i suoi pericoli. L’autore è sempre al vostro fianco, e quindi ostacola la vostra comunicazione immediata con le persone della sua storia. A volte può irritarvi moralizzando e una volta che inizia a divagare, tende a essere noioso. Non volete sentire quello che ha da dire su qualche punto morale o sociale; volete che vada avanti con la sua storia. Le digressioni di Fielding sono quasi sempre sensate o divertenti; sono brevi e ha la grazia di scusarsi per queste. La sua buona natura traspare attraverso di esse. Quando Thackeray lo ha incautamente imitato in questo, era invece presuntuoso, ipocrita e, non l’avreste detto, insincero.
Fielding ha inserito un preambolo a ciascuno dei libri in cui Tom Jones è suddiviso. Alcuni critici li hanno molto ammirati e li hanno considerati un’aggiunta all’eccellenza del romanzo. Posso solo immaginare che questo avvenga perché a quei signori l’opera non interessava come romanzo. Un saggista prende un argomento e lo discute. Se il suo soggetto è nuovo per voi, può dirvi qualcosa che prima non sapevate, ma è difficile trovare nuovi argomenti e, in generale, si aspetta di interessarvi per il suo stesso atteggiamento e il modo caratteristico con cui considera le cose. Vale a dire, si aspetta di interessarvi riguardo se stesso. Ma non è quello che voi cercate di fare quando leggete un romanzo. Non vi interessa l’autore; è lì per raccontarvi una storia e presentarvi a un gruppo di personaggi. Il lettore di un romanzo dovrebbe voler sapere cosa succede accanto alle persone a cui l’autore lo ha interessato e, se non lo fa, non ha alcun motivo per leggere il romanzo. Perché il romanzo, non potrò mai ripeterlo troppo spesso, non è da considerarsi come un mezzo di insegnamento o di edificazione, ma semmai quale fonte di intelligente distrazione. Sembra che Fielding abbia scritto i saggi con cui ha introdotto i successivi libri di Tom Jones dopo aver finito il romanzo. Non hanno quasi niente a che fare con i libri che presentano; gli hanno dato, ammette, molti problemi, e ci si chiede perché li abbia scritti. Non poteva non sapere che molti lettori avrebbero considerato il suo romanzo di basso livello, non troppo morale e forse anche osceno; e può darsi che pensasse di fornire una certa quale elevazione. Questi saggi sono sensati e talvolta insolitamente scaltri; e quando avrete conosciuto bene il romanzo, potrete leggerlo con un certo piacere; ma chiunque legga Tom Jones per la prima volta farebbe bene a saltarli.
La trama di Tom Jones è stata ammirata a lungo. Apprendo dal dottor Dudden che Coleridge avrebbe detto una volta: “Che maestro della composizione era Fielding!” Scott e Thackeray ne erano ugualmente entusiasti. Il dottor Dudden cita quest’ultimo così: “Morale o immorale, chiunque esamini questo romanzo semplicemente come un’opera d’arte, ne sarà certo colpito quale la produzione più sorprendente dell’ingegno umano. È pieno di incidenti così insignificanti che però fanno avanzare la storia, la quale nasce da eventi simili che si susseguono e si ricollegano al tutto. Una tale provvidenza letteraria, se possiamo usare una simile parola, non si trova in nessun’altra opera di narrativa. Potreste ritagliare metà del Don Chisciotte, o aggiungere, trasporre o modificare una certa storia d’amore di Walter Scott, e nessuno dei due ne risentirebbe. Roderick Random ed eroi del genere vivono una serie di avventure, alla fine delle quali vengono portati i violini e ci si sposa. Ma la storia di Tom Jones ha collegato la primissima pagina con l’ultima, ed è superbo pensare come l’autore abbia potuto costruire e trasporre tutta la struttura nella sua mente, come deve aver fatto prima di metterla su carta.

C’è una sorta di esagerazione in queste parole. Tom Jones è modellato sui romanzi picareschi spagnoli e sul Gil Blas, e la struttura semplice dipende dalla natura di quel dato genere: l’eroe per un motivo o per l’altro lascia la sua casa, vive una varietà di avventure nei suoi viaggi, si mescola con ogni sorta e condizione di uomini, ha i suoi alti e bassi di fortuna e alla fine raggiunge la prosperità sposando una moglie affascinante. Fielding, seguendo i suoi modelli, interrompeva la sua narrazione con storie che non avevano nulla a che fare con essa. Questo fu un espediente infelice che gli autori adottarono non solo, credo, per il motivo che dicevo, perché dovevano fornire una certa quantità di materia al libraio e una o due storie servivano a riempire; ma in parte, anche, perché temevano che una lunga serie di avventure si sarebbe rivelata noiosa e sentivano che avrebbero dato un brivido al lettore integrando qua e là una microstoria; e un po’ infine perché se avevano intenzione di scrivere un racconto, non c’era altro modo per presentarlo al pubblico del tempo.
I critici la rimproverano, ma la pratica è morta da bel tempo e, come sappiamo, Dickens vi ha fatto ricorso nelCircolo Pickwick. Il lettore di Tom Jones può saltare senza perdite la storia dell’Uomo della montagna e il racconto della signora Fitzherbert. Né Thackeray è abbastanza preciso nel dire che non c’è un incidente che non faccia avanzare la storia sviluppandosi da incidenti precedenti. L’incontro di Tom Jones con gli zingari non porta a nulla; e la presentazione della signora Hunt con la sua proposta di matrimonio a Tom è del tutto superflua. L’incidente della banconota da cento sterline è senza scopo oltre che grossolanamente, fantasticamente improbabile. Thackeray si meravigliava che Fielding avrebbe potuto trasportare tutta la struttura nella sua mente prima di iniziare a metterla su carta: pure, non credo che il nostro abbia fatto qualcosa del genere, non più di quanto facesse Thackeray prima di iniziare a scrivere La fiera delle vanità. Penso che sia molto più probabile che, avendo in mente le linee principali del suo romanzo, Fielding abbia inventato gli incidenti man mano che procedeva. Per la maggior parte essi sono felicemente ideati.
Fielding era poco interessato alla probabilità quanto i romanzieri picareschi che hanno scritto prima di lui e gli eventi più improbabili finiscono per accadere, le coincidenze più oltraggiose collegano tra loro le persone; eppure vi trascina con un tale gusto che avete appena il tempo, e comunque poca voglia, di protestare. I personaggi sono dipinti con colori primari con una bravura che va a braccio e se un po’ mancano di sottigliezza, compensano con l’animazione. Essi sono nettamente individualizzati, e se sono disegnati con una certa esagerazione, quella era la moda del giorno; forse non è maggiore di quanto consenta loro la commedia. Temo che il signor Allworthy sia un po’ troppo bello per essere vero, ma qui Fielding ha fallito, come ogni romanziere dopo di lui ha fallito nel tentare di rappresentare un uomo perfettamente virtuoso. L’esperienza sembra dimostrare che è impossibile non renderlo un po’ stupido. Si è impazienti con un carattere che è così buono che si lascia sovrastare da tutto e tutti. Si pensa che il signor Allworthy sia un ritratto di Ralph Allen di Prior Park. Se è così, e il ritratto è accurato, mostra solo che un personaggio tratto direttamente dalla vita non è mai del tutto convincente in un’opera d’immaginazione.
Blifil, d’altra parte, è stato ritenuto troppo cattivo per essere vero. Fielding odiava l’inganno e l’ipocrisia, e la sua antipatia per Blifil era tale che abbia impiegato i suoi colori con mano troppo pesante; ma quel certo Blifil – cattivo, furtivo, egocentrico, a sangue freddo – non è un tipo raro. La paura di essere scoperto è l’unica cosa che gli impedisce di essere un vero mascalzone. Ma penso che avremmo dato il nostro consenso esclusivo a Blifil se non fosse stato così trasparente com’è nel romanzo. È repellente. Non è vivo, come è vivo Uriah Heep, e mi chiedo se Fielding non lo abbia deliberatamente individuato per questa premonizione: se gli avesse assegnato un ruolo più attivo e prominente, lo avrebbe reso così potente e sinistro: un figura che avrebbe messo in ombra il suo eroe.

Alla sua apparizione, Tom Jones ha avuto un successo immediato di pubblico, ma la critica è stata nel complesso severa. Alcune delle obiezioni erano piuttosto commoventi e assurde: Lady Luxborough, ad esempio, si lamentava del fatto che i personaggi fossero troppo simili alle persone “con cui ci si incontra nel mondo”. Fu per la sua presunta immoralità, tuttavia, che il romanzo venne generalmente condannato. Hannah More nelle sue memorie racconta di non aver mai visto il dottor Johnson arrabbiato con lei tranne una volta, ed è stato quando alludeva a qualche passaggio spiritoso in Tom Jones. “Sono scioccato nel sentirti citare un libro così malvagio”, ha detto. “Mi dispiace che tu l’abbia letto: confessione che nessuna dama modesta dovrebbe mai fare. Non conosco opera più corrotta”. Ora, dovrei dire che una signora modesta farebbe molto bene a leggere il libro prima del matrimonio. Le dirà abbastanza bene tutto ciò che ha bisogno di sapere sui fatti della vita, e molto sugli uomini che non possono non fungerle utilmente prima di entrare in quello stato delicato. Eppure nessuno ha mai considerato il dottor Johnson privo di pregiudizi. Non avrebbe concesso alcun merito letterario a Fielding e una volta lo ha descritto come un idiota. Quando Boswell esitavo, disse: “Quello che intendo con il suo essere un idiota è che era uno sterile mascalzone”. “Non convenite, signore, che disegnava immagini molto naturali della vita umana?” rispose Boswell. “Perché, signore, è di frequentazioni molto basse. Richardson era solito dire che se non avesse saputo chi fosse Fielding avrebbe dovuto credere di essere uno stallaro”.
Nella narrativa oggi siamo abituati alla vita bassa, e non c’è niente in Tom Jones che i romanzieri dei nostri giorni non abbiano reso a noi familiare. Il dottor Johnson avrebbe potuto ricordare che con Sofia Western Fielding ha disegnato un ritratto affascinante e tenero di una giovane donna deliziosa non ha mai più così incantato il lettore di narrativa. È semplice ma non sciocca, virtuosa ma non pudica; ha carattere, determinazione e coraggio; un cuore amorevole ed è bellissima. Lady Mary Wortley-Montagu, che giustamente pensava che Tom Jones fosse il capolavoro di Fielding, si rammaricava che l’autore non si fosse reso conto di poter trasformare il suo eroe in un mascalzone. Suppongo che si riferisse all’incidente che è stato considerato il più riprovevole nella carriera del signor Jones. Lady Bellaston si innamora di lui e lo trova non impreparato a soddisfare i suoi desideri, poiché egli considera parte della buona educazione comportarsi con “galanteria” con una donna che mostra un’inclinazione al suo bel corpo; non ha un soldo in tasca, nemmeno uno scellino per pagare una vettura che lo porti alla sua dimora, e Lady Bellaston è ricca.
Con una generosità insolita con le donne, le quali sono inclini a prodigarsi con i soldi degli altri ma attente ai propri, ella ha generosamente risolto le necessità di lui. Ebbene, senza dubbio non è una bella cosa per un uomo accettare denaro da una donna; è anche poco redditizio, perché le signore ricche in queste circostanze richiedono molto più del valore del loro denaro; ma moralmente non è più sconvolgente che per una donna accettare denaro da un uomo, ed è solo follia da parte dell’opinione comune considerarlo tale. Il nostro tempo han ritenuto necessario inventare un termine, gigolò, per descrivere il maschio che fa della sua attrattiva personale fonte di profitto; quindi la mancanza di delicatezza di Tom, per quanto riprovevole, difficilmente può essere considerata un unicum. Non ho alcun dubbio che il gigolò entrò nella voga tanto arditamente sotto il regno di Giorgio II quanto sotto quello di Giorgio V. Era caratteristico, e un merito di Tom Jones, che lo stesso giorno in cui Lady Bellaston gli aveva dato cinquanta sterline per aver trascorso la notte con lei, egli fosse così commosso da una storia sfortunata che la sua padrona di casa gli raccontò di alcuni parenti tanto che di suo le porse la sua borsa dicendole di prendere quanto riteneva necessario per alleviare l’angoscia di quella famiglia. Tom Jones era onestamente, sinceramente e profondamente innamorato dell’affascinante Sofia, eppure non si faceva scrupoli a concedersi i piaceri della carne con qualsiasi donna che fosse attraente e facile. Amava Sofia nondimeno per questi episodi. Fielding era troppo assennato per rendere il suo eroe più continente dell’uomo normale. Sapeva che saremmo tutti più virtuosi se fossimo prudenti di notte come lo siamo al mattino. Né Sofia si è irragionevolmente irritata sentendo parlare di queste avventure. Che in questo particolare abbia mostrato un buon senso insolito per il suo sesso è sicuramente uno dei suoi tratti più accattivanti.
È stato ben detto da Austin Dobson, sebbene senza eleganza di stile, che Fielding “non pretendeva di produrre modelli di perfezione, ma immagini di umanità nella media, forse piuttosto grezza che levigata, naturale che artificiale, il suo desiderio è farlo con assoluta veridicità, senza attenuare né dissimulare difetti e mancanze”. Questo è ciò che si sforza di fare il realista nel romanzo e, nel corso della storia, egli è sempre stato attaccato più o meno violentemente per questo. Le due ragioni principali, a quel che vedo, sono le seguenti: c’è un gran numero di persone, soprattutto tra gli anziani, i benestanti, i privilegiati, che assumono l’atteggiamento del tipo: ‘Certo che noi sappiamo che c’è molta criminalità e immoralità nel mondo, povertà e infelicità, ma non vogliamo saperne. Perché dovremmo metterci a disagio? Non è che potessimo farci nulla. Dopotutto, ci sono sempre stati ricchi e poveri nel mondo’. Un altro tipo di persone ha le sue ragioni per condannare il realista. Sono quelli che ammettono che ci sono vizi e malvagità nel mondo, crudeltà e oppressione; ma, si chiedono, è questo il materiale giusto per la narrativa? È bene che i giovani leggano di cose che i loro maggiori sanno e deplorano, e non possono forse essere corrotti dalla lettura di storie suggestive quando non addirittura oscene?
Sicuramente l’inventiva è meglio impiegata nel mostrare quanta bellezza, gentilezza, abnegazione, generosità ed eroismo ci siano nel mondo. La risposta che a questo dà il realista è che lui è interessato a dire la verità per come la vede lui sul mondo con cui è entrato in contatto. Non crede nella pura bontà degli esseri umani; li considera un misto di buono e cattivo; ed è tollerante delle idiosincrasie della natura umana condannate dalla morale convenzionale reproba, e che egli accetta come umane, naturali, e perciò da mitigare. Spera di rappresentare il buono nei suoi personaggi con la stessa fedeltà del cattivo, e non è colpa sua se i suoi lettori sono più interessati ai loro vizi che alle loro virtù. Questa è una caratteristica curiosa dell’animale umano di cui egli non può essere ritenuto responsabile. Se, tuttavia, è onesto con se stesso, ammetterà che il vizio può essere dipinto con colori brillanti, mentre la virtù sembra avere una tonalità un po’ sbiadita.
Se gli chiedessi come pensa di difendersi dall’accusa di corruzione dei giovani, risponderebbe che è assai bene che questi imparino che tipo di mondo dovranno affrontare. Il risultato potrebbe essere disastroso se si aspettano troppo. Se il realista può insegnare loro ad aspettarsi poco dagli altri; a rendersi conto fin dall’inizio che l’interesse principale di ciascuno è chiuso in se stesso; che dovranno pagare per tutto ciò che ottengono, che si tratti di posto, fortuna, onore, amore, reputazione; e che gran parte della saggezza consiste nel non pagare niente di più di quel che vale, il nostro avrà fatto più di tutti i pedagoghi e predicatori per consentire ai giovani di trarre il meglio da questa difficile faccenda della vita. Basta che ammetta infine di non essere un pedagogo o un predicatore, ma, si spera, un artista.

W. S. Maugham

Michael Pollan, 2


Arrivato sano e salvo al giro di boa dei cinquanta, la mia vita sembrava scorrere lungo solchi profondi ma confortevoli: un matrimonio lungo e felice, insieme a una carriera ugualmente lunga e gratificante. Come accade di solito, avevo sviluppato un insieme di algoritmi mentali in cui riporre una discreta fiducia per affrontare qualsiasi sfida la vita mi lanciasse, a casa o al lavoro. Che cosa mancava alla mia vita? Nulla che mi venisse in mente – nulla, cioè, finché non cominciarono ad arrivarmi le notizie della nuova ricerca sugli psichedelici, notizie che mi spinsero a chiedermi se non avessi mancato di riconoscere il potenziale di queste molecole quale strumento sia per comprendere la mente sia, potenzialmente, per cambiarla.
Ecco i tre eventi grazie ai quali mi persuasi che era proprio così.
Nella primavera del 2010 sulla prima pagina del «New York Times» comparve un servizio di John Tierney intitolato Hallucinogens Have Doctors Tuning In Again; vi si raccontava che alcuni ricercatori stavano somministrando a pazienti oncologici terminali forti dosi di psilocibina – il principio attivo dei funghi magici – per aiutarli ad affrontare la «sofferenza esistenziale» all’approssimarsi della morte.
Questi esperimenti, in corso simultaneamente alla Johns Hopkins, all’UCLA e alla New York University, non sembravano soltanto improbabili, ma folli. Di fronte a una diagnosi terminale, l’ultima cosa che avrei voluto fare era prendere una sostanza psichedelica, in altre parole, rinunciare al controllo sulla mia mente e poi, in quello stato psicologicamente vulnerabile, fissare dritto nell’abisso. Molti volontari, d’altra parte, riferivano che nell’arco di un singolo «viaggio» psichedelico guidato erano arrivati a riconcepire il modo di considerare il cancro e la prospettiva della fine. Diversi di loro dicevano d’essersi completamente liberati della paura della morte. Benché intriganti, le ragioni proposte per spiegare tale trasformazione erano anche un po’ elusive. «Gli individui superano la propria identificazione primaria con il corpo e sperimentano stati non gravati dall’ego» erano le parole di uno dei ricercatori. «Fanno ritorno dal viaggio con una prospettiva nuova e una profonda accettazione».

Archiviai quella storia fino a uno o due anni dopo, quando io e Judith ci trovammo a una cena in una grande casa a Berkeley Hills, seduti intorno a un lungo tavolo insieme a una decina di persone; a un certo punto una donna, sul fondo, cominciò a parlare dei suoi trip con l’acido. Sembrava avere pressappoco la mia età e – venni a sapere – era un’illustre psicologa. In quel momento ero impegnato in un’altra conversazione, ma non appena i fonemi l-s-d giunsero fluttuando all’estremo del tavolo dov’ero seduto io, non potei fare a meno, letteralmente, di mettere la mano all’orecchio e cercare di sintonizzarmi.
Al principio diedi per scontato che la donna stesse rivangando qualche aneddoto dei tempi del college, confezionandolo elegantemente. Non era così. Capii subito che il trip in questione aveva avuto luogo solo da qualche giorno o da qualche settimana, ed era uno dei primi che faceva. Tra gli astanti serpeggiò un’espressione di sorpresa. Lei e il marito, un programmatore in pensione, avevano trovato l’uso occasionale di LSD al tempo stesso intellettualmente stimolante e utile per il lavoro. In particolare, la psicologa credeva che le permettesse di comprendere il modo in cui i bambini piccoli percepiscono il mondo. Le loro percezioni non sono mediate da convenzioni e aspettative – ci sono già passato, ho fatto in quel modo – come lo è la percezione degli adulti; da adulti, spiegava, la nostra mente non si limita ad assorbire il mondo così com’è, ma formula su di esso ipotesi plausibili. Fare affidamento su queste ultime, fondate sull’esperienza passata, permette alla mente di risparmiare tempo ed energia, come quando, per esempio, sta cercando di capire che cosa possa essere, nel campo visivo, quel motivo frattale di punti verdi (probabilmente, le foglie di un albero). L’LSD sembra disabilitare queste modalità di percezione semplificate e abbreviate, ripristinando in tal modo, nella nostra esperienza della realtà, un’immediatezza e un senso di meraviglia infantili, come se stessimo vedendo ogni cosa per la prima volta. (Foglie!)
Me ne uscii chiedendole se avesse in mente di scrivere tali idee, e questo attirò l’attenzione di tutti i commensali. Lei rise e mi lanciò un’occhiata che interpretai come un Ma quanto sei ingenuo? L’LSD è una sostanza inserita nella «Tabella 1», il che significa che lo stato la considera una sostanza d’abuso priva di qualsiasi uso medico riconosciuto. Di sicuro sarebbe stato dissennato da parte di una persona nella sua posizione ipotizzare, in uno scritto pubblicato, che gli psichedelici possano dare un contributo alla filosofia o alla psicologia, che in effetti possano essere uno strumento prezioso per esplorare i misteri della coscienza umana. La ricerca seria sugli psichedelici era stata più o meno bandita dall’università cinquant’anni prima, subito dopo il clamoroso fiasco dell’Harvard Psilocybin Project di Timothy Leary, nel 1963. Sembrava che nemmeno Berkeley fosse pronta a tornare sul tema, quanto meno non ancora.

Infine, il terzo evento. La conversazione intorno alla tavola rinfrescò in me un vago ricordo del fatto che qualche anno prima qualcuno mi aveva inoltrato per e-mail un articolo scientifico riguardante la ricerca sulla psilocibina. In quel momento ero impegnato su altre cose, e non l’avevo nemmeno aperto, ma con una rapida ricerca del termine «psilocibina» ripescai istantaneamente l’articolo dalla pila virtuale delle e-mail scartate, accumulate nel mio computer. L’articolo mi era stato inviato da uno dei suoi coautori, una persona che non conoscevo e che rispondeva al nome di Bob Jesse; forse aveva letto qualcosa che avevo scritto sulle piante psicoattive e pensava che potessi essere interessato. L’articolo, scritto dallo stesso gruppo della Hopkins che stava somministrando la psilocibina ai pazienti oncologici, era stato appena pubblicato dalla rivista «Psychopharmacology». Per essere un lavoro scientifico sottoposto a peer review, aveva un titolo quanto mai insolito: Psilocybin Can Occasion Mystical- Type Experiences Having Substantial and Sustained Personal Meaning and Spiritual Significance, «la psilocibina può dar luogo a esperienze di tipo mistico con un significato personale e una portata spirituale importanti e prolungati».
Per quanto riguarda il termine «psilocibina», niente di che: a risaltare sulle pagine di una rivista di farmacologia erano piuttosto le parole «mistico» e «significato». Il titolo alludeva a quello che per la ricerca era un intrigante territorio di frontiera, apparentemente a cavallo di due mondi che ci siamo abituati a considerare inconciliabili: quello della scienza e quello della spiritualità.
Adesso – affascinato – mi gettai avidamente sull’articolo della Hopkins. Trenta volontari, che in precedenza non avevano mai fatto uso di psichedelici, avevano ricevuto una pillola contenente o psilocibina sintetica o un «placebo attivo» – metilfenidato, il principio attivo di Ritalin –, per far loro credere d’aver assunto lo psichedelico. Poi, assistiti per tutto il tempo da due terapeuti, si sdraiavano su un divano con una mascherina sugli occhi e ascoltavano della musica in cuffia (la mascherina e le cuffie incoraggiano un viaggio concentrato verso l’interno). Dopo circa trenta minuti nella mente di chi aveva assunto la psilocibina cominciavano ad accadere cose straordinarie.
Lo studio dimostrava che dosi elevate di psilocibina potevano essere usate in condizioni di sicurezza e «dar luogo» regolarmente a un’esperienza mistica, descritta in genere come dissoluzione dell’ego seguita da un senso di fusione con la natura o con l’universo. Questo probabilmente non è una novità per chi assume sostanze psichedeliche o per i ricercatori che per primi le studiarono negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma nel 2006, quando fu pubblicato l’articolo, non era del tutto ovvio né per la scienza moderna né per me.
Quello che era più straordinario, nei risultati riportati dall’articolo, è che i partecipanti consideravano l’esperienza con la psilocibina tra le più significative della propria vita, paragonabile «alla nascita di un primo figlio o alla morte di un genitore». Due terzi dei partecipanti collocarono la seduta tra le cinque «esperienze spiritualmente più significative» della loro vita; un terzo riteneva che si trattasse della più significativa di tali esperienze. A distanza di quattordici mesi queste valutazioni erano calate solo leggermente. I volontari riferirono di significativi miglioramenti – confermati da familiari e amici – «nel benessere personale e nella soddisfazione per la vita, insieme a un cambiamento positivo nel proprio comportamento».
Benché all’epoca nessuno lo sapesse, il rinascimento della ricerca sugli psichedelici oggi in corso cominciò sul serio dopo la pubblicazione di quell’articolo, che portò direttamente a una serie di studi – alla Hopkins e in diverse altre università – in cui la psilocibina era usata per curare condizioni diverse quali l’ansia e la depressione nei pazienti oncologici, la dipendenza dalla nicotina e dall’alcol, il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione e i disturbi del comportamento alimentare. Quello che colpisce, in tutta questa linea di ricerca clinica, è la premessa secondo cui il fattore chiave che induce un cambiamento nella mente forse non è, di per se stesso, l’effetto farmacologico della sostanza, ma il tipo di esperienza mentale cui essa dà luogo, che comporta la temporanea dissoluzione dell’ego.

 Poiché non ero affatto sicuro di aver mai avuto una sola esperienza «significativa sul piano spirituale», e meno che mai di averne avute abbastanza da poter stilare una graduatoria, l’articolo del 2006 risvegliò la mia curiosità ma anche il mio scetticismo. Molti volontari descrivevano di aver avuto accesso a una realtà alternativa, a un «al di là» dove non si applicano le consuete leggi della fisica e dove varie manifestazioni di una coscienza cosmica, o del divino, si presentano come inconfondibilmente reali.
Trovavo tutto questo un po’ difficile da accettare (non poteva trattarsi semplicemente di un’allucinazione indotta dalla sostanza?), ma al tempo stesso anche intrigante; una parte di me desiderava che fosse vero, di qualsiasi cosa esattamente si trattasse – il che mi sorprese, giacché non ho mai pensato a me stesso come a una persona particolarmente spirituale, e ancor meno mistica. Immagino che ciò dipenda in parte dalla mia visione del mondo, in parte dell’aver trascurato la questione: non ho mai dedicato molto tempo a esplorare percorsi spirituali e non ho ricevuto un’educazione religiosa. Di base, la mia prospettiva è quella del materialismo filosofico, convinto come sono che la materia sia la sostanza fondamentale dell’universo e che le leggi fisiche cui essa obbedisce debbano poter spiegare qualsiasi cosa succeda. Parto dal presupposto che la natura sia tutto ciò che esiste, e sono attratto dalle spiegazioni scientifiche dei fenomeni. Detto questo, sono anche sensibile alle limitazioni della prospettiva materialistascientifica, e credo che la natura (compresa la mente umana) conservi ancora misteri profondi nei cui confronti la scienza può a volte sembrare arrogante e mostrare un ingiustificato disprezzo.
Era possibile che una singola esperienza psichedelica – qualcosa che dipendeva soltanto dall’ingestione di una pillola o di un quadratino di carta assorbente – potesse intaccare di molto una tale prospettiva? Cambiare il modo in cui uno pensa alla morte? Modificare davvero, in maniera duratura, l’atteggiamento mentale?
Quell’idea mi irretì. Era un po’ come se ti avessero mostrato – in una stanza familiare, la stanza della tua mente – una porta a cui, chissà come, non avevi mai fatto caso; e se delle persone in cui riponevi fiducia (scienziati!) t’avessero detto che dall’altra parte c’era ad aspettarti tutto un altro modo di pensare – di essere! Non dovevi far altro che girare la maniglia ed entrare. Chi non sarebbe curioso? Magari non avevo intenzione di cambiare la mia vita, ma l’idea di imparare qualcosa di nuovo su di essa, e di accendere una luce nuova su questo vecchio mondo, cominciò a occupare i miei pensieri. Forse, nella mia vita, mancava effettivamente qualcosa, qualcosa che non avevo mai nemmeno nominato.
Sapevo già qualcosa di quelle porte, perché in precedenza avevo scritto a proposito delle piante psicoattive. Nella Botanica del desiderio ho esplorato relativamente a fondo quello che, con sorpresa, avevo scoperto essere un desiderio umano universale di alterare la coscienza. Non esiste una sola cultura sulla Terra (be’, una sì) che non faccia uso di qualche pianta per modificare i contenuti della mente, non importa se al fine di guarire, per abitudine o come pratica spirituale. Il fatto che un desiderio così singolare e apparentemente maladattativo dovesse esistere accanto agli altri – per esempio quelli di nutrimento, bellezza e sesso, che in termini evolutivi hanno tutti una logica molto più ovvia – chiedeva a gran voce una spiegazione. La più semplice è che tali sostanze aiutino ad alleviare il dolore e la noia. D’altra parte, gli intensi sentimenti, come pure i tabù e i rituali complicati, sviluppati intorno a molte di queste specie psicoattive indicano che deve esserci qualcosa di più.
Appresi che gli esseri umani fanno da lungo tempo ampio uso di piante e funghi capaci di alterare drasticamente la coscienza, servendosene sia come strumenti per guarire la mente e per facilitare i riti di passaggio, sia come mezzo per comunicare con domini soprannaturali o mondi degli spiriti. In moltissime culture questi usi erano antichi e venerandi, ma io ipotizzai un’altra applicazione: arricchire l’immaginazione collettiva – la cultura – con le idee e le prospettive nuove che alcune particolari persone, quale che sia il luogo in cui sono andate, portano indietro con sé.

 Ora che avevo sviluppato un apprezzamento razionale per il potenziale valore di queste sostanze psicoattive, potreste pensare che fossi più ansioso di provarle. Non sono sicuro di che cosa stessi aspettando: il coraggio, forse; oppure l’occasione propizia che una vita indaffarata, vissuta principalmente sul versante giusto della legge, sembrava non offrire mai. Quando però cominciai a ponderare i possibili benefici di cui sentivo parlare, a fronte dei rischi, rimasi sorpreso nell’apprendere che le sostanze psichedeliche sono di gran lunga più temute che pericolose. Molti dei rischi tristemente noti o sono esagerati o sono leggenda. È praticamente impossibile morire per un’overdose di LSD o di psilocibina, per esempio, e nessuna delle due sostanze dà dipendenza. Dopo averle provate una volta, gli animali non cercano di procurarsi una seconda dose, e negli esseri umani l’uso ripetuto spoglia le sostanze del loro effetto. La possibilità che le esperienze terrificanti cui alcuni vanno incontro sotto l’effetto degli psichedelici gettino nella psicosi gli individui a rischio esiste, questo è vero, e perciò nessuno con un’anamnesi familiare o una predisposizione alla malattia mentale dovrebbe mai prenderli. Tuttavia, i ricoveri al pronto soccorso che vedono coinvolti gli psichedelici sono davvero rarissimi, e molti dei casi diagnosticati come crolli psicotici si rivelano poi meri attacchi di panico di breve durata.
È anche vero che sotto l’effetto degli psichedelici la gente è incline a fare cose stupide e pericolose: camminare in mezzo al traffico, gettarsi da luoghi alti e, in rare occasioni, uccidersi. Secondo un’ampia indagine in cui venne chiesto ai consumatori di queste sostanze di parlare delle proprie esperienze, i «bad trips» sono molto reali e possono essere una delle «esperienze più difficili di una vita intera»;10 è tuttavia importante distinguere quello che può accadere quando l’uso ha luogo in situazioni non controllate, senza prestare attenzione al set e al setting, da quello che avviene in condizioni cliniche, dopo uno screening attento e sotto osservazione. Da quando – negli anni Novanta – la ricerca autorizzata sulle sostanze psichedeliche è ripresa, sono stati trattati quasi mille volontari, senza che sia stato segnalato un solo evento avverso serio.
Fu a quel punto che l’idea di «scuotere la palla di vetro con la neve», come un neuroscienziato descrisse l’esperienza psichedelica, cominciò a sembrarmi più attraente che spaventosa, pur conservando anche il secondo aspetto.
Dopo aver trascorso oltre mezzo secolo più o meno costantemente in sua compagnia, il sé – questa voce sempre presente nella testa, questo «io» incessantemente impegnato a commentare, interpretare, etichettare, perorare – diventa forse un po’ troppo familiare. Qui non sto parlando di qualcosa di profondo come la conoscenza di sé: no, soltanto di come, con il passare del tempo, tendiamo a ottimizzare e a standardizzare le nostre risposte a qualsiasi cosa la vita ci presenti. Ciascuno di noi sviluppa le sue scorciatoie per inquadrare ed elaborare le esperienze quotidiane e risolvere i problemi, e benché questo sia indubbiamente adattativo – ci aiuta a fare ciò che dobbiamo con il minimo sforzo –, alla fine il processo diventa meccanico. Ci intorpidisce. I muscoli dell’attenzione si atrofizzano.
Le abitudini sono indubbiamente strumenti utili, giacché ci risparmiano la necessità di ricorrere a complesse operazioni mentali ogni volta che affrontiamo un compito o una situazione nuovi. D’altra parte, ci sollevano anche dal bisogno di restare svegli nei confronti del mondo: dal bisogno di fare attenzione, essere percettivi, pensare, e poi agire in maniera deliberata (in altre parole, in modo libero e non compulsivo). Per ricordare quanto le abitudini mentali ci rendano ciechi nei confronti dell’esperienza, basta fare un viaggio in un paese che non conosciamo. All’improvviso ci svegliamo! E quasi tutti gli algoritmi della vita quotidiana si riattivano, come partendo da zero. Ecco perché le varie metafore del viaggio, applicate all’esperienza psichedelica, sono tanto azzeccate.
Per quanto utili, questi efficaci meccanismi della mente adulta ci impediscono di vedere il presente. Saltiamo costantemente avanti, verso la cosa successiva. Ci accostiamo all’esperienza in modo molto simile a un programma di intelligenza artificiale: il nostro cervello traduce continuamente i dati del presente nei termini del passato, protendendosi indietro nel tempo a cercare esperienze rilevanti, e quindi usandole per formulare l’ipotesi migliore su come prevedere il futuro e orientarsi in esso.
Uno degli aspetti che fanno di viaggi, arte, natura, lavoro e alcune sostanze altrettante esperienze raccomandate è il modo in cui, nella loro forma migliore, esse bloccano ogni percorso mentale in avanti o all’indietro, immergendoci nel flusso d’un presente letteralmente meraviglioso – là dove la meraviglia è esattamente il prodotto collaterale di quella prima visione non intralciata, di quell’osservazione virginale, alla quale il cervello adulto s’è ormai chiuso. (È terribilmente inefficiente!). Per la maggior parte del tempo, ahimè, mi trovo in un futuro prossimo, con il termostato psichico impostato su un lento sobbollire di anticipazione e, troppo spesso, di preoccupazione. L’aspetto positivo – ma anche quello negativo, in effetti – è che raramente mi sorprendo.
Mi sto sforzando di descrivere quella che credo sia la modalità di default della mia coscienza: funziona abbastanza bene, di sicuro fa il suo lavoro, ma… e se non fosse l’unico modo, o necessariamente il modo migliore, di sperimentare la vita? La premessa della ricerca sulle sostanze psichedeliche è che questo particolare gruppo di molecole sia in grado di darci accesso ad altre modalità di coscienza che potrebbero offrirci benefìci specifici, siano essi terapeutici, spirituali o creativi. Di sicuro gli psichedelici non sono l’unica porta per accedere a queste altre forme di coscienza – e nelle pagine che seguono esplorerò alcune alternative non farmacologiche –, ma sembrano certamente una delle maniglie più facili da afferrare e girare.
Tutta l’idea di espandere il nostro repertorio di stati coscienti non è interamente nuova: l’induismo e il buddhismo ne sono permeati, ed esistono precedenti affascinanti anche nella scienza occidentale. William James, il pioniere della psicologia americana autore di Le varie forme dell’esperienza religiosa, si avventurò in questi territori più di un secolo fa e ne riemerse con la convinzione che la nostra comune coscienza in stato di veglia non sia «altro che un tipo speciale di coscienza, mentre tutto attorno ad essa, separate dal più trasparente degli schermi, vi sono forme potenziali di coscienza del tutto diverse».
Capii che qui James stava parlando della porta non aperta nella nostra mente. Per lui, il «tocco» che poteva spalancarla rivelando, dall’altra parte, questi territori, era l’ossido nitroso. (All’epoca i ricercatori avevano a disposizione anche la mescalina, il composto psichedelico estratto dal peyote, ma a quanto pare James ne aveva troppa paura per provarla).
«Nessuna visione dell’universo nella sua totalità può essere definitiva, quando lascia fuori queste altre forme di coscienza».
«In ogni caso», concludeva James, questi altri stati, la cui esistenza egli considerava reale come quella dell’inchiostro su questa pagina, «vietano una prematura chiusura dei conti che dobbiamo rendere alla realtà».
La prima volta che lessi quella frase, capii che James mi aveva centrato benissimo: da materialista convinto e adulto di una certa età qual ero, avevo praticamente chiuso i miei conti con la realtà. Forse, era stato prematuro.
Bene, qui c’era un invito a riaprirli.

Se la comune coscienza in stato di veglia non è che uno dei diversi modi possibili di costruirsi un mondo, allora forse esiste un valore nel coltivare più generosamente quella che sono arrivato a considerare come diversità neurale. Con quest’idea, Come cambiare la tua mente si accosta al tema da diverse prospettive, impiegando diverse modalità narrative: quella della storia sociale e della storia della scienza; quella della storia naturale, del memoir e del giornalismo scientifico; e quella di studi di casi riguardanti volontari e pazienti. Nel mezzo del viaggio offrirò anche una descrizione della mia ricerca di prima mano (o forse dovrei parlare di esplorazione) nella forma d’una sorta di diario di un viaggio mentale.
Nel raccontare la storia della ricerca sugli psichedelici, passata e presente, non cercherò di essere esaustivo: il tema, riconducibile al tempo stesso alla scienza e alla storia sociale, è troppo vasto per essere compresso tra la prima e la quarta di copertina d’un unico libro. Invece di tentare di presentare ai lettori l’intero cast dei personaggi responsabili del rinascimento degli psichedelici, la mia narrazione segue un pugno di pionieri riconducibili a una particolare linea di ricerca scientifica, con l’inevitabile risultato che i contributi di molti altri sono trattati in modo sbrigativo. Sempre nell’interesse della coerenza narrativa, mi sono concentrato su certe sostanze ad esclusione di altre. Per esempio, c’è poco sulla MDMA (nota anche come ecstasy), che si sta mostrando molto promettente nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress. Alcuni scienziati annoverano la MDMA tra gli psichedelici, ma moltissimi altri non lo fanno, e io seguo loro. A livello cerebrale, la MDMA agisce infatti attraverso un diverso insieme di vie neurali e ha una storia sociale sostanzialmente diversa da quella dei cosiddetti psichedelici classici. Tra questi, mi concentrerò principalmente su quelli che stanno ricevendo maggiore attenzione dagli scienziati, in particolare la psilocibina e l’LSD; ciò significa che altri psichedelici, ugualmente interessanti e potenti ma più difficili da portare in laboratorio, come l’ayahuasca, avranno meno attenzione.
Un’ultima nota sulla terminologia. La classe di molecole a cui appartengono la psilocibina e l’LSD (ma anche la mescalina, la DMT e diverse altre) è stata nominata in vari modi da quando, sono ormai decenni, si imposero alla nostra attenzione. Al principio furono chiamate «allucinogeni». D’altra parte, fanno talmente tante altre cose (mentre le vere e proprie allucinazioni complete sono in realtà alquanto insolite) che ben presto gli scienziati si misero alla ricerca di termini più precisi ed esaurienti, una ricerca descritta nel terzo capitolo. Il termine «psichedelici», che qui userò più degli altri, ha tuttavia i suoi svantaggi.13 Accolto negli anni Sessanta, è gravato da una gran zavorra controculturale. Nella speranza di sfuggire a quelle associazioni, e di sottolineare le dimensioni spirituali di queste sostanze, alcuni ricercatori hanno proposto di chiamarle «enteogeni» – dal greco per «che genera il divino dentro». Questo mi sembra però troppo enfatico. Nonostante tutta la simbologia anni Sessanta, il termine «psichedelico», coniato nel 1956, è etimologicamente accurato. Derivato dal greco, significa semplicemente «che rende manifesta la mente»: proprio quello che queste straordinarie molecole hanno il potere di fare.

Come cambiare la tua mente, Prologo

Michael Pollan


A metà del ventesimo secolo irruppero in Occidente due molecole nuove e singolari, composti organici con una spiccata somiglianza reciproca. Col tempo, avrebbero cambiato il corso della storia culturale, politica e sociale, come pure le storie personali dei milioni di persone che le introdussero nel proprio cervello. Il caso volle che l’emergere di questa chimica dirompente coincidesse con un’altra esplosione di portata storica a livello mondiale, quella della bomba atomica. Ci fu chi paragonò i due eventi e volle vedere un significato nella loro sincronia cosmica. Nuove energie straordinarie erano state liberate nel mondo; le cose non sarebbero state più le stesse.
La prima di queste molecole fu un’invenzione scientifica accidentale. La dietilamide dell’acido lisergico, comunemente nota come LSD, fu sintetizzata da Albert Hofmann nel 1938, precedendo di poco la prima scissione d’un atomo di uranio da parte dei fisici. Hofmann – che lavorava per la casa farmaceutica svizzera Sandoz – stava cercando un farmaco che stimolasse la circolazione, non un composto psicoattivo: fu soltanto cinque anni dopo, quando ingerì per caso una minuscola quantità della nuova sostanza chimica, che capì d’aver creato qualcosa di potente, al tempo stesso terribile e meraviglioso.
La seconda molecola era in circolazione da migliaia di anni, benché nel mondo sviluppato nessuno ne fosse a conoscenza. Prodotta non da un chimico, ma da un piccolo fungo marrone poco appariscente, questa sostanza, in seguito divenuta nota come psilocibina, era stata usata per centinaia di anni come sacramento dalle popolazioni indigene del Messico e dell’America centrale. Dopo la conquista spagnola, l’uso del fungo – che gli Aztechi chiamavano teonanácatl, ovvero «carne degli dèi» – venne brutalmente represso dalla chiesa cattolica, e quindi spinto nella clandestinità. Nel 1955, dodici anni dopo la sintesi dell’LSD da parte di Albert Hofmann, R. Gordon Wasson, banchiere di Manhattan nonché micologo dilettante, assaggiò il fungo magico a Huautla de Jiménez, una città dello stato di Oaxaca nel Messico meridionale. Due anni dopo pubblicò sulla rivista «Life» una descrizione di quindici pagine dei «funghi che inducono strane visioni», segnando così il momento in cui la notizia di una nuova forma di coscienza giunse per l.a prima volta al grande pubblico (nel 1957 la conoscenza dell’LSD era per lo più confinata alla comunità dei ricercatori e di coloro che si occupavano di salute mentale a livello professionale). Per molti anni la gente non colse l’entità di quanto era accaduto, ma la storia in Occidente era cambiata.

È difficile sovrastimare l’impatto di queste due molecole. L’avvento dell’LSD può essere messo in relazione con la rivoluzione che ebbe luogo negli studi sul cervello a partire dagli anni Cinquanta, quando gli scienziati scoprirono il ruolo dei neurotrasmettitori cerebrali. Il fatto che quantità di LSD nell’ordine dei microgrammi potessero indurre sintomi simili a quelli della psicosi ispirò la ricerca della base neurochimica di disturbi mentali precedentemente ritenuti di origine psicologica. Allo stesso tempo gli psichedelici trovarono spazio nella psicoterapia, dove furono usati per trattare vari disturbi tra cui l’alcolismo, l’ansia e la depressione. Per gran parte degli anni Cinquanta e al principio del decennio successivo, furono in molti, nell’establishment psichiatrico, a considerare l’LSD e la psilocibina come farmaci miracolosi.
L’avvento di questi due composti è legato anche, negli anni Sessanta, all’ascesa della controcultura e, forse soprattutto, ai suoi toni e al suo stile particolari. Per la prima volta nella storia i giovani disponevano di un rito di passaggio tutto loro: il «trip da acido». Invece di incorporare il giovane nel mondo adulto, come i riti di passaggio hanno sempre fatto, questo li faceva sbarcare in un territorio della mente della cui esistenza pochi adulti avevano la benché minima idea. L’effetto sulla società fu come minimo dirompente.
Alla fine degli anni Sessanta, comunque, le onde sismiche scatenate a livello sociale e politico da queste molecole sembrarono dissiparsi. Il lato oscuro degli psichedelici – bad trips, crolli psicotici, flashbacks, suicidi – cominciò a essere oggetto di un’enorme pubblicità negativa e a partire dal 1965 l’entusiasmo intorno a queste nuove sostanze lasciò il passo al panico morale. Con la stessa velocità con cui li avevano accolti, la cultura e l’establishment scientifico adesso si rivoltarono bruscamente contro gli psichedelici. Alla fine del decennio queste sostanze – che in moltissimi luoghi erano state legali – furono messe al bando, e il loro uso venne spinto nella clandestinità. Sembrava che almeno una delle due bombe del ventesimo secolo fosse stata disinnescata.
Poi accadde qualcosa di inatteso e significativo. A partire dagli anni Novanta, lontano dagli sguardi della maggior parte di noi, un piccolo gruppo di scienziati, psicoterapeuti e cosiddetti psiconauti, nella convinzione che scienza e cultura avessero perso qualcosa di prezioso, decise di recuperarlo.

Oggi, dopo diversi decenni di repressione e abbandono, gli psichedelici sono nel pieno di un rinascimento. Una nuova generazione di scienziati, molti dei quali ispirati da esperienze personali con questi composti, sta verificando le loro potenzialità nella cura di problemi mentali come la depressione, l’ansia, i traumi e le dipendenze. Altri scienziati stanno usando gli psichedelici insieme ai nuovi strumenti di brain-imaging per esplorare i legami tra il cervello e la mente, nella speranza di svelare alcuni dei misteri della coscienza.
Un buon modo per comprendere un sistema complesso è quello di disturbarlo e poi di osservare che cosa succede. Disintegrando gli atomi, un acceleratore di particelle li costringe a svelare i loro segreti. Somministrando sostanze psichedeliche in dosi meticolosamente calibrate, i neuroscienziati possono disturbare profondamente, in soggetti volontari, la normale coscienza in stato di veglia, inducendo la dissoluzione delle strutture del sé e dando luogo a quella che può essere descritta come un’esperienza mistica. Mentre ciò accade, gli strumenti di imaging possono rilevare le alterazioni che interessano le attività e gli schemi di connettività cerebrali. Questo lavoro sta già svelando informazioni sorprendenti sui «correlati neurali» del senso del sé e dell’esperienza spirituale. Il vecchio cliché degli anni Sessanta, e cioè che gli psichedelici offrissero una chiave alla comprensione – e all’«espansione» – della coscienza non sembra più tanto assurdo.
Come cambiare la tua mente è la storia di questo rinascimento. Oltre che una storia pubblica, è però anche una storia molto personale, benché non sia cominciato in quella chiave. Forse era inevitabile. Tutto quello che stavo imparando riguardo alla storia della ricerca sugli psichedelici narrata in terza persona mi faceva desiderare di esplorare questo nuovo paesaggio della mente anche in prima persona: capire come fossero in realtà le alterazioni della coscienza indotte da queste molecole; se avessero da insegnarmi qualcosa – e che cosa – sulla mia mente; e se potessero aggiungere qualcosa – e che cosa – alla mia vita.
Questa fu, per me, una svolta del tutto inaspettata. La storia delle sostanze psichedeliche che ho riassunto qui non è una storia che ho vissuto. Io sono nato nel 1955, a metà del decennio in cui gli psichedelici fecero la loro prima irruzione sulla scena americana; fu solo quando i miei sessant’anni si profilarono all’orizzonte, però, che presi seriamente in considerazione l’idea di provare per la prima volta l’LSD. Detto da un baby boomer, potrebbe suonare improbabile, una sorta di inadempienza ai miei doveri generazionali; d’altra parte, nel 1967 avevo soltanto dodici anni – troppo giovane per essere più che vagamente consapevole della «Summer of Love» o degli «Acid Tests» di San Francisco. A quattordici anni, l’unico modo che avevo per arrivare a Woodstock era che mi ci accompagnassero i miei genitori. Gran parte degli anni Sessanta li ho vissuti attraverso le pagine della rivista «Time». Quando l’idea di provare o meno l’esperienza di un trip affiorò nella mia consapevolezza cosciente, l’LSD aveva già completato la sua veloce parabola mediatica, passando da miracoloso farmaco psichiatrico a sacramento della controcultura e infine a entità distruttrice di giovani menti.

Dovevo essere alle medie quando uno scienziato riportò (erroneamente, come emerse poi) che l’LSD strapazzava i cromosomi; i media, senza esclusioni, come pure il mio professore di educazione sanitaria, si assicurarono che sentissimo tutto quel che c’era da sentire. Un paio d’anni dopo, Art Linkletter, il personaggio televisivo, cominciò a fare campagna contro l’LSD, che riteneva responsabile del suicidio di sua figlia, gettatasi dalla finestra di un appartamento. Si presumeva che l’LSD avesse qualcosa a che fare anche con gli omicidi di Manson. Quando, al principio degli anni Settanta, entrai al college, ormai tutto quello che si sentiva sull’LSD sembrava studiato per terrorizzarti. Su di me funzionò: più che degli psichedelici anni Sessanta, sono un figlio del panico morale scatenato da queste sostanze.
Avevo poi anche dei motivi personali per stare alla larga dagli psichedelici: un’adolescenza dolorosamente segnata dall’ansia mi aveva lasciato qualche dubbio (condiviso da almeno uno psichiatra) su quanto fosse saldo il mio equilibrio. Quando arrivai al college mi sentivo più forte, ma l’idea di giocarmi la salute mentale con una sostanza psichedelica mi sembrava pessima.
Anni dopo, quasi trentenne, sentendomi più stabile, provai due o tre volte i funghi magici. Un amico mi aveva dato un vasetto di vetro pieno di Psilocybe secchi e grinzosi, e in un paio di occasioni memorabili io e Judith, allora mia compagna e oggi mia moglie, ne mandammo giù due o tre, affrontammo una breve ondata di nausea, e poi salpammo per quattro o cinque ore interessanti in compagnia l’uno dell’altra: un’esperienza che pareva una versione meravigliosamente enfatizzata della realtà familiare.
Gli aficionados degli psichedelici probabilmente la classificherebbero come un’«esperienza estetica» a basso dosaggio, più che un trip completo con disintegrazione dell’ego. Di sicuro non ci assentammo dall’universo conosciuto, né avemmo quella che qualcuno potrebbe mai chiamare un’esperienza mistica. Tuttavia, fu davvero interessante. Quello che ricordo, in particolare, è l’intensità straordinaria dei verdi dei boschi, e soprattutto la morbidezza del vellutato chartreuse delle felci. Fui preso da una potente compulsione a stare all’aria aperta, svestito, e il più lontano possibile da qualsiasi cosa fosse fatta di metallo o di plastica. Poiché eravamo da soli in campagna, fu fattibilissimo. Non ricordo molto di un trip successivo – un sabato a Riverside Park, a Manhattan –, salvo che fu molto meno godibile e spontaneo, con troppo tempo passato a chiederci se si capiva che eravamo fatti.
All’epoca non lo sapevo, ma la differenza tra queste due esperienze avute con la stessa sostanza dimostrava qualcosa di importante e di speciale sugli psichedelici: la fondamentale influenza del «set» e del «setting». Il «set» è l’atteggiamento mentale o l’aspettativa che uno immette nell’esperienza, mentre il «setting» è l’ambiente in cui essa ha luogo. Rispetto ad altre sostanze, è raro che gli psichedelici producano due volte lo stesso effetto sulla stessa persona, giacché tendono ad amplificare qualsiasi cosa sia già in atto all’interno e all’esterno della sua testa.

Dopo quei due brevi trip, il vasetto con i funghi rimase per anni inviolato in fondo alla nostra dispensa. Il pensiero di dedicare un’intera giornata a un’esperienza psichedelica aveva finito per diventare inconcepibile. Impegnati con le nostre carriere nascenti, avevamo lunghi orari di lavoro, e quelle vaste distese di tempo libero consentite dal college (o dalla disoccupazione) erano diventate un ricordo. Adesso era disponibile un altro tipo di droga, diversissimo, decisamente più facile da introdurre nel tessuto di una carriera a Manhattan: la cocaina. Al confronto con la polvere bianca come la neve, i funghi marroni e rugosi sembravano privi di stile, imprevedibili ed eccessivamente esigenti. In un fine settimana, ripulendo gli armadietti della cucina, ci imbattemmo nel vasetto dimenticato e lo gettammo nella spazzatura insieme alle spezie che avevano perso l’aroma e alle confezioni di cibo scaduto.
Avanti veloce di trent’anni: davvero vorrei non averlo fatto. Adesso pagherei per avere un intero vasetto pieno di funghi magici. Ho cominciato a chiedermi se quelle straordinarie molecole non siano forse sprecate nei giovani, se non abbiano da offrire di più in seguito, una volta che il cemento delle abitudini mentali e dei comportamenti quotidiani si è consolidato. Una volta Carl Jung scrisse che non è il giovane, ma la persona di mezza età ad aver bisogno di un’«esperienza del numinoso» che la aiuti a scendere a patti con la seconda metà della sua vita.

Come cambiare la tua mente, Prologo

la Maresca

Fausto Pirandello, Bagnanti, litografia, 1967


La Maresca è una signora qui ricoverata, vittima dei grilli erotici; per esempio, sollevata dall’allegria dell’estate, si spogliava nuda sotto la doccia dei bagni stipati di gente e davanti a tutti si divertiva a lasciarsi zampillare per ogni dove i fili dell’acqua, e insomma, dopo diverse altre esuberanze, fu portata in manicomio.
Ora, con la pelle scoppiettante, i bellissimi occhi neri infuocati, cerca di tenere in mano i freni delle briglie, e però le è impossibile tamponarsi del tutto e stamani, con la più tranquilla delle impudicizie, mi riferiva su certe pratiche alle quali la costringeva il marito, invalido di guerra, nel disperato tentativo di potenza, e alla fine con le gote stanche lei si ribellava. E qui al manicomio la Maresca quasi riesce a tenere i freni, ma fuori, davanti all’affascinante vita, al pullulante teatro, essa dà la via a tutta la carrozza e aizza i cavalli e travolge gli ostacoli, il suo nasino sottile fremente alla polvere che brucia.
Stamani il marito dalle gambe fredde si è presentato, con le grucce, alla portineria in visita alla moglie, e mi ha detto (il volto opacato di una fierezza una volta accesa) con una malinconia che è ormai difficile sbalordire, che la moglie gliene ha fatte passare e che, tra l’altro, scriveva lettere d’amore a ogni bel maschio, al cantante del teatro e al calzolaio vicino a casa, a quell’altro con cui aveva parlato per tre secondi e a quello che dalla finestra vedeva passare ogni mattina, e che è impossibile trattenerla specie nella stagione estiva, nella quale spumeggia come la sciampagna quando di colpo è saltato il tappo.

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano

Ambizioni culturali

TRE LUOGHI COMUNI DEL PRESENTE CONFUTATI DAL PASSATO

A volte, davanti a un fenomeno che ci appare con tutta evidenza aberrante o esasperante, si vorrebbe non dover esercitare la fatica della critica. Si spera che basti additarlo, e chiunque capirà. Invece – com’è normale e giusto – non capita così. Ma lo sconforto diminuisce quando ci si accorge che la confutazione migliore è già lì pronta, ante litteram, in qualche vecchio libro, e che strappare al suo contesto una citazione è più utile che annaspare intorno a polemiche nuove. Che sollievo, quando il passato si è già incaricato di stigmatizzare in modo perfetto le mode culturali, i luoghi comuni e le velleità ideologiche del presente! Faccio tre esempi.

IL PROFESSOR CELATI. Le tendenze accademiche si sviluppano con la fatalità di certi eventi geologici. Oggi, nelle nostre università e in quelle anglosassoni, si stenta a trovare un dottorando in italianistica che non venga mobilitato dai suoi insegnanti per celebrare la presunta grandezza eslege di Gianni Celati. Questo accade dopo che nell’ultimo decennio si è ormai diffuso un vero e proprio filone editoriale celatiano, che salvo poche pagine valide (di Ermanno Cavazzoni, più autentico del suo fratello maggiore) produce montagne di scorie ed epigoni di epigoni, comici sì, ma involontariamente. A me sembra che solo una carenza di fiuto stilistico e psicologico possa indurre a vedere in Celati un distratto, stralunato “sapiente”. Dietro Guizzardi e i “parlamenti buffi”, io ho sempre ritrovato il volto di un tipico professore del nostro tempo. Le scelte formali celatiane non sono affatto “naturali”: sono al contrario dei partiti presi che trasformano lo stile in stucchevole stilizzazione, sia che si tratti delle “comiche” (poco divertenti e mai necessarie, senza i pregi di Buster Keaton né quelli di Samuel Beckett) sia che si tratti della più interessante rarefazione da narratore delle pianure (basta leggere i “Sillabari” di Goffredo Parise per accorgersi della differenza che passa tra la poesia e il mestiere). Ma è appunto la stilizzazione a rendere Celati così accademicamente appetibile: il suo successo ‘sociale’ è il segno del suo conformismo inoffensivo. Per questo gli scaffali delle nostre librerie continuano a riempirsi di libri bamboleggianti a base di matti padani, “brache”, “scoregge” e “che” anacolutici – libri che recitano la svagatezza proprio perché non la conoscono (qui il confronto impietoso è con Antonio Delfini), e che anzi sono scritti in genere da autori furbi e avari, decisi a guadagnarsi una voce e un pubblico senza correre rischi.
Ma questi “pargoleggiamenti” erano già stati benissimo descritti da Alberto Savinio in un articolo degli anni Trenta sul più decoroso Sergio Tofano. C’è una pagina esilarante, ora raccolta in “Palchetti romani”, dove Savinio paragona lo stile “futile, onomatopeico e pupazzesco” della compagnia teatrale Tofano al gergo che parlano in famiglia alcuni suoi conoscenti. Eccone il ritratto: “Benché forniti di nome e cognome, si facevano chiamare, lui Nane, lei Nana e il figlio Nanino. Praticavano quella forma di scemenza comune a tanta gente, che consiste nel deformare puerilmente i nomi e le parole (…) riducevano a forma puerile tutti gli atti della vita, e davanti a quelli più gravi manifestavano un ebetismo sorridente, con che si persuadevano di essere tre tipi molto buffi. ‘Buffo’ era la meta suprema delle loro aspirazioni (…) Dichiaravano ‘barbosa’ qualunque forma di serietà e ‘riposantЀ la scemenza. Parlavano (…) un linguaggio convenzionale, composto di monosillabi e onomatopee (…) imitavano gli atteggiamenti ‘buffi’ dei pupazzi (…) Davanti all’immoralismo e ai suoi rischi, si mantenevano prudenti come i visitatori del giardino zoologico davanti al recinto dei leoni; ma l’immoralismo costituendo appunto l’ideale delle loro animule borghesi, si erano foggiato di questo ‘idealЀ un succedaneo innocuo e incruento, equivalente delle sigarette denicotinizzate e del pane per diabetici”.

ADDAVENI’ VLADIMIRO. In questi anni di crisi e di precarietà torna a diventare sempre più visibile un tipo umano che ricorda da vicino la piccola borghesia declassata dalla quale, come insegnano gli storici, attinsero quadri e masse di manovra i movimenti totalitari del Novecento. Spesso questo tipo ha alle spalle ambizioni culturali insoddisfatte, presunte vocazioni che non ha potuto trasformare in mestiere, e coltiva il senso di superiorità – rovescio ovvio del senso d’impotenza – di chi si sente ingiustamente escluso. Al tempo dei primi capelli grigi o delle prime stempiature, ecco allora che il suo antagonismo giovanile sfocia nel complottismo: vede ovunque ingegnosi intrighi di quell’entità che chiama “Occidente”, e a cui assegna tutti gli attributi della più diabolica onnipotenza. Appena incontra un interlocutore dubbioso, lo classifica subito come un servo cieco delle nostre finte democrazie. Il suo animo in fondo in fondo è gentile, ma la frustrazione che gli cresce dentro ne deforma la voce, i gesti, l’espressione. Contro il suo immaginario Moloch, gli serve una bandiera da sventolare senza se e senza ma: un nome e un simbolo davanti a cui la verve polemica al limite della fantascienza, che sputa fuori quando parla di Italia, di Europa o Stati Uniti, possa finalmente placarsi, e il senso critico riaddormentarsi nel calore dell’entusiasmo.
Adesso che Cuba e palestinesi sono in ribasso mediatico, capita spesso che i suoi sogni rancorosi di rivincita e potenza si concentrino intorno alla Russia di Vladimir Putin, come poche stagioni fa intorno a Hugo Chávez. Infatti nel nostro tipo, che oggi partecipa euforico alle presentazioni di “Putinfobia” e condivide i post di Giulietto Chiesa, lo scollamento tra vita vissuta e cultura scolastica tende fatalmente a cancellare la capacità di immedesimazione. Se sul lavoro gli toccano un punteggio in graduatoria o lo spostano di sede è pronto a evocare le deportazioni naziste, ma nei paesi lontani che ha scelto come provvisoria patria approva senza battere ciglio le più brutali violazioni dei diritti civili. Il suo ritratto più preciso si trova in un saggio di George Orwell intitolato “Appunti sul nazionalismo” e scritto nel 1945. Nelle sue pagine, ora raccolte in “Nel ventre della balena”, Orwell parla di “nazionalismo trasposto”, e osserva che questa “trasposizione” mette un intellettuale “in condizione di essere molto più nazionalistico, volgare, sciocco, pernicioso, disonesto di quanto mai potrebbe essere nei confronti del suo paese natale o unità della quale abbia un’autentica conoscenza”. E così continua: “Quando si leggono le corbellerie presuntuose e servili che si scrivono su Stalin, l’Armata Rossa ecc. da parte di persone sensibili e intelligenti, si comprende che ciò è possibile solo perché è in atto un processo di trasposizione.
Nelle società come la nostra è inconsueto per chiunque sia un intellettuale provare un attaccamento profondo per il proprio paese. L’opinione pubblica – almeno quella parte che lo riconosce tale – non glielo permetterebbe. Poiché la maggior parte delle persone che lo attorniano sono scettiche e apatiche, egli adotta un atteggiamento camaleontico o vile: rinunzierà in quel caso alla forma di nazionalismo più diretta senza peraltro accostarsi a nessuna visione autenticamente internazionalista. Sente ancora il bisogno di una patria ed è naturale cercarne una all’estero. Avendola trovata, sguazzerà senza ritegno in quelle stesse emozioni dalle quali credeva di essersi emancipato. Dio, il re, l’impero, l’Union Jack – gli idoli rimossi riappaiono sotto mutate spoglie e poiché non è semplice riconoscerli possono essere incensati con la coscienza a posto. Il nazionalismo trasposto, come la pratica del capro espiatorio, è un modo di raggiungere la salvezza senza modificare la propria condotta”.

I PARTITI IDEALI. Uno spettro si aggira per l’Europa: quello dei partiti che furono, o meglio di ciò che quei partiti dicevano di essere. Li rimpiangono quasi tutti: sia i retori della destra più inquietante, sia i virtuisti di una sinistra che pretende di avere insieme i privilegi della nobiltà culturale e quelli della ragione politica, finendo per provocare insieme il tradimento dei chierici e l’inefficacia dei governanti. Da una parte come dall’altra si chiede che i partiti tornino a radicarsi nei vasti progetti ideali, in una articolata visione del mondo che contempli e abbracci ogni ambito della vita. Contro la repubblica liquida di oggi s’invocano le vecchie forze novecentesche e proporzionali, il loro quadro identitario e pluralistico. Eppure, come ricordava spesso Marco Pannella, sono proprio quelle forze e quel quadro politico ad avere prodotto i fascismi e la stagnazione corruttrice che la pragmatica politica anglosassone non ha conosciuto. Simone Weil, che portava le idee alle loro conseguenze estreme, credeva che tutti i partiti fossero da abolire; ma perfino lei riconosceva che i più pericolosi erano quelli nati sul continente dalla dialettica involutiva della rivoluzione francese.
Le parole più analitiche e penetranti sul tema restano però quelle scritte dopo la catastrofe degli anni Quaranta da Hannah Arendt. Nelle “Origini del totalitarismo” (1951), la Arendt riflette sulla maggiore tenuta della Gran Bretagna bipartitica, in cui governo e opposizione sono una cosa sola con lo Stato, rispetto alle nazioni continentali, in cui un multipartitismo spartitorio e irresponsabile gioca con l’idea di uno Stato astratto e metafisico, posto al di là delle forze in campo. La maschera ideale dei partiti continentali, osserva nella parte centrale del suo saggio, alza oltre la soglia di guardia il livello di fanatismo e di falsa coscienza: da un lato favorisce i furori ideologici, dall’altro la corruzione e l’immobilismo, o magari la suggestione del colpo di mano. Viceversa, là dove i partiti accettano di presentarsi apertamente come aggregati di interessi, e si devono dimostrare sempre pronti ad assumersi responsabilità di governo, questa schizofrenia è molto minore. Ma ascoltiamo le parole della Arendt, da ripetere ancora nel 2016 a tutti coloro che ripropongono la retorica novecentesca dei partiti-Weltanschauung: “Poiché nel bipartitismo un partito non può esistere alla lunga se non ottiene prima o poi abbastanza seguito per assumere le redini del potere, non occorre una giustificazione teorica dell’interesse e non si sviluppano ideologie, col risultato che è completamente assente il peculiare fanatismo della lotta politica continentale, che deriva dal contrasto delle ideologie più che da quello degli interessi.
Il guaio dei partiti continentali, separati per principio dallo stato e dal potere, non consisteva tanto nell’essere attaccati ad angusti interessi particolari, quanto nel vergognarsene escogitando giustificazioni ideologiche che facevano coincidere tali interessi con quelli generali della nazione o dell’umanità”.

In questi tre esempi, il lettore se ne sarà accorto, torna ad affiorare un tratto comune: la falsa coscienza, ossia la sproporzione tra gergo e realtà, tra pretese ideologiche e verità stilistica, morale, materiale. Si pretende di essere clown, e si è invece accademici fino al midollo; ci si fantastica sulle barricate, e si vive come i burocrati “luigini” immortalati da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli” e nell’“Orologio”; si brandisce la retorica degli ideali, della rappresentanza capillare o delle minoranze, e si fomentano i corporativismi, le fazioni sterili e non inclusive, gli estremismi astratti quanto pretestuosi, la balcanizzazione della vita pubblica. La storia non è maestra, ma sa essere una buona critica militante. Nulla di nuovo sotto il sole.

Matteo Marchesini, 2016

Moby Dick

Fu pubblicato nel 1851, in un’epoca di fervore della letteratura americana. In quegli stessi anni infatti videro la luce La lettera scarlatta di Hawthorne (1850), Walden di Thoreau (1854) e Foglie d’erba di Whitman (1855). E iniziava a coltivare la sua vocazione di poetessa Emily Dickinson, la grande solitaria. Quando Cesare Pavese tradusse per la prima volta in Italia il capolavoro di Melville mise subito in guardia i lettori sulla posta in palio:

“Si legga quest’opera tenendo a mente la Bibbia e si vedrà come quello che potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano. Dal primo estratto di citazione «E Dio creò grandi balene» fino all’epilogo, di Giobbe: «E io solo sono scampato a raccontarvela» è tutta un’atmosfera di solennità e severità da Vecchio Testamento, di orgogli umani che si rintuzzano dinnanzi a Dio, di terrori naturali che sono la diretta manifestazione di Lui”.

In una splendida biografia di Melville, Paolo Parisi Presicce ha compendiato i modelli d’ispirazione del romanzo: Il Libro di Giobbe fa da modello o stampo per la sfida interrogatoria al divino. Il Libro di Giona, attraverso il personaggio di Ishmael, per l’obbedienza cieca all’universo; il King Lear di Shakespeare per il crollo tragico e inevitabile dell’autorità; il Paradise Lost di Milton per l’ambizione incrollabile; il Doctor Faustus di Marlowe per la tentazione demoniaca; il Faust di Goethe per l’ossessione eroica, l’Anatomy of Melancholy di Burton, letto più volte, per una psicologia nostalgica e invalidante.