Ulaid, Ulster

Muirthemne, la pianura che si affaccia sul mare al confine fra Ulster e Laigin, è affidata alla protezione di Cú Chulainn. E l’esercito deve attraversare il Muirthemne per raggiungere il Cúailnge e razziare il bestiame di Conchobar re dell’Ulster, approfittando della strana prostrazione che periodicamente lo affligge insieme alla sua corte di guerrieri: l’incantesimo, come una ricorrenza stagionale che li mette fuori combattimento. Cú Chulainn ha diciassette anni, una forza potenziale che supera l’immaginazione, e possiede il gae bolga, giavellotto appartenuto a un dio, con la cima che si apre in molte punte quando penetra in un corpo.

Disunitevi e moltiplicatevi


Marco Ciriello

È il 1969, nell’Irlanda del Nord, Buddy (Jude Hill/notevolissimo) ha dieci anni, un mucchio di domande, deve scalare i banchi della sua classe per arrivare alla biondina che sente di amare, vuole andare sulla luna, giocare a calcio, e risolvere i problemi di matematica. Sua madre (Caitríona Balfe) è ossessionata dalle tasse, sua nonna (Judi Dench) nasconde il suo cuore, suo nonno (Ciarán Hinds) è un minatore con l’ironia giusta, suo padre (Jamie Dornan) lavora in Inghilterra e torna ogni due settimane. Loro sono protestanti, ma nella strada ci sono anche i cattolici, e sembra un western, come quelli che il ragazzino vede in tv con suo fratello. Kenneth Branagh (sceneggiatore, regista e co-produttore) disegna un film, Belfast, con la geometria sghemba e il bianco e nero di Vivian Maier, e lo avvolge con la musica di Van Morrison, ogni inquadratura bordeggia la compiutezza, i dialoghi sono cuciti perfettamente, non c’è nulla fuori posto, non c’è indugio, non ci sono sbavature, è un film che non porta pesi pure raccontando una storia pesantissima. Buddy e sua madre vogliono rimanere, mentre il padre cerca di portarli in Australia, convinto che si possa lasciare Belfast, non prendere parte al conflitto, non odiare, non schierarsi. È un uomo di buona volontà, che prova a spostare la sua famiglia. Intorno piovono pietre, si alzano barricate, la vita diventa difficile, si rischia anche andando a scuola. Eppure si vive. Si confrontano due scuole: quella che vuole restare ad ogni costo perché non vuole perdere la scena fissa che li ha visti crescere, e quella che vuole andare perché gli irlandesi sono fatti per partire, altrimenti il mondo non avrebbe i pub. È film che si muove sulle note, il ballo non ha un semplice posto occupato nell’immagine ma va incontro all’altro nelle difficoltà: quando idee, religione, parole non sanno avvicinare ma dividere. Si balla per strada e al coperto, e quasi sempre per dimenticare, una storia che comincia e finisce con i cantieri navali, perché ogni famiglia e ogni nazione sono una nave da costruire, fosse pure il Titanic. «Vai, vai adesso, non ti voltare» dice Judi Dench: disunitevi e moltiplicatevi.

https://mexicanjournalist.wordpress.com/2021/12/22/belfast-disunitevi-e-moltiplicatevi/

2222, ovvero Ulysses

T.S. Eliot – pur usandolo per tirare il carro alla propria estetica – aveva capito tutto, “Usando il mito e operando un continuo parallelo tra contemporaneità e antichità, Joyce instaura un metodo che altri potranno utilizzare dopo di lui”; seguiva, per capirci, il paragone con “le scoperte di un Einstein”. Insomma, il ‘metodo’ di Joyce era equivalente alla teoria della relatività generale di Einstein (che nel 1921 aveva ricevuto il Nobel per la fisica). Da allora, nulla sarebbe stato più come prima. Virginia Woolf legge Ulisse irritandosi – “Ho terminato l’Ulisse e mi sembra un colpo mancato. Genio ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso. È plebeo, non solo nel senso di ovvio, ma nel senso letterario” –, Ezra Pound lo esalta esalando urla: “Tutti gli uomini dovrebbero «unirsi per elogiare Ulisse»; chi non lo farà potrà accontentarsi di un posto negli ordini intellettuali inferiori; non voglio dire che tutti debbano elogiarlo a partire dallo stesso punto di vista, ma tutti i seri uomini di lettere, che ne scrivano o meno una critica, dovranno di certo concepirne una per loro uso e consumo”.

Figli di

[ 2/7/1934-Paris, France- James Joyce pictured with his family in their Paris home. Mr. Joyce and his wife are standing. Seated are Mr. and Mrs. George Joyce, the author’s son and daughter-in-law, with their child, Stephen James Joyce, between them. ]

«Intorno a Lucia Joyce, figlia di James e di Nora Barnacle, sono fioriti fior di libri. Nata a Trieste nel 1907, aveva il talento per la danza – studiò con Raymond Duncan, il fratello di Isadora. AlcunE foto la vedono, fragrante bellezza, muoversi come una sirena. S’innamorò di Samuel Beckett, non ricambiata – “Anche una lettera di Lucia. Non so che fare. Dice di essere infelice… Quale istinto terribile spinge ad avere il genio della bellezza al momento giusto – o sbagliato”, scrive l’assediato Samuel a Thomas McGreevy – e impazzì, con letale violenza, negli anni Trenta. Passò di ricovero in ricovero, le fu diagnosticata una forma di schizofrenia, morì nel 1982 al St Andrew’s Hospital, Northampton, dove era stata accolta, trent’anni prima. Resta nell’ombra, invece, la vita del primogenito di JJ, Giorgio Joyce. Nato il 27 giugno del 1905 a Trieste, debuttò come cantante nel 1929, intonando Händel. Sei anni prima aveva iniziato a lavorare come contabile a Parigi: la monotonia lo sfiancava. Pare non avesse una voce straordinaria: nel ’36 mollò la carriera. La sorte gli aveva concesso una moglie, Helen Kastor Fleischmann, ricca & americana, che aveva impalmato nel dicembre del 1930. Morì dopo lenta malattia nel 1976: dopo il divorzio si era risposato, nel 1955, per poi trasferirsi in Germania.Il “New York Times” lo relega in un trafiletto: “Giorgio Joyce, unico figlio dello scrittore James Joyce, è morto in una clinica, a Costanza, dopo lunga malattia”. Il figlio di Giorgio, Stephen Joyce, terrà per anni le redini dell’eredità del nonno. Era bello, volitivo, rude: “Alle rare conferenze accademiche cui accetta di partecipare è pugnace, cinico. ‘Sono un Joyce, non uno dei troppi joyceiani, e c’è più che una sfumatura in questo’, dice. E vuole essere chiamato per esteso. Non Stephen Joyce, ma Stephen James Joyce”, ha raccontato D.T. Max in un lungo servizio pubblicato sul “New Yorker”. Viveva a Isola di Ré, nell’Atlantico, in Francia, di fronte a La Rochelle, Stephen. “Se pensa a qualcuno in grado di lottare all’infinito per quello in cui crede, beh, eccomi”, diceva. È morto l’anno scorso. In gennaio, come il nonno».

da Dissipatio, newsletter di L’Intellettuale Dissidente

Maeve Brennan

La videro, l’ultima volta, nella redazione del “New Yorker”, di cui era stata regina, quarant’anni fa, era il 1981. Vagava, imbruttita, ossessa, preda di paure, abulica da quel mondo che le pareva pieno di chiodi, di serrature. Da quasi dieci anni non scriveva più, il libro che l’aveva resa leggendaria – quel repertorio di sketch sagaci, leggeri, spesso crudeli, che svelavano la sotterranea violenza della società newyorchese –, The Long-Winded Lady era stato pubblicato nel 1969. John Updike adorava quella scrittrice dalla “vista acuta di un passero, attenta alle briciole della realtà, a quanto udito per caso, visto di sfuggita”; Edward Albee, l’autore di Chi ha paura di Virginia Woolf?, semplicemente, la idolatrava, credeva fosse la reincarnazione, femmina, di Anton Čechov. Morì sola, dimenticata, come una briciola, come chi vive di sfuggita, in fuga, nel 1993, in una casa di cura del Queens; a William Maxwell, mentore e amico, mandava alcuni biglietti, in uno è scritto “tutto quanto è una favola”; si chiamava Maeve, come la mitica regina irlandese del Connacht, di cui ereditò la forza, ma non la fortuna.

Ma cos’è questa crisi? (II)

Vediamo la produzione.
Negli ultimi due anni, solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti. Le economie occidentali, invece, sono riuscite a ottenere solo una debole ripresa, che si è arenata la scorsa estate, quando s’è presentato il problema del finanziamento dei debiti pubblici europei. La debolezza della ripresa economica, insieme alla lievitazione dei debiti dei Paesi principali, ha spinto i mercati finanziari — chiamati a sottoscrivere una mole sempre più grossa di titoli di stato — a chiedersi se la situazione fosse sostenibile o se invece fosse meglio tagliare la corda e sposare i soldi altrove. È normale che i finanziatori si chiedano se i debitori potranno onorare i propri impegni, perché ogni sistema finanziario — su cui necessariamente poggiano i sistemi economici — si regge sulla fiducia nel futuro.
I primi a dovere aver fiducia nel futuro sono gli imprenditori, che investono per accrescere e migliorare la propria capacità produttiva e che quindi si rivolgono al mercato finanziario per ottenere i finanziamenti. Poi devono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi s’indebita per investire nella crescita. Questo è il meccanismo che s’è inceppato nel 2008, per il venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, e che poi è tornato a incepparsi nei mesi scorsi, quando è sorto il problema dell’enormità dei finanziamenti che gli Stati drenano sui mercati finanziari.
Il meccanismo è logico: se viene meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato che deve fornire i capitali comincia a fare una selezione naturale fra i soggetti che chiedono finanziamenti. Chi è ritenuto più affidabile può ancora ottenere credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo cresce inesorabilmente. Così si accentua il fenomeno dello spread, che dalla scorsa estate ci somministra il suo tormentone: cresce sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare soldi ai paesi meno affidabili. È la legge della giungla, dove i più forti sopravvivono e i più deboli soccombono.
Questo fenomeno della “selezione dei debitori”, poi, è stato manipolato dalle politiche delle varie Banche Centrali. Alcune hanno deciso d’intervenire sul mercato per difendere le loro valute, diventando compratori e finanziatori dei propri debiti pubblici, acquistando con moneta stampata di fresco i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi e contribuendo così a mantenere bassi i tassi d’interesse pagati. Come la Federal Reserve americana (FED) e la Bank of England (BOE), che in questo modo hanno monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Ma non ha fatto così la Banca Centrale Europea (BCE), che — sia per le rigide norme statutarie che impediscono di finanziare direttamente gli Stati, sia per la politica pregressa — ha assistito per mesi senza muovere un dito al deterioramento dei rendimenti sui titoli di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. All’inerzia della BCE si sono poi aggiunti la farraginosità e lentezza burocratica dei regolamenti europei, e gli egoismi nazionali dei principali Paesi (Francia e Germania in primis). Da qui viene la sostanziale incapacità, a livello europeo, di decidere strategie rapide ed efficaci per difendere gli anelli più deboli della catena.

 

Grecia!


Da stamattina circola la voce che la Grecia sta per chiedere all’Europa una “ristrutturazione del debito”, e la Borsa — com’era prevedibile — ha cominciato ad affondare, soprattutto con i titoli bancari, che vedono il rischio concreto per gli Istituti di perdere parecchi soldi. Da Atene, naturalmente, negano con forza: ieri il ministro delle Finanze, George Papaconstantinou, ha passato la giornata a inseguire i giornalisti per negare che sia mai stata avanzata questa proposta. Ciononostante, stamattina il quotidiano greco Eleftherotypia ha scritto che il mese scorso il governo greco avrebbe espresso al Fondo Monetario e a Bruxelless la volontà di procedere con la ristrutturazione. Quindi il ministero delle Finanze di Atene è tornato in scena stamattina per smentire nuovamente: “Il ministro lo ha detto fino allo sfinimento, ieri”, ha ripetuto un portavoce, anche lui probabilmente sfinito. Ma il mercato, a  quanto pare, non si fida: il rendimento del titolo di Stato greco a 10 anni sale al 13,68%, mentre quello del titolo a 2 anni è volato al 19%, un dato spaventoso in confronto all’1,5% di soli due anni fa. Continua a leggere “Grecia!”