gavetta a chi

gavétta s. f. [lat. gabăta «scodella», con mutamento di suffisso]. – 1. Recipiente di latta o lamiera zincata o alluminio, usato dai militari per mettervi il rancio soprattutto in tempo di guerra, ma anche durante le esercitazioni fuori guarnigione. Venire, provenire dalla g., di ufficiali che non provengono da scuole speciali ma hanno percorso tutta la carriera iniziandola dai gradi più bassi; per estens., di chiunque sia giunto a una posizione di qualche importanza cominciando dal basso; anche fig., per indicare un lungo periodo di apprendistato svolto ricoprendo ruoli modesti: prima di arrivare al successo ha fatto anni di gavetta. (dal Vocabolario Treccani).


* I lavori stagionali e/o occasionali che vi hanno impegnato da minorenni, per esempio raccogliere frutta, prestare servizio in un bar sulla spiaggia e simili, non sono “fare la gavetta”, a meno che i vostri genitori non fossero titolari di quell’esercizio o quell’impresa per cui eravate impropriamente “arruolati” e il fine era quello di aiutare la vostra famiglia, fare pratica in un luogo che poi un giorno sarebbe stato vostro. Fare gavetta significa iniziare dal basso nell’ambito dello stesso lavoro che un giorno vi vedrà impegnati in mansioni di grado superiore sia per ordine che per remunerazione, per esempio io ho lavorato per nove anni e mezzo come grafico pubblicitario e per un anno e mezzo mi sono girata tipografie e persino serigrafie prima di approdare nelle agenzie di pubblicità, sempre non pagata, per poi avere il mio primo stipendio, un milione di lire, e il mio primo contratto, un “cococo” a vent’anni. Allo stesso modo, il garzone di bottega di un tempo, dove bottega poteva essere qualsiasi esercizio di vendita diretta o la bottega dell’artigiano, era spesso un ragazzino, a cui poi un giorno il bottegaio avrebbe passato la titolarità dell’attività, ritirandosi. Molti mestieri si imparavano così, per esempio il calzolaio, il tipografo, ecc. Da qui l’apprendistato.

** Fare gavetta quindi non significa solo fare un’esperienza lavorativa: i “giovani” che vengono sottopagati, in quanto giovani, non fanno quei lavori perché immaginano possibilità di carriera in quell’ambito, li fanno come ripiego, perché non trovano lavoro nell’ambito in cui hanno studiato; spesso non hanno nulla da imparare e nessuna posizione più importante a cui anelare. Il fattorino non diventerà capo dei fattorini, né acquisirà le pizzerie in cui deve recarsi a ritirare gli ordini; al bracciante non verrà data la terra su cui si spezza la schiena. In queste situazioni l’apprendistato non esiste, a parte casi limite.
Non c’è nulla di male, sia chiaro, a fare lavori poco specializzati, a patto che siano ben retribuiti. Se c’è qualcosa di male è un Paese che non ti dà possibilità di fare un lavoro coerente a ciò per cui hai studiato e ti sei formato; se c’è qualcosa di male è non pagare o pagare questi lavori così poco che il sostentamento di quella persona è impossibile, come è impossibile la sua autonomia, sia oggi che domani.

*** Lo sfruttamento del lavoro minorile è sempre sbagliato.

**** Si potrebbe obiettare: ma gavetta è un modo per dire per cui ci si impratichisce nel mondo del lavoro. Allora, se consideriamo il lavoro come un sistema, tu entri in quel sistema dal basso, al di là dell’impossibilità di acquisire competenze specifiche ti impratichisci attraverso l’atto stesso di lavorare, inteso come faticare per ottenere qualcosa, anzi, essere educati alla fatica.
Sì, ma non è fare gavetta. Non stai apprendendo un mestiere e quello che farai vent’anni dopo non ha nulla a che vedere con i lavoretti che ti impegnavano da ragazzino, per così dire, “a scopo educativo”.

***** Le vostre esperienze di lavoretti saltuari quando avevate quindici anni possono essere per voi aneddoti piacevoli o spiacevoli, e magari è anche vero che vi hanno insegnato qualcosa a loro modo: ma uno, non facevate gavetta, due, non mettiamo sullo stesso piano un mese o due o tre di una vostra estate in una gelateria con il fatto che c’è gente che paga altra gente 300 o 400 euro per un lavoro continuativo e subordinato di otto ore giornaliere e rotte, spesso in nero, con la scusa che è giovane. Anche perché ormai si è giovani fino a 40 e anche 45 anni e non certo perché lo siamo davvero, ma perché non-adulti e quindi non-beneficiari di un’autonomia economica.
C’è solo una correlazione tra i lavoretti che vi impegnavano in estate e questi ultimi: anche in questo caso gli stipendi sono “paghette”. Solo che in questo caso, vi sarà richiesto di avere una macchina, garanzie per accendervi un mutuo, dovete contare sulle vostre disponibilità per mangiare, curarvi, eccetera. Siete adulti nelle responsabilità ma giovani secondo i vostri datori di lavoro.

Eva Clesis

Facebook, disinformazione, emozioni

Un mese fa. F.H., una ex analista di questo social network, ha rilasciato dichiarazioni molto gravi sulla sua gestione: le accuse di H. vertono da un lato sul fatto che l’algoritmo, che in Europa non ha un servizio di assistenza “umano” che possa monitorarne gli effetti, porta a favorire l’hate speech, dando priorità a contenuti a carattere polemico ed emotivo; dall’altro favorisce il dilagarsi delle fake news. Il parametro dei like, dei commenti a caldo e delle condivisioni incoraggia la divisione tra utenti e la disinformazione.
Quello che più mi colpisce e che, secondo me, merita una riflessione, è che inizialmente i social sembravano uno strumento di interazione plasmabile dagli utenti, possiamo dire “a misura d’uomo”, mentre oggi sono a misura di algoritmo. Chi come me vi risulta iscritto dal 2008 non può fare a meno di notare che all’inizio c’erano maggiori interazioni e discussioni non sugli argomenti imposti dalla home, il gossip del giorno che polarizza la “bolla”, così che tutti a un certo punto si sentono adesso costretti a prendere posizione: bensì c’era più libertà di contenuti, esistevano le note, si veicolavano più interessi, c’era eterogeneità di discorsi. E parallelamente questo creava maggiore cooperazione sociale. Adesso che lo strumento è a misura di algoritmo, noi abbiamo abdicato al nostro ruolo attivo e consapevole di utenti: l’algoritmo funziona da traino, impedendoci un’autonomia d’uso.
Questo ha dal mio punto di vista due effetti.

Il primo è che ognuno si interfaccia nel social creandosi una vetrina del sé, si autopromuove costantemente ma in maniera eterodiretta: è come se tutti ci affacciassimo a una finestra che mostra solo un paesaggio. Se chiudiamo la finestra siamo esclusi da un’importante forma di socializzazione. Se, come gli altri, ci affacciamo alla stessa finestra, parliamo di ciò che vediamo ma socializziamo apparentemente, perché siamo spinti a condividere e commentare gli stessi contenuti, omologandoci ai trend, da cui emergiamo solo se comunichiamo il condivisibile e il “cliccabile” più degli altri. Stare alla finestra equivale quindi a dire la propria in ogni occasione e a partecipare agli stessi contenuti. Io lo chiamo effetto della competizione, era una cosa che mi colpiva quando facevo il grafico nelle agenzie di pubblicità e riguardava la creatività. La competizione è lineare: tu parti da A e devi andare al risultato B prima e meglio degli altri. Ma la creatività non è un percorso lineare, così che tu da A puoi raggiungere B e intanto incontrare o perderti in A1, A2 eccetera secondo un percorso estroso e autonomo. E può pure succedere che B non lo raggiungi perché alla fine la tua ricerca ti ha portato altrove (l’artista non può essere competitivo).

Il secondo effetto, per me più grave del primo, è il problema di una fase babelica del linguaggio, che il social promuove. Tornando all’esempio della finestra, ciò che tutti vediamo come argomenti emergenti nei social diventano un oggetto cristallizzato: di conseguenza, il legame tra parola e oggetto non permette alcun simbolismo. Poiché l’oggetto non ci appartiene più, bensì appartiene ai media, alle aziende, al marketing, al business, la parola perde di valore, di consistenza, è orpello descrittivo che non ha nulla né del portatore né del destinatario, ma è dell’oggetto. Questo non solo rende il dialogo soltanto apparente, ma via via si perde il senso di ciò che si dice, perché questo senso è dettato dal mio bisogno di comunicare all’altro, non dal bisogno di descrivere quello che io e l’altro vediamo. Le parole non coincidono con la rappresentazione delle cose. Se tuttavia cadono i protagonisti del linguaggio, che sono protagonisti apparenti, decade anche la persona nell’incontro con l’altro. Ma se non ci si incontra, non ci si capisce. E’ la “persona” in sostanza a perdere.
E qui perde due volte. Perde come soggetto evocativo ed espressivo, perde come soggetto che è tale in quanto sé che si realizza nell’incontro.

Eva Clesis

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