45. Ognuno si compie

Saul Leiter, Untitled (Barbara), 1947

Hai molte ragioni per cui un amore finisce. Ci sono molti mondi nei quali hai abitato. Ci sono anche altre facce che hai indossato. Forse lei dirà che non ti fidavi o che eri falso. L’unione dei corpi a volte era veridica; altre, supponente e quindi menzognera. Ci sono anche tanti motivi per cui non ci si ritrova più, sia pure dopo pochi mesi, anche quando ci si vedeva poco. Rimangono delle maglie primaverili appese nell’armadio. I suoi doni che ti guardano quando lasci gli sportelli aperti la sera. Ci sono gli occhi di suo figlio distanti. Le tue identità riviste e rivisitate. Rimangono le carenze che ti rendono incline a cercare le storie e le relazioni inutili senza speranza. Eppure eccoci qui, a continuare, e magari un giorno… no. Ognuno si compie da solo. Anche quando ha un amico o una compagna. Non si può aspirare a titoli di nobilitazione per aver sentito battere il proprio cuore all’unisono con una donna che ci accompagnato, che abbiamo aiutato. Era anche un ladro che entrava di notte in casa e potevamo confondere la sua ombra con quella di un familiare che ci dormiva accanto.

Andrea Bianchi

Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi

38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

C.A.C. alla Normale

La reazione più comprensibile, forse la più diffusa, quando si vede qualcuno dire – prima – tutto il bene possibile, poi peste e corna di qualcosa, è di etichettare il tutto come sindrome di amore non corrisposto. Capita nei rapporti umani. Capita nei rapporti tra più persone, quando queste si riuniscono in una squadra, in un gruppo, e perché no? in un’istituzione.
Avendo studiato alla Normale di Pisa e cercato lì invano uno spirito di corpo, catalogo anch’io il mio disappunto come sindrome d’amore non corrisposto. Certo, fossi stato più libertino prima, non mi sarebbe capitato di innamorarmi di un’istituzione: ma come ha scritto un inglese cinico, i rapporti umani spesso si tramutano in servitù. Lo human bondage diventa insensibilmente una vera e propria schiavitù d’amore.
E più semplicemente: avessi fatto il boy scout da ragazzino, mi sarebbe bastato quello spirito di corpo lì, e non avrei cercato alla Normale cose che non sono mai esistite: o meglio, che lì non c’erano più da almeno quarant’anni, cioè dai tempi della rivolta studentesca quando ci si riempiva la bocca di collettività e si faceva ognuno le proprie faccende, in vista di una collocazione bourgeois, magari da realizzarsi non subito ma abbastanza velocemente dopo l’happening ideologico.
Questa la premessa. E non una giustificazione per il ritratto veristico che sto per fornire di Carlo Azeglio Ciampi, illustre normalista ai tempi di Giovanni Gentile quando la Scuola Normale fu ampliata per darle più richiamo e fornire più professori preparati alle scuole superiori.

Andiamo con ordine. Cercherò di raccontare aneddoti sull’uomo e di integrarli in un giudizio complessivo. Senza facili moralismi, ma con piglio deciso. E questo perché, quando Ciampi morì, la Scuola gli dedicò un panegirico a opera di uno scribacchino (ed ex-allievo, nonostante il basso quoziente intellettivo). Roba da far accapponare la pelle. Ho avuto la sfortuna di sentir parlare dal vivo il panegirista alla consegna dei diplomi: un filosofastro ammanicato a Roma col governo Letta, scimiotigri che navigano in alto mare.
E per inciso, dico chiaramente qui che almeno a Renzi riconosco di aver fatto piazza pulita di questi pisani iper-raccomandati quali sono i Letta. L’aveva capito bene Sofri, sdoganando Renzi, nel recente libretto Sellerio dedicato a Machiavelli (per chi si interessa di queste cose: Machiavelli, Tupac e la principessa).
Insomma, quel panegirico era scritto con la vecchia retorica mazziniana e parlamentare per la quale “dei morti non si dice se non bene” (cosa che loro direbbero in latino). Questo non è un cattivo servizio ai morti, questo è un insulto alle persone che furono vive e cercarono di incarnare e dire una loro verità.
Ciampi aveva fatto a tempo a consegnare alla Normale quasi tutte le sue onorificenze e medaglie. Il malloppo è esposto nella biblioteca del Capitano che affaccia su Piazza dei Cavalieri e alla quale si accede girando alla sinistra del medesimo edificio.
Questo stringe in emblema quel che la Normale è: un medagliere. E aggiungerei: una vetrina per gli accademici che vanno a farvisi belli e agognano quella posizione più di altre cattedre in giro per l’Italia. Basterebbe dire che un estroso come Salvatore Silvano Nigro, ai tempi sodale di Sciascia e ora di Camilleri, non vi resistette più di qualche anno. Si era ricordato del regalo che Sciascia gli fece quando fu nominato professore: un’edizione storica di Stendhal, e la dedica “ricordati di non diventare mai un professore”.

Questo il milieu, l’ambiente che ingabbia e costringe le persone in una forma. E che annulla la libertà.
Ma siccome c’è, ci deve essere un anelito a migliorarsi, non voglio tralasciare le virtù di Ciampi. E capiremo come solo un letterato passato alla banca potesse immaginare una sua utopia dove una moneta unica imbrigliasse l’Europa nel regime di progresso che finora si è solo immaginato come potrebbe essere.
Chi non ne fosse persuaso, può sfogliare i due testi emblema del progressivo pessimismo di Ciampi negli ultimi anni: sempre più cupo, e non solo per l’avanzare dell’età, ma per un rilascio, come dire? dei freni inibitori. Quando non si vuol più ingannare del tutto le generazioni future. Il primo libro fu stampato dalla progressista Il Mulino: “Un italiano al Quirinale”. Il secondo col Saggiatore: “Non è questo il Paese che sognavo”. A me li fece leggere un nonno quando ero al liceo. Questo mio nonno vedeva rispecchiarsi in Ciampi un comune Risorgimento, una progettualità inerente all’Italia.
Il mio Risorgimento è stato diverso, è partito dalla lettura dei ricordi di d’Azeglio – di qui venne a Ciampi il nome risorgimentale, da un pittore piemontese che bazzicava i Parlamenti. Non ho la statura per dire quello che dico, ma non importa: io non mi lascerò ingannare dalle visioni di mio nonno e di Ciampi. L’Italia è e resta individualista. E mio nonno si è sognato l’America quando fu promosso dal Meridione all’agenzia di Torino. Pia illusione la sua, ma illusione. E per questo ora si parla liberamente tra me e lui.

Ciampi entrò alla Normale saltando l’ultimo anno di scuola superiore. Era stato dai gesuiti di Livorno e quando all’esame d’ingresso Gentile gli domandò cos’è la verità, Ciampi gli rispose con san Tommaso che la verità è adeguamento della cosa (percepita) all’intelletto (che la rielabora). Se penso che a me alle prove di ammissione un filosofo chiese, a proposito di Heidegger, se anche il gatto è un ente… mi viene il latte alle ginocchia.
Ciampi non ha sproloquiato sul suo antifascismo, diversamente da un suo coetaneo poi divenuto potente accademico come Vittore Branca (il suo libro di ricordi edito da Aragno è noto come un groppo di fetenzie, soprattutto nella ricostruzione dell’omicidio di Gentile).
Per non aver mai fatto sfoggio di antifascismo, per essersi limitato a fuggire al Sud liberato senza fare il partigiano, e per aver ripristinato la parata all’Altare della Patria – per queste cose molto ideologiche Ciampi fu aggredito da Tabucchi, abile traduttore dal portoghese e già professore di letteratura portoghese a Pisa. Chissà, forse quell’attacco gli doveva garantire uno scatto di anzianità. Fosse stato un coerente intenditore di lettere portoghesi, se ne sarebbe scappato a tradurre Camoes nei mari del Sud.
Avesse continuato a fare il professore (cosa che fece per un certo tempo a Livorno mentre dava un esame sì e uno no a giurisprudenza – tenacia dei grandi che hanno ricostruito l’Italia), avesse continuato, sarebbe stato modesto. Non lo fu e questo ai miei occhi è un suo vanto, un merito. Pensate che aveva scritto una tesi su un autore semisconosciuto della tarda latinità, tale Favorino da Arelate (oggi Arles).
E negli anni della Normale era anche andato in Germania a insegnare Dante in gruppi di approfondimento all’università. Per dire della tempra dell’uomo: che non è tale da sola. E qui subentra la signora Carla, conosciuta in quel giro d’anni al teatro della Normale. Fu lei che lo spinse a sfruttare le entrature di suo padre e intraprendere la carriera in banca.
“Per quest’ordine di motivi”, direi in tono sentenzioso, i banchieri veri non potevano proprio guardare Ciampi con occhio accondiscendente. Certo lui studiava anche a Roma e approfondiva. Ma non era come loro. Quando quelli studiavano numeri, lui leggeva la “Storia d’Europa del secolo decimonono” di Benedetto Croce.

Anni fa, in un bel corso di orientamento organizzato a Colle val d’Elsa dalla Normale, capii che avrei voluto studiare a Pisa. O meglio: che avrei fatto tutto il possbile per superare le prove di ammissione a quella scuola. Mi colpì, dei normalisti che ci accudivano in quei giorni e facevano lezioni, la loro brillantezza. Come lessi sul Corriere nei primi mesi alla Normale (si parlava di Ciampi) era l’intelligenza un po’ criptica dei normalisti pisani.
Era una garanzia. Non mi ricordavo che uno dei normalisti aveva raccontato una storia istruttiva (lui la riportava un po’ come uno scemo, per questo forse non ci feci troppo caso). Che storia?
Ciampi e la signora Carla a colloquio coi normalisti. E arriva la fatidica domanda: quindi possiamo farcela anche noi a fare un percorso così diverso come quello fatto da Lei?
A domanda scema, risposta scema. E la signora Carla di botto: ma dai, diglielo che ci sei riuscito grazie a mio padre.
Negli anni stavo dimenticando questa storia. Forse non me ne importava. Forse non consideravo tanto il fattore umano.

(2017)

Andrea Bianchi

37. Lo spirito di conquista secondo Macron

Bisognerebbe risentirsela tutta, la trasmissione televisiva del 3 maggio col duello tra i due candidati. Perché il risultato era già scontato (per chi ha il senno di poi), perché era prevedibile quello che i due si sarebbero detti (questo per i francesi – per gli italiani lenti e posati quelle parole erano come botte da orbi).
Fortunato, astuto, che ha provato cose nuove in Francia, con un messaggio positivo: queste, tradotte un po’ alla buona dall’articolo online BBC, le doti e le qualità che hanno portato alla vittoria Macron. Senza dire del quinto e ultimo punto escogitato dalla stampa inglese, ma che un po’ tutti sapevamo: vinceva senza un competitore. Se in Francia ci fosse stata la classe lavoratrice di cinquant’anni fa (per non rischiare e non dire “vent’anni fa”, perché allora eravamo bimbetti e adesso non ci fidiamo ancora, stendhalianamente dei libri di storia), se se se… avrebbe vinto la sfidante di Macron.
Così non è stato, e perciò bisogna guardare cosa è accaduto: facciamo gli spettatori, e vedremo che nel diverbio televisivo Macron se n’è venuto fuori in modo impetuoso e risoluto, dicendo:  sono per lo spirito di conquista. Tutt’altro che un  lapsus, come si divertirebbero a dire, ma seriamente, tanti intellettuali complessati che abbiamo letto e pure, brevemente, ammirato. E cosa sarebbe lo spirito di conquista? Vediamo un po’.
Lo stereotipo vuole che in Italia ci sia più cultura (il Colosseo! gli Uffizi!), mentre in Francia più orgoglio patriottico, unito ad apertura multietnica ed a memoria storica. Qualunque francese, al di là dello stereotipo, sa chi fu Napoleone: non possiamo giurare che ogni tedesco sappia chi fu Hitler. Però, però. In Francia si conoscono anche i nemici, di Napoleone: e tra questi risalta sempre nitido  Constant, nato nel 1767 (di un anno più giovane della moglie, la De Stael, quindi anche lui, come Macron, di gusti eletti nella scelta della compagna).
E che scrisse Constant, per lanciarsi in tempi non sospetti (tra 1813 e 1814) come avversario di Napoleone? Proprio  Lo spirito di conquista e di usurpazione. Ora di questo testo si potrebbero dire tante cose: anche senza averlo letto. Come ad esempio che nel 1944 fu stampato da Einaudi e (anche) allora passò per un atto rivoluzionario, tradotto da un letterato dallo stile vigoroso e dal pensiero altrettanto forte e robusto. Oppure ancora: che fu apprezzato da quel giurista tutto sommato problematico che era Carl Schmitt. E a tal punto da essere elogiato con calde parole nell’opera di Schmitt più apprezzata a sinistra, dagli uomini di sinistra che pensano: vogliamo dire nella  Teoria del partigiano  che i sessantottini sventolavano insieme a Mao, a quel bellissimo libricino che è  Della contraddizione. Di sicuro avevano ottimi “gusti”: se l’alternativa era Moravia…
Ma insomma ora abbiamo e avremo Macron. Lo avremo anche noi, visto che dall’Europa non si esce se non vogliamo annichilirci  come delle formiche. Ma ricordiamoci chi è stato Macron:  banchiereRotschild. E almeno per un attimo, facciamo i  letterati. Non si capisce la Francia e la sua storia senza la letteratura: non si afferra la Francia battuta da Hitler senza Gide, per fare solo un esempio. E trasformiamoci per un attimo in letterati:
Stendhal odiava i convertiti, quelli che si spacciano per diversi e non sanno neanche di essere rinnegati. Si può vedere quante volte li bolla e li sfotte durante il suo viaggio in Francia (nell’edizione Einaudi, ad esempio, alle pagine 104, 116, 491 e 627… il divertimento è garantito). Questo perché anche da anziano gli rimanevano gli strascichi di odio che la sua fede bonapartista gli faceva provare ogni volta davanti agli arricchiti e i voltagabbana venduti. Però aveva capito una cosa, col tempo: che non ci si poteva fissare sempre su uno stesso argomento. Bisognava essere  mobili: non si era più nell’età bigotta del Settecento quando pochi illuminati distruggevano tutte le religioni, a partire dal fondatore di quella cristiana, san Paolo, che  in un felice istante — e lui solo testimone — poté convertirsi al Cristo. Anche ora, in Italia, potremmo buttare a mare fascisti e comunisti: è storia da persone novecentesche, che possiamo lasciare ai catafalchi. Ora, Stendhal doveva dimostrare altre cose più difficili che non le polemiche del suo maestro, il radicale Bentham in lotta con san Paolo, vale a dire  la non legittimità dei Sovrani e come fuori della costituzione inglese non v’è scampo.
Figurarsi se oggi, come si dice, che le cose “sono diventate più complesse”, possiamo rintanarci nel passato. Ma attenzione: questo si può fare una volta che si abbia una salda visione delle cose vecchie, che ci consenta di saltare in avanti, e non verso l’ignoto.
Solo un consiglio per Macron: scriveva Stendhal nella  Vita di Napoleone  che un conto è conquistare, un conto conservare. E può sembrare saggezza paesana. Sia pure…

( 2017 )

Andrea Bianchi

36. Per chi muove la culla

René Magritte, La Grande Guerre, 1964

Per gli scrittori onesti e per quelli crepati. Per i vocabolari che hanno lasciato aperti. Per Michelle, il suo abbraccio e la sua voce che vocalizza per Sanremo sulla porta. E per i suoi occhi nero e avorio. Per quegli occhi che Kleist non poté vedere a Santo Domingo. Per l’idioma spagnolo, cugino candido della parlata insegnata alla scuola infantile. E per la voce di chi è madre. Per il modo in cui tamburella sul palmo della mano quando uno le sta accanto. Per Ravenna vuota di sonno e di gente la domenica. Per le coppie appaiate in amicizia fuori dal ristorante alle tre. Per gli scout che siedono come indiani in piazza. E per il palazzo che si infila sul fondo con le scritte nazionaliste. Per le ragazze che viaggiano sole in treno. E perché guardano in diretta la partita di calcio. Per l’ignoranza da perdonare, per la mia ignoranza. Per Michelle, il suo riscatto, la resurrezione del fidanzamento a Santo Domingo dopo due secoli. E per come è bella quando abbassa la mascherina e sorride sempre. Per il fatto che non chiede ma intuisce. Per le donne che ascoltano con imbarazzo solo abbassando la testa. Per il pudore di chi è ancora in catene.

Andrea Bianchi

35. Disintegrata all’alba

Artista giapponese anonimo, Luna e onde, litografia a colori, tarda epoca Meiji

Andò a prenderle delle caramelle con panna e salmone e osservò una famigliola con annessa figlia annoiata. Il cameriere che serviva i caffè gli offrì nell’attesa il mascarpone che aveva preparato. Nessuno pareva tenere in considerazione che lui doveva rientrare in un letto. Forse. Sicuramente sul divano mentre lei mangiava.
Nelle pause del sesso contemplavano il soffitto buio. Verso le due lei faceva i commentari alla vita dei genitori di lui aggiustando paragoni che mettessero tutto sul bilancio coi suoi genitori laggiù in Brasile, separati. Diede in escandescenze quando affermò precipitosamente che la madre di lui a 40 anni leggeva Yubiaba’ quindi precisamente le lucide storie delle puttane mai tristi di Amado, inventariando l’insoddisfazione sessuale della signora nei confronti del marito. Cose risapute ma dette da altra bocca valgono qualcosa. 
In fondo essere di continuo genitori si proponeva come una bella fregatura. O meglio. Si commettevano piccoli errori che poi non si poteva mai ammettere decenni dopo davanti ai figli. Quando andava bene potevano essere i figli a chiedere ai genitori come si erano sentiti quella volta lì…
Nulla da fare nell’altra pausa del sesso apparentemente verso le quattro lei ricapitolava le sue due storie a vent’anni terminate malamente per cattiva educazione dei maschi del tempo e non per qualcosa fatta da lei. Pare. Intanto si arrivava all’ultimo resoconto della vicenda durata anni col tronista dagli occhi verdi tatuato. I simili si attraggono. I tatuaggi di lei però al buio non si vedono. Quando sostiene di poter andare a Milano ma che la città non le piace, né tantomeno la compagnia, lui si appella al fatto che avrebbe voluto fare l’insegnante. E qui lei richiama una vecchia storia scorciando la gamba sinistra e placandolo nell’ultimo ventaglio di notte. Ci sono rumori di auto fuori solitari. In strada gli spazzini e anche al bar una coppia in pausa lui e lei. Il calendario con le pagine da strappare riporta qualcosa detto da Flaubert. Un’aurora si distende tra quattro palme all’orizzonte lentamente turchese e rosa. È la seconda volta in vita mia che non dormo. Anni fa era per una presentazione ufficiale e oggi per vivere dentro di lei.

Andrea Bianchi

34. Un giorno questo piacere ti sarà utile

Dante Gabriel Rossetti, Astarte Syriaca, 1875-77

E c’era più tenerezza nel modo con cui ripiegava a cucchiaio la mano destra tenendomi la nuca da dietro e adagiando le labbra al seno, che in mille altre parole a profluvio. In altre strette di mano silenziose come tramonti di luglio. Ripiegava la mano e la portava su leggermente verso il suo seno al buio. Le forme scomparivano. Si attendeva un senso dal contatto senza passare da possibili fraintendimenti verbali in agguato. 
Era cominciata così. Un giro in farmacia per servizio di routine all’epoca del “regime della corona”. Prenotazioni varie. Il viso della farmacista che visto da fuori pareva quello di una stagista e che in prossimità del bancone rivelava rughe e pallore. Bello comunque e non immeritevole. Fino al richiamo della piada in negozio servita da una commessa tanto graziosa e bistrattata dal cliente in fila prima di me. Ci siamo capiti con gli occhi lei e io che quello era un cafone. Io a dire grazie. Lei prego. Nella freddezza senza espansione c’era più onestà — come doveva succedere dopo con Jessica che mi accoglie in casa e dice di mettere le mani sul termo mentre al buio sto in silenzio e di nuovo ritorno all’inizio — al seno scolpito di notte e foresta di un popolo campestre che non naviga il mare e anzi lo teme — fino all’ingresso e al lento decorso nel corpo di lei dopo una lunazione — e mi è parso più breve il digiuno finché Jessica si accomiata e mi abbandona alla venerazione spingendomi in basso — poi mi accappotta e mi salta su lasciando chiudere tutto in pochi minuti questa ultima vicenda. 
Alla fine dice bravo che hai pensato anche a quel profumo, a quella mancanza di quella cosa lì, lei un giorno ne sarà contenta.
Il modo di tenere una mano e spingerla accompagnando la suzione da parte dell’altro. Una volta non avevo parole. Anche ora perché ci ho rinunciato. 

Andrea Bianchi

33. La luce verde del mattoncino

Robert Polidori, Alvares House, Goa

Eccoci qui senza fantasticare. A eternare. A darle una forma. Prestarle un colore visto che l’assenza si annuncia lunga quasi un mese.
Aveva le mani vicino alle mie mentre montavo un pappagallo lego. Il maschio. La femmina non abbiamo fatto a tempo ieri sera. Il maschio era piumato verde e giallo.
Le mani di lei si muovevano leggere. Lei veniva da un altro universo e poteva essere il presunto me da quest’altro universo. Forse perché eravamo entrambi presi da quell’ora di costruzione e come dice lei stavamo dentro quella realtà schiacciata tra piani e colori. O forse perché ci avevano catturato gli occhi tondi del pappagallo e ci chiedevamo che nome dargli. Loreto. No mi dice. Silvestrino visto che lei si chiamerà Titti anche se non l’abbiamo ancora costruita. 
Può darsi. Di base il piatto di linguine era rimasto a metà sul lavello e il telefono squillava e lei ogni tanto aveva la pelle d’oca sulla coscia scoperta. La luce sul tavolo era molto bassa e i pezzi del lego mandavano luce propria.
Verde e giallo. Giallo e rosso. Le mani di lei. Ancora le sue dita. Forse doveva succedere prima con altre donne e non ero pronto. Forse hanno anche sofferto perché non ci ho provato: prima con me stesso, poi con l’accesso alle mie emozioni, con le paure scardinate delle mie emozioni.
Ecco perché Michelle sulla porta dice che nella vita non si deve pensare.
Ma io ti dico che veniva da un altro universo e ero io perché non violavo il suo spazio pur standole accanto.

Andrea Bianchi

32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi