31. lettera a Barbara

Dante Gabriel Rossetti, Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863–1873 | Tate

Tua madre ha portato proprio una cosa bella. Perché quello che tu hai lo conservavi già quando eri dentro la pancia della mamma — tutti lo portiamo fin da quando siamo lì. E tu questo lo hai capito fin dall’inizio e non lo hai perso nemmeno per un attimo. Invece io per dove mi ha portato la vita — be’ diciamo che per me è stato diverso. Ma tutti quei libri, tutte quelle poesie, tutte quelle telenovelas mi avevano fatto capire una cosa, l’avevo capita — già — solo che per dove mi ha portato la vita me l’avevano fatto capire in un altro modo, in un’altra forma di vita.
Grazie a te il ponte non è saltato, un’altra volta. Barbara. Tu non lo potevi sapere. Sono passati quasi quattro anni ma io non ero ancora stato reclutato. O forse lo ero già e non me lo dicevo senza saperlo. Tuo nonno era nella mala e continuava da Miami. Forse per questo ti avevano scelta. Non lo so. Fili spezzati. Fili mossi. Per quanto riguarda il mio, di nonno, ti so dire solo che ho il sangue malato che ha fatto morire lui ieri e sua madre prima ancora. Lui non avrebbe voluto che entrassi perché se si trattava di postumi di Gladio erano cose pericolose. La prima volta che vidi paura sul suo volto fu quando glielo dissi. Però la strada era segnata. La sua curiosità mi era arrivata dritta nel sangue. 

Andrea Bianchi

19. Non c’è gloria

George Hoyningen-Huene, Vogue, luglio 1928

22 maggio 2021

Caro Andrea,

questa mattina mi sono svegliato con la chiarissima idea che dovevo rispondere a una tua mail che mi hai scritto giorni fa e alla quale non avevo ancora risposto! è così? Non è così: ho cercato ovunque e non ho inevaso nessuna mail. Potrei, a questo punto, sfruttare la situazione per farti venire dei sensi di colpa, come quando le zie ti chiamano per dirti che è tanto che non le chiami, ma non sono abbastanza zia e poi, come vedi, non mi serve un pretesto per scriverti o, meglio, non mi serve un pretesto che sia abbastanza tale, ma solo l’illusione che lo debba fare.

In ogni caso, nel pensare a cosa scriverti mentre pensavo di doverti rispondere, mi è venuto in mente che adesso è maggio inoltrato e che, se sei ancora in Romagna, deve essere terribilmente bello e magnificamente insopportabile assistere all’estate che sta per esplodere e poi a questa estate, che viene dopo un inverno durato più di un anno. Ho un cugino cuoco, di qualche anno più grande di te, che condivide foto di spritz da Milano Marittima (uno dei più splendidi ossimori creati dalla topografia!) dove sta per cominciare una lunga stagione di lavoro. Mi chiedo, per lui e per te, che cosa significhi lavorare mentre tutti giocano alle vacanze e forse anche voi un po’ giocate al lavoro. Ma l’immagine che mi è venuta in mente questa mattina, appena alzato, non è però questa, ma ha a che fare con la cocaina, la vera anima mundi della Romagna. Ho pensato che sia fantastico che la Romagna possa trovare conferma di se stessa grazie alla Colombia e alla Bolivia! è vertiginoso! e ai russi, alla sacra corona unita, ai piccoli e grandi piazzisti che vendono quell’essenza che non è più di una pianta coltivata di là dell’oceano, ma per una sorta di transustanziazione di una liturgia meno blasfema di questo mio accostamento lessicale, diviene l’essenza della Romagna stessa! 

Ma che ne so, poi io, della Romagna, che ne parlo a fare? Per me, in fondo, l’adriatico e ciò che gli sta addosso è un feticcio colorato e malinconico che mi sono creato per nascondere i miei incubi d’infanzia che, a loro volta — non creati da me ma dalla vita — mi nascondono a me stesso. Anzi: mi aiutano a compormi una maschera tragica che mi protegge da tutto ciò (tutto!) che mi fa ridicolo. Che gran fortuna la Romagna!

Ti lascio con la tua, di Romagna, e la mia voglia di ritrovare, nelle tue interlocuzioni, quell’intelligenza avventata e insoddisfatta che mi confortava tanto delle mie incompletezze. Se ti completi, tu per favore, non dirmelo troppo. Un abbraccio,

Marco

*

E non c’è gloria
Nella vita all’indietro su via degli Oliveti
Con la ragazza di vita che apre la giacca
Arrivando a lavoro
E la maschera ancora su
Non c’è gloria nel non sentirsi troppo
eccitati

E non c’è gloria nel vendere 
Le vasche idromassaggio 
Alla scrittrice maritata a Castellito
Non c’è gloria nel servire
gli abbienti

E non c’è gloria nel fotografare un fiore rosso
Alla figlia di lei che ti vuole più dell’altra madre
Non c’è gloria nel regalarle il fiore
Del matrimonio

*

Quella patente da rinnovare
E questo incrocio a Miramare
Tra via 
Mosca e
Costantinopoli 
Con la ragazza e la sua ricrescita
La sua solitudine
Accompagnata dal
Cane pigro 
Poccio
Che non ha mai visto in faccia 
Gli uragani —
E noi dovremmo proprio parlare?
Fare accordi?
Che l’inglese non pregiudicherà
I tuoi figli
E forse anche
Nemmeno il contrario?
Bisogna stilare accordi?
Fare i patti sul corpo morto della Polonia?
E altre domande che ti volevo porre.
O ancora: 
Pierre Loti was here.

stimatissima Katerina

a K.F. Junge, 11 aprile 1880, San Pietroburgo

Egregia signora, stimatissima Katerina Fëdorovna [Moglie di Eduard Andreevič Junge, uno dei medici che cercò di curare l’epilessia dello scrittore nel 1866, ndr]. Perdonatemi per aver tardato così a lungo nella risposta alla Vostra bellissima e tanto cordiale lettera, non pensiate sia per negligenza. Avrei voluto rispondervi qualcosa con sincerità e sentimento ma, lo giuro, la mia vita è sempre in una tale agitazione e scompiglio che, davvero, è raro per me riuscire a ritagliarmi uno spazio tutto mio. E anche ora, che mi sono concesso un minuto per rispondervi, sarà difficile che sia comunque in grado di scrivere anche solo una…
So, mi è giunta voce (perdonatemi) che non siete molto felice. Vivendo isolata e martoriandovi l’anima con i ricordi, potreste rendere la Vostra vita troppo cupa. C’è un solo rifugio, una sola medicina: l’arte e la creazione. Non mettetevi a scrivere la Vostra confessione, non ora almeno, per Voi sarebbe forse molto faticoso. Perdonate questi consigli, ma vorrei vederVi e dirVi almeno due parole a voce. Dopo la lettera che mi avete scritto, siete diventata per me, ovviamente, una cara persona, una creatura vicina al mio cuore, una sorella in spirito e non posso non avere compassione di Voi.
Che cosa scrivete della Vostra contraddittorietà? Ma è il tratto più comune tra le persone… non del tutto comuni, a dirla tutta. Un tratto proprio della natura umana in generale, ma lungi dal ritrovarsi in qualunque natura umana con una tale forza come alberga in Voi. Per tale motivo Voi mi siete cara, perché questo sdoppiamento è lo stesso identico che si trova in me e che è stato in me per tutta la vita. È un grande tormento, ma al contempo un eguale piacere. È una forte consapevolezza, il bisogno di rendere conto di sé e la presenza nel Vostro essere della necessità di un dovere morale verso Voi stessi e verso l’umanità. La contraddittorietà è questo. Se non aveste un’intelligenza così sviluppata, se foste più limitata, sareste anche meno sensibile, e questa contraddittorietà non ci sarebbe. Al suo posto sarebbe comparsa una grande, grandissima superbia. Ma questa ambiguità è a ogni buon conto un duro tormento.
Dolce, stimatissima Katerina Fëdorovna, credete in Cristo e nei suoi voti? Se ci credete (o desiderate molto crederci), affidatevi completamente a Lui e le pene derivate da questa contraddittorietà saranno alleviate e Voi ne trarrete una salvezza spirituale, ed è ciò che conta. Perdonatemi se ho scritto una lettera così confusa. Se solo sapeste quanto non sono capace di scrivere lettere e come sono stanco di scriverle. A Voi però risponderò sempre, se mi scriverete ancora.

F. Dostoevskij

da: Fëdor Dostoevskij, Lettere, il Saggiatore, 2020

Scogliera

Claude Monet, Ombres sur la mer à Pourville, olio su tela, 1882

Illuminante, al riguardo, è la corrispondenza con Guy de Maupassant: è il 1877, sono i suoi ultimi anni di vita, e Flaubert, che sta lavorando a Bouvard e Pécuchet, manda il giovane Maupassant a indagare al posto suo. «Ho bisogno di una scogliera che faccia paura ai miei due amici», gli scrive. «L’ho cercata per tutto il pomeriggio nei dintorni di Le Havre. Ma non ci siamo, mi serve del calcare a picco». Maupassant gli indirizza allora una lunga lettera estremamente dettagliata, che include numerosi disegni ed è la descrizione di una parte della costa normanna. E Flaubert per tutta risposta: «Le sue indicazioni sono perfette. Ho l’impressione di avere davanti agli occhi l’intera costa. Ma è troppo complicato». E precisa la sua ordinazione: «Mi serve: 1. una scogliera; 2. una curva di questa scogliera; 3. dietro la curva una valleuse la più possibile scoscesa; e 4. una seconda valleuse o un modo qualsiasi per risalire facilmente sul pianoro»; e conclude in tono impaziente: «Insomma, mio caro, ha capito quel che mi serve, mi dia una mano».
Lo scambio è eloquente, perché a quanto consta dai Carnets du travail Flaubert è stato sul posto un mese prima e, come testimonia una scheda, ha già fatto un sopralluogo. D’altro canto, quei luoghi di cui tanto ha bisogno potrebbe in fondo inventarli: il capitolo in questione, oltretutto, dev’essere brevissimo. E invece no: gli occorre sempre e comunque una base reale e molto precisa (una valleuse, ad esempio, è una breve valle sospesa che si apre nella scogliera e sbocca sul mare), una base sulla quale sviluppare la narrazione. Senza questa realtà, senza questo concretissimo frammento di realtà, l’immaginazione non può procedere. Se si tiene conto di questi lunghi scambi, fondati sulla reale preoccupazione di Flaubert in rapporto alla costruzione della scena, sull’esigenza di un luogo reale dove situarla, non sarà inutile cercare l’esito di questo lavoro nel testo definitivo di Bouvard e Pécuchet. Ebbene, si riduce pressoché a nulla. Una quindicina di righe che sarebbe benissimo potuta scaturire da un poco impegnativo lavoro di immaginazione. Ma non si poteva saltare quella tappa.

Jean Echenoz, la Lettura #323, pag. 19

Writing 20

urlLa mattina, al tavolo di lavoro, la prima cosa che sento l’urgenza di fare, ancor prima delle impellenze che mi si buttano addosso, è scriverti. Su un foglio di carta, che poi ricopio con la tastiera. Scrivo con l’emozione che mi preme in petto e la gola che si stringe. Forse perché sei lontana e posso vederti – per ora – solo in immagine e nelle tue parole. Sempre delicate, che a un certo punto diventano appassionate e gioiose, liberando l’entusiasmo che avevamo da ragazzi e l’esplosione di risate. Sei luminosa quando ti mostri in quei momenti: mi rammarico di non esserci stato quando il mondo prometteva tutto, quando l’energia era sfrontata e assoluta e le tue spalle da nuotatrice sempre in azione. Scriverti è così bello, così liberatorio, così confortante, così emozionante che comincio a vedere, finalmente, il colore di quell’orizzonte che ho inseguito per anni senza riuscire a carpirne il segreto. Ora, vederne il colore è una conquista: finalmente inizia a sostanziarsi, a farmi capire come lo potrò avvicinare. E rimettermi a correre non mi spaventa, anzi, è l’unica cosa che può ricostituire l’insieme di forza desiderante e emotiva che ci guida.

Writing 8

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Cerco di trovare le parole: al di là del tuo sguardo, che penetra e lascia il segno, e che sembra interrogare nel profondo, in realtà tu sei come l’asse portante di un discorso, il pezzo forte di una composizione figurale. Cioè sembri esistere per dare senso alle cose intorno. Me ne sono accorto da tempo, di questa cosa, e ogni volta ne ho la conferma. La tua dinamica, il modo in cui sei e fai, così particolare, è il complemento che realizza tutto, che compie e completa l’opera. Non so se riesco a spiegarmi.

Writing 7

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Vuoi saperlo? Essere con te significa che tutto è diverso, che tutto è pieno, che tutto è reale, vissuto cioè con la partecipazione dei sensi. Tu sei la mia nuova stagione, una stagione in cui tutto diventa veramente godibile, in cui la bellezza e la felicità del vivere “si vestono”, cioè diventano visibili e si possono toccare. Una stagione che vorrei non finisse, fatta di estati, autunni, inverni, primavere vissuti davvero, in una natura che finalmente diventa amica. E tutto questo abitando con te il mondo.

Writing 6

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Se dovesse capitarti ancora di star male o esser triste, di avere le lacrime e il nodo in gola, potresti chiamarmi: così, forse, potrei aiutarti. Non voglio più che tu stia male. E quell’espressione di cui parli, quella che dici di non riuscire a trattenere, la muta richiesta di tenerezza che ti si dipinge sul viso nei momenti più inattesi, la conosco perché l’ho provata. E capita anche a me di provare la sensazione di non farcela, ogni volta che affronto il compito impegnativo che sai. Perché è un compito difficile e incerto, se ci pensi, quindi il timore latente rimane sempre. Ma ho imparato a conviverci e a non prenderlo più sul serio: quando ritorna, continuo a fare con fiducia, perché ormai ho capito di avere la padronanza, e andando avanti si può solo migliorare. Questa consapevolezza finisce per sopravanzare il timore, la voce subdola che non si stanca di suggerirmi che il compito è troppo difficile, che forse non ce la farò. Quella vocina non si stanca mai di apparire, ma nessuna parte di me le dà peso. È vero che resta un fondo di insicurezza, ma i fatti, la pratica, l’esperienza mi permettono di esorcizzarlo e renderlo inoffensivo.

Writing 5

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In effetti, sembri ancora bambina. E sei adorabile anche per questo. T’avessi conosciuta in un altro spazio temporale, t’avrei capita subito, ma sono arrivato tardi. Eppure ci siamo “riconosciuti” lo stesso, pur nelle ristrettezze e nelle impossibilità del presente, con tutti questi schermi e queste formule e queste interferenze in mezzo. Io me ne sono accorto quando ho sentito quella comprensione sotterranea che scorreva oltre le parole, e ti vedevo protesa: un po’ sembravi soffrire, così non potevo lasciarti nel vuoto, era naturale che t’avrei seguita. Sotto c’era il desiderio di proteggerti, e forse tu lo sentivi. La cosa più bella, comunque, è quando si riesce a essere se stessi senza preoccuparsi: la nitida libertà di esistere, senza doversi giustificare.

Writing 4

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Le convenienze lo sconsigliano, ma potrei dirlo chiaramente: sei una persona notevolissima. È strano esserne sicuro, se pensi che ci conosciamo da così poco, ma è una cosa che non deve creare imbarazzi, visto che si tratta della vita che affrontiamo quotidianamente. Il mio vizio di intellettualizzare un po’ tutto mi tiene generalmente ai margini, perché è difficile trovarsi in sintonia con ciò che sta intorno. Ma con te sento di potermi aprire, così mi piacerebbe parlarti di me e chiederti consigli, anche se hai ancora una verginità “esperienziale”: anzi, forse proprio per questo, perché sei ancora libera e dai l’idea di essere come quelle opere che diventano classici sempre attuali; potresti stare nell’Ottocento, nel Novecento, nel Duemila e oltre, saresti sempre all’altezza.