lo stato del Paese


In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una”.

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