Nudo, eversivo

Nell’introduzione al cofanetto lei afferma di aver voluto affrontare stereotipi della rappresentazione del corpo della donna. In che senso li decostruisce?

«I personaggi che mi sono stati assegnati ricalcano modelli molto sfruttati da un certo cinema e da un immaginario comune popolare, ad esempio la professoressa o l’infermiera che sotto la divisa professionale nascondono una natura lussuriosa, o la sadica dominatrice tutta vestita di cuoio e borchie. Ho cercato di raffigurarle con leggerezza e con un tocco di ironia, prendendo anche un po’ di distanza dai cliché. Invano si cercheranno nelle mie tavole delle maggiorate».

La maggior parte delle eroine protagoniste delle storie della sua vastissima produzione grafica sono spesso nude o mezze nude, sempre molto sensuali. Crede che la rappresentazione della nudità abbia ancora un valore contestatario, in una società come la nostra sommersa di immagini femminili eroticizzate?

«Di sicuro la nudità non ha più il valore eversivo che aveva quando ho iniziato a disegnare e a fare fumetti. Io vengo da un ’68 che prima ancora che essere politico era culturale, mi interessavano beat generation e Pop Art. Leggevo il filosofo Marcuse, non solo L’uomo a una dimensione, che era un po’ la Bibbia di quegli anni, ma anche Eros e civiltà, dove si teorizzava che il sesso dovesse venir liberato dalla funzione riproduttiva e vissuto nella sua dimensione ricreativa e ludica. Fu una scoperta fondamentale, per me che ero sempre stato affascinato dall’erotismo. La nudità delle mie figure femminili si manifesta spesso in pubblico, quando non te l’aspetteresti, in situazioni che infrangono il senso del pudore e del decoro borghese, per cercare una dimensione di disinibizione o svelamento. Nel frattempo c’è stata un’evoluzione dei costumi tale per cui le donne si spogliano molto di più in generale nella vita, e quindi l’esibizione della nudità non ha più un valore di contestazione, anzi. Poi non approvo l’uso banalizzante del corpo delle donne nella pubblicità».

Intende dire che ci sia una mercificazione del corpo femminile da parte dei media?

«C’è senz’altro una mercificazione e una banalizzazione nell’accostare una bella donna a, che ne so, un silicone da vendere. Questo ridicolizza il desiderio naturale verso il corpo femminile. La pubblicità strumentalizza donne e bam- bini per rendere attraente qualsiasi cosa. Direi che c’è una mercificazione più grave e sostanziale, che è quella d’eros. Per me l’eros va inteso come lo concepivano gli antichi: la forza che muove il mondo a tutti i livelli e che è misteriosa e incoercibile».

Che cosa hanno di diverso i suoi disegni rispetto alle immagini fotografiche o ai video?

«Il disegno si rivolge principalmente al cervello. Come il linguaggio è fatto di segni convenzionali ai quali dobbiamo aderire, perché non è mai la mera riproduzione della realtà. Il disegno richiede di essere decodificato. Quindi impegna moltissimo le nostre facoltà intellettuali. Se poi consideriamo che il nostro principale organo sessuale è il cervello stesso, si capisce come il disegno lo stimoli e lo impegni al massimo grado. Fotografia e immagini audiovisive hanno un rapporto diverso con la realtà. Riprendere o fotografare il sangue, ad esempio, può risultare respingente o disturbante. Il disegno ci offre di più l’idea delle cose che la loro cruda realtà, è un filtro. Con il disegno possiamo animare fantasmi e tabù, sessuali e non solo, in una maniera forse più accettabile perché sappiamo sempre che si tratta di una rappresentazione. Penso ad esempio alle storie di Justine di de Sade, l’illustrazione grafica e il libro sono meglio di qualsiasi trasposizione cinematografica. Io poi ho sempre mantenuto la mia tecnica: faccio prima uno o più bozzetti a matita, e quando arrivo a quello che mi convince lo ingrandisco riportandolo su un reticolo, poi lo ripasso a china e infine lo coloro ad acquerello».

Milo Manara intervistato da Alessandra Sarchi, la Lettura #363, pag. 60

Diabolik

Michele Anselmi per Cinemonitor

IL “DIABOLIK” DEI MANETTI BROS MOLTO VINTAGE E UN PO’ LENTO. DOMANDA: MA A CHI SI RIVOLGE?

Rimasto in gattabuia per un anno, causa pandemia da Covid, “Diabolik” arriva finalmente nelle sale giovedì 16 dicembre, ovvero il giorno dopo il nuovo “Spider-Man: No Way Home”, e sarà interessante vedere se il cine-fumetto italiano darà filo da torcere al cine-comic statunitense. Coincidenza vuole che entrambi siano nati nel 1962, anche se dal cinema hanno ricevuto un trattamento diverso, tutto a vantaggio di quello che per noi italiani fu per lunghi anni solo l’Uomo Ragno.
La domanda che mi sono fatto, dopo aver visto il giustamente atteso “Diabolik” dei Manetti Bros, cioè Marco e Antonio, è la seguente: a chi si rivolge? Certamente ai cultori del fumetto noir scaturito dalla fantasia delle sorelle Giussani; non a caso la storia portata ora sul grande schermo è presa dall’albo n. 3 del 1963, “L’arresto di Diabolik”, un classico per i custodi del rito, perché sancì l’incontro cruciale tra il feroce ladro mascherato e la biondissima Eva Kant. Ma non si fanno incassi natalizi con i sessantenni, sicché l’operazione “risuolamento” mira sicuramente a un pubblico più giovane e dinamico, che magari non ha mai comprato un giornaletto della serie (la pubblica ancora la casa editrice Astorina, attualmente è in edicola il n. 11 dell’anno LX, con “Kalendario” accluso), ma è cresciuto con quel logo in famiglia e troverà insinuante il look molto vintage del criminale in tuta nera e Jaguar E-Type in tinta.
Già Mario Bava, nel 1968, portò il personaggio al cinema, facendone un fumettone pop, molto colorato e non proprio memorabile, benché il film abbia i suoi estimatori cinefili. Lì erano John Phillip Law, Marisa Mell e Michel Piccoli a incarnare rispettivamente Diabolik, Eva Kant e l’ispettore Ginko, ora rimpiazzati, con scelta decisamente più azzeccata, da Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea.
Il nuovo “Diabolik” esce in 500 copie, distribuito da Rai Cinema, coproducono Carlo Macchitella e gli stessi Manetti Bros: insomma è un film pensato per essere un “evento”, quindi molto reclamizzato, fitto di partecipazioni, strizzatine d’occhio, effetti speciali, omaggi, per non dire della pezzatura lunga, fin troppo: 133 minuti.
Siamo, come saprà chiunque abbia sfogliato almeno una volta il fumetto sul bandito dagli occhi di ghiaccio, nell’immaginario Stato di Clerville, un po’ Italia e un po’ no, sul finire degli anni Sessanta. Dove Diabolik, a cavallo del suo bolide inglese lungo e affilato, mette facilmente in scacco la polizia locale, che usa automobili Lancia, con l’eccezione dell’ispettore Ginko, il quale preferisce muoversi sulla carismatica Citröen Ds “Pallas”, la stessa usata dal “Fantômas” cinematografico di Jean Marais.
C’è un prezioso diamante rosa che fa gola al ladro accoltellatore specializzato in furti spettacolari, ma stavolta l’impresa si prospetta più complicata. Se non fosse che la presunta proprietaria del brillocco, appunto Lady Kant, vedova dalla frastornante bellezza e dal temperamento peperino, si sente subito attratta dal sensuale lestofante capace di assumere le identità più diverse grazie alle sue maschere di gomma. La storia è complicata, piena di risvolti, sicché Diabolik, che nella vita “normale” si fa chiamare Walter Dorian e convive con una donna tanto ricca quanto infelice, arriverà a un passo dalla ghigliottina, salvo poi inventarsene una delle sue per non perdere la capoccia.
“Sei destinato a perdere, perché sei solo” gli sibila l’ispettore Ginco, puntandogli la pistola addosso, dopo un colpo ingegnoso alla Banca nazionale di Ghenf; “E qui che ti sbagli: non solo solo” replica Diabolik, sapendo di poter contare su una splendida complice.
Tutto è ricostruito con precisione dai Manetti Bros: arredi, abiti, dettagli, luci, insegne, battute, acconciature (dallo chignon di Eva ai capelli a punta di Diabolik), immagino per restituire l’aria del tempo, sia pure in una chiave di rilettura moderna, tra ironico e muscolare, un po’ alla maniera tentata da Guy Ritchie con “Operazione U.N.C.L.E.”. E quindi: canzonette d’epoca, schermo diviso in tre o in quattro, rifugi segreti alla Batman, citazioni spiritose, da “Champagne” di Hitchcock a “Sette uomini d’oro” di Vicario, solo per dirne due, recitazione scandita e icastica, immagino per non tradire la matrice fumettistica dei testi.
Tutto molto ragionato, anche elegante e stilizzato, firmano la sceneggiatura i Manetti Bros e Michalangelo La Neve; solo che il film pare andare al rallentatore: il dinamismo promesso si affloscia nelle scene d’azione, spesso inutilmente buffe, e tutta la suspense è nutrita solo (o quasi) dalle azzeccate musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, riecheggianti certe atmosfere alla 007 o alla “Shaft”.
Insomma, la spiritosa filologia dei fratelli Manetti incespica alquanto, forse per un eccesso di rispetto nei confronti del modello originale, o forse perché, a differenza di quanto accadeva nel musical “Ammore e malavita”, qui il blend tra ironia e iconografia risulta – parere altamente personale – poco saporito. Magari Diabolik andava lasciato dov’è, ossia sulla carta, oppure andava reso psicologicamente più complesso, tormentato; ma ho letto che stanno già girando un seguito e poi arriverà un terzo episodio (a prescindere dagli incassi?).
Se Miriam Leone e Valerio Mastandrea si divertono a fare Eva e Ginko, lei un po’ Lady D, lui sempre con la pipa, conferendo un vivace spessore ai due personaggi, Marinelli sembra faticare un po’ a entrare nella tuta di Diabolik, non solo per una questione di naso. Il contorno è garantito da una fitta pletora di bravi attori, tra i quali Roberto Citran, Antonino Iuorio, Vanessa Scalera (sì, Imma Tataranni), Pier Giorgio Bellocchio, Claudia Gerini e Alessandro Roja. La canzone sui titoli di testa e di coda si chiama “La profondità degli abissi”, by Manuel Agnelli. Fotografia nebbiosa di Francesca Amitrano, scenografie fantasiose di Noemi Marchica.

PS. Secondo le sorelle Giussani, l’accento di Diabolik doveva essere messo sulla “a”, ma quasi nessuno lo fa: tutti lo spostano sulla “o”.

Joker

Arthur Flack waiting behind the curtains to appear on Murray Franklin’s show.
Joker directed by Todd Phillips, 2019