43. Calculatores

Nei sentieri tortuosi che portano a vedere conseguenze ed effetti, cause e princìpi, un posto notevole spetta ai calculatores di Oxford. Questo cenacolo di pensatori, scrittori e logici visse al Merton College e pensò di desistere dalla moda aristotelica nella considerazione formale delle qualità; per loro luce, colore, densità, calore e (naturalmente) forza erano suscettibili di misurazione.
Come tutti i Bahnbrechend, gli apritori di nuove vie, questi uomini dovettero presto scomparire nell’anonimato lasciando il posto, nei libri di fisica, a chi riuscì a dare consistenza sistematica alle loro scoperte. Un nome per gli altri: Galilei.
Quello che i calculatores incominciarono a svolgere fu poi perfezionato dalla scuola inglese nel suo insieme e approdò senza eccessivi intoppi negli Stati Uniti, dove anche le materie “soft” si distinguono per essere oggetto di attento, meticolose e metodiche misurazioni. Uno statunitense insegnerà perciò allo scaltro europeo, e lo farà con maggior forza se l’europeo si affaccia sul Mediterraneo ed è scaltro e irriverente, che le qualità di bontà, affidabilità, precisione e via di questo passo, sono tutte da scaglionare lungo scale di valori (psicologia delle organizzazioni).
Il piacere della storia consiste nell’enunciare i nomi antichi di questi rivoluzionari che spersi sull’isola staccata dall’Europa aprivano nuove strade: Thomas Bradwardine, John Dumbleton e Richard Swineshead, per nominare i più rilevanti. Nel loro Merton College studiava, contemporaneamente, il teologo John Wycliff, precursore di Huss e di Lutero e di ogni successiva riforma religiosa cristiana. Il dottor Wycliff era più che un semplice teologo: nel 1381, all’età avanzata (per allora) di cinquant’anni, sostenne la rivolta dei contadini che fu repressa senza pietà. Chiuse i suoi giorni in una parrocchia lontana dalla capitale, in un paese che neanche ora arriva a diecimila abitanti.
E chi altro studiò nel college dei calculatores? Lo scopritore della circolazione sanguigna, Harvey. Qualche secolo dopo passò di lì lo scrittore di genere fantastico purtroppo oscurato dal contemporaneo Wilde, Beerbohm. Vi trascorse del tempo un Churchill che poi riscosse gloria in India a metà Ottocento, e vi si insediò il poeta statunitense Thomas Eliot. Uno storico, scrittore di notevole valore, studiò anche lui al Merton.
Questa panoramica vorrebbe raggiungere un solo obiettivo: il sapere organico che nel college si raccoglieva ha dato i suoi frutti che ora pendono, assai maturi, nel continente nordamericano. E che vengono esportati sotto conserva in Europa.
Uno scrittore dotato di forza sufficiente potrebbe tracciare un parallelo tra la quantificazione imposta a tutto nell’ambito delle materie soft (psicologia letteratura organizzazione) e gli antenati inglesi di questo stile di pensiero. Certamente ne potrebbe venire fuori un risultato esorbitante e provocatorio, forse anche soddisfacente.
Del resto i quantificatori-calcolatores odierni si limitano a vivere trame altrui, le vite reincarnate dei loro predecessori logici medievali. Salgono sul teatro della vita e spesso manca un Arlecchino nelle loro rappresentazioni.
Arriverà forse un momento in cui dalla regia sarà messo sotto i loro nasi Il borghese gentiluomo del teatrante francese il quale faceva dire a un suo personaggio, un parvenu, che si rendeva conto – ammesso finalmente tra qualche nobilastro consumato dall’ozio – di aver parlato in prosa durante tutta la sua vita. A detta dello stimato borghese, i nobili gli facevano sentire la poesia.

* * *

Uno scrittore italiano del secolo scorso ha notato come nei racconti di fantasia la trama razionale sia importante e necessaria, benché non evidente. È quello che serve al compositore per non deflettere dal suo argomento e arrivare a una conclusione.
Questo è evidente nei racconti fantastici, soprattutto se sono a tema come questa trovata da vaudeville geometrico che il lettore ha appena terminato di leggere. Il punto allora è: siamo sicuri del tutto che tra la tensione precisa e l’immaginazione fervida non ci siano punti di contatto? Tra il pezzo scritto qui sopra e quello che potrebbe cominciare così: che nel tram il vecchio sovietico urlava come un forsennato ma non di rabbia né di dolore, solo per una partecipazione emotiva col suo corrispondente, forse una donna, che sentiva nelle sue cuffie e la chiamava strepitando come per cancellare la distanza tra i due producendo un fastidio indescrivibile in chi fosse, a sua volta, al telefono e dovesse chiudere perché non si sentiva niente, salvo restare in attesa di incrociare lo sguardo del sovietico, di questo uomo dell’Est che dopo due finte di chiudere la chiamata avrebbe terminato per davvero e allora si sarebbe notato in quel suo sguardo una tempesta di azzurro, come di occhi di lupo, il tutto sommerso di letteratura con quell’attesa di incrociare il suo sguardo (non da villano, in fondo dolce) che veniva ripagata e allora si inseriva bene in quello scompartimento del tram dove una ragazza alta e con gli occhiali tondi da intellettuale leggeva il suo libro di psicologia sull’umorismo.
Tra questa densità comunicativa che suscita la memoria e la geometria delle parole precise un nesso deve pur esserci. Tutto viene unificato, come la matematica, come la mathesis universalis, e Borges scriveva racconti precisi senza perdere la razionalità perché aveva trasportato nei suoi territori letterari gli incubi di uno scrittore che prevedeva il futuro e si firmava K. E che scriveva “tutti gli uomini sono così perennemente vivi, non nel senso della vera immortalità, ma giù nelle profondità della loro vita momentanea”. E proseguiva, perché era una lettera privata, confidando di avere “tanta paura di loro. Vorrei leggergli negli occhi ogni desiderio”.

Primavera 2018

Andrea Bianchi

Mercato

Edward Bawden, Billingsgate Market, litografia, 1967


I mercati giornalieri di molte grandi città e quelli periodici dei piccoli centri rurali (r)esistono, in Italia e altrove. La grande distribuzione e il Mercato (entità quanto mai astratta, ma terribilmente efficace) hanno profondamente segnato la storia dei mercati-incontro (come li chiama Serge Latouche), non però fino al punto di farli sparire. Viene allora da chiedersi perché, a fronte del sorgere ovunque di centri commerciali e dell’accanimento con cui la grande distribuzione si contende gli spazi di vendita, piccoli e grandi mercati continuino ad animarsi al mattino presto, con voci e urla (molti Comuni oggi hanno regolamenti per proibirl e) , odori, colori e disordine, scomparendo prima della sera.
Il mercato è forse l’immagine più nitida della «fabbrica sociale». Mi hanno sempre colpito quelli che sorgono nelle strade e nelle piazze senza strutture apposite, con il loro farsi e disfarsi: se capiti nell’ora e nel giorno giusto, è tutto un fluire di voci, profumi, confusione. Qualche ora dopo è tutto scomparso, come in un sogno. I mercati ricordano l’immagine del cantiere che George Balandier suggeriva come metafora della società umana e del suo creativo disordine.
In molti contesti tradizionali, il mercato è legato strettamente al tempo, ai ritmi del corpo (umano, politico e sociale). L’opposizione tra tradizione e modernità va sempre usata con cautela: è un utile strumento di conoscenza, ma induce profondi inganni. Se è vero che oggi i mercati sono pervasi di Mercato, dal momento che gran parte dei prodotti sono gli stessi della grande distribuzione globale, è anche vero che si tratta di una dinamica antica. Come osserva Latouche, «le perle di vetro blu dell’antichità, dette babilonesi, si ritrovano nelle tombe preistoriche delle valli del Niger» e chissà in quante piazze di mercato vennero scambiate. Il nonno Matteo rientrava immancabilmente dal mercato con groviera e fontina, due prodotti «inventati» nel corso dell’Ottocento nel cantone di Friburgo e in Valle d’Aosta per contendersi i mercati globali (nell’accezione di allora). Il confronto con altre epoche e con contesti «tradizionali» tuttavia, è prezioso per capire qualcosa in più del mercato e della sua resilienza. Il volume di Marco Aime La casa di nessuno (Bollati Boringhieri) è un’ottima sintesi al proposito. In molte parti dell’Africa occidentale frequentata dall’antropologo torinese, i mercati non solo scandivano la settimana ma, in certo senso, erano (e sono) la settimana. I mercati davano il nome ai giorni e con la loro periodicità (un ciclo di quattro giorni tra i Taneka del Benin, di cinque giorni tra i Dogon del Mali, di sei giorni tra i Diola del Senegal, per limitarci ad alcuni esempi) davano forma al tempo e allo spazio.
In un famoso saggio, il geografo Walter Christaller cercò di spiegare la periodicità dei mercati e la loro diffusione su un territorio mettendo in relazione la soglia (il raggio di mercato più piccolo che contiene un bacino di consumatori che consente di coprire i costi di vendita) e la portata (la distanza massima oltre la quale i prezzi divengono troppo elevati). Si tratta di un modello matematico interessante che, tuttavia, non rende conto delle profonde dimensioni sociali del mercato.
«Il mercato non è la casa di nessuno», recita il proverbio mawri che dà il titolo al lavoro di Aime, e quindi è di tutti, un bene condiviso. È un’arena pubblica, una agorà (il termine greco indicava non a caso anche il mercato, al pari del forum romano) in cui non era possibile entrare con le armi. Nei mercati africani si faceva ben più che commerciare: ci si innamorava e ci si sposava, per esempio. Presso i Mossi, i giovani circoncisi facevano il loro ingresso in società nel nuovo status di adulti proprio attraverso il mercato. Ed era ancora al mercato che si davano gli annunci funebri e si svolgevano alcune delle più importanti cerimonie del lutto.
Il mercato mescola con dosi imprevedibili il formale e l’informale e spesso l’illegale, il serio e il faceto (luogo ideale per la risata e lo scherzo). L’economia si rivela qui embedded (come diceva Karl Polanyi) ovvero «incastonata» nel sociale, e non viceversa. La razionalità calcolatrice, al mercato, è ben più complessa della legge di domanda e offerta: al valore delle merci si sovrappongono i valori della parola, che crea legami, conflitti e divisioni sulla piazza del mercato. «Il flusso delle parole e il flusso dei valori non costituiscono due cose: sono due aspetti della medesima realtà», scriveva Clifford Geertz, a proposito dei mercati in Marocco.

Adriano Favole, la Lettura #387, pagg. 6-7

Il fascino del complotto

Gunpowder Plot of 5 November 1605. Execution of the conspirators Robert Catesby, Guy Fawkes, Thomas Percy a. o. – London 30/31 January 1606

Cospirazioni, congiure e complotti sono sempre esistiti nella storia. Fra le trame che hanno avuto successo le più famose, nell’antichità, sono state quelle contro Giulio Cesare (44 a.C.) e Caligola (41 d.C.), in tempi più vicini si possono ricordare quelle contro Gustavo III di Svezia (1792), contro gli zar Paolo I (1801) e Alessandro II (1881), contro il presidente americano Lincoln (1865), contro Gandhi (1948), contro John F. Kennedy (1963). Machiavelli riteneva le congiure temerarie e pericolose e pensava fosse questo il motivo per cui «ne nasce che molte se ne tentino, e pochissime hanno il fine desiderato». I tentativi di cospirazione, infatti, furono molto più numerosi: dalla «congiura dell’harem» contro Ramses III (1155 a.C.) alla «congiura dei paggi» contro Alessandro Magno (328 a.C.), da quella contro Nerone (65 d.C.) a quella contro Domiziano (96 d.C.), dalla cospirazione contro Federico II di Svevia nel 1246, mentre si trovava in Maremma, alla «congiura dei Fieschi» contro l’ammiraglio della Repubblica di Genova Andrea Doria (1547), dalla «congiura delle polveri» del 1606 alla «congiura degli Uguali» (1796) a quella dei Decabristi in Russia (1825).
Proprio a cavallo della modernità, tuttavia, dalla fine del Settecento in avanti, sono aumentate — e hanno acquistato spesso rilievo e consenso — le false congiure, le teorie del complotto e della cospirazione che sono state considerate reali o altamente probabili. Anche se, è stato osservato, è l’esistenza di complotti veri (come l’incendio del Reichstag nel 1933 o l’incidente del Golfo del Tonchino nel 1965) a permettere alla gente di credere alle teorie cospirative. All’inizio del XIX secolo il gesuita Manuel Luengo pubblicò il Diario de 1808. El año de la conspiración, in cui considera l’arrivo a Roma delle truppe napoleoniche e l’arresto di Pio VII al Quirinale, e le traversie della guerra d’indipendenza spagnola, così come l’insieme della storia europea tra fine XVIII e inizio XIX secolo, «il risultato delle cospirazioni di filosofi, giansenisti e massoni». Già prima un altro gesuita, Augustin Barruel, dal 1788 al 1792 direttore a Parigi del «Journal ecclésiastique», aveva accusato l’illuminismo e la massoneria di aver organizzato il piano che aveva portato alla rovina della monarchia nelle sue Memorie per la storia del giacobinismo, pubblicate a partire dal 1796.
L’idea che esista un gruppo di persone che, in segreto, domini la politica e gli eventi cruciali della storia, da allora non ci ha più abbandonati. Dapprima si è parlato degli Illuminati (gli Illuminati di Baviera nati nel 1776 sulla falsariga degli Alumbrados spagnoli del XVI secolo o degli Illuminés della Picardia) e poi dei massoni che, al di là delle dispute sulla nascita, proprio nel corso del Settecento trovano il loro radicamento tra le élite di molti Paesi: a essi venivano attribuiti il crollo dell’ancien régime e la vittoria della rivoluzione francese.

Marcello Flores, la Lettura #387, pag. 2

Chessmen One

Anwar Jalal Shemza, Chessmen One, oil on canvas, 1961. Tate, London

The painting Chessmen One depicts four horizontal rows of black chess pieces which increase in height from the top down. They are set against a lightly textured pale blue background. Each row of chessmen is decorated with sinuous linear detail in different colours, red on the top row, blue on the second, cream on the third and green on the fourth. Each horizontal division between the rows is painted in one of these colours. The chessmen are depicted in a schematic, near abstract frontal view that emphasises the flatness and two-dimensional surface of the canvas…

https://www.tate.org.uk/art/artworks/shemza-chessmen-one-t13333

Stevenson scrive che Melville

Vent’anni fa esce questo film. Notting Hill. Un po’ tirato per i capelli, forse colloquiale ma l’idea che esprime è orgogliosa – la faccenda della fama non è una cosa seria. Non vale una pippa, dice la bellina Julia Roberts all’anonimo di cui si è presa innamorata. Lei è ricca e importante eppure lo sa che la fama non conta nulla. Altro che acchiappare le nuvole con Sanremo.
Impariamo dal vecchio impero inglese. Andate a Notting Hill, oggi. Il set di quel film lo trovate subito. Portone blu: casa di lui. E la sua libreria volante oggi? occupata da asiatici che vendono cartoline. La fama. E gli inglesi saggiamente non vi hanno posto un solo cartellino. Noi in Italia mi raccomando, stiamo a sbracciarci per due cantanti usurati e bellocci, a ricoprirli di piume e alloro come nel basso Impero.
Perciò subito a Notting Hill. Passeggiando vi troverete un medaglione blu con scritto in bianco latte: QUI VISSE GEORGE ORWELL. Ad Albione saranno stronzi e perfidi ma sanno bene cosa dura di più: il fiato corto dei divi in tournée o le glorie patrie?

Il Monaco

Volevo dirti che non c’è modo peggiore di perdere il proprio tempo che il comporre versi. Un autore, buono o cattivo o mediocre che sia, è una bestia che chiunque ha il diritto di attaccare; perché, pur non essendo da tutti scrivere libri, tutti si considerano in grado di giudicarli. Un’opera malriuscita si porta dentro il proprio castigo: disprezzo e scherno. Una riuscita, suscita l’invidia e trascina in un’infinità di mortificazioni il proprio autore, che si trova assalito da critiche partigiane e stizzose: chi ha da ridire sulla struttura, chi sullo stile, chi sugli insegnamenti che cerca di inculcare. E quanti non riescono a trovare difetti nel libro, si studiano di denigrare l’autore. Con malizia, vanno a scovare ogni minimo dettaglio tale da coprirne di ridicolo il nome e la condotta e, non potendo nuocere allo scrittore, si volgono a ferire l’uomo.

Matthew Gregory Lewis, Il Monaco, 1796.

The 100 greatest novels. #6

 

I am extremely concerned, my dearest friend, for the disturbances that have happened in your family. I know how it must hurt you to become the subject of the public talk: and yet, upon an occasion so generally known, it is impossible but that whatever relates to a young lady, whose distinguished merits have made her the public care, should engage every body’s attention. I long to have the particulars from yourself; and of the usage I am told you receive upon an accident you could not help; and in which, as far as I can learn, the sufferer was the aggressor.
Mr. Diggs, the surgeon, whom I sent for at the first hearing of the rencounter, to inquire, for your sake, how your brother was, told me, that there was no danger from the wound, if there were none from the fever; which it seems has been increased by the perturbation of his spirits.
Mr. Wyerley drank tea with us yesterday; and though he is far from being partial to Mr. Lovelace, as it may well be supposed, yet both he and Mr. Symmes blame your family for the treatment they gave him when he went in person to inquire after your brother’s health, and to express his concern for what had happened.
They say, that Mr. Lovelace could not avoid drawing his sword: and that either your brother’s unskilfulness or passion left him from the very first pass entirely in his power.

Samuel Richardson, Clarissa (1748). Project Gutenberg’s Clarissa, Volume 1 (of 9), August 1, 2009

The 100 greatest novels. #4

 

Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per anni quattro; e inviandomi talora mio padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, traduzione di Gianni Celati, Universale Economica Feltrinelli, 1997