i nomi

L’IMPORTANZA DEI NOMI E COGNOMI NELLA COMMEDIA ITALIANA
DA SCOLA A MONICELLI, DA VERDONE A VIRZÌ: BREVE CATALOGO

Michele Anselmi per “il Secolo XIX” (2013)

Prendete Carlo Verdone. Nomi e cognomi dei suoi personaggi sono frutto di una sofferta creazione, vengano pensati e ripensati prima di essere messi nero su bianco. “Nomen omen”, specie nella commedia di costume, dove il nome dovrebbe racchiudere carattere, censo e provenienza del personaggio, quasi presentarlo, senza necessariamente sfotterlo. Lavoro duro, di cesello. L’elenco del telefono è uno spunto imprescindibile, certo, al pari dei riferimenti autobiografici e degli amori letterari, ma guai a buttarla sullo scherzo goliardico, anche se nella realtà poi esistono le Carlina Godo e i Felice Mastronzo. “Grande, grosso e… Verdone”, in tal senso, è un caso da manuale. Il candido padre boy-scout alle prese col funerale della mamma si chiama Leo Nuvolone, il perfido professore di storia dell’arte dalla vita sessuale tutt’altro che irreprensibile Camillo Cagnato, il burino arricchito in vacanza nel più elegante hotel taorminese Moreno Vecchiarutti. Precisi. In quei nomi, sia pure in forma ironica o buffa, si rispecchia l’agire dei personaggi stessi, proprio come avveniva ai tempi d’oro della commedia all’italiana, quando sceneggiatori del calibro di Age & Scarpelli, Sonego o Maccari vi si dedicavano con cura maniacale.
Gli esempi sono lì, nella memoria di tutti. Il Dante Cruciani (Totò) dei “Soliti ignoti”, l’Oreste Jacovacci (Sordi) e il Giovanni Busacca (Gassman) della “Grande Guerra”, il Bruno Cortona (ancora Gassman) e il Roberto Mariani (Trintignant) del “Sorpasso”, il Marino Balestrini (Manfredi) di “Straziami ma di baci saziami”. Per non dire dell’epocale “C’eravamo tanto amanti”, con il portantino comunista Antonio Cotichella (Manfredi), l’avvocato socialista Gianni Perego (Gassman), il cinefilo nocerino Nicola Palumbo (Satta Flores), la contesa Luciana Zanon (Sandrelli), il palazzinaro tronfio e fascista Romolo Catenacci (Fabrizi). A Piero De Bernardi, che oggi collabora con Verdone, si devono in buona misura i personaggi di “Amici miei”: il Mascetti (Tognazzi), il Melandri (Moschin), il Perozzi (Noiret), il Necchi (Del Prete). Potevano chiamarsi diversamente? Certo, eppure quei cognomi hanno aderito così bene agli attori da trasformarli in eterne maschere italiane.
Un’attenzione che resiste nel tempo, se è vero che Paolo Virzì, forse l’allievo più ispirato di Scarpelli, ne ha fatto un tratto distintivo. L’eroina del suo nuovo film, una commedia sui precari intitolata “Tutta la vita davanti”, si chiama Marta Cortese, dove il cognome vale sia come aggettivo, sia come sinonimo del filosofo Gentile da lei studiato prima di approdare al call-center in cerca di un lavoro. Civetterie? Qualche volta. Ad esempio, Scarpelli inseriva sempre un Cerioni o un Sartelli nei suoi copioni; così come Virzì, nel mettere a fuoco il professore insoddisfatto e frustrato di “Caterina va in città”, ha voluto che Castellitto si chiamasse Jacovoni, variazione del sordiano Jacovacci. «Dietro la scelta di un cognome ci sono sociologia, ricordi di scuola e immaginazione letteraria», teorizza il regista livornese, che infatti chiamò Mansani, come l’uomo di “Una relazione” di Cassola, il giovane protagonista di “Ovosodo”. Un altro suo film, forse il più sfortunato, si intitola addirittura “My name is Tanino”, dove il mix di America e Sicilia riassume le traversie “on the road” del giovanotto sospeso tra due mondi e due lingue. Mentre in “Ferie d’agosto”, tra i colti/ progressisti Molino e i beceri/ berlusconiani Mazzalupi, alla fine fai quasi il tifo per i secondi: più vitali e indifesi, nonostante il minaccioso cognome.
E che dire, su un versante più corrivo, dell’“Allenatore nel pallone” Oronzo Canà da Lino Banfi riportato agli antichi splendori commerciali nella diffidenza generale? Araldica e rime facili a parte, un marchio doc: e poco importa che il nome venisse dal vero “mister” Oronzo Pugliese e il cognome, leggermente storpiato, dal collega brasiliano Jarbas Faustinho Cané. Sullo schermo faceva tutt’uno con la faccia attonita, lo schema di gioco sgangherato e la calata barese del comico.
Poi, certo, Verdone, sin dal suo esordio con “Un sacco bello”, ha saputo arpeggiare sul tema, rielaborando figure e bozzetti presi da una certa Roma popolaresca, adattandoli, mischiando nomi inventati e cognomi autentici (o viceversa), in un gioco tra lo spiritoso e l’antropologico. Ai personaggi – Enzo, Leo e Ruggero – di quel primo film a episodi si sono aggiunti nel tempo il Pasquale Amitrano di “Bianco, rosso e Verdone”, il Sergio Benvenuti di “Borotalco”, il Piero Ruffolo di “Compagni di scuola” e tanti altri, passando per gli inconfondibili “coatti” Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. Oggi sono diventati Moreno Vecchiarutti ed Enza Sessa, battezzano il figlio Steven e approdano l’hotel più esclusivo di Taormina, rifilando mance a tutti per farsi accettare. Nel libro “Fatti (o quasi) coatti”, 1999, Verdone racconta: «Le hall degli alberghi, anche quelli costosissimi, spesso ospitano personaggi in sandali e telefonino attaccato all’orecchio che, per chiedere la chiave senza perdere la conversazione, mimano i numeri con le dita». Sembra l’antefatto del terzo episodio di “Grande, grosso e… Verdone”, il più spassoso e patetico insieme. Perché Morena ed Enza, pur così griffati, cafoni, caciaroni, tutti telefonini “water resistant”, in fondo portano inciso nei loro nomi il segno di un destino che li riscatta dall’abominio vero: per ingenuità, insipienza, candore, vai a sapere.

Maddalena


Mettendo insieme tutti i dati delle indagini in ultravioletto e radiazione nell’infrarosso, il dipinto sembra diventato trasparente. Il corpo della Maddalena semidisteso non è, come appare, avvolto da una massa buia, ma poggia su alcune rocce coperte da un pagliericcio. La figura della donna è inquadrata in una caverna sulla cui apertura campeggiano in modo chiaro, in alto a sinistra, le foglie di una vegetazione arricchita da fioriture. I rilievi tecnici non lasciano dubbi sul fatto che lo scenario paesaggistico appartiene al dipinto, che nella versione originale era stato concepito e realizzato proprio con quello sfondo naturalistico. Il pittore aveva usato una pennellata leggera, forse poco convinto del lavoro che stava realizzando. E in un secondo tempo ha deciso di nascondere quelle immagini sotto uno strato scuro. Maurizio Calvesi ha interpretato lo sfondo scuro come tenebra, «simbolo del male e del peccato», mentre la luce che inonda la figura femminile simboleggia la redenzione.
Ma l’aspetto fondamentale delle ricerche è che la stessa tavolozza di colori e stratigrafia di pigmenti accomuna le due opere, la Cena di Brera e la Maddalena, e fa ritenere che a realizzarle sia stata la stessa mano. Emerge una prevalenza del rame che è il principale componente dei pigmenti verdi delle foglie. C’è una notevole presenza delle terre combinate con l’ocra, mentre le lacche formano i rossi e intervengono nella composizione degli incarnati. Nel panneggio della Maddalena compare il cinabro, pigmento a base di mercurio. E gli ossidi di ferro sono serviti a ricoprire con un velo scuro il paesaggio sottostante.
Torniamo a Caravaggio fuggitivo. Lascia le terre dei Colonna e va a Napoli sotto la protezione di Giovanna Colonna, figlia di Marcantonio, vincitore della battaglia di Lepanto. Da Napoli fugge a Malta, infine ritorna a Napoli. Nell’estate del 1610 sale a bordo di una feluca, «con alcune poche robe per venirsene a Roma». Deodato Gentile, vescovo di Caserta, scrive al segretario di Stato cardinale Scipione Borghese che Caravaggio porta con sé tre dipinti, «doi San Joanni e una Madalena». Forse li vuole donare proprio a Scipione Borghese per ottenere la sua protezione.
Scende dall’imbarcazione a Palo, sul litorale laziale, per proseguire verso Roma. Ma il capitano delle guardie pontificie lo arresta. L’imbarcazione se ne torna a Napoli dove riporta le tre tele. Uno dei San Giovanni si ammira oggi nella Galleria Borghese a Roma. L’altro non si sa dove sia finito. La Maddalena invece trova riparo in casa della principessa Carafa-Colonna a Napoli. E diventa uno dei soggetti più copiati. Louis Finson, pittore fiammingo, nel 1612 è a Napoli dove ammira la Maddalena e ne dipinge una sua versione esposta ora nel Museo di Belle Arti di Marsiglia. Maurizio Marini ha contato almeno sedici versioni o copie della Maddalena. Ci si domanda se lo stesso Caravaggio ne avesse realizzate più copie. In ogni caso, qual è il capolavoro iniziale da cui sono discese le varie versioni? Qual è «l’archetipo»? — si domandava Roberto Longhi. Secondo il critico d’arte Giovanni Carandente, «l’originale caravaggesco» è proprio questo di cui parliamo, perché «risulta palese la superiore qualità dell’opera rispetto alle varianti».

Marco Nese, la Lettura #371, pag. 33
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190106/281509342321602

Caro Soffici

Caro Soffici

L’Italiano finalmente è uscito, dopo fatiche enormi: d’ora in poi usciremo in fretta. Il 2° n° è in preparazione.
Ti chiedo un gran favore: tu scrivi tutte le settimane un articolo sulla Gazzetta, ebbene tu dovresti scriverne uno su L’Italiano nuovo, 1931. Questo per mandare avanti un po’ la barca, aiutare la diffusione e non lasciarlo cadere nel silenzio.
Ora, a Roma, quelle teste di cazzo di voltagabbana dei nostri amici fanno una porcheria che si chiama “Fronte”, rivista di pittori che “derivano (dicono loro)” dal Greco e vogliono insegnare a noi “che si vive di fantasia” ecct.
Se riusciamo a tener duro e ad impostare anche nel pubblico la rivista non è male per nessuno. Mi rivolgo a te perché degli altri non c’è da fidarsi, poi tu hai autorità e senno per scrivere un articolo del genere.
Mi costa un patrimonio: 500 lire di posta per l’estero!
Se puoi aiutarmi ti ringrazio. Ti auguro buona Pasqua.

Tuo aff.mo Leo Longanesi
2 aprile 1931

lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

leggi tutto:

39. Monumento Pavese

Ferenc Pinter, tempera per la copertina de La bella estate, Oscar Mondadori

Strano il caso di Pavese. Feltrinelli rimanda in stampa La luna e i falò, Adelphi procura per i cenacoli i Dialoghi con Leucò ma fondamentalmente è un autore snobbato da tutti. 
Cosa vuol dire snobbato? Vuol dire che non è appreso dalla generalità che resta superficiale, si lascia attrarre da Pavese per poi lasciarlo cadere. E in effetti questo accade perché è Pavese a prestarsi al gioco: sia in vita che nella sua lunga esistenza post-mortem, fantasma davanti a chi vinca lo spauracchio che è il premio Strega.

Natalia Ginzburg non è stata considerata nelle Piccole virtù quando fa il “Ritratto d’un amico”: “Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.”

Questa era l’Italia arricchita che lui conobbe appena prima di levare il disturbo. E potrebbe mai capirlo ora?
Del resto, lo stigma maggiore fu inflitto a Pavese da letture prolungate di orde generazionali fino all’altrieri, a vent’anni fa. È tantissimo, troppo, per un autore che non pretendeva di essere popolare e che nemmeno aveva il “bernoccolo” pedagogico come Calvino. 
Si capisce che un autore deliberatamente popolare possa resistere un secolo e più; ma Pavese no, Pavese faceva esperimenti con una lingua ricca ma asciutta, emotiva pur restando scontrosa. 
Si capisce allo stesso modo che il ligio assertore del canone nel secolo corso, Calvino, riesca a durare più per questo che non qualità intrinseche di scrittura; ma Pavese no, Pavese alla fine era sulla strada dell’autodistruzione, della comparazione e riduzione di ogni letteratura a mito.
Nonostante questo si tendeva a farne un autore per esploratori, lo si metteva nello zaino insieme a Tolkien negli anni in cui una parte d’Italia leggeva Il signore degli anelli come letteratura senza agghindarlo di politica. Pavese era insieme a Tolkien il cantore dei boschi e di non si sa cos’altro: adolescenza, approssimazione. Era visto come la prosecuzione del periodo d’oro del realismo italiano: inutile dire oggi che non poteva funzionare. Eppure lo si leggeva da nord a sud, non c’era provincia che si salvasse e questo è stato il quadro della situazione sino a vent’anni fa circa.
Tanto che recentemente c’è stata la ristampa del “monumento nazionale” a Pavese, quella biografia-fiume scritta dal suo amico giornalista Davide Lajolo nel 1960. Il vizio assurdo ancora nel 1984 era considerata narrazione fededegna. Non si riusciva, insomma, a staccarsi da Pavese nonostante gli auspici di Calvino a collocarlo in prospettiva. 

Urge a maggior ragione una cernita, in via di approssimazione, tra le opere di Pavese. Ad esempio, valutare come imperdibili La luna e i falò e il Il taccuino segreto e poi da ri-valutare La bella estate e le Lettere 1924-1950 — che hanno più invenzione lette oggi che non i suoi cosiddetti romanzi.
Da ridimensionare infine Il mestiere di vivere per i suoi tagli masochistici; e allora tanto varrebbe leggere Seneca.
Questo per dire in fondo di come Pavese sia stato scartato dal senso comune letterario. Sembra provenire veramente da un’altra galassia, più rude e svagata, rispetto a quella degli outsider di ieri e di domani. Parliamoci chiaro: era per davvero dissidente chi all’epoca di Mussolini in politica e Montale in lirica mandava fuori poesie come La puttana contadina (Lavorare stanca):

La bambina inesperta annusava il sentore 
del tabacco e del fieno e tremava al contatto 
fuggitivo dell’uomo: le piaceva giocare. 
Qualche volta giocava distesa con l’uomo 
dentro il fieno, ma l’uomo non fiutava i capelli: 
le cercava nel fieno le membra contratte, 
le fiaccava, schiacciandole come fosse suo padre. 
Il profumo eran fiori pestati sui sassi. 
Molte volte ritorna nel lento risveglio 
quel disfatto sapore di fiori lontani 
e di stalla e di sole. Non c’è uomo che sappia 
la sottile carezza di quell’acre ricordo. 
Non c’è uomo che veda oltre il corpo disteso 
quell’infanzia trascorsa nell’ansia inesperta.

Era il 1936 dei suoi 28 anni. Era, come sostiene Lajolo, il tuffo nelle traduzioni per non pensare alla morte recente della madre, quando era veramente rimasto solo. David Copperfield esce nel ’39, Il cavallo di Troia di Morley nel ’41. Eppure Pavese non va avanti solo con la benzina del dolore, come dice Lajolo esagerando un po’ troppo. La prima, vera traduzione dall’inglese è Moby Dick (1932): più che una traduzione, una versione che è modifica sostanziale. È rimasta unica.
Quanto al resto, è presto detto, il motivo per cui Pavese è snobbato è che ci stava mal volentieri tra i compagni comunisti. La cosa si fece evidente negli ultimi anni ma era comprensibile già dagli esordi letterari. Di qui l’approdo finale di Pavese è al caos per servirci da monito oltreché da mito. 

16 marzo 2021

Andrea Bianchi

Editoria maschilista


Secondo impiego?

«In un istituto di statistica. Non pagavano e me ne andai. Mi ritrovai a Vogue a fare le didascalie. Erano i tempi dei sarti non degli stilisti, la Biki, la Marucelli… La haute couture italiana. Ma la moda non mi interessava, gli abiti li compravo alla Rinascente. Appena sposata sono partita per l’America, alla Columbia University. A New York ho scoperto dei libri per bambini bellissimi. Mai visti in Italia».

E ha deciso che li avrebbe fatti anche lei.

«Nel ’63 inventai la Emme Edizioni. L’idea era di ribaltare il concetto di libro per l’infanzia affidando le illustrazioni a grandi disegnatori. Da Leo Lionni a Tomi Ungerer, da Mordillo a Munari, da Enzo Mari a Lele Luzzati».

Libri raffinati, piacevano più ai genitori.

«Certo, per i bambini abituati a immagini stereotipate e zuccherose, la novità fu grande. Ma i piccoli sono pronti a assorbire le novità molto in fretta».

Prima donna editrice.

«Mi presero per pazza. Anzi, per la ricca signora che per hobby si inventa un lavoro. Il mondo editoriale era maschilista, le donne guardate con sospetto o peggio. Bompiani faceva avances, Mondadori ti guardava dall’alto in basso. Una volta mi ha bacchettata: ti diverti sempre a fare i tuoi libretti? A sostenermi sono stati in pochi: Giovanni Enriques, Feltrinelli. E mio marito, sempre dalla mia parte».

https://www.corriere.it/cronache/19_agosto_17/rosellina-archinto-l-editoria-era-machista-mondadori-mi-diceva-ti-diverti-fare-libretti-ac4190ac-c11e-11e9-a944-b7ca57037a99.shtml