Fine del gioco

Leticia è costretta a mentire. Perché per entrambi, lei e Ariel B., che sceglie sempre il terzo finestrino della seconda vettura, ormai c’è poco da fare: senza mai incontrarsi, sono finiti nello stesso luogo invisibile, che è poi la dimensione della finzione e dell’invenzione, quel territorio ultraterreno in cui è molto probabile contrarre patologie che possono affaticare corpi già compromessi e rivelarsi addirittura mortali se prese sottogamba. Lo afferma Gabriel García Márquez in uno dei suoi Scritti costieri. Per prudenza allora è meglio spostarsi dall’Argentina ai Caraibi colombiani, dove peraltro i patimenti ne guadagnano in teatralità, per avere un quadro clinico inconfutabile e per rintracciare, grazie agli esperti in materia, una prospettiva che si avvicini alle inclinazioni dei due personaggi inventati da Julio Cortázar. 
Gabriel García Márquez, grande ammiratore e, in seguito, amico intimo di Cortázar, mette in guardia sulle complicazioni che sopraggiungono già durante gli stadi iniziali di ciò che lui considera un problema serio: «L’amore è una malattia del fegato» e l’innamoramento una defezione del corpo, infatti «il fegato si anchilosa, la donna si sbianca, l’uomo perde l’appetito». Una patologia contagiosa che tende alla cronicizzazione se i due malati, e lo dice un premio nobel per cui tendiamo a fidarci, «riescono a incontrarsi nel luogo spirituale in cui la loro identificazione sintomatica comincia ad accentuarsi».

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Combattere il nulla

Tra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie, attività che dovrebbe essere insegnata ai bambini fin da piccoli, in quanto richiede disciplina, educazione estetica, buon occhio e dita ferme. Non si tratta di tendere una trappola alla menzogna, come un reporter qualsiasi, e catturare la stupida silhouette del personaggio che esce dal numero 10 di Downing Street, ma comunque quando si va in giro con la macchina fotografica si ha quasi il dovere di stare attenti, di non perdere quell’improvviso e piacevole riflesso di un raggio di sole su una vecchia pietra, o la corsa trecce al vento di una bambina che torna con una forma di pane o una bottiglia di latte.

Julio Cortàzar, “Le bave del Diavolo” (in Le armi segrete, 1959)