41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

madeleine, rugelach

illustrazione di Antonello Silverini

A proposito di modelli giganteschi, non so se sia mai stato notato ma la prima parte di Pastorale americana è un’esplicita parodia della Recherche proustiana, a cominciare dal titolo: Paradiso ricordato. La differenza più vistosa è che Roth inizia il suo libro dove Proust lo termina: da una rimpatriata con i vecchi amici di una vita, un Big Chill fuori tempo massimo.
Condizioni e stati d’animo dei due scrittori si somigliano parecchio. Sia Marcel che Nathan vivono lontani da tutto. Finché spinti da nostalgia, noia e curiosità, decidono di dare un’ultima chance al vecchio mondo partecipando a una festa: si tratta per entrambi di una matinée. Circostanza che permette loro di constatare che ne è stato della comitiva trascurata per così tanti anni. Marcel, rientrato a Parigi dopo un lungo soggiorno in casa di cura, si reca dai prìncipi di Guermantes; Nathan abbandona il rifugio di montagna per raggiungere la quarantacinquesima riunione degli ex allievi della sua scuola, che ha luogo in un country club in «un sobborgo ebraico lontano dalle strade del quartiere della nostra infanzia». Sia palazzo Guermantes che il country club pullulano degli amici di un tempo, tutti irrimediabilmente male in arnese, se non proprio sull’orlo della tomba. Trovarseli lì, acciaccati, sfigurati, scatena sia nel Narratore della Recherche che in quello di Pastorale americana sentimenti che oscillano tra incredulità, ribrezzo e commiserazione (in questo preciso ordine). «A volte mi sorprendevo a guardare tutti i presenti come se fossimo ancora nel 1950» scrive Roth «come se “1995” fosse solo il tema futuristico di un ballo in costume al quale avevamo partecipato tutti portando sulla faccia spiritose maschere di cartapesta raffiguranti le facce che avremmo avuto alla fine del Ventesimo secolo. Quel pomeriggio il tempo era stato inventato solo per ingannarci».
L’inganno ottico di cui Nathan è vittima è lo stesso in cui un’ottantina di anni prima era incappato Marcel; anche lui, infatti, si era sentito a dir poco raggirato dalle sue vecchie conoscenze mondane, tanto da sospettare che, spinte dall’occasione festosa, si fossero sottoposte a un sapiente maquillage: i capelli cosparsi di cipria e talco, il piombo nelle scarpe. Per rendere palese il suo omaggio, Roth/Zuckerman si appropria di espressioni proustiane parecchio impegnative tipo «l’angelo del Tempo» (si noti la maiuscola). Del resto, anche lui, come il collega francese, non si lascia sfuggire l’occasione di soffermarsi penosamente su rughe, capelli bianchi e infermità permanenti. Bisogna dire che se lo sguardo di Marcel è crudele, chirurgico, quello di Nathan è languido e indulgente. Forse perché il primo, a dispetto del secondo, non ripone alcuna fiducia nell’amicizia; ciò non di meno, al netto di una maggior delicatezza, Nathan stesso non può fare a meno di infierire su Abe Meisner, Shelly Minskoff, Jerry Levov, ovvero su coloro che senza saperlo incarnano il Tempo perduto.
A questo punto, sfruttando fino in fondo il suo talento parodistico, Roth fa impunemente il verso alla scena più famosa della Recherche: quella della madeleine, l’epifania originaria che spalanca la porta sul passato irrecuperabile di Marcel. Prima di montare in auto e tornarsene a casa, Nathan accetta in dono una specie di bomboniera ricordo: una bustina piena di rugelach, leccornie ebraiche a base di noci, miele e cannella di cui andava ghiotto da ragazzo. «Cinque minuti dopo aver lasciato il country club, avevo scartato il doppio involucro e mangiato i sei rugelach, ciascuno dei quali era una specie di chiocciola di pasta dolce spolverata di zucchero il cui guscio foderato di cannella era microscopicamente costellato di uva passa e noci tritate. Divorando un boccone dopo l’altro di questi pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia — un misto di burro, panna acida, vaniglia, crema di formaggio, tuorlo d’uovo e zucchero — forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine”: la paura della morte. “Un semplice assaggio”, scrive Proust, e “per lui la parola morte non… [ha]… più alcun senso”. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel».
Roth ha buon gioco nel prendere per i fondelli Proust; gli viene facile ironizzare sulle famose epifanie di Marcel, che a quanto pare con Nathan non funzionano. Nessun pasticcino, afferma, per delizioso che sia, potrà mai impedirgli di avere paura della morte. In realtà, come sa qualsiasi smaliziato lettore della Recherche, Proust, almeno su questo, non la pensa in modo tanto differente da Roth. Il miracolo della madeleine è inefficace e caduco, così come lo sono tutti gli altri in cui il Narratore s’imbatterà di lì in poi. Non c’è modo di opporsi alla paura della morte. Il solo vaccino in dotazione a uno scrittore per contrastare il terrore dell’estinzione è la letteratura: panacea (Proust è il primo ad ammetterlo) dall’efficacia intermittente, è vero, ma tutto sommato affidabile. Per Marcel questo significa scrivere la Recherche; per Nathan la trilogia americana. In tal modo entrambi hanno l’illusione di liberarsi dalla tirannia delle contingenze, dando voce alle ombre sepolte nella coscienza. Uno dei momenti più emozionanti di Pastorale americana, e dell’intera opera rothiana, è proprio quello in cui Nathan, con un virtuosismo tecnico superbo, passa dalla prima alla terza persona. Questa sì autentica epifania modernista.

Alessandro Piperno, la Lettura #389, pag. 23

Philip Sabbath

illustrazione di Antonello Silverini

La carriera di Roth è piena di inciampi, cadute, resurrezioni. C’è addirittura chi ha biasimato il suo stacanovismo, chi ancora oggi si ostina a dire: avrebbe potuto e dovuto scrivere meno, amministrarsi meglio. Tali perplessità, sebbene legittime, non considerano che i fallimenti di uno scrittore pesano quasi quanto i successi; che la narrativa di rado concede a chi la pratica percorsi netti; e che, parafrasando un vecchio adagio rothiano, scrivere è sbagliare perché sbagliare è vivere.
«Invecchiando, la statura letteraria di Roth è andata crescendo. Nelle sue prove più riuscite oggi è un romanziere di autentica portata tragica; in quelle ancora migliori raggiunge vette shakespeariane».
Parole di J. M. Coetzee, che sottoscrivo volentieri e senza indugi. (…).
Il libro che inaugura la stagione shakespeariana è anche il più audace, spericolato, visionario che Roth abbia mai scritto, e in un certo senso anche il più lugubre e nostalgico: Il teatro di Sabbath. Nelle pieghe di quel sorprendente capolavoro si addensano le questioni impellenti che un uomo da un certo momento della vita in poi non può eludere. Per capirlo occorre partire da Patrimonio (toccante memoir sulla morte del padre pubblicato quattro anni prima), la scena in cui Roth racconta una visita al cimitero in cui è sepolta la madre: «Secondo me, quando si visita una tomba si hanno pensieri che sono, più o meno, i pensieri di tutti e che, a parte l’eloquenza, non sono molto diversi da quelli che vengono ad Amleto mentre contempla il teschio di Yorick. Non sembra ci sia molto da pensare o da dire che non sia una variante della frase: “Mille volte mi ha portato sulle spalle”. Al cimitero, in genere, ti viene ricordato quanto siano gretti e banali i tuoi pensieri su questo argomento. Oh, puoi provare a parlare col defunto, se credi che questo possa aiutarti; puoi iniziare, come feci io quella mattina, col dire: “Be’, mamma…”, ma è difficile ignorare — anche se riesci ad andare oltre le prime parole — che è come se tu conversassi con la colonna di vertebre appesa nell’ambulatorio dell’osteopata. […] Ciò che provano i cimiteri, almeno alle persone come me, non è che i morti sono presenti, ma che se ne sono andati».
Una divagazione sepolcrale che funge da viatico al lettore che si addentri nella gigantesca fossa comune allestita da Mickey Sabbath. Lui è il trasandato ex burattinaio che da decenni vive in un paesino sulle montagne del New England per sfuggire agli spettri: invano, visto che quei bastardi gli stanno alle calcagna. Secondo i termini severi e un po’ corrivi del sogno americano, Sabbath è un perdente. Ma la verità è che lui se ne sbatte del sogno americano, non meno che di qualsiasi altra cosa. Persegue l’indecenza, ma ha la lucidità di non attribuirle poteri salvifici o palingenetici. Nel dare conto delle peripezie picaresche di questo teatrante autodistruttivo, sessuomane, corruttore di studentesse, onanista di genio, artista della sconvenienza e dell’oscenità, Roth ha la buona creanza di non indulgere in alcuna retorica della trasgressione. E in tal modo dà prova di equilibrio e d’una finezza compositiva senza precedenti. Il nichilismo di Mickey è puro buonsenso. Se la vita è una farsa grottesca, perché non assecondarla? Il passato è la sola ossessione di Mickey, la sua patria lontana, al punto che potrebbe appropriarsi dei famosi versi di Apollinaire.

Alessandro Piperno, la Lettura #389, pag. 21-22

Ulaid, Ulster

Muirthemne, la pianura che si affaccia sul mare al confine fra Ulster e Laigin, è affidata alla protezione di Cú Chulainn. E l’esercito deve attraversare il Muirthemne per raggiungere il Cúailnge e razziare il bestiame di Conchobar re dell’Ulster, approfittando della strana prostrazione che periodicamente lo affligge insieme alla sua corte di guerrieri: l’incantesimo, come una ricorrenza stagionale che li mette fuori combattimento. Cú Chulainn ha diciassette anni, una forza potenziale che supera l’immaginazione, e possiede il gae bolga, giavellotto appartenuto a un dio, con la cima che si apre in molte punte quando penetra in un corpo.

L’asino


Un’allegra canzone d’addio.
E può darsi siano gli atti di coraggio
A dirci addio, senza rancore né amarezza,
In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi.
Sono le piccole sfide inutili – o che
Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì
Che credessimo inutili – A salutarci,
A farci segnali enigmatici con le mani,
A notte fonda, su un lato della strada,
Come nostri figli amati e abbandonati,
Cresciuti soli in questi deserti calcarei,
Come lo splendore che un giorno ci attraversò
E che avevamo scordato

*

L’asino, da Los perros románticos, Zarautz, 1993

En la sala de lecturas

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados
En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo
Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina
Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio
Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura
Talvolta gli occhi verdi
E 26 anni
Un servitore

*

Roberto Bolaño, da Siete Poemas Breves
Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981.

Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto

40. Vite che non hanno bisogno di biografie

Sull’inserto D Repubblica troviamo una bella intervista alla drammaturga francese Yasmina Reza. Scrittrice e donna di classe, che consegna un testo e lo lascia lì. Se è buono, il mercato lo assorbe, la gente se lo gode. Magari, tra una decina anni arriverà in cattedra un “professore” non cresciuto che vuole riproporre questa autrice letta da giovane: e si inventerà un discorso sull’argomento, una metaletteratura (che non era nei desideri dell’autrice).
Magari, ma non è detto. Ma il carattere di questa donna è limpido. Come la sua pagina. Per questo non tollera domande come “quanto c’è di autobiografico nel tuo ultimo libro?”. Perché? ma ancora ce lo chiediamo – ancora servono risposte. Se è vero che si va in cerca di risposte a un livello di lettura emotiva (la stendhaliana lettura senza matita, senza note filosofiche che poi consegnano il libro all’oblio perché non lo si riaprirà più…), allora la domanda sulla dose di autobiografia è davvero importante. Diciamo che se a un estremo si colloca l’autore che si cela dentro le sue opere, dall’altra ci sono i grandi esibizionisti che mettono molto, quasi tutto in mostra (perché non inserire in questo gruppo Il desiderio di essere come tutti?).
Calvino, ad esempio, si metteva nel primo gruppo: per lui di un autore contano solo le opere (quando contano). Perciò informazioni o non ne do, o ne do false. Impostazione veterocrociana, detto in estrema e laconica sintesi. La Reza, invece, fa come Pirandello, come Gadda – si mette un po’ di lato. A noi tirare le conseguenze.
Tutto questo (che espressione importante!) mi veniva in mente a proposito di due libri che non sono biografie, ma traggono le mosse da questo genere di rappresentazione. Il primo testo è Lo scheletro nell’armadio di Somerset Maugham, che nell’Inghilterra di inizio anni Trenta si divertiva a mettere alla berlina la cultura stantia di alcuni (la Woolf) e la debolezza passatista di altri (Lytton Strachey, oggi poco noto ma affermato biografo di quegli anni: una specie di Zweig in sordina).
Ho ritagliato un brano che mi ha messo sul chi va là, dove Maugham fa una dichiarazione su cosa significa addentrarsi nelle vite altrui solo con la penna (e con un po’ di ingegno)…

— È molto difficile, essere un gentiluomo e uno scrittore.
— Non vedo perché. E poi, sai come sono i critici. Se dici la verità ti danno del cinico, e a uno scrittore non giova aver fama di cinismo. Certo, non nego che se mettessi da parte gli scrupoli potrei far colpo. Sarebbe divertente, mostrare l’uomo con la sua passione per la bellezza e la noncuranza dei propri obblighi, col suo stile raffinato e l’odio per l’acqua e sapone, il suo idealismo e le bevute in pub più o meno malfamati; ma, siamo sinceri, mi converrebbe? Direbbero solo che imito Lytton Strachey. No, credo sia molto meglio un tono allusivo, accattivante, acuto con giudizio, sai di che parlo, e affettuoso…

… i due sono in difficoltà perché stanno preparando la biografia di uno scrittore appena scomparso: e ci sarebbero dettagli privati, che non sanno come presentare al lettore inglese (notoriamente cultore di gossip, anche e soprattutto quando è colto: motivo per cui Nabokov giunge come un maglio sul genere biografico inglese con la Vera vita di Sebastian Knight: o meglio, svuota dall’interno questa pratica di scrittura…). Maugham ha uno stile molto semplice in confronto all’altro biografo su cui volevo intrattenervi, Metter.

Questo russo ha avuto qualche gloria anche in Italia quando fu tradotto da Einaudi Il quinto angolo nel 1992: titolo che sta come metafora della violenza esercitata dagli uomini su gli altri uomini. Aggiungeremo che nella sua polemica contro le “degenerazioni” staliniane dal leninismo (presentato comunque come puro – ecco perché piacque sia a ortodossi lukacsiani come Cases sia a fantasisti in panciolle come Fortini) non vi è nulla del risentimento di un Grossman, nulla di artefatto. Metter, professore di scienze nelle scuole, non ha rinnegato la sua militanza: anche per questo a Torino nessuno pensa a ripubblicarlo in veste scintillante tra altri bei testi del Novecento, come quelli del turco Tanpınar e dell’argentino (di origini calabresi) Sabato. Bellissimi autori, questi due, di quella letteratura che è discorso dell’uomo sull’uomo – pur non essendo biografia – e che Einaudi recupera perché prediletto da Pamuk (il primo) e perché vecchio residente in feudi marxisti (il secondo). Ne diremo, ne diremo…
Per tornare a Metter, e finirla: ecco due perle che girano (parziali) sui gruppi di recensione on-line. Sono state scelte da lettori di generazioni precedenti alla mia, sono piaciute anche a me: insomma Calvino un po’ di torto lo aveva anche lui nel dire che le generazioni sono fatte per non capirsi.
Metter cerca in questi passaggi di rivedersi da ragazzo, quando cercava lavoro e aveva una donna al suo fianco…

La cosa più difficile, ricordando la gioventù, è pulirsi i piedi sulla sua soglia, entrarvi spogliati dell’esperienza odierna e dei pensieri attuali.
Quando, sforzandomi, faccio su me stesso questa violenza inumana, allora davanti ai miei occhi si apre un mondo in cui manca la legge di gravità. A quel ragazzo affamato, l’infallibilità dei suoi giudizi apriva davanti un sentiero, liscio come una pista da decollo.
Non so in che misura quel giovane fosse tipico del suo tempo. Sì, ed è così importante saperlo?
Che cosa pensavo in quegli anni? Di cosa vivevo?
Di complicità con tutto ciò che avveniva nel mondo. Per la mia giovinezza le distanze non esistevano. Tutto quello che mi stava a cuore avveniva accanto a me…

… e cerca di vedere in cosa consiste quel sottile legame che si chiama complicità: fatta di sguardi, rapide intese e silenzi (e ci piace consigliare sul “tema” la novella Pioggia di Maugham, nel libretto sui Racconti del mare del sud, titolo un filo troppo pavesiano col quale Einaudi ha presentato le cose migliori di Maugham, in cui il suo cinismo si riassorbe nel giro di frasi, insomma non è gratuito e artificioso). E leggiamole, le parole sacrosante di Metter:

Risalendo all’indietro, in profondità, ciascuno di noi si ferma in un punto oltre il quale non gli è più possibile andare; per i giovani è più facile – vanno leggeri, non gravati da un vincolo di complicità. Parlo di complicità non criminale. Il livello molecolare di analisi mi permette di considerare la complicità anche solo nei pensieri. “Questo è avvenuto in mia presenza, e io ero d’accordo”, ecco quello che intendo. Ecco il punto in prossimità del quale il passo rallenta, quando vaghiamo a ritroso nella nostra stessa vita. In prossimità di quel punto ci mettiamo in posizione difensiva circolare e spariamo fino alla penultima pallottola, perché l’ultima la teniamo per noi.
Per me questo punto è la rivoluzione, Lenin e l’inizio degli anni Venti.
E maggiore è l’ira con cui sparo da quell’altezza, più enigmatico è per me ciò che avvenne in seguito…

Insomma, non si va leggeri con questi autori. Forse sono snobbati oggi perché la loro scrittura è considerata troppo impulsiva, poco elaborata. Ma è chiaro che altri letterati (un po’ artisti) come Tanpınar, Pamuk, Sabato (e Saramago, perché no?) sono scrittori che parlano al cuore e parlano difficile: con lunghi giri di periodi a salite e discese, dai contenuti poco intensi, falsi (forse),  iperfantasiosi… insomma li si può bollare in molti modi. Ma la definizione di un luogo, di uno stato d’animo, la danno loro: quartieri argentini sovraffollati o paesaggi sul Bosforo. Dove sembra di essere anche noi lì. Specie d’estate…
Le inquietudini “esistenziali” le lasciamo agli sproloqui di un Neruda, di un Garcia Lorca… e del loro emulo turco Nazim Hikmet (copia del primo per approssimazione verbale e del secondo per identità sessuale posticcia). Chi era costui? E chi lo sa, provate a farvelo dire da qualche turco, se ha il piacere e l’estro di varcare i confini… Però una cosa è nota: il romanzo di Metter ha a che vedere con un mondo percorso e spezzato da muri, e oggi quei popoli sono (bene) insediati anche da noi. Al netto, hanno perso però le loro usanze, hanno lasciato indietro qualcosa e ora si devono ridefinire. Ragazze ventenni del lontano Est europeo che sono tradite dal loro compagno, e non saranno nonne a quarant’anni, subiscono uno shock culturale (per usare un eufemismo) che nessuno vuole valutare, ora. Forse nessuno è nemmeno in grado di farlo, forse ci fa comodo dire che non c’è alcun problema.
In questo panorama non serve a molto dire (Canfora) che il papa polacco pregherà per la salvezza ultraterrena di queste ragazze avendo tirato giù lui il muro. Forse è meglio e più pacifico aprire un libro, sentire cosa racconta una donna…

Andrea Bianchi

Caro Soffici

Caro Soffici

L’Italiano finalmente è uscito, dopo fatiche enormi: d’ora in poi usciremo in fretta. Il 2° n° è in preparazione.
Ti chiedo un gran favore: tu scrivi tutte le settimane un articolo sulla Gazzetta, ebbene tu dovresti scriverne uno su L’Italiano nuovo, 1931. Questo per mandare avanti un po’ la barca, aiutare la diffusione e non lasciarlo cadere nel silenzio.
Ora, a Roma, quelle teste di cazzo di voltagabbana dei nostri amici fanno una porcheria che si chiama “Fronte”, rivista di pittori che “derivano (dicono loro)” dal Greco e vogliono insegnare a noi “che si vive di fantasia” ecct.
Se riusciamo a tener duro e ad impostare anche nel pubblico la rivista non è male per nessuno. Mi rivolgo a te perché degli altri non c’è da fidarsi, poi tu hai autorità e senno per scrivere un articolo del genere.
Mi costa un patrimonio: 500 lire di posta per l’estero!
Se puoi aiutarmi ti ringrazio. Ti auguro buona Pasqua.

Tuo aff.mo Leo Longanesi
2 aprile 1931

Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi

Sovrainterpretazione


Esiste un correlativo critico-letterario del complottismo e della dietrologia: è la sovrainterpretazione maniacale dei testi, sepolti sotto teorizzazioni che spiegano tutto e niente, e che funzionano come strumenti del ‘populismo’ accademico. Ci sono moltissime analisi del fenomeno. Ma basta la sintesi estrema e irridente del vecchio Bellow: “La lettura in profondità (…) si è spinta oltre il limite, ed è diventata pericolosa per la letteratura stessa” scriveva qualche decennio fa il grande narratore. Oggi qualunque lettore “potrà dirvi che prendere la coincidenza di un pullman è un Reisemotif, quando avviene in un romanzo. Un dépliant di viaggio simboleggia la Morte. Le carbonaie rappresentano gli inferi. I cracker, l’ostia…”.

Matteo Marchesini