Brancati

Matteo Marchesini, Ritratto di Brancati (2011)

Se a vent’anni si è contagiati da una malattia ideologica, gli esiti possono essere i più vari. C’è chi crede di guarirne con un brusco voltafaccia, e così ne incuba un’altra speculare. C’è chi, scottato, sente solidificarsi dentro una specie di cicatrice, una crosta d’insensibilità procurata. E c’è poi chi, essendosi beccato una forma più lieve, invecchia continuando a soffrire di piccole febbri e metamorfiche nevrosi. Infine, c’è chi guarisce pagando il prezzo dell’autoanalisi, demistificando in chiave radicalmente antieroica la propria giovinezza. A differenza di molti fascisti o dannunziani finiti in bocca al Pci, e di non pochi amici rifugiatisi in un blindato qualunquismo, Vitaliano Brancati riuscì a imboccare questa via stretta e amara. Oggi si tornano a citare le sue sentenze contro l’engagement dei mandarini di destra e di sinistra. Ma è bene ricordare che il caso di Brancati non è uguale a quello dei suoi compagni di strada. Più dialettico di Flaiano, più complesso e meno cinico di Longanesi, l’ex drammaturgo bellicoso approdato alla Roma di Interlandi ebbe infatti l’onestà di riabilitare quel Croce che da fascista aveva criticato con furia ma anche con acume. Del resto, il siciliano sedotto dall’incontro con Mussolini era già lo stesso ragazzo che ammirava Borgese e si era laureato su De Roberto. Però sorprende comunque la modestia con cui, dopo averlo rifiutato secondo gli impazienti canoni attivistici della sua generazione, Brancati si dichiarò in età matura allievo di don Benedetto. «L’Italia non può fare un passo indietro senz’accompagnarsi col ritornello: “Ho superato Croce”» scrisse (auto)ironicamente nel dopoguerra. E in un’appendice a quei “Piaceri” che sono un po’ le sue “Operette morali”, liquidò le teorie vitalistico-decadenti di stampo bergsoniano e gentiliano (teorie di cui Croce aveva costeggiato le premesse ma rifiutato le conseguenze) con una perentorietà degna di Lukács: «I filosofi, che non sempre hanno messo la propria intelligenza al servizio dell’Intelligenza, sono intervenuti per dare alla Stupidità nomi affettuosi: e alcuni, specie nel nostro secolo, dopo averle attribuito questi nomi di Intuizione, Slancio Vitale, Vitalità, l’hanno messa al disopra dell’intelligenza stessa». Così «La Stupidità, incoraggiata, adulata, ingrossata, furiosa, si getta (…) su quelli che l’hanno aizzata». E il mito dell’azione irriflessa, brutale, si reincarna di continuo: «hanno dimenticato certe cose scritte dai teorici del fascismo per impararle di nuovo nelle pagine di Sartre», osserva Brancati a fine anni Quaranta di alcuni intellettuali-politici mai guariti dal virus delle Grandi Gesta Storiche. A guarire lui, invece, erano bastati i mediocri, soporiferi, sinistri anni Trenta.

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Mi chiamo Giuseppe Berto

«Ecco che io posso affermare: in Italia non esiste libertà per l’intellettuale. Intendiamoci, non dico che in Italia sia impossibile per l’intellettuale essere libero. In verità non è impossibile nemmeno in Spagna, o in Grecia, o in Russia. Un uomo trova sempre il modo d’essere libero, se lo vuole. Ma non è giusto che egli debba sopportare condanne e persecuzioni per essere libero. In Spagna, in Grecia, in Russia, le sopporta. Io dico che ne sopporta, sia pure in misura notevolmente minore, anche in Italia. Ma quali persecuzioni? E da parte di chi?
Esistono, in Italia, molti gruppi di potere intellettuale. Il più solido, preparato e importante, è quello che grosso modo si può definire radicale. Ma ce ne sono parecchi altri, per lo più alimentati dai partiti o dalle diverse correnti dei partiti. Se si escludono gli sparuti gruppi liberali o della destra nazionale, tutti gli altri sono collegati in nome di principi invalicabili: sono democratici, antifascisti e nati dalla Resistenza. In realtà ciò che li unisce è una comunità d’interessi che non è azzardato definire mafiosa, tendente all’acquisto, alla conservazione, all’esercizio del potere. È un potere enorme. La radiotelevisione italiana, che come si sa è un comodo monopolio, oltre che un comodo mezzo di sussistenza, è praticamente nelle loro mani. E nelle loro mani stanno quasi tutti i periodici che si levino al disopra dell’informazione cronachistica o scandalistica, e naturalmente i più grossi quotidiani, ivi compresi il Corriere della Sera o La Stampa»…

23. Lernet-Holenia


«Un uomo alto dà sempre nell’occhio, non sta su nessun cavallo, non entra in nessuna carrozza, in nessun letto; se si fa uno strappo nei pantaloni non trova da comprarne un paio confezionato; e se poi ha anche un briciolo di cervello più dei suoi simili, non riesce più a capirsi con loro».
(Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pag. 16)

Quando Andrea mi ha parlato del romanzo Due Sicilie, ho capito perché qualche recensore aveva rilevato certe insufficienze a livello del plot: solo perché alcuni personaggi vengono uccisi, uno dopo l’altro, senza che ne esca una congrua spiegazione secondo i canoni. È chiaro che si tratta di un “giallo” metafisico, in cui ciò che conta è il senso delle cose, con la fine di un’epoca, l’eliminazione dei residui del glorioso tempo lontano, fatto di guerre, lustrini e onore, per dissolversi nel nulla della modernità. E Alexander Lernet-Holenia è uno dei romanzieri più brillanti della sua epoca, un uomo capace anche di far narrare la storia da un personaggio che sta lì per quello, mantenendo tutta la plausibilità di ciò che accade. Lernet-Holenia fa galoppare nel racconto, pieno di balzi, corse, mistero, fantasie mitiche che paiono reali. Ricordo come lo scoprii: dev’essere stato venticinque anni fa, su una bancarella, leggendo il risvolto di L’uomo col cappello, quando venni catturato dalle parole caccia al tesoro, tumulo, mito, facoltà medianiche, bandito sanguinario. L’incipit era rassicurante:

In un casinò di Budapest dove entrai anni orsono (non per giocare, tra l’altro, ma per incontrarvi una certa persona) conobbi un giovanotto che mi colpì per il fatto che con apparente imperturbabilità stava perdendo parecchio; e in effetti la serie delle sue perdite non veniva interrotta da questa o quella vincita; egli continuava ad avere la peggio con una tale regolarità che io, dopo essere rimasto a guardarlo per un certo tempo, presi a giocare a mia volta, puntando via via sull’opposto, naturalmente, di quello su cui puntava lui; sicché vidi ben presto accumularsi davanti a me una cospicua sommetta.

Il perdente al gioco è Nikolaus Toth, un giovane sconsiderato che, dopo un paio d’incontri fortuiti col narratore, gli racconta la sua avventura al servizio di Franz Clarville, uno straniero enigmatico incontrato in una locanda di Tokaj che l’aveva convinto a scarrozzarlo in macchina in lungo e in largo per l’Ungheria, in mezzo alle colline coperte di vigneti, alla ricerca di quella che – ne era certo – nascondeva la tomba colma di tesori di Attila Flagello di Dio. Doveva trattarsi di un tumulo sacro come i kurgan che sorgono nella Russia meridionale, sotto cui “giacciono i re morti durante le campagne militari, seppelliti a cavallo, armati di tutto punto, con elmi e corazze e spesso circondati da tutto il loro seguito, e quando morì Attila, il re venuto dall’Oriente, per lui, qui nella steppa ungherese, non può esserci stata altra forma di sepoltura che questa: in un tumulo, circondato dalle sue concubine, dai suoi cavalli, dai suoi nobili e dalle sue ricchezze”.

E qui si scatena un’avventura all’inseguimento della Storia e del Mito. Attila risiedeva in Pannonia e regnava su Ostrogoti, Gepidi, Eruli, Rugi, Sciri, Quadi, Sorasgi, Acaziri, nonché sui primitivi abitanti della Germania e dell’Ungheria; nel solstizio d’estate del 453 sposò la principessa Hildiko, che regnava su Burgundia, Lotaringia e gran parte del Reno, e si dice che lei lo abbia ucciso la prima notte di matrimonio. I tre fratelli di Hildiko erano di fatto i suoi balivi, perché secondo il matriarcato il diritto di successione era matrilineare e tutto apparteneva alla donna, nulla agli uomini. Il primo marito di Hildiko era Sigurt, o Sigfrido, un volsungo nipote di Odino dal quale discendono tutti i re franchi; ma secondo altre versioni la stirpe risaliva a demoni marini o idrosauri muniti di corna, tanto che il principe stesso era ancora rivestito da una pelle cornea che lo rendeva vulnerabile in un solo punto. Ma la sua invulnerabilità poteva derivare dal bagno fatto nel sangue del drago che aveva ucciso, salvo un punto fra le scapole su cui era caduta una foglia di tiglio.
Comunque sia, i fratelli di Hildiko, a cui il potente consorte non andava a genio, lo fecero uccidere per impadronirsi di fatto del potere, e poi condussero la principessa da Attila per un secondo matrimonio politico. L’accampamento dell’unno doveva sorgere lì, vicino a Tokaj: fu lì che Attila trucidò i fratelli di lei, probabilmente col suo consenso.

“Alla fine però Hildiko vendicò i suoi fratelli, che pure le avevano portato via l’amato e l’oro, e la notte di nozze uccise il re. Poi diede fuoco alla sala. Si pensa che la regina, tuttora pazza d’amore per il suo volsungo, non sapesse più quello che faceva. Ma quando mai l’amore lo sa!”.

Mi fermo e lascio la parola ad Andrea: siamo solo all’inizio di un tuffo nella forza inestinguibile del mito, dove Lernet-Holenia è maestro, nella sua duplice veste di narratore noir e visionario, capace di scorrere fra reale e irreale, fra spazio e tempo, in una lucidità “galoppante” che tiene tutto.

P. F.

* * *

Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) esce nel ’42. Nell’edizione Adelphi del 2017 c’è una copertina dal disegno invitante, un pastello di primo Ottocento. Visto così può sembrare l’ennesimo libro di viaggi nel Regno delle Due Sicilie. E invece Holenia è scrittore di gialli metafisici, briosi, impavidi. La sua scrittura rapida, intelligentemente convoluta e terribile, si mostra a poco a poco, senza colpi di frusta.
Due Sicilie era il nome di un reggimento di ulani dell’esercito austro-ungarico. Il romanzo è ambientato nel 1925 quando questo corpo è ormai sciolto – solo sette membri ne restano in vita, più o meno giovani.

“Ciò che altrimenti si sarebbe deciso sui campi di battaglia, qui ha assunto la forma di una storia d’amore…”. L’unico che riesca a indagare è il poliziotto Gordon che però agisce nell’ombra e alla fine fa simpatia allo stesso Holenia: “egli sorrideva come d’abitudine. Sarebbe potuto essere un funzionario di polizia cinese”. Sembra di capire che il nostro nobile narratore austriaco cede alla moda poliziesca ma con lieve nonchalance, come fosse appunto una cineseria.

“La fanciulla cambiò da sé il nome in Luz presumibilmente per superstizione, giacché per quanto una fosse onesta non poteva mai sapere che altro ancora potesse capitare…”

Perciò l’austriaco può inventarsi di tutto, e perfino parlare del“profumo del pericolo” a proposito di una piccola storia messicana inserita nel finale. In fondo Holenia è animato da cognizioni un filo esoteriche che emergono bene quando fa leggere a un suo personaggio Pico della Mirandola per avviarsi poi in altri excursus. “Il mago crea un modello al destino, che il destino, assecondando una coazione irresistibile, si sente spinto a imitare una o più volte. Il mago, per dir così, inventa le mode del destino”.
È un romanzo da cui spariscono uno dopo l’altro i membri superstiti del reggimento Due Sicilie. Gli assassini sono diversi volta per volta ma tutti inseriti in un tempo che è circolare se non addirittura ciclico: a Holenia serve spingere su questo pedale per esplicitare la sua concezione della personalità che non è doppia o tripla ma nulla: Nei suoi esiti superiori viene meno la capacità d’esattezza, anzi di perfezione, della natura, sulle grandi distanze le irregolarità delle serie si compensano (…) In fondo vediamo molti – per così dire – conoscenti senza sapere chi sono, e dopo un po’ di tempo praticamente finiamo per aver visto quasi tutte le persone che vivono nella stessa città.”
Per questo nel presentare il libro al lettore italiano Sciascia invocava da buon critico i nomi di Borges, Pirandello e Stevenson. Borges: l’uno è l’altro. Pirandello: l’uno è nessuno e centomila. Stevenson: l’uno è dentro il nulla.

In Due Sicilie, come nella vita, compaiono figure immaginarie che diventano reali e ci sono figure reali che si dissolvono. Questo anima con la forza di una trazione retro motrice il romanzo di Holenia dove farete fatica a seguire i vari mascheramenti. Ma questo non importa, ci sarà da qualche parte un vostro sosia che farà considerazioni opposte alle vostre. “Le profezie non sono fatte per realizzarsi, perché non predicono il reale, ma il vero. Le nostre parole sono imprecise, e quando diciamo l’irreale, forse intendiamo invece il reale. Reale è solo ciò che sopravanza; e solo salvaguardato in spazi chiusi si compie, come una replica perenne, l’evento vero e proprio.”
Per lo stile siamo solo apparentemente vicini alla nenia romantica del gran Danubio blu. Come Roth, Holenia vi porta per mano ma alla fine non vi consegna nella nostalgia, vi porta a ballare con lui in pista un tango al sintetizzatore. “La tenuta di Gegendt si era fatta assai piccola e modesta, una delle più piccole, ma sopra la campagna di un tempo gravava un presente infinito, quasi Urban Ainether cavalcasse ancora e di nuovo nel sole, con i suoi occhi un poco arrossati e il suo pesantissimo vestito di velluto, in cui però egli si sentiva ben fresco, un fantasma nel sole, un fantasma meridiano, e vantasse ancora il diritto della prima notte, una notte chiara come il mezzogiorno estivo, e le contadine gli baciavano le mani, così come la ragazza di aspetto slovacco che stava sparecchiando la tavola aveva baciato la mano al capitano di cavalleria”.

Voleva solo, al pari dei bambini, imitare il rotolio del suono lontano”. Chissà se Holenia si era letto Pascoli. Forse avevano avuto enrambi la stessa sensazione, erano la stessa sensazione.

La trama si avvolge in un giallo. Questo dovette attirare l’ultimo Sciascia come le fantasie di Dürrenmatt e i romanzi brevi di Greene in finale di carriera. Ma il giallo, lo vediamo bene solo alla fine, era un pretesto.
Ho avuto la ventura di leggere in dattiloscritto la recensione di Sciascia a Due Sicilie che è del 1983, in occasione della prima traduzione italiana procurata dall’editore Serra e Riva. Devo ringraziare il nipote del Maestro, Vito Catalano, per aver potuto notare un lapsus volontario nella chiusura della recensione che altrimenti non si nota nell’edizione Adelphi dei saggi di Sciascia (2019).
Nel dattiloscritto si legge: “oscuro e angoscioso problema dell’identità”, poi cassato con riscrittura in interlinea “mistero dell’identità”. Come al solito il diavolo si nasconde nei dettagli e una volta che l’avete trovato avete anche in mano la chiave dell’enigma. Cosa farne, però, sta a voi decidere.

“Come curiosità è da notare che anche la Francia della Restaurazione aveva dedicato un reggimento al Re di Sicilia: ed è quello in cui viene arruolato il Lucien Leuwen di Stendhal. Ma si può andare al di là della curiosità: la nuda trama di questo incompiuto romanzo di Stendhal (variamente intitolato nelle postume edizioni: Rosso e bianco, Il cacciatore verde, Lucien Leuwen), piuttosto raffazzonata e da ‘feulleiton’, fa pensare alle trame dei romanzi di Lernet-Holenia: anch’esse da romanzo d’appendice e distratte, ma anch’esse calate dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza. Almeno così è nei quattro libri di Lernet-Holenia che conosciamo, e particolarmente in questo Le Due Sicilie: dozzinale trama poliziesca che muove una visione di quel mondo — e del mondo — sottile e struggente: oscuro e angoscioso mistero dell’identità (da richiamare, insieme, Stevenson, Pirandello e Borges) che trova però banale scioglimento poliziesco. E come il mistero dell’identità è — nonostante la banalità dello scioglimento, della finale spiegazione — al centro del romanzo di Lernet-Holenia, così il mistero del tempo intesse quello di Kusniewicz, Il Re delle Due Sicilie. E dall’uno e dall’altro tema ciascuno assume un che di labirintico, affascinante e insieme di vertiginoso. Ma sono due temi che defluiscono da quello comune (e non soltanto a questi due romanzi, ma a tutta la narrativa che approssimativamente possiamo denominare absburgica) della fine dell’impero. La fine dell’impero come fine dell’identità, come fine di un tempo umano appena scandito, appena governato dal potere (e cade in taglio di segnalare il libro di Sergio Romano ora pubblicato da Scheiwiller: La lingua e il tempo). Forse anche, per la metafora dell’ultima pagina di Kusniewicz, come fine della letteratura, una volta dilavatasi la memoria dell’impero. E, per l’onirica metafora raccontata da Lernet-Holenia, forse addirittura come fine del mondo”.

Andrea Bianchi

la carta

Chi usa il social per fotografare ed esibire l’articolo di giornale o di rivista che parla di un certo libro (proprio o altrui), in pratica invita a fare due cose: “andare” a comprare il giornale o la rivista per leggerne la recensione e il trafiletto, e in seconda istanza “andare” a comprare il libro.
Ma se uno passa il tempo su Facebook, difficilmente va a distrarsi uscendone, se non per incombenze o commissioni necessarie. Si ha l’impressione che pensare d’indurre ad andare in edicola — con una foto postata sul social — chi d’abitudine legge, consulta, si esprime e vive nel social diventi sempre più velleitario. «Hai visto? Vallo a comprare e cerca questa pagina!» sarebbe il messaggio. Cioè, si documenta l’esistenza dell’articolo stampato e si chiede di andarselo a procurare dal giornalaio, cercando la pagina dove c’è la recensione o la segnalazione. E lo si fa lì, in un mare dove già nuotano recensioni segnalazioni e articoli di tutti i generi, di tutti gli orientamenti, di tutte le levature, che sarebbero capaci di riempire tutte le giornate di tutti i navigatori. «Perché la qualità sta nella carta stampata», sarebbe il messaggio di seconda istanza: cosa sempre meno vera, purtroppo, ma anche sempre meno utile, soprattutto in un habitat dove le abitudini e le prassi vengono sempre più condizionate.
Io vedo un lungo, lento tramonto.

Lettera a Saman

La processione si è svolta placidamente e non è mancata la predica dal terrazzo dove, ai tempi del Duce, si facevano i discorsi ai fascisti. La scena del discorso del frate davanti ai matti e alle matte e ai contadini dei dintorni del manicomio, vestiti a festa, se sofferta nella sua ironica-tragica realtà, avrebbe potuto essere un grande quadro. Non mancava nulla della stupidità umana, galleggiavano i sette vizi capitali, l’ipocrisia e l’ambizione in tal modo si davan l’abbraccio che era una morsa, la mediocrità era il sovrano, la servitù strideva acutamente.
(Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori 1963)

Cara Saman, oggi vogliamo occuparci della tua storia, di cui si è molto parlato, e raccontarti alcune cose. Sappiamo che per mesi si è cercato nella campagna di Novellara ciò che resta di te, dopo che sei stata verosimilmente assassinata dai tuoi genitori e parenti, perché continuavi a rifiutare l’imposizione di un matrimonio combinato in Pakistan, secondo le regole patriarcali di stampo islamico che vengono imposte a molte ragazze come te. Poiché sei una ribelle, i tuoi genitori hanno deciso di annientarti e farti sparire, e sono fuggiti nel vostro Paese. Qui i nostri investigatori non sono ancora riusciti a trovarti, pur setacciando i terreni agricoli circostanti con le tecnologie più sofisticate, e questo aumenta il nostro sconcerto e il nostro dolore. La tua morte è un gravissimo caso di “femminicidio”, ancor più sconvolgente perché è stato commesso in modo premeditato su una figlia inerme, poco più che adolescente, con ferocia, per motivi d’onore.

La scarsa attenzione che l’attivismo femminista — soprattutto quello che impazza sui media — ha prestato al tuo assassinio è un fatto evidente, che in Rete ha provocato discussioni e divisioni accese, come spesso accade quando si tratta di oppressione e di violenza sulle donne. Bene, ora vorremmo provare a spiegarti il perché di questo disinteresse increscioso. Molti dicono che gran parte dell’attivismo progressista, al punto in cui è arrivato, più che a migliorare realmente le cose (un compito difficilissimo che richiede tempo e generazioni) serve a crearsi un’appartenenza e a mettersi al sicuro, stando dalla parte dei giusti. E da noi l’attivismo femminista non è come quello che si vedeva in Europa cent’anni fa: a quei tempi — pensiamo alle “suffragette” che protestavano perché fosse concesso il voto alle donne — chi si lanciava nella lotta femminista rischiava di perdere tutto: la reputazione, la famiglia, anche la libertà; erano donne combattenti che potevano venir brutalizzate, a volte uccise. Ci voleva coraggio, si doveva essere forti e determinate, pronte a rischiare tutto. Oggi, invece, il nostro attivismo femminista, non dovendo più lottare per quei diritti fondamentali, viene utilizzato per aggiungere nuovi trofei alla lotta permanente contro la mentalità maschile e maschilista considerata “tossica”, e può anche servire a ottenere visibilità e legittimazione; le attiviste più scaltre e immanicate l’hanno usato come ascensore sociale, arrivando alla notorietà, a scrivere sui giornali, a pubblicare libri, a condurre programmi radiofonici e a stare in televisione. Il loro compito primario, quindi, non è occuparsi dell’oppressione femminile legata all’immigrazione, dove ti sei trovata tu, perché è una questione troppo complessa e rischiosa, troppo legata all’incontro/scontro di culture, e le neo-femministe non amano affrontare questo tipo di rischi. Loro si concentrano sulle questioni più domestiche legate, oltre che ai “femminicidi”, alla repressione dei comportamenti maschili violenti, di quelli ritenuti “tossici” o sessisti, alle parole che dovrebbero essere tolte dai vocabolari e a quelle che non devono più essere pronunciate, insomma su cose per le quali non si rischiano né la vita né la reputazione. Preferiscono gridare contro il patriarcato nostrano, che è molto meno pericoloso di quello assoluto e feroce di stampo islamico, che nella tua famiglia è arrivato al punto di ucciderti per gettarti chissà dove. Per loro, prendere di petto la vostra realtà di violenza sarebbe temerario, e il fatto che ti abbiano lasciata sola anche quando sei stata trucidata ne è testimonianza.

Ma ora, Saman, lasciamo perdere il neo-femminismo, che non è così interessante, e passiamo a un problema più grave e inquietante che riguarda la nostra informazione, cioè come i media orientano i messaggi per condizionare l’opinione pubblica. Per capire perché questo ti riguardi bisogna tornare indietro di vent’anni, quando ancora non eri al mondo. Devi sapere che nel 2001, dopo che l’islam terroristico rase al suolo le torri gemelle del World Trade Center di New York, facendo una montagna di morti, la giornalista italiana Oriana Fallaci, che si trovava poco distante, scrisse una serie di articoli furenti contro l’islamismo, partendo ovviamente da quello più violento e pericoloso, parlandone così male e maledicendolo a tal punto — anche in libri successivi — che l’opinione pubblica italiana restò traumatizzata, perché si creò una spaccatura fra quelli che le davano ragione e quelli che invece la osteggiavano scandalizzati, definendola una donna intollerante, fascista, islamofoba, e per questo una persona disgustosa da disapprovare ed evitare. Questo fenomeno collettivo, che possiamo definire “Trauma Oriana Fallaci”, continua a pesare sulle opinioni e sull’immaginario del nostro Paese, tanto che ancora oggi se ne vedono gli effetti nei giornali, nelle televisioni e in tutto ciò che fa opinione pubblica.

Ora vogliamo mostrarti cosa è successo il 18 giugno scorso, in un editoriale pubblicato sul supplemento “7” del Corriere della Sera, in cui si doveva parlare proprio della tua tragedia. Noi, dopo una lettura incredula, lo abbiamo definito “editoriale-scimmia”, cioè un articolo pretestuoso che parla di cose che non c’entrano con l’argomento dichiarato, scimmiottando temi-chiave copiati da altri articoli e assemblati in modo poco coerente, al solo scopo di far passare il messaggio prestabilito, che in questo caso sembra totalmente condizionato dal Trauma Oriana Fallaci. Questo trauma, anche dopo vent’anni, continua a imporre a gran parte dei nostri media l’obbligo di non attaccare l’Islam, in qualsiasi forma, per non alimentare l’islamofobia e per non offrire vantaggi alla parte politica “di destra”, che è considerata nemica. In questo modo, se le neo-femministe affermano che esiste la mascolinità tossica, le frasi tossiche contro la donna e così via, qui è evidente che esiste anche un giornalismo tossico, che nel nostro caso produce editoriali-scimmia come questo. Il problema è che quando non si sa affrontare — o non si vuole affrontare — un argomento che risulta politicamente rischioso per una parte dell’opinione pubblica, allora si glissa, si devia, si svicola, si occulta, si gira intorno alla questione senza affrontarla, evitando così di occuparsene, per sviare il lettore e distogliere la sua attenzione, orientandola verso i temi che sono più convenienti e che si vogliono imporre.

Dunque, l’editoriale apparso il 18 giugno sul supplemento “7” del Corriere della Sera ha questo titolo: “Non abbiamo accolto il grido di libertà di Saman. Ferocia? No, fragilità”. Già qui si dichiara di voler parlare della tua tragedia e di volerne affrontare i perché, di volersi interrogare sulla sofferenza della tua ribellione e sulla tua vita stroncata per mano della famiglia, in nome di un patriarcato brutale e feroce, creatore di inferni. Ma invece è successo qualcosa di diverso, che pensiamo di aver capito e che proviamo a spiegarti. Come abbiamo detto, visto che una parte sostanziosa dell’informazione teme che affrontare apertamente le cause della tua morte possa alimentare l’islamofobia e favorire i temi della “destra” politica, al supplemento del Corsera si è preferito tralasciare il lato oscuro che porta certe famiglie immigrate a uccidere le figlie che rifiutano di essere “buone musulmane”, e si è confezionato un editoriale-scimmia dal titolo esplicito, che inganna chi si ferma al titolo senza proseguire, facendogli credere che si stia parlando di te. Invece il testo, diviso in sette punti, fa di tutto per sviare l’attenzione: leggiamolo insieme, mettendo su ciascun punto un titoletto riassuntivo.

1. Io, che mi metto coraggiosamente contro la politica, e le pene che devo patire.

Che immenso equivoco pensare che essere in disaccordo – in disaccordo palese, aperto, inequivocabile – con la politica ti migliori la vita. Non è così. Non porta vantaggi. Crea solo problemi, perché tutti temono chi è in politica; tutti sanno che prima o poi chiunque potrà ricoprire cariche importanti e, dalla vetta, magari guarderà in basso ricordando gli amici… e soprattutto i nemici. 

Tu ci hai capito qualcosa, Saman? L’autore, che chiameremo il Bravo Editorialista, comincia parlando di sé, delle sue delusioni, dice di essere eroicamente “in disaccordo palese, aperto, inequivocabile” con la politica, e per questo si lamenta di avere dei nemici. Ma che c’entra con te e con il tuo eroismo? Ha qualche attinenza con quello che ti è successo? Questa non è altro che una ventata di narcisismo infantile.

2. Io, che faccio lo scrittore, devo impegnarmi e lottare contro i politici che cercano i crimini commessi dagli immigrati.

Però, se di mestiere fai lo scrittore, non è che puoi trincerarti dietro le pagine dei tuoi libri. Non è che puoi dire: tutto quello che dovevo l’ho scritto lì, ora lasciatemi in pace. Non funziona così perché la realtà è complessa e dobbiamo tutti dare il nostro contributo, soprattutto quando ci sono politici che ogni giorno setacciano il web alla ricerca di notizie di crimini commessi da immigrati per poter dare in pasto, a chi li segue sulle loro piattaforme social, la disperazione che diventa crimine, vero o presunto, accertato o mera calunnia…

Santo cielo, il Bravo Editorialista continua ad autocelebrarsi. Non riesce a resistere. E sembra chiaro dove vuol parare: ciò che ti hanno fatto i tuoi genitori sta causando un monte di problemi agli immigrati, che ora vengono accusati di ogni nefandezza. Ma qui non si doveva parlare di te e darti voce? Non si doveva cercar di capire come possano accadere fatti così strazianti? Ma andiamo avanti, forse ci si arriva.

3. Chi risarcirà gli immigrati – poveri e inermi – pubblicamente accusati di aver commesso crimini?

Chi mai chiederà conto di quelle parole feroci? Difficile, molto difficile che chi vive con scarsi mezzi possa far valere le proprie ragioni, rivolgersi a un legale, intraprendere una causa per diffamazione. Ecco il “vantaggio” di fare a brandelli con chi non ha niente: non può difendersi, è inerme, totalmente esposto. Spesso leggiamo testi infarciti di condizionali: «avrebbe ferito», «avrebbe brandito», «avrebbe aggredito» insieme a foto, a nomi e cognomi. Nessun processo e nessuna condanna: il colpevole dato in pasto a chi crede di trovare una soluzione ai propri problemi coltivando l’odio razziale. 

Niente da fare, sta succedendo ciò che temevamo. Di fronte a ragazze uccise perché non si comportano da “buone musulmane” e non si sottomettono al patriarcato feroce della famiglia, il Bravo Editorialista insiste sulla “diffamazione” che storie come la tua provocherebbero agli immigrati: il copione preciso che avevamo immaginato. Una totale mancanza di visione, una totale assenza di pietas: tu sei sepolta chi sa dove, la tua gioventù viene stroncata e le tue carni erose, e qui ci si preoccupa di quelli che per colpa tua verrebbero diffamati. Non osiamo pensare cosa dirà costui quando riuscirà a pronunciare il tuo nome.

4. Il sacrificio rituale con lo sgozzamento pubblico dell’animale è una tradizione rispettabile, perché comunitaria e solidale.

La foto che ho scelto è stata scattata a Roma, in Largo Preneste, in occasione della Festa del Sacrificio, a cui partecipano musulmani di ogni età. Il sacrificio è quello dell’animale, sgozzato perché defluisca tutto il sangue, e tradizionalmente diviso in tre parti. Una viene consumata subito, una conservata e la terza donata a chi non ha la possibilità di acquistarne.

Questo quarto punto è davvero inquietante. Il Bravo Editorialista non riesce ancora a guardarti e a pronunciare il tuo nome, Saman: preferisce compiacersi indicando il rito dello sgozzamento dell’animale come pratica tradizionale rispettabile, fatta da musulmani altruisti che donano un terzo della carne dissanguata “a chi non ha la possibilità di acquistarne”. Nemmeno un pensiero sul patriarcato che sgozza le figlie ribelli con la condiscendenza delle madri, un fenomeno talmente spaventoso da far seccare la gola.

5. La storia di disperazione e sofferenza degli immigrati viene respinta, perché troppo dura e potrebbe farci male.

Questa foto ci racconta dell’attitudine che molto spesso si ha con gli stranieri: si preferisce non vederli, una fitta rete ci separa da loro e rende i loro contorni sfumati, le loro abitudini lontane. Io mi sono dato una spiegazione che non ha niente a che vedere con la ferocia, e nemmeno con il razzismo, ma con una forma di egoismo che non ha nulla di sano. Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa usare violenza, derubarci o trovare lavoro al posto nostro. No, niente di tutto questo. Lo straniero lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore, della sua immensa sofferenza, che i suoi racconti possano spezzarci dentro. Sappiamo che non saremmo in grado di farcene carico e al contempo mantenere distanza. Quando entri nella vita di chi ha lasciato la propria terra, fai il tuo ingresso in un mondo che ha perso le proprie radici, un buco nero senza appigli, senza aiuto. Nessun parente sulla cui spalla poter piangere, nessun amico d’infanzia che possa venirti in soccorso o luogo familiare che possa darti sicurezza.

Neanche qui si parla di te, Saman. L’autore non ti vede e non ti vuole vedere: ti eclissa, ti evita, ti oscura con un paravento. Mette avanti l’immensa sofferenza e disperazione degli immigrati che hanno una storia che ci spezzerebbe, e sarebbe questo il motivo per cui noi italiani li teniamo a distanza.

6. Noi italiani siamo feroci, creiamo un muro, non facciamo comunità con gli immigrati e non li aiutiamo.

Ecco, quel velo non ci protegge dal timore di essere depredati, ma da una sofferenza a cui non vogliamo partecipare. E allora si cede al racconto facile: sono criminali, ecco perché ne sto alla larga, ecco perché non devono venire e chi sta qua se ne deve andare. Meglio mostrarsi feroci che fragili. E così quella rete diventa un muro, un muro alto, impossibile da valicare. Così viviamo negli stessi luoghi e non ci conosciamo, osserviamo lo stesso cielo ma non insieme. Potremmo dare aiuto, ma nemmeno ci accorgiamo di chi ne ha bisogno.

Ormai abbiamo capito: al Bravo Editorialista la tua storia non interessa. Nemmeno qui ti ha pensata, Saman, non ti ha nemmeno sfiorata con un’idea o con una domanda. Hai sofferto quando ti hanno trucidata? Hai lottato? Cosa ti ha spinto a fidarti di tua madre, quando ti ha convinta a rientrare a casa, mentendoti? E che cosa spaventosa può essere stata, per una madre, mandarti a morte? È stata la sottomissione totale a renderla disumana? E quante ragazze come te rischiano la vita, in famiglie intrise di estremismo religioso e criminale?

7. Non abbiamo salvato Saman, non l’abbiamo integrata, quindi la sua morte è colpa nostra e dei nemici politici che quotidianamente combatto.

Non ci siamo accorti di Saman Abbas, non l’abbiamo aiutata a emanciparsi dalla sua famiglia. Tra noi e Saman, vittima di femminicidio, c’era una fitta rete, come quella della foto. Saman voleva essere libera di decidere della propria vita, glielo hanno impedito e nessuno di noi è stato lì ad accogliere il suo grido d’aiuto. Ciò che è accaduto a Saman ci dice che dobbiamo costruire ponti, lavorare perché gli stranieri che decidono di stabilirsi in Italia trovino possibilità di integrazione: la politica che criminalizza quotidianamente gli immigrati rema contro tutto questo, e la consapevolezza che la storia di Saman abbia trovato spazio sulle pagine social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini solo perché è morta per mano di parenti stranieri è sconfortante.

Ecco qui il gran finale: solo ora ti permette di entrare in scena, come puro strumento, per poterci accusare di non averti salvata perché non ti abbiamo integrata, e per accusare con nome e cognome gli avversari politici su cui è fissato, la grande ossessione che lo tormenta. A questo punto, non resta molto da dire. Le famiglie come la tua rifiutano di farsi integrare, questo è chiarissimo, ma viene spudoratamente negato. E questo ci fa molto arrabbiare. Lo sfacciato editoriale-scimmia, che ricorda diverse parole del brano riportato in cima – vizi capitali, ipocrisia, ambizione, mediocrità, servitù –, si può leggere qui. Come vedi, Saman, sei stata usata per sostenere tesi politiche prestabilite, per dare legittimazione a ciò che a loro interessa, senza mai comparire, perché risulti scomoda, sei un accidente increscioso che rischia di minare la loro narrazione. Per noi, invece, sei una ragazza piena di coraggio, come ce ne sono poche: così piccola, in una famiglia così difficile e pericolosa, in un ambiente tanto infido e malvagio tu hai avuto il coraggio di ribellarti. E l’hai pagato carissimo. Noi non ti eclissiamo, Saman: al contrario ti terremo sempre con noi, come dovrebbero fare tutti.

Basta con i facilitatori

Maestro di Heiligenkreuz, Morte della Vergine (particolare), olio su tavola.
Austria o Boemia, 1430 ca.


Vorrei invece ragionare sulla complessità del problema generale «scuola», tenendo ben presenti anche le considerazioni di coloro che nella scuola quotidianamente vivono e lavorano, docenti, ispettori e dirigenti. La scuola, si dice per esempio, è un presidio sul territorio che si fa carico degli immensi problemi dei giovani e delle loro famiglie in questa società complicata e travagliata. La scuola svolge in proposito un’azione sicuramente preziosa e indispensabile. Il suo sforzo è quello di rendere desiderabile lo spazio scolastico, di arricchirlo di nutrienti esperienze anche extra-scolastiche, di darsi da fare nel territorio per la relazione scuola-lavoro e così via. Anche questo, certo, è formazione; ma con uno sguardo che assume la situazione economico-sociale e cerca di migliorarla soggettivamente per quanto è possibile. Il rischio è però quello di non arrivare a sfiorarla nei tratti della sua oggettiva e crescente incultura. Per dire in fretta, è per esempio l’imporsi della logica del «facilitatore»: bestemmia pedagogica che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura. È la logica del professore giovanilista e amicone che chiama in classe il cantautore, come se i ragazzi non fossero già sin troppo abili a procurarseli da sé, per la gioia degli interessi milionari delle case discografiche.
Naturalmente le cose sono terribilmente complesse. Anche il cantautore può occasionalmente svolgere una preziosa funzione culturale: dipende dal modo. E poi c’è classe e classe, c’è professore e professore. Però non possiamo e non dobbiamo dimenticare che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà; non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, nei licei e ormai anche nelle università: negare questi fatti è impossibile. Ignorare che essi costituiscano anche un dramma per la vita democratica, ormai preda delle espressioni più volgari, ingannevoli e vuote di pensiero, è, politicamente, un delitto. Come porvi rimedio è la domanda di molti; di nessuno, credo, è la pretesa di possedere la soluzione.
Quello che vorrei anzitutto suggerire è che bisogna distinguere tra la scuola, la nostra scuola dell’obbligo e la scuola superiore, e l’università. I problemi sono differenti ed esigono specifiche riflessioni. Per esempio vorrei ricordare che la storia non coincide con l’informazione storiografica, così come la filosofia non coincide con il manuale di storia della filosofia. Questi strumenti mi pare che siano ormai obsoleti o insufficienti; funzionavano quando l’impostazione fondamentalmente umanistica degli studi secondari era un fatto pacifico, socialmente motivato e condiviso. Oggi non è più così. La riforma dei programmi è stata troppo timida, da un lato, e contemporaneamente vacua e sconsiderata dall’altro: di fatto ogni volta pregiudizievole, preda di ossessioni pedagogico-valutative e frutto di misteriose sette decisionali che abitano il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Bisogna cambiare radicalmente direzione, avendo in animo una finalità: avvicinare i giovani alla grande cultura, non a pretese «competenze», ma a quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire. Questo però esige anzitutto una classe di docenti in grado di svolgere tale grande compito.
Compito che dovrebbe essere uno scopo delle università, del quale peraltro esse sono oggi del tutto incapaci (ricordo i fallimenti dei vari tentativi di creare vie formative per la didattica, regolarmente banalizzate e devastate dalle pretese «scientifiche» del «pedagogichese» imperante). Nelle attuali facoltà umanistiche il modello dell’internazionalismo universitario altamente specialistico e anglofono regna sovrano, accompagnato in Italia dallo scandalo dei criteri di selezione dei ricercatori, costretti a uniformarsi alle pretese scientifiche delle cosiddette riviste di fascia A: una situazione che, in barba alla Costituzione che sancisce la libertà di ricerca, impone invece modi di vedere privati, ma fatti propri dal ministero. Di qui l’uniformarsi inevitabile dei giovani a criteri che sono imposti senza alcuna legittimità da gruppi di colleghi, ben lieti di godere di un simile privilegio, ma certo non pensosi dell’impoverimento e della banalizzazione della produzione scientifica che fatalmente ne deriva.
Mi sembra evidente che, se vogliamo cambiare le cose, la modificazione debba partire dalle università, dal loro modo di produrre cultura e formazione, dal loro coraggio e dalla loro libertà nel promuovere la ricerca e la selezione dei giovani ricercatori, dalla loro onestà morale e politica. Anche dalla consapevole forza con la quale decisamente rifiutarsi a imposizioni ministeriali giudicate improvvide: ricordo che alcuni di noi tentarono di opporsi alla famosa riforma del tre più due (cioè alla doppia laurea, triennale e magistrale) prevedendone l’insensatezza totale per gli studi umanistici: credo che siamo in moltissimi a rimpiangere di averla subita. Oggi, dicono i rettori, è impossibile tornare indietro. Ovvero, si può farlo solo con una visione completamente rinnovata e grazie a una base politica davvero per il momento impensabile.

Carlo Sini, la Lettura #391, pag. 13

Tempo der Straße

George Grosz, Tempo der Straße, olio su cartone, 1918.

Terrorismo culturale

Guido Piovene mentre firma una copia de Le Furie, 1963. Giorgio Lotti/Getty Images)

“Per quanto possa esibire veleni, l’impressione d’insieme, che resta nei lettori più in là della lettera, è che sia un panegirico a molte voci. E che anche le critiche contrarie nascano dipendenti da quelle laudative. E che esista una mappa d’autori e di gruppi d’autori, fluida, mal definibile, di cui si dice solo bene. Lo spettacolo sembra quello di una perpetua incensatura, come nelle funzioni sacre, dove si vede sempre un prete che gira con turibolo e incensa gli altri a turno. Un tempo ogni grande giornale, per ogni ramo importante della cultura, la letteratura inventiva, la saggistica, le arti, il teatro di prosa, la musica, più tardi il cinema, aveva un critico autorevole e insindacabile, su cui nemmeno il direttore osava intervenire. La sua era una cattedra, di cui difendeva il prestigio, sostenuto dalla città intera. Oggi, in alcuni rami, al posto di quel critico ve n’è uno sciame, la cattedra è svanita, la città ha altro per la testa, nessuno vuole compromettersi in queste condizioni. Gli interessi premono. Le case editrici e i giornali sono ormai diventati vasi intercomunicanti. Il critico di giornale è autore di rubriche fisse in riviste settimanali delle case editrici, direttore di collezioni, lettore, consulente. Tutti ammirano, ne sono certo, la raffinatezza raggiunta dai «risvolti» pubblicitari che accompagnano i libri, vere e sottili critiche elogiative. L’autore è qualche volta lo stesso del libro, ma più frequentemente un critico. Nessuna meraviglia se gli articoli di giornale assomigliano poi ai risvolti”.

www.pangea.news/guido-piovene-critica-culturale/

Produttività

Si dice, e spesso si strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti, vincere la concorrenza e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati reali. Le classi dirigenti del nostro Paese non hanno mai superato la loro storica indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi. La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica. Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince, chi perde? Ogni capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le sue retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni, sempre più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari, tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince temporaneamente la battaglia.

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, pagg. XXVI-XXV

Herta Müller

All’epoca lavoravo in una fabbrica traducendo le istruzioni d’uso dei macchinari d’importazione tedesca. Da quel momento, ogni paio di giorni, un comandante della Securitate cominciò a venire anche in ufficio. Voleva reclutarmi come informatore. Dapprima con delle lusinghe ma, quando rifiutai, scagliò il vaso da fiori contro il muro, minacciandomi. Si congedò con la frase: finirai per pentirtene. Ti butteremo nell’acqua.
Iniziarono buttandomi fuori dalla fabbrica. Adesso ero un nemico dello Stato, oltre che disoccupata. Negli interrogatori che seguirono, il membro dei servizi segreti mi chiamò «elemento parassitario». Ti dava l’idea di insetto nocivo. Gli stessi servizi segreti, che avevano indotto  il mio licenziamento, mi accusavano ora proprio di quello e mi ricordavano che per quello sarei potuta finire in prigione. Funzionava così con i posti di lavoro. Era come essere nell’esercito. Ogni mattino ognuno di noi doveva presentarsi dinanzi allo Stato. Quando alle 7 e mezzo arrivavi al lavoro, la marcia risuonava per tutto il cortile della fabbrica fin su nel cielo. Andavamo a tempo, che lo volessimo o no. Raggiungevamo le nostre postazioni: gli operai le catene di montaggio e noi impiegati d’ufficio le scrivanie. Poi andavamo a farci la doccia e a lavarci i capelli. Passavamo così al caffè e lo smalto sulle unghie. Di tanto in tanto lavoricchiavamo e poi era già l’ora della pausa pranzo con la marcia che riecheggiava dagli altoparlanti. Molto più importante della nostra produttività era la nostra presenza. In cambio di quell’ubbidienza ti davano uno stipendio, dal primo giorno di lavoro fino alla pensione. Che producessimo qualcosa o meno, non aveva alcuna importanza. In fabbrica il nostro motto era: non fare oggi quello che hai mancato di fare ieri, perché forse domani non servirà più.

Herta Müller in la Lettura #265, pag. 46