Il furto legale e burocratico

Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate forte che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: «Ah,» dice «ma non sono in triplice copia!».

Ennio Flaiano, Taccuino 1951

LA DECAPITATA

flaiano

Nel luglio scorso il cadavere decapitato di una donna fu trovato nel bosco che circonda il lago di Castelgandolfo, da un sagrestano che desiderava appartarsi in quel luogo per certi suoi bisogni. La toponomastica laziale è ricca di Femmine Morte, di Coccie di Morto, di Fossi dell’Ammazzato, cosicché anche quel macabro rinvenimento rientrò in una certa tradizione popolare. Quanto al ritrovatore del cadavere, il motivo della sua gita appare naturale, poiché in Italia i boschi e gli antichi monumenti godono di questo privilegio, di non restare estranei alla vita ma di essere considerati luoghi familiari, e non meta di vagabondaggi estetici ma di imperiose necessità. La Storia e la Natura stimolano più la nostra sfera anale che le romantiche fantasie della nostra mente; e questo spiega, forse, come ancora oggi esistano nel maestoso agro romano paesi che si chiamano Pisciarello e Smerdarolo. Tutto regolare, dunque: la donna morta e il suo prosaico ritrovatore. Ma, poiché oggi la diffusione delle informazioni offre al più semplice episodio l’opportunità di una fama che prima gli era negata e non c’è rissa tra ubriachi che, per poco che ne siano oscuri i motivi, non pretenda di ingrandirsi sino a diventare un caso, così anche la decapitata ebbe i suoi scandali, i suoi falsi testimoni, i suoi sospettati e le sue inchieste. Si parlò, all’inizio, di efferato delitto. Si fecero varie ipotesi sul suo movente: tutte però concordavano nel ritenere che questo delitto fosse opera di un mostro. Si sperava anche che la vittima fosse una bella signora e la mancanza della testa alimentò molte illusioni. Identificata poi la vittima per una domestica, nemmeno avvenente, l’opinione pubblica subì la prima delusione, non si invocò più la pena di morte per simili atroci misfatti e si finì per non parlare più del Mostro ma, onestamente, dell’Assassino. Anzi, venendo poco a poco alla luce le modeste avventure galanti della vittima, l’indignazione per la sua fine atroce finì per addolcirsi in compassione, poi in fastidio, infine in un sentimento di recisa antipatia.


Dopo aver inaugurato la sezione
“sempre attuali” con Italo Calvino, proseguiamo con la prima parte del racconto di Ennio Flaiano “La decapitata” (Taccuino 1955). Flaiano fu narratore, autore teatrale, critico musicale e cinematografico. E anche questo, superfluo dirlo, è uno di quei brani che potrebbero esser scritti anche oggi.

L’IMMAGINE È TUTTO

Un operaio telefonista ripara in campagna certi fili stando appollaiato sulla cima di un palo. Vede venire alla sua volta un amico che se ne va a caccia, lo chiama festosamente, gli fa notare la sua curiosa positura, dice: «Non sembro un uccello?». L’amico non ride, sta un po’ soprappensiero, guarda il cielo, un’ombra triste cala sui suoi occhi e risponde: «Proprio un uccello». Imbraccia il fucile e spara sul telefonista molto sorpreso, uccidendolo.
Durante il processo che ne seguì, l’omicida per il suo dignitoso riserbo e la semplicità di questo racconto si ebbe le simpatie dei giurati, quasi tutti cacciatori, che lo mandarono assolto per infermità mentale: ammonendoci anche a non forzare troppo le nostre immagini, perché molti delitti vengono commessi soltanto in nome di una similitudine.


Questo è un altro fulminante apologo di Ennio Flaiano — narratore, autore teatrale, critico cinematografico — tratto dal Taccuino 1955. Va da sé che potrebbe
anche essere stato scritto oggi. Rileggendolo, mi torna un vecchio dubbio: vuoi vedere che ha ragione chi sostiene che la forma è sostanza?