al-Hol

Walking through al-Hol camp, Syria, January 2020. Reuters/Goran Tomasevic


«Le donne sono spesso più fanatiche degli uomini. Si coprono il viso per sottolineare che il loro credo nella jihad non è morto», accusano le sentinelle curde del campo. Così è naturale domandarsi: ma con madri tanto radicali, con i padri morti in guerra, come faranno i figli a disintossicarsi? Perché, nonostante l’apparente tranquillità dei giochi, nonostante le tragedie di cui sono stati vittime o testimoni, non va dimenticato che Isis li aveva indottrinati, addestrati, abituati alla morte, a odiare e decapitare i «traditori» e i non musulmani, a uccidere i prigionieri con un colpo di pistola alla testa, a offrirsi per gli attentati suicidi. E loro hanno sempre risposto sì.
«Cos’è un bambino di Isis, solo un bambino, oppure una bomba ad orologeria?», titolava il «New York Times» qualche tempo fa. Saranno la prossima generazione di terroristi? Tra i quasi 80 mila prigionieri dei curdi ad Al Hol, oltre 29 mila sono bambini (spesso orfani di entrambi i genitori), di questi 20 mila iracheni e gli altri figli di combattenti stranieri arrivati da una cinquantina di Paesi — in maggioranza russi, francesi, tedeschi, tunisini, algerini, belgi, australiani, sauditi, libici, marocchini. Per tre o quattro anni e anche più sono stati immersi nell’ideologia del Califfato, nelle sue scuole hanno incarnato l’idealtipo degli «uomini nuovi» pensati da Abu Bakr al Baghdadi, programmati per diventare i jihadisti del futuro. C’è chi li ha paragonati alla Hitlerjugend rivista e adattata in versione islamica.
«Non c’è dubbio che siano pericolosi. A loro è stata inculcata un’educazione alla morte fondata in molti casi sulla cancellazione degli affetti e di legami familiari da cui è impossibile tornare indietro, se non con un lungo e delicato processo di intervento psicologico», spiega a «la Lettura» Bruno Maida, docente all’università di Torino specializzato sui temi relativi ai bambini in zone di conflitto e autore di un libro fondamentale come L’infanzia nelle guerre del Novecento ( Einaudi, 2017).
Pensiamo per esempio ai bambini yazidi, la minoranza orribilmente perseguitata da Isis in Iraq, dove gli adulti maschi sono stati metodicamente massacrati nel 2014 e le donne spesso catturate per farne schiave sessuali. Sradicati dai loro affetti familiari, questi ragazzini sono stati «rieducati» in batteria per diventare milizie d’assalto del Califfato. I militari curdi durante gli assedi di Raqqa e Mosul tra la primavera 2016 e l’autunno 2017 temevano i bambini. «Sono bombe umane efficacissime, veloci e obbedienti ai capi», dicevano per giustificare l’ordine impartito ai cecchini di prenderli di mira. Sono quasi le stesse parole utilizzate da un ufficiale ribelle congolese, che nel 1999 denunciava la sorprendente capacità militare dei bambini: «Obbediscono agli ordini meglio e con più fanatismo degli adulti; non hanno mogli e figli da cui tornare; non conoscono la paura».
Si spiega così la politica dell’isolamento. Tanti parlano di loro, ma in verità nessuno o pochi sono pronti a rimpatriarli. Le cronache delle ultime settimane registrano alcune decine di rientri di «orfani di Isis» in Russia (Mosca ne ha accolti un centinaio a fine febbraio), si contano sulle dita di una mano quelli tornati in Belgio, Germania e Francia. Parigi lascia che i jihadisti più pericolosi, pur con passaporto francese, siano estradati in Iraq, quindi processati secondo le durissime leggi antiterrorismo e impiccati a Bagdad. A Bruxelles ci sono alcune coppie di nonni che sarebbero pronte a riprendersi i nipoti rimasti orfani, ma il governo si oppone. Lo stesso avviene in Australia, dove i tre figli superstiti (erano sei) del famoso jihadista ricercato prima di rimanere ucciso di recente, Khaled Sharruf, e della moglie Karen Nettleton, deceduta d’appendicite a Raqqa nel 2015, sarebbero accolti dalla nonna. Ma le autorità negano i visti. Le foto di Sharruf con i figli che mostrano fieri i loro kalashnikov e un paio di teste mozzate restano motivo d’apprensione. Una delle figlie ancora vive si chiama Zeynab, è incinta dopo che a 13 anni era stata data in sposa a un combattente amico del padre (a sua volta morto in battaglia) e da cui ha già avuto due figli. La Gran Bretagna ha ritirato la nazionalità di circa 150 figli di noti jihadisti inglesi volontari con Isis, rendendoli apolidi.
Bruno Maida coglie nel fenomeno dei bambini-soldato una delle specificità più deleterie dei conflitti dalla seconda metà del Novecento a oggi. Con una precisazione importante: «Le dittature moderne hanno sempre visto nell’educazione alla guerra delle nuove generazioni un ottimo sistema per costruire non solo il loro “uomo nuovo”, ma anche per porre le basi della loro utopica società totalitaria. Nonostante la retorica buonista contemporanea della supposta innocenza dell’infanzia, i bambini sono una costante inevitabile della guerra, non come vittime, ma come attori coinvolti». Valeva per i balilla di Mussolini, come per i pionieri di Stalin e ancora di più per le organizzazioni giovanili naziste. In quei casi però, sebbene si glorificasse il mito degli eroi caduti, il massacro metodico dei bambini costituiva un’aporia impossibile. Aggiunge Maida: «Se i bambini educati dal regime rappresentavano il futuro, come si poteva mandarli a morire? Sarebbe equivalso a un auto-annientamento. In effetti, le dittature della prima metà del XX secolo cercarono sempre di preservare i loro piccoli “uomini nuovi” e i tedeschi sacrificarono la Hitlerjugend solo quando il regime era ormai al collasso».

Lorenzo Cremonesi, la Lettura #397, pp. 50-51

https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190707/282235192218956

lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

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Contro i leccaculo

Naturalmente, nessuno ha letto Houellebecq se non con il conforto dei propri decaffeinati e defecanti pregiudizi, per cui, come dire, purché se ne parli ogni stronzata è lecita. Naturalmente, nessuno si è occupato, se non in forme vaghe, vulnerabili, fumose, del linguaggio di MH, della decenza della forma, della sua inesorabile decadenza; ogni libro, ormai, è a servizio di un’idea, di un’ideologia, di una politica, di una polemica. Tutto, cioè, dev’essere liofilizzato in sociologismo putrido, slinguato in fetida analisi del tempo presente, in stantia e instupidita preveggenza di ciò che sarà: quando torneremo a stupirci di fronte a un romanzo banalmente bello, sinuosamente perfido?
Che tristezza, però: Houellebecq non ha bisogno di fidi scudieri e di lesti leccaculo, a che pro? Sarebbe stato bello, giornalisticamente, ammirare uno scrittore italiano capace di annientare Annientare. Figurarsi. Gli scrittori nostri sono dei debosciati, notoriamente invidiosi, famelici di un posto al sole, meglio non inimicarsi il patetico parterre degli editori yacht. Ma perché star dietro al deretano dell’editore star, essere complice dei suoi affari editoriali, accettare accordi & contratti, stare nel sistema della pubblicità di massa, di merda?

la carta

Chi usa il social per fotografare ed esibire l’articolo di giornale o di rivista che parla di un certo libro (proprio o altrui), in pratica invita a fare due cose: “andare” a comprare il giornale o la rivista per leggerne la recensione e il trafiletto, e in seconda istanza “andare” a comprare il libro.
Ma se uno passa il tempo su Facebook, difficilmente va a distrarsi uscendone, se non per incombenze o commissioni necessarie. Si ha l’impressione che pensare d’indurre ad andare in edicola — con una foto postata sul social — chi d’abitudine legge, consulta, si esprime e vive nel social diventi sempre più velleitario. «Hai visto? Vallo a comprare e cerca questa pagina!» sarebbe il messaggio. Cioè, si documenta l’esistenza dell’articolo stampato e si chiede di andarselo a procurare dal giornalaio, cercando la pagina dove c’è la recensione o la segnalazione. E lo si fa lì, in un mare dove già nuotano recensioni segnalazioni e articoli di tutti i generi, di tutti gli orientamenti, di tutte le levature, che sarebbero capaci di riempire tutte le giornate di tutti i navigatori. «Perché la qualità sta nella carta stampata», sarebbe il messaggio di seconda istanza: cosa sempre meno vera, purtroppo, ma anche sempre meno utile, soprattutto in un habitat dove le abitudini e le prassi vengono sempre più condizionate.
Io vedo un lungo, lento tramonto.

Lettera a Saman

La processione si è svolta placidamente e non è mancata la predica dal terrazzo dove, ai tempi del Duce, si facevano i discorsi ai fascisti. La scena del discorso del frate davanti ai matti e alle matte e ai contadini dei dintorni del manicomio, vestiti a festa, se sofferta nella sua ironica-tragica realtà, avrebbe potuto essere un grande quadro. Non mancava nulla della stupidità umana, galleggiavano i sette vizi capitali, l’ipocrisia e l’ambizione in tal modo si davan l’abbraccio che era una morsa, la mediocrità era il sovrano, la servitù strideva acutamente.
(Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori 1963)

Cara Saman, oggi vogliamo occuparci della tua storia, di cui si è molto parlato, e raccontarti alcune cose. Sappiamo che per mesi si è cercato nella campagna di Novellara ciò che resta di te, dopo che sei stata verosimilmente assassinata dai tuoi genitori e parenti, perché continuavi a rifiutare l’imposizione di un matrimonio combinato in Pakistan, secondo le regole patriarcali di stampo islamico che vengono imposte a molte ragazze come te. Poiché sei una ribelle, i tuoi genitori hanno deciso di annientarti e farti sparire, e sono fuggiti nel vostro Paese. Qui i nostri investigatori non sono ancora riusciti a trovarti, pur setacciando i terreni agricoli circostanti con le tecnologie più sofisticate, e questo aumenta il nostro sconcerto e il nostro dolore. La tua morte è un gravissimo caso di “femminicidio”, ancor più sconvolgente perché è stato commesso in modo premeditato su una figlia inerme, poco più che adolescente, con ferocia, per motivi d’onore.

La scarsa attenzione che l’attivismo femminista — soprattutto quello che impazza sui media — ha prestato al tuo assassinio è un fatto evidente, che in Rete ha provocato discussioni e divisioni accese, come spesso accade quando si tratta di oppressione e di violenza sulle donne. Bene, ora vorremmo provare a spiegarti il perché di questo disinteresse increscioso. Molti dicono che gran parte dell’attivismo progressista, al punto in cui è arrivato, più che a migliorare realmente le cose (un compito difficilissimo che richiede tempo e generazioni) serve a crearsi un’appartenenza e a mettersi al sicuro, stando dalla parte dei giusti. E da noi l’attivismo femminista non è come quello che si vedeva in Europa cent’anni fa: a quei tempi — pensiamo alle “suffragette” che protestavano perché fosse concesso il voto alle donne — chi si lanciava nella lotta femminista rischiava di perdere tutto: la reputazione, la famiglia, anche la libertà; erano donne combattenti che potevano venir brutalizzate, a volte uccise. Ci voleva coraggio, si doveva essere forti e determinate, pronte a rischiare tutto. Oggi, invece, il nostro attivismo femminista, non dovendo più lottare per quei diritti fondamentali, viene utilizzato per aggiungere nuovi trofei alla lotta permanente contro la mentalità maschile e maschilista considerata “tossica”, e può anche servire a ottenere visibilità e legittimazione; le attiviste più scaltre e immanicate l’hanno usato come ascensore sociale, arrivando alla notorietà, a scrivere sui giornali, a pubblicare libri, a condurre programmi radiofonici e a stare in televisione. Il loro compito primario, quindi, non è occuparsi dell’oppressione femminile legata all’immigrazione, dove ti sei trovata tu, perché è una questione troppo complessa e rischiosa, troppo legata all’incontro/scontro di culture, e le neo-femministe non amano affrontare questo tipo di rischi. Loro si concentrano sulle questioni più domestiche legate, oltre che ai “femminicidi”, alla repressione dei comportamenti maschili violenti, di quelli ritenuti “tossici” o sessisti, alle parole che dovrebbero essere tolte dai vocabolari e a quelle che non devono più essere pronunciate, insomma su cose per le quali non si rischiano né la vita né la reputazione. Preferiscono gridare contro il patriarcato nostrano, che è molto meno pericoloso di quello assoluto e feroce di stampo islamico, che nella tua famiglia è arrivato al punto di ucciderti per gettarti chissà dove. Per loro, prendere di petto la vostra realtà di violenza sarebbe temerario, e il fatto che ti abbiano lasciata sola anche quando sei stata trucidata ne è testimonianza.

Ma ora, Saman, lasciamo perdere il neo-femminismo, che non è così interessante, e passiamo a un problema più grave e inquietante che riguarda la nostra informazione, cioè come i media orientano i messaggi per condizionare l’opinione pubblica. Per capire perché questo ti riguardi bisogna tornare indietro di vent’anni, quando ancora non eri al mondo. Devi sapere che nel 2001, dopo che l’islam terroristico rase al suolo le torri gemelle del World Trade Center di New York, facendo una montagna di morti, la giornalista italiana Oriana Fallaci, che si trovava poco distante, scrisse una serie di articoli furenti contro l’islamismo, partendo ovviamente da quello più violento e pericoloso, parlandone così male e maledicendolo a tal punto — anche in libri successivi — che l’opinione pubblica italiana restò traumatizzata, perché si creò una spaccatura fra quelli che le davano ragione e quelli che invece la osteggiavano scandalizzati, definendola una donna intollerante, fascista, islamofoba, e per questo una persona disgustosa da disapprovare ed evitare. Questo fenomeno collettivo, che possiamo definire “Trauma Oriana Fallaci”, continua a pesare sulle opinioni e sull’immaginario del nostro Paese, tanto che ancora oggi se ne vedono gli effetti nei giornali, nelle televisioni e in tutto ciò che fa opinione pubblica.

Ora vogliamo mostrarti cosa è successo il 18 giugno scorso, in un editoriale pubblicato sul supplemento “7” del Corriere della Sera, in cui si doveva parlare proprio della tua tragedia. Noi, dopo una lettura incredula, lo abbiamo definito “editoriale-scimmia”, cioè un articolo pretestuoso che parla di cose che non c’entrano con l’argomento dichiarato, scimmiottando temi-chiave copiati da altri articoli e assemblati in modo poco coerente, al solo scopo di far passare il messaggio prestabilito, che in questo caso sembra totalmente condizionato dal Trauma Oriana Fallaci. Questo trauma, anche dopo vent’anni, continua a imporre a gran parte dei nostri media l’obbligo di non attaccare l’Islam, in qualsiasi forma, per non alimentare l’islamofobia e per non offrire vantaggi alla parte politica “di destra”, che è considerata nemica. In questo modo, se le neo-femministe affermano che esiste la mascolinità tossica, le frasi tossiche contro la donna e così via, qui è evidente che esiste anche un giornalismo tossico, che nel nostro caso produce editoriali-scimmia come questo. Il problema è che quando non si sa affrontare — o non si vuole affrontare — un argomento che risulta politicamente rischioso per una parte dell’opinione pubblica, allora si glissa, si devia, si svicola, si occulta, si gira intorno alla questione senza affrontarla, evitando così di occuparsene, per sviare il lettore e distogliere la sua attenzione, orientandola verso i temi che sono più convenienti e che si vogliono imporre.

Dunque, l’editoriale apparso il 18 giugno sul supplemento “7” del Corriere della Sera ha questo titolo: “Non abbiamo accolto il grido di libertà di Saman. Ferocia? No, fragilità”. Già qui si dichiara di voler parlare della tua tragedia e di volerne affrontare i perché, di volersi interrogare sulla sofferenza della tua ribellione e sulla tua vita stroncata per mano della famiglia, in nome di un patriarcato brutale e feroce, creatore di inferni. Ma invece è successo qualcosa di diverso, che pensiamo di aver capito e che proviamo a spiegarti. Come abbiamo detto, visto che una parte sostanziosa dell’informazione teme che affrontare apertamente le cause della tua morte possa alimentare l’islamofobia e favorire i temi della “destra” politica, al supplemento del Corsera si è preferito tralasciare il lato oscuro che porta certe famiglie immigrate a uccidere le figlie che rifiutano di essere “buone musulmane”, e si è confezionato un editoriale-scimmia dal titolo esplicito, che inganna chi si ferma al titolo senza proseguire, facendogli credere che si stia parlando di te. Invece il testo, diviso in sette punti, fa di tutto per sviare l’attenzione: leggiamolo insieme, mettendo su ciascun punto un titoletto riassuntivo.

1. Io, che mi metto coraggiosamente contro la politica, e le pene che devo patire.

Che immenso equivoco pensare che essere in disaccordo – in disaccordo palese, aperto, inequivocabile – con la politica ti migliori la vita. Non è così. Non porta vantaggi. Crea solo problemi, perché tutti temono chi è in politica; tutti sanno che prima o poi chiunque potrà ricoprire cariche importanti e, dalla vetta, magari guarderà in basso ricordando gli amici… e soprattutto i nemici. 

Tu ci hai capito qualcosa, Saman? L’autore, che chiameremo il Bravo Editorialista, comincia parlando di sé, delle sue delusioni, dice di essere eroicamente “in disaccordo palese, aperto, inequivocabile” con la politica, e per questo si lamenta di avere dei nemici. Ma che c’entra con te e con il tuo eroismo? Ha qualche attinenza con quello che ti è successo? Questa non è altro che una ventata di narcisismo infantile.

2. Io, che faccio lo scrittore, devo impegnarmi e lottare contro i politici che cercano i crimini commessi dagli immigrati.

Però, se di mestiere fai lo scrittore, non è che puoi trincerarti dietro le pagine dei tuoi libri. Non è che puoi dire: tutto quello che dovevo l’ho scritto lì, ora lasciatemi in pace. Non funziona così perché la realtà è complessa e dobbiamo tutti dare il nostro contributo, soprattutto quando ci sono politici che ogni giorno setacciano il web alla ricerca di notizie di crimini commessi da immigrati per poter dare in pasto, a chi li segue sulle loro piattaforme social, la disperazione che diventa crimine, vero o presunto, accertato o mera calunnia…

Santo cielo, il Bravo Editorialista continua ad autocelebrarsi. Non riesce a resistere. E sembra chiaro dove vuol parare: ciò che ti hanno fatto i tuoi genitori sta causando un monte di problemi agli immigrati, che ora vengono accusati di ogni nefandezza. Ma qui non si doveva parlare di te e darti voce? Non si doveva cercar di capire come possano accadere fatti così strazianti? Ma andiamo avanti, forse ci si arriva.

3. Chi risarcirà gli immigrati – poveri e inermi – pubblicamente accusati di aver commesso crimini?

Chi mai chiederà conto di quelle parole feroci? Difficile, molto difficile che chi vive con scarsi mezzi possa far valere le proprie ragioni, rivolgersi a un legale, intraprendere una causa per diffamazione. Ecco il “vantaggio” di fare a brandelli con chi non ha niente: non può difendersi, è inerme, totalmente esposto. Spesso leggiamo testi infarciti di condizionali: «avrebbe ferito», «avrebbe brandito», «avrebbe aggredito» insieme a foto, a nomi e cognomi. Nessun processo e nessuna condanna: il colpevole dato in pasto a chi crede di trovare una soluzione ai propri problemi coltivando l’odio razziale. 

Niente da fare, sta succedendo ciò che temevamo. Di fronte a ragazze uccise perché non si comportano da “buone musulmane” e non si sottomettono al patriarcato feroce della famiglia, il Bravo Editorialista insiste sulla “diffamazione” che storie come la tua provocherebbero agli immigrati: il copione preciso che avevamo immaginato. Una totale mancanza di visione, una totale assenza di pietas: tu sei sepolta chi sa dove, la tua gioventù viene stroncata e le tue carni erose, e qui ci si preoccupa di quelli che per colpa tua verrebbero diffamati. Non osiamo pensare cosa dirà costui quando riuscirà a pronunciare il tuo nome.

4. Il sacrificio rituale con lo sgozzamento pubblico dell’animale è una tradizione rispettabile, perché comunitaria e solidale.

La foto che ho scelto è stata scattata a Roma, in Largo Preneste, in occasione della Festa del Sacrificio, a cui partecipano musulmani di ogni età. Il sacrificio è quello dell’animale, sgozzato perché defluisca tutto il sangue, e tradizionalmente diviso in tre parti. Una viene consumata subito, una conservata e la terza donata a chi non ha la possibilità di acquistarne.

Questo quarto punto è davvero inquietante. Il Bravo Editorialista non riesce ancora a guardarti e a pronunciare il tuo nome, Saman: preferisce compiacersi indicando il rito dello sgozzamento dell’animale come pratica tradizionale rispettabile, fatta da musulmani altruisti che donano un terzo della carne dissanguata “a chi non ha la possibilità di acquistarne”. Nemmeno un pensiero sul patriarcato che sgozza le figlie ribelli con la condiscendenza delle madri, un fenomeno talmente spaventoso da far seccare la gola.

5. La storia di disperazione e sofferenza degli immigrati viene respinta, perché troppo dura e potrebbe farci male.

Questa foto ci racconta dell’attitudine che molto spesso si ha con gli stranieri: si preferisce non vederli, una fitta rete ci separa da loro e rende i loro contorni sfumati, le loro abitudini lontane. Io mi sono dato una spiegazione che non ha niente a che vedere con la ferocia, e nemmeno con il razzismo, ma con una forma di egoismo che non ha nulla di sano. Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa usare violenza, derubarci o trovare lavoro al posto nostro. No, niente di tutto questo. Lo straniero lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore, della sua immensa sofferenza, che i suoi racconti possano spezzarci dentro. Sappiamo che non saremmo in grado di farcene carico e al contempo mantenere distanza. Quando entri nella vita di chi ha lasciato la propria terra, fai il tuo ingresso in un mondo che ha perso le proprie radici, un buco nero senza appigli, senza aiuto. Nessun parente sulla cui spalla poter piangere, nessun amico d’infanzia che possa venirti in soccorso o luogo familiare che possa darti sicurezza.

Neanche qui si parla di te, Saman. L’autore non ti vede e non ti vuole vedere: ti eclissa, ti evita, ti oscura con un paravento. Mette avanti l’immensa sofferenza e disperazione degli immigrati che hanno una storia che ci spezzerebbe, e sarebbe questo il motivo per cui noi italiani li teniamo a distanza.

6. Noi italiani siamo feroci, creiamo un muro, non facciamo comunità con gli immigrati e non li aiutiamo.

Ecco, quel velo non ci protegge dal timore di essere depredati, ma da una sofferenza a cui non vogliamo partecipare. E allora si cede al racconto facile: sono criminali, ecco perché ne sto alla larga, ecco perché non devono venire e chi sta qua se ne deve andare. Meglio mostrarsi feroci che fragili. E così quella rete diventa un muro, un muro alto, impossibile da valicare. Così viviamo negli stessi luoghi e non ci conosciamo, osserviamo lo stesso cielo ma non insieme. Potremmo dare aiuto, ma nemmeno ci accorgiamo di chi ne ha bisogno.

Ormai abbiamo capito: al Bravo Editorialista la tua storia non interessa. Nemmeno qui ti ha pensata, Saman, non ti ha nemmeno sfiorata con un’idea o con una domanda. Hai sofferto quando ti hanno trucidata? Hai lottato? Cosa ti ha spinto a fidarti di tua madre, quando ti ha convinta a rientrare a casa, mentendoti? E che cosa spaventosa può essere stata, per una madre, mandarti a morte? È stata la sottomissione totale a renderla disumana? E quante ragazze come te rischiano la vita, in famiglie intrise di estremismo religioso e criminale?

7. Non abbiamo salvato Saman, non l’abbiamo integrata, quindi la sua morte è colpa nostra e dei nemici politici che quotidianamente combatto.

Non ci siamo accorti di Saman Abbas, non l’abbiamo aiutata a emanciparsi dalla sua famiglia. Tra noi e Saman, vittima di femminicidio, c’era una fitta rete, come quella della foto. Saman voleva essere libera di decidere della propria vita, glielo hanno impedito e nessuno di noi è stato lì ad accogliere il suo grido d’aiuto. Ciò che è accaduto a Saman ci dice che dobbiamo costruire ponti, lavorare perché gli stranieri che decidono di stabilirsi in Italia trovino possibilità di integrazione: la politica che criminalizza quotidianamente gli immigrati rema contro tutto questo, e la consapevolezza che la storia di Saman abbia trovato spazio sulle pagine social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini solo perché è morta per mano di parenti stranieri è sconfortante.

Ecco qui il gran finale: solo ora ti permette di entrare in scena, come puro strumento, per poterci accusare di non averti salvata perché non ti abbiamo integrata, e per accusare con nome e cognome gli avversari politici su cui è fissato, la grande ossessione che lo tormenta. A questo punto, non resta molto da dire. Le famiglie come la tua rifiutano di farsi integrare, questo è chiarissimo, ma viene spudoratamente negato. E questo ci fa molto arrabbiare. Lo sfacciato editoriale-scimmia, che ricorda diverse parole del brano riportato in cima – vizi capitali, ipocrisia, ambizione, mediocrità, servitù –, si può leggere qui. Come vedi, Saman, sei stata usata per sostenere tesi politiche prestabilite, per dare legittimazione a ciò che a loro interessa, senza mai comparire, perché risulti scomoda, sei un accidente increscioso che rischia di minare la loro narrazione. Per noi, invece, sei una ragazza piena di coraggio, come ce ne sono poche: così piccola, in una famiglia così difficile e pericolosa, in un ambiente tanto infido e malvagio tu hai avuto il coraggio di ribellarti. E l’hai pagato carissimo. Noi non ti eclissiamo, Saman: al contrario ti terremo sempre con noi, come dovrebbero fare tutti.

l’evasore


Personalmente, compiango l’evasore fiscale. Questa figura classica del «cattivo cittadino» evita l’unica forma di riscatto che lo Stato gli offre. Se gli va bene, nel momento in cui evade il fisco ribadisce il suo italiano senso di colpa; si sentirà furbo e scadente. Se non gli riesce, sarà punito, e cadrà nella categoria risibile di coloro che non l’hanno fatta franca. Ho usato la parola «riscatto» a proposito: poiché gli italiani si sentono a piede libero, dunque in una condizione precaria e fragile, sanno di essere ricattabili; poiché non amano lo Stato, e lo Stato non li ama, gli sembra naturale che gli venga chiesto un riscatto, come fanno i sequestratori. Forse questo è il segreto del piacere che mi dà pagare le tasse. Io pago, e lo Stato non mi getta in prigione. Vengo restituito a me stesso. Quando esco dalla banca, corro a prendere l’autobus con passo leggero. Sono un evaso con i documenti in regola. È meraviglioso.

“Il piacere di pagare le tasse”, Il Messaggero, 29 maggio 1986, ora in Mammifero italiano, 2007, pp. 93-95

Faccio il risotto con lo stesso impegno di Einstein

Stupisce il fatto che il diarietto del virus venga relegato a pagina 20: in altri tempi Piccolo troneggiava regolarmente dopo la copertina, nella prima sezione intitolata “Il dibattito delle idee. Stavolta, invece, a pagina 2 regna Paolo Giordano (i tempi sono cambiati) con una lunga intervista a Jared Diamond sulla pandemia, e la prima domanda del giovane scrittore è: «Quando ha realizzato che questa pandemia sarebbe stata diversa?».

Ha realizzato.

Ecco l’orribile, orribile, orribile anglo-americanismo che pezzo a pezzo sta divorando la prosa, l’eloquio, perfino le attività cognitive delle persone. Siamo arrivati al punto in cui dire una cosa semplice come “quando si è reso conto che sarebbe stata diversa…” è diventato così difficile da sopraffare giornalisti, scrittori, intellettuali, scrivani…

Il diario del virus, la tata in quarantena ecc.

«Oggi sono morte 427 persone» è l’incipit. «427 è un numero mostruoso. Più o meno come se morissero tutti insieme i calciatori delle 20 squadre di serie A, titolari, riserve, allenatori, massaggiatori e pure gli arbitri. Proviamo a pensare come l’avremmo vissuta, a come la vivremmo».
Ci fermiamo e proviamo a pensarci. La serie A che viene sterminata, con tutti gli arbitri: un’immagine così potente che fatichiamo a riprendere fiato. (Se qualcuno si mettesse a sogghignare, ricordi che resta la serie B).

[ quando “la Lettura” del Corsera pretendeva di raccontare la pandemia dopo neanche un mese, ovvero gli “otto scrittori” ]

Terrorismo culturale

Guido Piovene mentre firma una copia de Le Furie, 1963. Giorgio Lotti/Getty Images)

“Per quanto possa esibire veleni, l’impressione d’insieme, che resta nei lettori più in là della lettera, è che sia un panegirico a molte voci. E che anche le critiche contrarie nascano dipendenti da quelle laudative. E che esista una mappa d’autori e di gruppi d’autori, fluida, mal definibile, di cui si dice solo bene. Lo spettacolo sembra quello di una perpetua incensatura, come nelle funzioni sacre, dove si vede sempre un prete che gira con turibolo e incensa gli altri a turno. Un tempo ogni grande giornale, per ogni ramo importante della cultura, la letteratura inventiva, la saggistica, le arti, il teatro di prosa, la musica, più tardi il cinema, aveva un critico autorevole e insindacabile, su cui nemmeno il direttore osava intervenire. La sua era una cattedra, di cui difendeva il prestigio, sostenuto dalla città intera. Oggi, in alcuni rami, al posto di quel critico ve n’è uno sciame, la cattedra è svanita, la città ha altro per la testa, nessuno vuole compromettersi in queste condizioni. Gli interessi premono. Le case editrici e i giornali sono ormai diventati vasi intercomunicanti. Il critico di giornale è autore di rubriche fisse in riviste settimanali delle case editrici, direttore di collezioni, lettore, consulente. Tutti ammirano, ne sono certo, la raffinatezza raggiunta dai «risvolti» pubblicitari che accompagnano i libri, vere e sottili critiche elogiative. L’autore è qualche volta lo stesso del libro, ma più frequentemente un critico. Nessuna meraviglia se gli articoli di giornale assomigliano poi ai risvolti”.

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Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta – fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale – ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».

Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16