41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

La chambre aux tableaux


Joë chiede sempre i dipinti a René; apre quaderni e rimane in attesa, mentre osserva i Magritte nella sua stanza, che le peregrinazioni del sonnambulo prendano il sentiero della scrittura. Magritte è sempre lì con lui, le sue tele dentro la chambre lo fanno vivere in sua assenza, mentre Bousquet scrive di non essere più lo stesso dopo aver visto la vera relazione tra luce e buio, tra sole e notte. Amputato dalla realtà, come definisce se stesso in una missiva a Magritte, il poeta scopre cosa si annida all’origine della coscienza: non un pensiero, ma il cuore che è così assoluto – scrive – che dev’essere per questo che l’uomo ricorre a Dio per spiegarlo. Sostiene, meditando i capisaldi del surrealismo, che l’uomo libero è soltanto colui che si innalza al di sopra delle macerie, mentre afferma tutto ciò che non vuole essere. Si staglia, evidentemente con fierezza, oltre le formule collettive di salvezza e l’unica cosa che sa, quella che fa davvero la differenza, sembra poco più di una formula matematica dell’essenziale: «l’uomo è tutto ciò che non è, meno quel poco che è».

Ouistreham

FIN DOVE È LECITO MENTIRE PER DIFENDERE UNA GIUSTA CAUSA?
CARRÈRE, BINOCHE E IL DILEMMA ETICO DI “TRA DUE MONDI”

Michele Anselmi per Cinemonitor

Purtroppo “Tra due mondi” è un titolo che svela troppo rispetto all’originale, più laconico, “Ouistreham”. Che è, per chi non sapesse, un piccolo Comune della Normandia, meno di diecimila abitanti, di fatto il porto della più grande e vicina Caen. Da lì partono i traghetti per la Gran Bretagna, molto frequenti, al punto che le donne delle pulizie hanno a disposizione in media solo un’ora per rifare 230 camere, al ritmo di quattro minuti l’una.
Acquistato meritoriamente da Teodora Film che lo distribuisce da giovedì 7 aprile, “Tra due mondi” porta la firma dello scrittore Emmanuel Carrère, classe 1957, alla sua terza regia cinematografica. L’autore francese di romanzi come “La settimana bianca” e saggi come “Il Regno” è stato appena nominato “scrittore del decennio” da “La Lettura”, inserto culturale del “Corriere della Sera”, davanti a colleghi come Michel Houellebecq, Claudio Magrias e Jonathan Franzen. Non saprei dire se la scelta sia giusta, ma so che il film in questione, ispirato a un romanzo-reportage di Florence Aubenas edito in Italia da Piemme col titolo “La scatola rossa”, è di quelli che non lasciano indifferenti: per lo stile ruvido adottato, il dilemma morale agitato, la prova degli interpreti, quasi tutti non professionisti, con l’eccezione di Juliette Binoche, pure coproduttrice e animatrice del progetto.
Il gran quesito posto dal film mi pare il seguente: “Fin dove è lecito mentire per denunciare un’ingiustizia?”. Ah, saperlo. A differenza di “Full Time”, altro film francese recente su una donna sotto pressione, anche lì una donna delle pulizie, “Tra due mondi” custodisce infatti una sottostoria da non rivelare qui, perché significherebbe rovinare una sorpresa che dà forza drammaturgica al tutto (purtroppo anche il trailer dice troppo).
Juliette Binoche è Marianne, una donna cinquantenne ancora piacente ma un po’ sfiorita che si trasferisce a Caen dopo il divorzio. Ha pochi soldi, nessun amico da quelle parti, non lavora da vent’anni e indossa sempre gli stessi abiti. All’ufficio di collocamento le trovano un’occupazione come “addetta ai servizi”, cioè come donna delle pulizie, a 7.96 euro l’ora. Marianne accetta, pur sapendo che l’aspetta un lavoro del cavolo, senza diritti e senza orari, esposto alle bizze dei “caporali”, un po’ come succede alla giovane mamma in fuga della serie tv “Maid”. Tuttavia la vita nella fredda Caen custodisce anche qualche novità per la straniera: la corte buffa di un disoccupato fissato con la pizza, l’amicizia inattesa con una madre indomita e squattrinata, una scalcinata Bx Citroën in regalo, le serate tra bowling e birra, l’idea di una piccola comunità coesa, di amiche che condividono la stessa fatica nel tirare avanti rifacendo le camere sul traghetto che parte da Ouistreham…
Magari avrete capito o forse no. Marianne scappa da un passato triste, indefinito, rassegnato, vuole essere “nessuno”, anzi una “invisibile”, e sta qui la chiave del film, appunto in bilico tra sincerità e finzione, tra giusta causa e tradimento.
Juliette Binoche attraversa “Tra due mondi” con dimesso realismo, lasciando da parte lo status di star, per certi versi recitando due volte, bene incarnando il dilemma etico di cui sopra; ma non sono da meno le altre interpreti, perlopiù non professioniste, a partire dalla coprotagonista Hélène Lambert nei panni di Christèle. Ho letto che saremmo, per un certo clima della messa in scena, tra Ken Loach e Stéphane Brizé. Secondo me non è così: Carrère sembra infatti parlare ancora una volta di sé, appunto del rischioso muoversi tra due mondi destinati solo a lambirsi, portando sullo schermo il libro di Florence Aubenas, e forse sta qui la vera differenza con altri film di forte impronta sociale sul tema del lavoro.

Full Time

“FULL TIME”, LA CORSA AFFANNOSA NEL TEMPO DELLA PRECARIETÀ
OCCHIO A LAURE CALAMY, UN’ATTRICE MAGNIFICA E CANGIANTE

Michele Anselmi per Cinemonitor

Sembra uscire da un film di Ken Loach la Julie di “Full Time – Al cento per cento”, anche se il film è francese, scritto e diretto da Eric Gravel. D’altro canto, è il cinema transalpino oggi ad occuparsi con più convinzione di precarietà, disoccupazione, sfruttamento eccetera (vedere per credere “Un altro mondo” di Stéphane Brizé e “Tra due mondi” di Emmanuel Carrère, presto nelle nostre sale). La forza di “Full Time”, titolo anglofono un po’ incongruo al posto dell’originale “À plein temps”, cioè “A tempo pieno”, sta in buona misura nella prova di Laure Calamy, classe 1975, attrice versatile che qui da noi molti ricorderanno per aver interpretato l’assistente innamorata del capo nella serie Netflix “Chiami il mio agente!”.
Nel film, al cinema da giovedì 31 marzo con I Wonder Pictures, è una madre quarantenne separata che vive con i due figli in una cittadina della “cintura” parigina. Julie è volitiva, fattiva, orgogliosa, decisa a riprendersi una mansione da manager più in linea con le esperienze passate; ma intanto lavora come capocameriera in un albergo a 5 stelle della capitale, accettando umiliazioni e sospetti nonostante la dedizione assoluta che mette in quel che fa.
Solo che la sua vita sta andando in pezzi: letteralmente. L’anziana vicina di casa ha deciso di non custodire più i suoi figli per tutta la giornata e certo non ci sono i soldi per una baby-sitter; il prolungato sciopero dei trasporti le impedisce di arrivare in orario nonostante la sveglia all’alba; l’ex marito è in abissale ritardo con il pagamento degli alimenti e non risponde al telefono; la giovane “cacciatrice di teste” che dovrebbe assumerla per un impiego nel ramo marketing & statistiche continua a non farsi viva.
“Full Time” è un film ansiogeno, feroce, fortemente realistico (se non fosse per gli incubi minacciosi di cui è vittima la poveretta), preciso nel raccontare quello che oggi viene chiamato “burn-out”, insomma la sindrome da stress lavorativo, con tutto ciò che ne consegue: esaurimento emotivo, sfinimento fisico, irrequietezza, apatia, distrazione, frustrazione.
Si parteggia certo per Julie, sempre in corsa trafelata contro il tempo, s’intende impegnata in un percorso a ostacoli che comunica allo spettatore seduto in platea un senso di impotenza, di progressiva ansia. E tuttavia Gravel non sbaglia nel descrivere questa sorta di “eroica” mamma single anche come una donna irrisolta, senza più baricentro, incapace di fare i conti con le ambizioni personali (non sarebbe più facile cercare un lavoro nei pressi di casa invece che sbattersi tra autostop rischiosi e tassì costosi?).
Calamy, sempre in movimento col suo giubbetto beige e i capelli raccolti a coda di cavallo, è stato giustamente premiata a Venezia, sezione “Orizzonti”, per la sua prova sempre a un passo dalla crisi di nervi, tra soldi che mancano e contrattempi devastanti. “Se una cosa può andare male, lo farà” recita la prima “Legge di Murphy”, e in effetti il film non dà un attimo di tregua, inclinando verso un pessimismo fondo nel corso degli 85 minuti, tutti a passo di danza, sin troppo, come in una corsa a perdifiato verso il nulla. Ma tranquilli: c’è un mezzo lieto fine in mezzo a tanti inciampi, almeno così sembra dirci quell’ultima sequenza al luna-park.

PS. “Abbiamo un Bobby Sands”. Così, nel gergo delle cameriere da hotel, viene definito il caso deprecabile in cui un cliente anglofono danaroso se ne va lasciando la stanza sporca di cacca dappertutto. Curioso, no?

Paris, 13 Arr.

C’È UN GRAN FILM FRANCESE DA VEDERE IN SALA: “PARIGI, 13 ARR.”
TRE DONNE, UN UOMO E LE LEGGI DEL DESIDERIO PER AUDIARD

Michele Anselmi per Cinemonitor

Mi chiedo con una punta di pessimismo: chi li vedrà tutti questi bei film francesi che sono appena usciti o stanno uscendo nei nostri cinema? Penso, tra i primi, a “È andato tutto bene”, “La promessa”, “Parigi, tutto in una notte”; tra i secondi a “Full Time”, “Un altro mondo”, “Tra due mondi”, solo per dirne alcuni; mentre al Nuovo Sacher di Nanni Moretti dal 30 marzo al 4 aprile si svolgerà la benemerita rassegna di anteprime intitolata “Rendez-Vous”. Purtroppo gli incassi sono perlopiù deludenti, nonostante la qualità alta, se non altissima, dei film in questione.
E intanto giovedì 24 marzo arriva, con Europictures, “Parigi, 13 Arr.” di Jacques Audiard, classe 1952. Francamente si poteva scegliere un titolo migliore per l’Italia, “Arr.” sta per “arrondissement”, ma è anche vero che l’originale “Les Olympiades”, dal nome delle otto torri residenziali care a Michel Houellebecq e costruite in quel pezzo di città tra il 1969 e il 1974 per celebrare i giochi olimpici, poco avrebbe detto a noi italiani.
Il film vale davvero il prezzo del biglietto: è intenso, audace, imprevedibile, profondo, pieno di sfumature nel ritratto tra generazionale e multietnico, recitato magnificamente da attori quasi sconosciuti, girato in un bianco e nero che trova un senso nella prospettiva estetica del regista. Si stenta a credere che il copione sia tratto da tre racconti della graphic novel “Morire in piedi” di Adrian Tomine, anche se, nella riscrittura per il grande schermo, Audiard s’è giovato di Céline Sciamma e Léa Mysius. Il punto di vista femminile si sente, eccome, nel ritratto delle giovani donne al centro della vicenda, dopo una didascalia iniziale che sembra alludere a un celebre incipit di Céline: “Tutto è cominciato così”.
Tutto cosa? La cinese Émilie, che lavora stancamente in un call center, affitta una stanza del suo appartamento a un giovane professore di origine africana, Camille, e i due subito finiscono a letto con mucho gusto per entrambi. “Prima scopo e poi ci penso” teorizza lui, vitalista e superficiale, molto piacione. Lei invece un po’ s’innamora, salvo cacciare l’inquilino di casa quando lo scopre nudo con un’altra. Poi c’è Nora, bella, slanciata ed elegante, appena arrivata a Parigi da Bordeaux per studiare all’università e forse lasciarsi alle spalle una brutta esperienza. Ma il peggio è in agguato e si chiama “porn revenge”: un video osé messo in rete la ritrae, dopo una festa alcolica, intenta a far sesso con un fessacchiotto che l’ha scambiata per la “cam girl” Amber Sweet (in effetti le due si somigliano).
Audiard è bene infisso nella Francia attuale, sicché il suo stile, ruvido e realistico, anche nella messa in scena degli amplessi o nei dialoghi a sfondo sessuale, mi pare escludere riferimenti cinefili a un certo cinema vagamente sul tema praticato da registi come Ophüls, Rohmer, Soderbergh, Allen e altri ancora. Nella misura aurea di 105 minuti, “Parigi, 13 Arr.” pedina i tre personaggi principali, ai quali si aggiunge un quarto, l’unico ripreso a colori nell’esercizio del “mestiere”, cioè Amber Sweet, in modo da far intrecciare i loro destini verso un epilogo per alcuni versi romantico, dove tutto o quasi si sistema grazie a un processo di maturazione e cambiamento. A suo modo è un film-trattatello sulle logiche e le leggi del Desiderio, in senso carnale; ma anche una riflessione acuta (Nora si sente “noiosa” a letto mentre fa l’amore con Camille) sul senso di inadeguatezza, pure di irresolutezza, che prende a ogni età.
Inutile dire che un film del genere vive tutto sulla prova degli interpreti, poco noti o addirittura debuttanti, perfetti spogliati o vestiti, mai “apparecchiati” come invece succederebbe da noi: sono Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant e Jehnny Beth, rispettivamente nei ruoli di Émilie, Camille, Nora e Amber Sweet. Se lo trovate in francese con i sottotitoli è sicuramente meglio.

37. Lo spirito di conquista secondo Macron

Bisognerebbe risentirsela tutta, la trasmissione televisiva del 3 maggio col duello tra i due candidati. Perché il risultato era già scontato (per chi ha il senno di poi), perché era prevedibile quello che i due si sarebbero detti (questo per i francesi – per gli italiani lenti e posati quelle parole erano come botte da orbi).
Fortunato, astuto, che ha provato cose nuove in Francia, con un messaggio positivo: queste, tradotte un po’ alla buona dall’articolo online BBC, le doti e le qualità che hanno portato alla vittoria Macron. Senza dire del quinto e ultimo punto escogitato dalla stampa inglese, ma che un po’ tutti sapevamo: vinceva senza un competitore. Se in Francia ci fosse stata la classe lavoratrice di cinquant’anni fa (per non rischiare e non dire “vent’anni fa”, perché allora eravamo bimbetti e adesso non ci fidiamo ancora, stendhalianamente dei libri di storia), se se se… avrebbe vinto la sfidante di Macron.
Così non è stato, e perciò bisogna guardare cosa è accaduto: facciamo gli spettatori, e vedremo che nel diverbio televisivo Macron se n’è venuto fuori in modo impetuoso e risoluto, dicendo:  sono per lo spirito di conquista. Tutt’altro che un  lapsus, come si divertirebbero a dire, ma seriamente, tanti intellettuali complessati che abbiamo letto e pure, brevemente, ammirato. E cosa sarebbe lo spirito di conquista? Vediamo un po’.
Lo stereotipo vuole che in Italia ci sia più cultura (il Colosseo! gli Uffizi!), mentre in Francia più orgoglio patriottico, unito ad apertura multietnica ed a memoria storica. Qualunque francese, al di là dello stereotipo, sa chi fu Napoleone: non possiamo giurare che ogni tedesco sappia chi fu Hitler. Però, però. In Francia si conoscono anche i nemici, di Napoleone: e tra questi risalta sempre nitido  Constant, nato nel 1767 (di un anno più giovane della moglie, la De Stael, quindi anche lui, come Macron, di gusti eletti nella scelta della compagna).
E che scrisse Constant, per lanciarsi in tempi non sospetti (tra 1813 e 1814) come avversario di Napoleone? Proprio  Lo spirito di conquista e di usurpazione. Ora di questo testo si potrebbero dire tante cose: anche senza averlo letto. Come ad esempio che nel 1944 fu stampato da Einaudi e (anche) allora passò per un atto rivoluzionario, tradotto da un letterato dallo stile vigoroso e dal pensiero altrettanto forte e robusto. Oppure ancora: che fu apprezzato da quel giurista tutto sommato problematico che era Carl Schmitt. E a tal punto da essere elogiato con calde parole nell’opera di Schmitt più apprezzata a sinistra, dagli uomini di sinistra che pensano: vogliamo dire nella  Teoria del partigiano  che i sessantottini sventolavano insieme a Mao, a quel bellissimo libricino che è  Della contraddizione. Di sicuro avevano ottimi “gusti”: se l’alternativa era Moravia…
Ma insomma ora abbiamo e avremo Macron. Lo avremo anche noi, visto che dall’Europa non si esce se non vogliamo annichilirci  come delle formiche. Ma ricordiamoci chi è stato Macron:  banchiereRotschild. E almeno per un attimo, facciamo i  letterati. Non si capisce la Francia e la sua storia senza la letteratura: non si afferra la Francia battuta da Hitler senza Gide, per fare solo un esempio. E trasformiamoci per un attimo in letterati:
Stendhal odiava i convertiti, quelli che si spacciano per diversi e non sanno neanche di essere rinnegati. Si può vedere quante volte li bolla e li sfotte durante il suo viaggio in Francia (nell’edizione Einaudi, ad esempio, alle pagine 104, 116, 491 e 627… il divertimento è garantito). Questo perché anche da anziano gli rimanevano gli strascichi di odio che la sua fede bonapartista gli faceva provare ogni volta davanti agli arricchiti e i voltagabbana venduti. Però aveva capito una cosa, col tempo: che non ci si poteva fissare sempre su uno stesso argomento. Bisognava essere  mobili: non si era più nell’età bigotta del Settecento quando pochi illuminati distruggevano tutte le religioni, a partire dal fondatore di quella cristiana, san Paolo, che  in un felice istante — e lui solo testimone — poté convertirsi al Cristo. Anche ora, in Italia, potremmo buttare a mare fascisti e comunisti: è storia da persone novecentesche, che possiamo lasciare ai catafalchi. Ora, Stendhal doveva dimostrare altre cose più difficili che non le polemiche del suo maestro, il radicale Bentham in lotta con san Paolo, vale a dire  la non legittimità dei Sovrani e come fuori della costituzione inglese non v’è scampo.
Figurarsi se oggi, come si dice, che le cose “sono diventate più complesse”, possiamo rintanarci nel passato. Ma attenzione: questo si può fare una volta che si abbia una salda visione delle cose vecchie, che ci consenta di saltare in avanti, e non verso l’ignoto.
Solo un consiglio per Macron: scriveva Stendhal nella  Vita di Napoleone  che un conto è conquistare, un conto conservare. E può sembrare saggezza paesana. Sia pure…

( 2017 )

Andrea Bianchi

Académie

Jean-Antoine Watteau, L’insegna di Gersaint (particolare), 1720

Prima di tutto, signora, avete torto ad avercela con me, perché non ho nessuna colpa; la tabella delle poste mi ha tratto in inganno, dice che il corriere di Nemours parte venerdì a mezzanotte, e vi ho scritto il venerdì mattina. Sarei voluto partire venerdì mattina, ma certi affari trattengono Duché a Parigi; dunque partiremo giovedì, e saremo a Boulay domenica o lunedì prossimo e ci staremo tutta la settimana.
Mi sono arrangiato con i miei tipografi perché possano fare a meno di me per otto giorni, e le quattro festività mi danno quattro giorni in più. Bisogna avere tutta la voglia che ho di vedervi per lasciare la solitudine in cui vivo, e dove sono l’uomo più felice del mondo. Le convalescenze dell’anima sono come quelle del corpo: se ne sente assai di più il valore di quanto avvenga con la buona salute. Non so come siano i gatti, nella cui categoria mi fate l’onore di mettermi: ma li compatisco molto se soffrono quanto ho sofferto io. Fra parentesi, mi fa mnolto piacere dirvi che tutte le volte che mi darete moralmente del gatto farete acquisire altrettanti diritti a Mademoiselle Rousseau, che avete preso in così forte avversione; per essere franco, vi amo alla follia, chiedetelo a Duché: muoio dalla voglia di rivedervi e, quest’inverno, vedrò soltanto voi e l’abbé de Canaye. È un peccato che qul vostro Saint-Joseph del diavolo sia così lontano: insomma, in qualche modo faremo. Spero di vedere Quesnay a Fontainebleau, e vi renderò conto del vostro colloquio.
Che diavolo avete scritto al président sul mio conto? È ancora a proposito dell’Académie? Eh! In nome di Dio! lasciate perdere tutta questa storia; ci entrerò se mi ci metteranno: ecco tutto. Dato che faccio già parte di un’accademia, far parte delle altre è una piccola piacevolezza in più; ma se avessi la mia attuale esperienza e quindici anni di meno, vi garantisco che non vorrei appartenere a nessuna. Addio, signora, contate per tutta l’eternità sul mio tenero e rispettoso affetto. Vi farò sapere, partendo per Fontainebleau, la data precisa del nostro arrivo a Boulay.

— lettera di Jean-Baptiste d’Alembert a Madame du Deffand, Parigi, 21 ottobre 1753
(da Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi 1982)

L’événement

Michele Anselmi per Cinemonitor

Abortire nella Francia 1963: ecco il calvario di una ragazza. Esce il Leone d’oro a Venezia

Arriva nelle sale, giovedì 4 novembre, il film francese che ha vinto il Leone d’oro alla Mostra di Venezia, due mesi fa. Non è una passeggiata, come del resto non lo era “Quattro mesi, tre settimane, due giorni” del rumeno Cristian Mungiu, al quale “La scelta di Anne”, in originale “L’événement”, può essere accostato, pure per la crudezza di alcuni dettagli. Bene ha fatto Europictures ad acquistarlo e distribuirlo, perché il film, severo e senza fronzoli, fatto di gesti e osservazione, a tratti durissimo, quasi insostenibile, è di quelli che meritano d’essere visti. Forse più dagli uomini che dalle donne, perché le seconde conoscono bene che cosa può voler dire abortire nella solitudine e nella disperazione.
Coincidenza curiosa: se nel film tratto da “Illusioni perdute” di Balzac il giovane Lucien, tipografo e aspirante poeta, parte da Angoulême per conquistare Parigi, qui la coetanea Anne, studente di letteratura presa dai testi di Sartre e Camus, in quella stessa cittadina frequenta l’università e vorrebbe restare per laurearsi a pieni voti. Ma siamo nella Francia del 1963, l’aborto è reato, si può finire in carcere se beccate, e per quella 23enne, scopertasi incinta, comincia un calvario prima raccontato da Annie Ernaux in un romanzo autobiografico del 2000 (in Italia edito da L’orma col titolo “L’evento”) e adesso dal film di Audrey Diwan.
Al prof che le chiede perché abbia perso tante lezioni, Anne risponde di essere stata malata: “La malattia che prende solo le donne e le trasforma in casalinghe”. Lei non vuole quel destino patito da sua madre. Tosta, risoluta e indipendente, consapevole della propria bellezza e gran ballerina di twist, Anne sa che una gravidanza indesiderata può rovinarle la vita; solo che nella Francia dei primi anni Sessanta un aborto non spontaneo è qualcosa di indicibile, appunto “un crimine” duramente punito (anche i medici rischiano). E intanto, mentre le amiche la mollano e tutto sembra crollarle addosso, la sventurata cerca un aiuto che non arriva. Alla dodicesima settimana, dopo aver svenduto libri e gioielli per racimolare i 400 franchi necessari al “raschiamento” clandestino, “l’evento” accadrà, e sarà tutt’altro che lieto, in ogni senso.
Girato in formato 4:3 e con nervosa camera in spalla, il film non offre vie di scampo, non sfodera personaggi “simpatici”, mira al cuore del problema con un realismo senza aggettivi, implacabile, che turba e fa riflettere. Anamaria Vartolomei è la giovane attrice franco-rumena che incarna Anne: davvero brava, intensa e audace, anche per come si mette al servizio delle scene più sgradevoli, ma necessarie: perché milioni di donne, prima della pillola anticoncezionale e prima che le leggi nazionali sancissero il diritto individuale all’aborto legale, hanno dovuto sopportare dolori micidiali, anche menomazioni permanenti.
Vale la pena di ricordare che ancora oggi in 16 Paesi l’aborto è considerato un crimine. Non solo: il Texas ha varato di recente il cosiddetto “Heartbeat Act” che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo la sesta settimana anche in caso di stupro o incesto.

PS. Nella versione originale del film la protagonista si chiama Annie, come la scrittrice Annie Ernaux autrice del libro. Mi auguro che possa girare anche qualche copia in lingua originale e sottotitoli.