7. le notizie di metà settimana

Tra le otto e le nove di sera ci si può riempire a sazietà di notizie da tutti i fronti: le si sente e risente (e ci si ne risente), passando da una rete televisiva privata a una nazionale. La prima avrà toni più d’impatto, la seconda – tanto più se ascoltata alle 20.30 – parrà aver messo la sordina. Quando la notizia trasmessa sia la medesima, e riguardi l’istruzione, occorrerà tenere presenti le statistiche per non scivolare in equivoci.
Ci scusiamo per il preambolo, ma quando si parla di cultura ci si deve togliere il cappello. E rimanere coi piedi ben in terra. Perché quello che si sentiva ieri sera (26 aprile) nei notiziari aveva dello scandalistico: erano riportati i dati (o meglio i referti autoptici) dei livelli d’istruzione universitaria degli italiani.
Giova premettere che la storia del cameriere, quella snobbata dei magnifici e che è molto utile sentire, faceva un cappello assai interessante. Proprio così: il telegiornale di Italiauno, che va in onda prima di quello su Canale 5, riferiva che in un questionario distribuito recentemente su territorio nazionale l’Amleto veniva attribuito a Manzoni e, in seconda battuta, a Leopardi. Mentre I promessi sposi erano riconosciuti (quasi) all’unanimità come lavoro di messer Giovanni Boccaccio.
Ora domandiamo solo una cosa, semplice semplice: a che serve parlare di titoli universitari non in parametro, quando non ci sono i presupposti per parlare di cultura? Non di cultura “con la kappa”, ma di semplice nozionismo senza cui in Italia non si va (non si deve) andare avanti.
E sarebbe utile andarsi a leggere, a proposito di nozionismo, quel racconto gogoliano scritto da Sciascia per il Corriere di Spadolini nel 1970 e intitolato, appunto, La laurea (ora disponibile nella raccolta Il fuoco nel mare, Adelphi 2014, prezzo di catalogo 18,00 euro). Ma lasciamo stare, è risaputo che Sciascia posava da intellettuale avvolto nel fumo della sigaretta ed era più tragico quando voleva far ridere che non quando rappresentava drammi e ammazzamenti.
Ci domandiamo a cosa serva l’attestato universitario in un Paese che non sappia leggere e intendere e abbia perso il lume della ragione. Perché questo significa voler seguire sempre e comunque le novità statistiche dell’Europa: non sapere più cosa si è stati, cosa si è. O far finta di ignorare.
Il problema è, semmai, un altro: l’abbandono scolastico, come abbiamo riportato nel notiziario D’Anna molto recentemente. Se tutti si fermano, nessuno arriva alla fine. Nozione assai difficile da digerire per i giornalisti catastrofisti che ieri davano in pasto la notizia delle poche lauree in Italia.
E siamo ai fatti. Come diceva Sciascia nel racconto La laurea, «la scienza è scienza: due e due fanno quattro». Bastava questo, nel suo racconto, per diventare professori di lettere. Facciamo i professori di lettere.
Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un progresso notevole è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (a cosa serva un trentenne laureato, e non impiegato, è mistero non sciolto dall’indagine…). Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente il doppio: 26,2%. L’Unione Europea vorrebbe alzare la soglia al 40% per il 2020. Sembrerebbe che il 40 sia il numero cabalistico da venerare. O c’è dell’altro? C’è, eccome, perché l’Unione Europea dice che i laureati altrove sono assai di più: 58% Lituania, 54% Lussemburgo e 53% Cipro.
Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).
Sono diverse le reazioni giunte nel corso della giornata, a seguito dei dati diffusi da Eurostat. A chi sembrasse che il tono adottato, eccezion fatta per le cifre, sia gogoliano, indichiamo la lettura della notizia sul sito “tecnica della scuola”. La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all’istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l’impoverimento delle famiglie. L’istruzione non è stata al primo posto nell’agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».
Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte del professore di lettere sciasciano e lasciare i filosofi alla politica.

Andrea Bianchi

Uccidere la cultura I

Quando ho cominciato, agli inizi degli anni Settanta, la facoltà era nata da poco e risentiva fortemente del clima del Sessantotto. Di fatto le cariche erano assunte a rotazione, non esisteva quasi traccia di autorità e potere accademici, tutto si svolgeva in modi democratici. Una prima svolta si è avuta negli anni Ottanta, quando per la prima volta ho assistito a vere e proprie competizioni per diventare preside di facoltà. Nell’ultimo ventennio, da un lato la facoltà conservava elevati standard professionali, dall’altro si diffondeva il clientelismo, l’apparato burocratico veniva gonfiato enormemente, crescevano i debiti, sino alla catastrofe attuale dell’intera Università di Siena. Contemporaneamente il passaggio al 3+2 e al sistema dei crediti, realizzato a Siena con particolare prontezza e singolare durezza, si è risolto in un moltiplicarsi confuso di moduli e di corsi di laurea, con un peggioramento complessivo della qualità dell’insegnamento. Il ritorno a corsi più lunghi di 72 ore ha un poco raddrizzato la situazione nel triennio, mentre nel biennio i moduli di 36 ore continuano a imperversare con conseguenze tutt’altro che positive. Se non si dà una frequentazione nel tempo fra professore e allievi e se non si permette allo studente di stare su libri impegnativi in continuazione per diversi mesi e non solo per poche settimane, è ovvio che l’insegnamento ne risenta. Se si aggiunge poi l’incredibile burocratizzazione del ruolo di docente, sempre di più sottoposto a controlli di tipo quantitativo invece che qualitativo e sempre di più indotto a esercitare un ruolo impiegatizio ed esclusivamente didattico in senso pigramente ripetitivo, si può capire in quale spirale siamo caduti.

Romano Luperini

http://temi.repubblica.it/micromega-online/luperini-il-ventennio-berlusconiano-ha-ucciso-la-cultura/

Scilipoti vola

«Roma 30.06.2011: – L’on. Domenico Scilipoti (MRN) si è recato a Londra, presso la Camera dei Lords, per un incontro informale su invito di Lord Thomas Taylor, già Presidente del Consiglio Consultivo di Energia Elettrica e Presidente Nazionale dell’Autorità per l’Istruzione del Regno Unito, nonché consulente di varie Holdings e fondatore del Consiglio dell’Università di Lancaster.
Nell’occasione vi è stato un proficuo scambio di idee su tematiche importanti che interessano i due Stati quali le condizioni e le problematiche relative al mondo della scuola, alla disciplina delle intercettazioni telefoniche, alla medicina non convenzionale, all’ambiente e alle fonti energetiche rinnovabili.
L’incontro si è concluso con lo scambio reciproco dell’impegno di un futuro confronto, programmato per il prossimo autunno».