Facebook, disinformazione, emozioni

Un mese fa. F.H., una ex analista di questo social network, ha rilasciato dichiarazioni molto gravi sulla sua gestione: le accuse di H. vertono da un lato sul fatto che l’algoritmo, che in Europa non ha un servizio di assistenza “umano” che possa monitorarne gli effetti, porta a favorire l’hate speech, dando priorità a contenuti a carattere polemico ed emotivo; dall’altro favorisce il dilagarsi delle fake news. Il parametro dei like, dei commenti a caldo e delle condivisioni incoraggia la divisione tra utenti e la disinformazione.
Quello che più mi colpisce e che, secondo me, merita una riflessione, è che inizialmente i social sembravano uno strumento di interazione plasmabile dagli utenti, possiamo dire “a misura d’uomo”, mentre oggi sono a misura di algoritmo. Chi come me vi risulta iscritto dal 2008 non può fare a meno di notare che all’inizio c’erano maggiori interazioni e discussioni non sugli argomenti imposti dalla home, il gossip del giorno che polarizza la “bolla”, così che tutti a un certo punto si sentono adesso costretti a prendere posizione: bensì c’era più libertà di contenuti, esistevano le note, si veicolavano più interessi, c’era eterogeneità di discorsi. E parallelamente questo creava maggiore cooperazione sociale. Adesso che lo strumento è a misura di algoritmo, noi abbiamo abdicato al nostro ruolo attivo e consapevole di utenti: l’algoritmo funziona da traino, impedendoci un’autonomia d’uso.
Questo ha dal mio punto di vista due effetti.

Il primo è che ognuno si interfaccia nel social creandosi una vetrina del sé, si autopromuove costantemente ma in maniera eterodiretta: è come se tutti ci affacciassimo a una finestra che mostra solo un paesaggio. Se chiudiamo la finestra siamo esclusi da un’importante forma di socializzazione. Se, come gli altri, ci affacciamo alla stessa finestra, parliamo di ciò che vediamo ma socializziamo apparentemente, perché siamo spinti a condividere e commentare gli stessi contenuti, omologandoci ai trend, da cui emergiamo solo se comunichiamo il condivisibile e il “cliccabile” più degli altri. Stare alla finestra equivale quindi a dire la propria in ogni occasione e a partecipare agli stessi contenuti. Io lo chiamo effetto della competizione, era una cosa che mi colpiva quando facevo il grafico nelle agenzie di pubblicità e riguardava la creatività. La competizione è lineare: tu parti da A e devi andare al risultato B prima e meglio degli altri. Ma la creatività non è un percorso lineare, così che tu da A puoi raggiungere B e intanto incontrare o perderti in A1, A2 eccetera secondo un percorso estroso e autonomo. E può pure succedere che B non lo raggiungi perché alla fine la tua ricerca ti ha portato altrove (l’artista non può essere competitivo).

Il secondo effetto, per me più grave del primo, è il problema di una fase babelica del linguaggio, che il social promuove. Tornando all’esempio della finestra, ciò che tutti vediamo come argomenti emergenti nei social diventano un oggetto cristallizzato: di conseguenza, il legame tra parola e oggetto non permette alcun simbolismo. Poiché l’oggetto non ci appartiene più, bensì appartiene ai media, alle aziende, al marketing, al business, la parola perde di valore, di consistenza, è orpello descrittivo che non ha nulla né del portatore né del destinatario, ma è dell’oggetto. Questo non solo rende il dialogo soltanto apparente, ma via via si perde il senso di ciò che si dice, perché questo senso è dettato dal mio bisogno di comunicare all’altro, non dal bisogno di descrivere quello che io e l’altro vediamo. Le parole non coincidono con la rappresentazione delle cose. Se tuttavia cadono i protagonisti del linguaggio, che sono protagonisti apparenti, decade anche la persona nell’incontro con l’altro. Ma se non ci si incontra, non ci si capisce. E’ la “persona” in sostanza a perdere.
E qui perde due volte. Perde come soggetto evocativo ed espressivo, perde come soggetto che è tale in quanto sé che si realizza nell’incontro.

Eva Clesis

https://www.facebook.com/evaclesis/posts/10160149136918984

Specialismo

Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.

«A human being should be able to change a diaper, plan an invasion, butcher a hog, conn a ship, design a building, write a sonnet, balance accounts, build a wall, set a bone, comfort the dying, take orders, give orders, cooperate, act alone, solve equations, analyze a new problem, pitch manure, program a computer, cook a tasty meal, fight efficiently, die gallantly. Specialization is for insects».

Time Enough for Love, 1973.

Writing 37

Kay Nielsen, Out Popped the Moon

Guardando te vedo le cose come mai le ho viste. Finalmente ho capito che non posso buttare il presente e il futuro per i rimpianti del passato. Troppo spesso ho pensato che se avessi giocato meglio le carte, se avessi fatto scelte diverse, incontrato persone migliori, la mia vita sarebbe stata un’altra. Ma non possiamo sapere come sarebbe stata. Anche facendo buone scelte, avrei potuto fare altri errori, sarebbero potute capitare altre disgrazie o sofferenze. Nessuno può sapere se avrei avuto una vita migliore, facendo altre scelte: probabilmente sì, ma forse no. Ciò che abbiamo è quel che abbiamo vissuto e – soprattutto – quello che ancora dobbiamo vivere. Per questo i pensieri negativi vanno debellati. Come dici, devo smettere di guardarmi solo con gli occhi della mia severità e riuscire a vedermi anche con quelli di chi mi è vicino. Le mie esperienze sono un intero che ha comunque costruito, consolidato, non ha distrutto: questo devo riconoscerlo. E il mio patrimonio va valorizzato, fatto fruttare, condiviso: sapere che anche tu puoi beneficiarne mi dà la spinta definitiva.

Writing 34

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Devi sapere che fin da ragazzo ho nutrito ambizioni, e questo mi ha reso la vita difficile, perché spesso — troppo spesso — le aspettative venivano schiacciate dalla realtà. Così, negli anni ho accumulato disagio e disamore, delusioni, rimpianti, a volte risentimenti. E la somma delle altre esperienze positive, o comunque costruttive, non è mai riuscita a compensare questa massa di sottrazioni, lasciando sempre un margine d’insoddisfatta rivendicazione, d’infelicità, che ha continuato a tormentarmi. Ogni richiamo a quella parte mancante, anche casuale, da qualunque parte venisse, mi creava dissonanze e malesseri, sempre. Da quando ci sei tu, invece, il manifestarsi di queste sottrazioni non fa più effetto: mi lascia distaccato e indifferente, coi pensieri rivolti altrove, come se non mi riguardasse. Quella massa di motivazioni e suggestioni negative ha perso significato, è tramontata, forse non è mai esistita. Semplicemente perché l’orizzonte aperto dalla tua presenza sta dando senso e corpo a tutto ciò che mi mancava.

#40

Quando penso all’esperienza della malattia non posso fare a meno d’immaginare i tempi in cui aveva un carattere chiaro ed esemplare che la connotava esistenzialmente, facendone talvolta uno strumento di conoscenza. Oggi non so se sia così. Perché oggi l’esperienza della malattia sembra comportare un insieme collaterale di altre esperienze, di attese, paure, sofferenze, mutilazioni diverse, che rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Perché la sofferenza primaria spesso porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e si sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita. Accade che certe terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portando a non capire il mondo, a non capire il proprio esserci, e a conoscere dolori nuovi che non si sanno né spiegare né descrivere a chi sta vicino. La vita, così, diventa incomprensibile, il percorso si fa sfaccettato e equivoco, così da rendere arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. E anche gli sforzi si fanno sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato”, nel qualcosa troppo grande per sembrare vero, si materializza in un’entità fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che è lì per essere raggiunto, come arrivo necessario di un’esistenza.

Previsioni

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Scoperte. Esiste una tecnica previsionale che usa le curve gaussiane o quelle logistiche di Lotka-Volterra, note anche come “equazioni preda-predatore”: descrivono la dinamica di un ecosistema in cui interagiscono due specie animali, il predatore e la preda, e un certo Cesare Marchetti, dopo aver osservato diecimila eventi di natura diversa – come competizioni di mercato, fenomeni sociali, azioni eversive di gruppi terroristici – ha mostrato come tutti questi fenomeni seguano l’andamento delle equazioni logistiche. Ad esempio, quando iniziarono le rivolte nelle banlieue parigine e in altre città francesi, egli riuscì a definire con buona approssimazione la durata del fenomeno, l’intensità, il numero di auto che sarebbero state bruciate ecc.
Che figata.

Keep on believin'

 

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Ci arriverai, perché sei troppo brava e volenterosa, hai troppo talento. E poi ispiri fiducia e simpatia, e sprizzi un’intelligenza densa e palpabile. Hai un grande futuro, si tratta solo di fare i percorsi giusti. E se qualcuno insinua che devi rinunciare a quello in cui credi, che devi rassegnarti, se qualcuno si permette una simile arroganza, non devi ascoltarlo, perché non può sapere chi sei. Vai avanti, ma senza indurirti: devi rimanere te stessa. Consapevole del tuo valore, mai soggetta alla prevaricazione e alla supponenza altrui. Nessuno può impedirti di esprimerti liberamente, perché hai una personalità bella forte: e ogni nuovo tassello andrà ad arricchire il patrimonio che hai dentro, per riprenderti i tuoi diritti.

· 103

Harbor-in-Normandy-Georges-Braque-1909

E’ vero che tengo agli altri, a chi mi è vicino, più di quanto tenga a me stesso: è una specie di malattia da cui ancora non sono guarito. Mi metto sempre in secondo piano, non mi sento degno delle cure che invece sento di dovere agli altri. Fin da ragazzino mia madre mi ammoniva: “Tu sei il peggior nemico di te stesso”, per via del mio carattere. In più, non ho ancora imparato ad accontentarmi: sono un “massimizzatore”, come si dice in psicologia, anziché uno che riesce a soddisfarsi coi risultati semplicemente buoni.
Immagino che questi siano gli errori fondamentali che m’impediscono di trovare una dimensione. Mi sento al servizio, ma non di me stesso.
La vita non mi attira per niente, da anni ormai: mi sembra tempo perso, tranne quegli sprazzi di luce che ogni tanto qualcuno (fra cui tu) riesce a regalarmi. Mi sembra un lavoro duro, salvarsi: soprattutto farlo con le proprie forze, e solo con quelle.

 

· 102

georges braque

Credo che per me sia giunto il momento di coltivare la mia forza.
Mi sembra di avere quasi sempre abdicato a questo: di avervi rinunciato per lasciare il passo, sempre convinto – retaggio di una famiglia negativa che si è autodistrutta – che una non ben definita Colpa non mi permettesse di impormi. Quando mi sono imposto l’ho sempre fatto vivendolo come evento traumatico, come qualcosa che dovesse causare sofferenza.
Invece, uno la propria forza dovrebbe gestirla con più serenità, senza sentirsi in fallo o in colpa. Quando deve far valere il sé, che lo faccia come evento naturale.

 

· 98

Antonio Donghi


Hai colto nel segno, sai? Tu cogli spesso nel segno, perché hai saggezza e sensibilità; ma a volte sembri anche ingenua come una ragazzina: quindi anche in te convivono le due nature. È anche per questo che mi piaci immensamente. Io da ragazzo ero fragile, incline a soffrire terribilmente, a ingigantire ogni cosa. Ero sempre proteso verso gli altri, come fai tu; in definitiva, i miei bisogni somigliavano – e somigliano – molto ai tuoi. È stata una benedizione averti incontrata e riconosciuta subito. E ora ho bisogno di starti al fianco, di pensarti, desiderarti e sorridere ogni volta che vedo comparire i tuoi scritti e le tue attenzioni per me. Quando poi ti vedo comparire di persona, mi sembra di aver finalmente colto il significato della vita. È vero, continuo ad avere dubbi, a interrogarmi, a cercare, e sento il bisogno di commuovermi. Io con te riesco a “essere come sono” proprio perché sei così stupenda, ma ho sempre avuto la tendenza ad aprirmi e a mostrarmi con le mie debolezze, e questo mi creava difficoltà, come puoi immaginare, perché in genere venivo sopraffatto da chi era più furbo o più insensibile o più canaglia. Ora, solo pronunciare il tuo nome mi evoca tutto ciò che di bello e di buono può esserci. Hai qualcosa dentro, una specie di “luccicanza”, che ti rende quella che sei: una creatura che sembra inimitabile, ricca di cose belle oltre ogni immaginazione. Quando ci scrivemmo le prime volte mi dicesti che non avevi voluto perdere la tua innocenza, se non in minima parte. E ci sei riuscita: sei una creatura innocente, dunque irresistibile. Spesso hai avuto il coraggio di espormi le tue debolezze denudandoti completamente, e quindi, forse, sentendoti in una condizione ancor più indifesa. Ma forse sapevi che anche disarmandoti così di fronte a me, non rischiavi quello che avresti rischiato con un’altra persona, perché con me ti senti protetta sempre. E sapere questo, che con me ti senti protetta sempre, mi fa stare benissimo, mi fa capire che la mia vita non è da buttare, ma potrebbe essere qualcosa di molto importante.