al-Hol

Walking through al-Hol camp, Syria, January 2020. Reuters/Goran Tomasevic


«Le donne sono spesso più fanatiche degli uomini. Si coprono il viso per sottolineare che il loro credo nella jihad non è morto», accusano le sentinelle curde del campo. Così è naturale domandarsi: ma con madri tanto radicali, con i padri morti in guerra, come faranno i figli a disintossicarsi? Perché, nonostante l’apparente tranquillità dei giochi, nonostante le tragedie di cui sono stati vittime o testimoni, non va dimenticato che Isis li aveva indottrinati, addestrati, abituati alla morte, a odiare e decapitare i «traditori» e i non musulmani, a uccidere i prigionieri con un colpo di pistola alla testa, a offrirsi per gli attentati suicidi. E loro hanno sempre risposto sì.
«Cos’è un bambino di Isis, solo un bambino, oppure una bomba ad orologeria?», titolava il «New York Times» qualche tempo fa. Saranno la prossima generazione di terroristi? Tra i quasi 80 mila prigionieri dei curdi ad Al Hol, oltre 29 mila sono bambini (spesso orfani di entrambi i genitori), di questi 20 mila iracheni e gli altri figli di combattenti stranieri arrivati da una cinquantina di Paesi — in maggioranza russi, francesi, tedeschi, tunisini, algerini, belgi, australiani, sauditi, libici, marocchini. Per tre o quattro anni e anche più sono stati immersi nell’ideologia del Califfato, nelle sue scuole hanno incarnato l’idealtipo degli «uomini nuovi» pensati da Abu Bakr al Baghdadi, programmati per diventare i jihadisti del futuro. C’è chi li ha paragonati alla Hitlerjugend rivista e adattata in versione islamica.
«Non c’è dubbio che siano pericolosi. A loro è stata inculcata un’educazione alla morte fondata in molti casi sulla cancellazione degli affetti e di legami familiari da cui è impossibile tornare indietro, se non con un lungo e delicato processo di intervento psicologico», spiega a «la Lettura» Bruno Maida, docente all’università di Torino specializzato sui temi relativi ai bambini in zone di conflitto e autore di un libro fondamentale come L’infanzia nelle guerre del Novecento ( Einaudi, 2017).
Pensiamo per esempio ai bambini yazidi, la minoranza orribilmente perseguitata da Isis in Iraq, dove gli adulti maschi sono stati metodicamente massacrati nel 2014 e le donne spesso catturate per farne schiave sessuali. Sradicati dai loro affetti familiari, questi ragazzini sono stati «rieducati» in batteria per diventare milizie d’assalto del Califfato. I militari curdi durante gli assedi di Raqqa e Mosul tra la primavera 2016 e l’autunno 2017 temevano i bambini. «Sono bombe umane efficacissime, veloci e obbedienti ai capi», dicevano per giustificare l’ordine impartito ai cecchini di prenderli di mira. Sono quasi le stesse parole utilizzate da un ufficiale ribelle congolese, che nel 1999 denunciava la sorprendente capacità militare dei bambini: «Obbediscono agli ordini meglio e con più fanatismo degli adulti; non hanno mogli e figli da cui tornare; non conoscono la paura».
Si spiega così la politica dell’isolamento. Tanti parlano di loro, ma in verità nessuno o pochi sono pronti a rimpatriarli. Le cronache delle ultime settimane registrano alcune decine di rientri di «orfani di Isis» in Russia (Mosca ne ha accolti un centinaio a fine febbraio), si contano sulle dita di una mano quelli tornati in Belgio, Germania e Francia. Parigi lascia che i jihadisti più pericolosi, pur con passaporto francese, siano estradati in Iraq, quindi processati secondo le durissime leggi antiterrorismo e impiccati a Bagdad. A Bruxelles ci sono alcune coppie di nonni che sarebbero pronte a riprendersi i nipoti rimasti orfani, ma il governo si oppone. Lo stesso avviene in Australia, dove i tre figli superstiti (erano sei) del famoso jihadista ricercato prima di rimanere ucciso di recente, Khaled Sharruf, e della moglie Karen Nettleton, deceduta d’appendicite a Raqqa nel 2015, sarebbero accolti dalla nonna. Ma le autorità negano i visti. Le foto di Sharruf con i figli che mostrano fieri i loro kalashnikov e un paio di teste mozzate restano motivo d’apprensione. Una delle figlie ancora vive si chiama Zeynab, è incinta dopo che a 13 anni era stata data in sposa a un combattente amico del padre (a sua volta morto in battaglia) e da cui ha già avuto due figli. La Gran Bretagna ha ritirato la nazionalità di circa 150 figli di noti jihadisti inglesi volontari con Isis, rendendoli apolidi.
Bruno Maida coglie nel fenomeno dei bambini-soldato una delle specificità più deleterie dei conflitti dalla seconda metà del Novecento a oggi. Con una precisazione importante: «Le dittature moderne hanno sempre visto nell’educazione alla guerra delle nuove generazioni un ottimo sistema per costruire non solo il loro “uomo nuovo”, ma anche per porre le basi della loro utopica società totalitaria. Nonostante la retorica buonista contemporanea della supposta innocenza dell’infanzia, i bambini sono una costante inevitabile della guerra, non come vittime, ma come attori coinvolti». Valeva per i balilla di Mussolini, come per i pionieri di Stalin e ancora di più per le organizzazioni giovanili naziste. In quei casi però, sebbene si glorificasse il mito degli eroi caduti, il massacro metodico dei bambini costituiva un’aporia impossibile. Aggiunge Maida: «Se i bambini educati dal regime rappresentavano il futuro, come si poteva mandarli a morire? Sarebbe equivalso a un auto-annientamento. In effetti, le dittature della prima metà del XX secolo cercarono sempre di preservare i loro piccoli “uomini nuovi” e i tedeschi sacrificarono la Hitlerjugend solo quando il regime era ormai al collasso».

Lorenzo Cremonesi, la Lettura #397, pp. 50-51

https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190707/282235192218956

lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

leggi tutto:

38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

Mother Russia

“La Russia non si è mai accontentata di sventure mediocri. E così sarà anche in avvenire. Essa si schiaccerà sull’Europa per fatalità fisica, per l’automatismo della sua massa, per la sua vitalità sovrabbondante e morbosa così propizia alla generazione di un impero (in cui si materializza sempre la megalomania di una nazione), per quella sua salute, piena di imprevisti, di orrore e di enigmi, posta al servizio di un’idea messianica, rudimentale e prefigurazione di conquiste. Quando gli slavofili sostenevano che la Russia doveva salvare il mondo, adoperavano un eufemismo: non si salva il mondo senza dominarlo… Con i suoi dieci secoli di terrore, di tenebre e di promesse, essa era più adatta di qualunque altra nazione ad accordarsi col lato notturno del momento storico che attraversiamo. L’apocalisse le si adatta a meraviglia, ne ha l’abitudine e il gusto, e oggi vi si esercita più che mai, perché ha visibilmente cambiato ritmo. ‘Dove corri così, Russia?’, si chiedeva già Gogol’, che aveva percepito la frenesia che essa nascondeva sotto l’apparente immobilismo. Adesso sappiamo dove corre, sappiamo soprattutto che, a somiglianza delle nazioni dal destino imperiale, è più impaziente di risolvere i problemi degli altri che i suoi propri. Quanto dire che il nostro cammino nel tempo dipende da ciò che la Russia deciderà o intraprenderà: essa tiene in pugno il nostro avvenire…”.

Emil Cioran

Putin’s Tracks

David Plunkert for The New Yorker:

https://www.newyorker.com/culture/cover-story/cover-story-2022-03-07

La malora

Fuori da ogni romanticismo, o arcadiche idee pastorali, la nostra storia contadina è una schiena spezzata all’infanzia. La malora le racconta come nessun altro libro le campagne e le colline delle Langhe, quelle intorno la città di Alba e tagliate dal Tanaro all’inizio del secolo scorso. Quando parliamo di famiglia come radici, dovremmo ricordare che queste, le radici, sono anche una ferita. Erano i tempi della mezzadria. I mezzadri erano povera gente che chiedeva ai padroni di lavorare la loro terra e di offrirgli un alloggio. In cambio, il padrone riceveva metà della produzione. Era una vera e propria forma di baratto, e sempre con il baratto, e quasi niente con i soldi, ci si procurava ciò di cui si aveva bisogno. Un pollo, un quarto di manzo, un’altra qualsiasi bestia allevata, poteva essere scambiata con un indumento cucito da un sarto. L’Italia è stata fino a poco fa anche questo. Storie di uomini che hanno sacrificato tutta la vita per costruire il paese in cui viviamo oggi. Uomini che hanno saputo anche vedere molto lontano. Quando la terra era poca e poco se ne ricavava, i figli, non i figli a cui si corre dietro col cucchiaio per convincerli a mangiare la minestra preparata, li si rincorreva per prenderli a calci nel culo, o per spingerli, con quel calcio, a lavorare da altri padroni, da altri mezzadri per un tozzo di pane e due soldi da mandare a casa, se avevano già le braccia buone, ancora adolescenti, e la spina dorsale dritta; oppure li si spediva in seminario, perché si era convinti che i preti, di fame, non morissero mai, e un figlio lontano da casa, nonostante il dolore, era pur sempre un figlio di meno a cui dare un piatto di polenta la sera.

Cari Guglielmo e Lia

Renato Guttuso, Autoritratto, 1936

Cari Guglielmo e Lia
Sono stato preoccupato per voi dopo la brutta notizia del bombardamento. Ma pare che per fortuna questa volta è passato. Qua siamo piuttosto tranquilli non ci sono neppure piccoli allarmi. La sera ci si vede quasi sempre da Mimise dato che l’oscuramento ci costringe in casa.
Ma poi anche il maltempo. S’era mai visto a luglio il Tevere in piena? Ma! “la terra tremò e il cielo si oscurò” dice il vangelo.
Questo millenovecentoquaranta è una memorabile annata per tanti versi. Qua le attività sono molto ridotte: “il Selvaggio” sospende le sue pubblic. (Maccari ha visto i disegni di Lia e gli sono piaciuti molto. Lui consiglia anzi di inciderne qualcuno a linoleum perché crede che il tipo di disegno si presti molto e l’incisione gli aggiunga senso) e a Primato non c’è nessuno.
Uno dei direttori è al fronte (Bottai) il redattore capo è al fronte.
Comunque si vedrà di varare qualche disegno, io ne ho lasciati due perché vadano in questo numero (15 luglio) ma non ne sono certo perché sono dei testoni. Comunque sarà in ogni caso per il prossimo. Io ho ripreso il mio lavoro ma per poco e quasi male. Ma avevo molta voglia e mi ci sono buttato come in una bella cantina piena di gin. E Beatrice cara? E voi e i vostri pensieri? Mi vengono ondate di affetto verso di voi fortissime ma il desiderio di vivere con tutti gli amici è veramente irrealizzabile mi pare.
Mimise mi domanda molto di voi — vi scriverà mi ha detto.
Io andrò credo a Venezia due giorni per un’articolo [sic] che non ho voglia di fare.
Posso sperare che voi mi scriviate?
Ho rimproverato Tamburi, ma è pazzo — ai pazzi si fa credito
Scrivete dunque —
Vi abbraccio

Lettera di Renato Guttuso ai coniugi Pasqualino Noto, 1940

Turkish border

Kurdish civilians on the Syrian border fleeing a Turkish military offensive launch. Credit: AFP

https://www.telegraph.co.uk/news/2019/10/09/really-scared-war-british-woman-volunteering-kurds-flees-border/

Per molto tempo

Per molto tempo, quando cominciai a viaggiare in Europa, tutto ricordava la guerra. A Parigi, nel 1948, stavano tornando in circolazione gli intellettuali che si erano compromessi con il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma la città, salvata dal buon senso del generale Dietrich von Choltitz, era intatta. A Vienna, nel 1949, il Teatro dell’Opera, distrutto durante la conquista della città, era stato appena ricostruito. A Londra la stoffa dei cappotti era razionata e la carne di balena si comprava nei negozi di pesce coi tagliandi della carta annonaria. A Berlino nel 1951 i mattoni recuperati dalle macerie e diligentemente numerati costeggiavano i grandi viali e attendevano di essere usati per la ricostruzione. Nel 1952 a Salisburgo, dove l’Università di Harvard aveva aperto un seminario di studi americani, la sede (una villa Barocca appartenuta all’attore e regista Max Reinhardt) sorgeva a breve distanza da un campo di displaced persons: persone senza fissa dimora che la guerra aveva gettato sulle strade d’Europa. A Monaco di Baviera, nello stesso anno, le case nel centro della città avevano solo il piano terreno. Il resto era andato in fumo.
Durante i viaggi capii che in Europa non esistevano vinti e vincitori. Esistevano soltanto, anche se in misura diversa, Paesi sconfitti. Ne ebbi la conferma quando arrivai in America nel settembre del 1952 per un soggiorno alla Università di Chicago che sarebbe durato poco meno di un anno e mezzo. Gli Stati Uniti avevano vinto, i Paesi della vecchia Europa erano tutti perdenti.

Sergio Romano, “Così divenni un patriota europeo”, in la Lettura #276, pag. 5