Ambizioni culturali

TRE LUOGHI COMUNI DEL PRESENTE CONFUTATI DAL PASSATO

A volte, davanti a un fenomeno che ci appare con tutta evidenza aberrante o esasperante, si vorrebbe non dover esercitare la fatica della critica. Si spera che basti additarlo, e chiunque capirà. Invece – com’è normale e giusto – non capita così. Ma lo sconforto diminuisce quando ci si accorge che la confutazione migliore è già lì pronta, ante litteram, in qualche vecchio libro, e che strappare al suo contesto una citazione è più utile che annaspare intorno a polemiche nuove. Che sollievo, quando il passato si è già incaricato di stigmatizzare in modo perfetto le mode culturali, i luoghi comuni e le velleità ideologiche del presente! Faccio tre esempi.

IL PROFESSOR CELATI. Le tendenze accademiche si sviluppano con la fatalità di certi eventi geologici. Oggi, nelle nostre università e in quelle anglosassoni, si stenta a trovare un dottorando in italianistica che non venga mobilitato dai suoi insegnanti per celebrare la presunta grandezza eslege di Gianni Celati. Questo accade dopo che nell’ultimo decennio si è ormai diffuso un vero e proprio filone editoriale celatiano, che salvo poche pagine valide (di Ermanno Cavazzoni, più autentico del suo fratello maggiore) produce montagne di scorie ed epigoni di epigoni, comici sì, ma involontariamente. A me sembra che solo una carenza di fiuto stilistico e psicologico possa indurre a vedere in Celati un distratto, stralunato “sapiente”. Dietro Guizzardi e i “parlamenti buffi”, io ho sempre ritrovato il volto di un tipico professore del nostro tempo. Le scelte formali celatiane non sono affatto “naturali”: sono al contrario dei partiti presi che trasformano lo stile in stucchevole stilizzazione, sia che si tratti delle “comiche” (poco divertenti e mai necessarie, senza i pregi di Buster Keaton né quelli di Samuel Beckett) sia che si tratti della più interessante rarefazione da narratore delle pianure (basta leggere i “Sillabari” di Goffredo Parise per accorgersi della differenza che passa tra la poesia e il mestiere). Ma è appunto la stilizzazione a rendere Celati così accademicamente appetibile: il suo successo ‘sociale’ è il segno del suo conformismo inoffensivo. Per questo gli scaffali delle nostre librerie continuano a riempirsi di libri bamboleggianti a base di matti padani, “brache”, “scoregge” e “che” anacolutici – libri che recitano la svagatezza proprio perché non la conoscono (qui il confronto impietoso è con Antonio Delfini), e che anzi sono scritti in genere da autori furbi e avari, decisi a guadagnarsi una voce e un pubblico senza correre rischi.
Ma questi “pargoleggiamenti” erano già stati benissimo descritti da Alberto Savinio in un articolo degli anni Trenta sul più decoroso Sergio Tofano. C’è una pagina esilarante, ora raccolta in “Palchetti romani”, dove Savinio paragona lo stile “futile, onomatopeico e pupazzesco” della compagnia teatrale Tofano al gergo che parlano in famiglia alcuni suoi conoscenti. Eccone il ritratto: “Benché forniti di nome e cognome, si facevano chiamare, lui Nane, lei Nana e il figlio Nanino. Praticavano quella forma di scemenza comune a tanta gente, che consiste nel deformare puerilmente i nomi e le parole (…) riducevano a forma puerile tutti gli atti della vita, e davanti a quelli più gravi manifestavano un ebetismo sorridente, con che si persuadevano di essere tre tipi molto buffi. ‘Buffo’ era la meta suprema delle loro aspirazioni (…) Dichiaravano ‘barbosa’ qualunque forma di serietà e ‘riposantЀ la scemenza. Parlavano (…) un linguaggio convenzionale, composto di monosillabi e onomatopee (…) imitavano gli atteggiamenti ‘buffi’ dei pupazzi (…) Davanti all’immoralismo e ai suoi rischi, si mantenevano prudenti come i visitatori del giardino zoologico davanti al recinto dei leoni; ma l’immoralismo costituendo appunto l’ideale delle loro animule borghesi, si erano foggiato di questo ‘idealЀ un succedaneo innocuo e incruento, equivalente delle sigarette denicotinizzate e del pane per diabetici”.

ADDAVENI’ VLADIMIRO. In questi anni di crisi e di precarietà torna a diventare sempre più visibile un tipo umano che ricorda da vicino la piccola borghesia declassata dalla quale, come insegnano gli storici, attinsero quadri e masse di manovra i movimenti totalitari del Novecento. Spesso questo tipo ha alle spalle ambizioni culturali insoddisfatte, presunte vocazioni che non ha potuto trasformare in mestiere, e coltiva il senso di superiorità – rovescio ovvio del senso d’impotenza – di chi si sente ingiustamente escluso. Al tempo dei primi capelli grigi o delle prime stempiature, ecco allora che il suo antagonismo giovanile sfocia nel complottismo: vede ovunque ingegnosi intrighi di quell’entità che chiama “Occidente”, e a cui assegna tutti gli attributi della più diabolica onnipotenza. Appena incontra un interlocutore dubbioso, lo classifica subito come un servo cieco delle nostre finte democrazie. Il suo animo in fondo in fondo è gentile, ma la frustrazione che gli cresce dentro ne deforma la voce, i gesti, l’espressione. Contro il suo immaginario Moloch, gli serve una bandiera da sventolare senza se e senza ma: un nome e un simbolo davanti a cui la verve polemica al limite della fantascienza, che sputa fuori quando parla di Italia, di Europa o Stati Uniti, possa finalmente placarsi, e il senso critico riaddormentarsi nel calore dell’entusiasmo.
Adesso che Cuba e palestinesi sono in ribasso mediatico, capita spesso che i suoi sogni rancorosi di rivincita e potenza si concentrino intorno alla Russia di Vladimir Putin, come poche stagioni fa intorno a Hugo Chávez. Infatti nel nostro tipo, che oggi partecipa euforico alle presentazioni di “Putinfobia” e condivide i post di Giulietto Chiesa, lo scollamento tra vita vissuta e cultura scolastica tende fatalmente a cancellare la capacità di immedesimazione. Se sul lavoro gli toccano un punteggio in graduatoria o lo spostano di sede è pronto a evocare le deportazioni naziste, ma nei paesi lontani che ha scelto come provvisoria patria approva senza battere ciglio le più brutali violazioni dei diritti civili. Il suo ritratto più preciso si trova in un saggio di George Orwell intitolato “Appunti sul nazionalismo” e scritto nel 1945. Nelle sue pagine, ora raccolte in “Nel ventre della balena”, Orwell parla di “nazionalismo trasposto”, e osserva che questa “trasposizione” mette un intellettuale “in condizione di essere molto più nazionalistico, volgare, sciocco, pernicioso, disonesto di quanto mai potrebbe essere nei confronti del suo paese natale o unità della quale abbia un’autentica conoscenza”. E così continua: “Quando si leggono le corbellerie presuntuose e servili che si scrivono su Stalin, l’Armata Rossa ecc. da parte di persone sensibili e intelligenti, si comprende che ciò è possibile solo perché è in atto un processo di trasposizione.
Nelle società come la nostra è inconsueto per chiunque sia un intellettuale provare un attaccamento profondo per il proprio paese. L’opinione pubblica – almeno quella parte che lo riconosce tale – non glielo permetterebbe. Poiché la maggior parte delle persone che lo attorniano sono scettiche e apatiche, egli adotta un atteggiamento camaleontico o vile: rinunzierà in quel caso alla forma di nazionalismo più diretta senza peraltro accostarsi a nessuna visione autenticamente internazionalista. Sente ancora il bisogno di una patria ed è naturale cercarne una all’estero. Avendola trovata, sguazzerà senza ritegno in quelle stesse emozioni dalle quali credeva di essersi emancipato. Dio, il re, l’impero, l’Union Jack – gli idoli rimossi riappaiono sotto mutate spoglie e poiché non è semplice riconoscerli possono essere incensati con la coscienza a posto. Il nazionalismo trasposto, come la pratica del capro espiatorio, è un modo di raggiungere la salvezza senza modificare la propria condotta”.

I PARTITI IDEALI. Uno spettro si aggira per l’Europa: quello dei partiti che furono, o meglio di ciò che quei partiti dicevano di essere. Li rimpiangono quasi tutti: sia i retori della destra più inquietante, sia i virtuisti di una sinistra che pretende di avere insieme i privilegi della nobiltà culturale e quelli della ragione politica, finendo per provocare insieme il tradimento dei chierici e l’inefficacia dei governanti. Da una parte come dall’altra si chiede che i partiti tornino a radicarsi nei vasti progetti ideali, in una articolata visione del mondo che contempli e abbracci ogni ambito della vita. Contro la repubblica liquida di oggi s’invocano le vecchie forze novecentesche e proporzionali, il loro quadro identitario e pluralistico. Eppure, come ricordava spesso Marco Pannella, sono proprio quelle forze e quel quadro politico ad avere prodotto i fascismi e la stagnazione corruttrice che la pragmatica politica anglosassone non ha conosciuto. Simone Weil, che portava le idee alle loro conseguenze estreme, credeva che tutti i partiti fossero da abolire; ma perfino lei riconosceva che i più pericolosi erano quelli nati sul continente dalla dialettica involutiva della rivoluzione francese.
Le parole più analitiche e penetranti sul tema restano però quelle scritte dopo la catastrofe degli anni Quaranta da Hannah Arendt. Nelle “Origini del totalitarismo” (1951), la Arendt riflette sulla maggiore tenuta della Gran Bretagna bipartitica, in cui governo e opposizione sono una cosa sola con lo Stato, rispetto alle nazioni continentali, in cui un multipartitismo spartitorio e irresponsabile gioca con l’idea di uno Stato astratto e metafisico, posto al di là delle forze in campo. La maschera ideale dei partiti continentali, osserva nella parte centrale del suo saggio, alza oltre la soglia di guardia il livello di fanatismo e di falsa coscienza: da un lato favorisce i furori ideologici, dall’altro la corruzione e l’immobilismo, o magari la suggestione del colpo di mano. Viceversa, là dove i partiti accettano di presentarsi apertamente come aggregati di interessi, e si devono dimostrare sempre pronti ad assumersi responsabilità di governo, questa schizofrenia è molto minore. Ma ascoltiamo le parole della Arendt, da ripetere ancora nel 2016 a tutti coloro che ripropongono la retorica novecentesca dei partiti-Weltanschauung: “Poiché nel bipartitismo un partito non può esistere alla lunga se non ottiene prima o poi abbastanza seguito per assumere le redini del potere, non occorre una giustificazione teorica dell’interesse e non si sviluppano ideologie, col risultato che è completamente assente il peculiare fanatismo della lotta politica continentale, che deriva dal contrasto delle ideologie più che da quello degli interessi.
Il guaio dei partiti continentali, separati per principio dallo stato e dal potere, non consisteva tanto nell’essere attaccati ad angusti interessi particolari, quanto nel vergognarsene escogitando giustificazioni ideologiche che facevano coincidere tali interessi con quelli generali della nazione o dell’umanità”.

In questi tre esempi, il lettore se ne sarà accorto, torna ad affiorare un tratto comune: la falsa coscienza, ossia la sproporzione tra gergo e realtà, tra pretese ideologiche e verità stilistica, morale, materiale. Si pretende di essere clown, e si è invece accademici fino al midollo; ci si fantastica sulle barricate, e si vive come i burocrati “luigini” immortalati da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli” e nell’“Orologio”; si brandisce la retorica degli ideali, della rappresentanza capillare o delle minoranze, e si fomentano i corporativismi, le fazioni sterili e non inclusive, gli estremismi astratti quanto pretestuosi, la balcanizzazione della vita pubblica. La storia non è maestra, ma sa essere una buona critica militante. Nulla di nuovo sotto il sole.

Matteo Marchesini, 2016

44. una ragazza scarmigliata

René Portocarrero, Catedral, gouache su carta su masonite, 1965

Quando imparavo a camminare mia madre avrà letto questo libretto di Balzac che sto finendo, Il medico di campagna, storia ambientata nella provincia francese nel 1833, storia di come si torna a conquistare un’illusione e un ideale, storia basata su chi crede che Napoleone abbia dato o lasciato qualcosa, e in effetti tra le cose che Napoleone tentò di dare all’Italia che allora era barbara e in mano ai preti, c’è anche questa Scuola Normale, questa École Normale che oggi appunto esiste in una società dove non ci sono più i preti, ma la loro ombra, che è una struttura “mentale” di lentezza, voglia di non fare e lasciare che le cose vadano allo stato naturale. Cioè nel fango originario.
Un’esperienza di lettura forte come quella che dà Balzac l’avevo provata, come succede a tanti, coi russi, con Dostoevskij in particolare, e anche questo l’avevo trovato prevalentemente in casa, grazie alle cose lette da mia madre, ma c’era un testo che non riuscivo proprio a mandare giù dopo aver letto i suoi capolavori. Il testo era L’adolescente ed era abbastanza illeggibile perché Dostoevskij anziano voleva scrivere in prima persona come un ragazzo di sedici diciassette anni, ora non ricordo, ma il libro lo mollai perché avevo bisogno di crescere, non dico affettivamente, quello i libri non lo danno, ma umanamente, e cominciai a immergermi e durò almeno un paio d’anni, eccoci qui, a parlare di Balzac che per me sarà come allora era stato Dostoevskij, una cosa che ti prende e ti fa fare la ruota, ma nel frattempo potrai fare anche altro, trovare in metropolitana una ragazza scarmigliata che tiene in mano il librone del Cileno, 2666, e che volentieri attacca bottone perché tanto deve scendere una fermata dopo, alla Iulm, allora evviva che in queste università di cinema e spettacolo fanno svolgere saggi sul cileno Bolaño e su uno scrittore che lui amava, un americano “post-moderno”, tutta una specie di fantascienza, come fantascienza è il proprio passato, soprattutto quello breve di chi è giovane e vede le cose all’indietro come se fossero strane e distorte, ma in fondo tutte connesse dal caso e dagli affetti, più profetiche e più esatte di una profezia.
Bolaño: “Nel mercato della letteratura bisogna essere tremendamente competitivi. Si dà il caso che io non mi senta parte del mercato, anche se in qualche modo sì che ne faccio parte. Con questo voglio dire che i miei libri si vendono, entrano nel circuito dei coltelli, ma voglio anche dire che io NON FACCIO NIENTE per farne parte o per rimanerci. Il mercato della letteratura, d’altra parte, non ha niente a che vedere con la letteratura reale, quella che si fa in solitudine, senza pensare ai lettori né tanto meno alle vendite, come un esercizio di libertà e come un esercizio che comporta un’alta dose di pericolo”.

Andrea Bianchi

Professor Saturno

Francisco Goya, Modo de volar

La sua Storia della letteratura inglese – datata, certo, è ovvio, e per questo affascinante – spicca, in un tempo, questo, dettato dal buon senso e dal cattivo gusto, dei critici inascoltati perché inascoltabili, senza carisma, carrieristi cabarettisti, per i giudizi sommari, le brevi cattiverie, la bella scrittura. L’ampiezza di sguardo, micidiale, panottica, si fonde al pregio del particolare, alla preziosità improvvisa, al gioco di prestigio verbale, al pregiudizio, perfino, al talento di non capire (la cantonata che ha preso con Pound, il Joyce a suo dire inutile). Dicevano portasse iella; la iattura, piuttosto, è leggere, ogni giorno, il commento di letterati gazzettieri atti a nutrire il proprio ego, vegano, iniquo. “Intellettuale non comune, «Professor Saturno» – genio, spirito e demonio caustico e discepolo di Michel de Montaigne, Mario Praz era ovviamente l’esatto contrario dell’aura satanica di cui la maldicenza e l’invidia lo avevano circonfuso: semmai era dolce, gentile, affettuoso racconta chi lo conobbe. Forse molto solo e malinconico”, ha scritto di lui, di recente, Luigi Mascheroni, ribadendo che per lo più Praz è scomparso dal desco editoriale odierno. Fa eccezione Misteri d’Italia (Aragno, 2022), brevissima raccolta di articoli pubblicata su “il Borghese”, a cura di Giuseppe Balducci (autore, in appendice, di un ottimo Profilo di Mario Praz). Anche in questa sorta di oblò anti-oblio non è difficile ricavare alveari di sapienza anticonformista, come questo paragrafo:

“Sì, il paesaggio italiano è bello, visto con occhio di pittore, ma talmente sottomesso all’uomo, talmente umanizzato, da poterlo dire addirittura infestato da antropotossine: come una camera in cui han dormito degli uomini, impregnata del loro odore… Viaggiando per le belle campagne della Toscana e dell’Umbria, quante volte si vorrebbe premere quel bottone che eliminasse l’invadente presenza dell’uomo!”

leggi tutto: https://www.pangea.news/mario-praz-solmi-critica-letteraria/

Moby Dick

Fu pubblicato nel 1851, in un’epoca di fervore della letteratura americana. In quegli stessi anni infatti videro la luce La lettera scarlatta di Hawthorne (1850), Walden di Thoreau (1854) e Foglie d’erba di Whitman (1855). E iniziava a coltivare la sua vocazione di poetessa Emily Dickinson, la grande solitaria. Quando Cesare Pavese tradusse per la prima volta in Italia il capolavoro di Melville mise subito in guardia i lettori sulla posta in palio:

“Si legga quest’opera tenendo a mente la Bibbia e si vedrà come quello che potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano. Dal primo estratto di citazione «E Dio creò grandi balene» fino all’epilogo, di Giobbe: «E io solo sono scampato a raccontarvela» è tutta un’atmosfera di solennità e severità da Vecchio Testamento, di orgogli umani che si rintuzzano dinnanzi a Dio, di terrori naturali che sono la diretta manifestazione di Lui”.

In una splendida biografia di Melville, Paolo Parisi Presicce ha compendiato i modelli d’ispirazione del romanzo: Il Libro di Giobbe fa da modello o stampo per la sfida interrogatoria al divino. Il Libro di Giona, attraverso il personaggio di Ishmael, per l’obbedienza cieca all’universo; il King Lear di Shakespeare per il crollo tragico e inevitabile dell’autorità; il Paradise Lost di Milton per l’ambizione incrollabile; il Doctor Faustus di Marlowe per la tentazione demoniaca; il Faust di Goethe per l’ossessione eroica, l’Anatomy of Melancholy di Burton, letto più volte, per una psicologia nostalgica e invalidante.

Siete Poemas Breves

Jack Vettriano, The Billy Boys


di Roberto Bolaño

[ Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981 ]

I

Cae fiebre como nieve
Nieve de ojos verdes

I

Cade febbre come neve
Neve d´occhi verdi

II

Se ríen los trovadores en el patio de la taberna
La mula de Guiraut de Bornelh El cantar oscuro
y el cantar claro Cuentan que un catalán prodigioso…
La luna… Los claros labios de una niña diciendo en latín
que te ama Todo lejos y presente
No nos publicarán libros ni incluirán muestras
de nuestro arte en sus antologías (Plagiarán
mis versos mientras yo trabajo solo en Europa)
Sombra de viejas destrucciones. La risa de los juglares
desaparecidos La luna en posición creciente
Un giro de 75o en la virtud Que tus palabras te sean fieles

II

Ridono i trovatori nel cortile della taverna
La mula de Guiraut de Bornelh Il cantar chiuso
e il cantar chiaro Raccontano che un catalano prodigioso…
La luna… Le chiare labbra di una bambina che dice in latino
che ti ama Tutto lontano e presente
Non ci pubblicheranno libri nè includeranno saggi
della nostra arte nelle loro antologie (Plageranno
i miei versi mentre solo io lavoro in Europa)
Ombra d´antiche distruzioni. Le risa dei giullari
scomparsi La luna in posizione crescente
Un giro di 75º nella virtù Che le parole ti siano fedeli

III

Guiraut Sentado en el patio de la taberna
Las piernas cruzadas Has salido para digerir
contemplando el cielo Los tejados grises
Las chimeneas humeantes de los primeros días invernales
Las niñitas rubias morenas pelirrojas Jugando

III

Guiraut Seduto nel cortile della taverna
Le gambe incrociate E´ uscito per digerire
contemplando il cielo I tetti grigi
I comignoli fumanti dei primi giorni invernali
Le bambine bionde brune rosse Che giocano

IV

En primavera salían de los bosques y recibían a los hombres
Tersites Inmaculado el mármol atraviesa descripciones
lamentos estados totalitarios Algo tan lejano a la risa
de los comerciantes (Salían de sus bosques para hacer
el amor) Con campesinos que alababan grandemente
sus cabalgaduras atadas a los árboles bajos o paciendo
en los claros Una Grecia en blanco y negro Y anos dilatados
estrechando vergas notables Tersites las amazonas
un atardecer que persiste a las descripciones y los besos

IV

A primavera uscivano dai boschi e ricevevano gli uomini
Tersite Immacolato il marmo incrocia descrizioni
lamenti stati totalitari Qualcosa di così lontano dalle risa
dei commercianti (Uscivano dai loro boschi per fare
l´amore ) Con contadini che lodavano immensamente
le loro cavalcature legate agli alberi bassi o pascolando
nelle radure Una Grecia in bianco e nero E ani dilatati
che stringono verghe notevoli Tersite le amazzoni
una sera che resiste a descrizioni e baci

V

Tal vez no ame a nadie en particular dijo
mientras miraba a través de los cristales
(La poesía ya no me emociona) – ¿Qué? Su amiga
levantó las cejas Mi poesía (Caca)
Ese vacío que siento después de un orgasmo
(Maldita sea, si sigo escribiendo llegaré a sentirlo
de verdad) La verga parada mientras se desarrolla
el Dolor (Ella se vistió aprisa. Medias
de seda roja) Un aire jazzeado una manera de hablar
(Improviso, luego existo, ¿cómo se llamaba ese tipo?)
Descartes Caca (Qué nublado, dijo ella,
mirando hacia arriba Si pudieras contemplar
tu propia sonrisa Santos anónimos Nombres
carentes de significado

V

Forse non amo nessuno in particolare disse
mentre guardava attraverso i vetri
(la poesia non mi emoziona più) – Cosa? La sua amica
alzò le ciglia La mia poesia (Cacca)
Quel vuoto che sento dopo un orgasmo
(Sia maledetta, se continuo a scrivere finirò per sentirlo
veramente) La verga eretta mentre cresce
il Dolore ( Lei si vestì in fretta. Calze
di seta rossa) Un´aria jazz un modo di parlare
(Improvviso, dunque sono – come si chiamava quel tipo?)
Discarti Cacca (Com’è nuvolo, lei disse,
guardando in alto Se potesse contemplare
il tuo stesso sorriso Santi anonimi Nomi
privi di senso

VI

Nadie te manda cartas ahora Debajo del faro
en el atardecer Los labios partidos por el viento
Hacia el Este hacen la revolución Un gato duerme
entre tus brazos A veces eres inmensamente feliz

VI

Non ti scrive più nessuno adesso Sotto il faro
all´imbrunire Le labbra screpolate dal vento
A Est fanno la rivoluzione Un gatto dorme
tra le tue braccia A volte sei immensamente felice

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura Talvolta
gli occhi verdi E 26 anni Un servitore

[ Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto ]

43. Calculatores

Nei sentieri tortuosi che portano a vedere conseguenze ed effetti, cause e princìpi, un posto notevole spetta ai calculatores di Oxford. Questo cenacolo di pensatori, scrittori e logici visse al Merton College e pensò di desistere dalla moda aristotelica nella considerazione formale delle qualità; per loro luce, colore, densità, calore e (naturalmente) forza erano suscettibili di misurazione.
Come tutti i Bahnbrechend, gli apritori di nuove vie, questi uomini dovettero presto scomparire nell’anonimato lasciando il posto, nei libri di fisica, a chi riuscì a dare consistenza sistematica alle loro scoperte. Un nome per gli altri: Galilei.
Quello che i calculatores incominciarono a svolgere fu poi perfezionato dalla scuola inglese nel suo insieme e approdò senza eccessivi intoppi negli Stati Uniti, dove anche le materie “soft” si distinguono per essere oggetto di attento, meticolose e metodiche misurazioni. Uno statunitense insegnerà perciò allo scaltro europeo, e lo farà con maggior forza se l’europeo si affaccia sul Mediterraneo ed è scaltro e irriverente, che le qualità di bontà, affidabilità, precisione e via di questo passo, sono tutte da scaglionare lungo scale di valori (psicologia delle organizzazioni).
Il piacere della storia consiste nell’enunciare i nomi antichi di questi rivoluzionari che spersi sull’isola staccata dall’Europa aprivano nuove strade: Thomas Bradwardine, John Dumbleton e Richard Swineshead, per nominare i più rilevanti. Nel loro Merton College studiava, contemporaneamente, il teologo John Wycliff, precursore di Huss e di Lutero e di ogni successiva riforma religiosa cristiana. Il dottor Wycliff era più che un semplice teologo: nel 1381, all’età avanzata (per allora) di cinquant’anni, sostenne la rivolta dei contadini che fu repressa senza pietà. Chiuse i suoi giorni in una parrocchia lontana dalla capitale, in un paese che neanche ora arriva a diecimila abitanti.
E chi altro studiò nel college dei calculatores? Lo scopritore della circolazione sanguigna, Harvey. Qualche secolo dopo passò di lì lo scrittore di genere fantastico purtroppo oscurato dal contemporaneo Wilde, Beerbohm. Vi trascorse del tempo un Churchill che poi riscosse gloria in India a metà Ottocento, e vi si insediò il poeta statunitense Thomas Eliot. Uno storico, scrittore di notevole valore, studiò anche lui al Merton.
Questa panoramica vorrebbe raggiungere un solo obiettivo: il sapere organico che nel college si raccoglieva ha dato i suoi frutti che ora pendono, assai maturi, nel continente nordamericano. E che vengono esportati sotto conserva in Europa.
Uno scrittore dotato di forza sufficiente potrebbe tracciare un parallelo tra la quantificazione imposta a tutto nell’ambito delle materie soft (psicologia letteratura organizzazione) e gli antenati inglesi di questo stile di pensiero. Certamente ne potrebbe venire fuori un risultato esorbitante e provocatorio, forse anche soddisfacente.
Del resto i quantificatori-calcolatores odierni si limitano a vivere trame altrui, le vite reincarnate dei loro predecessori logici medievali. Salgono sul teatro della vita e spesso manca un Arlecchino nelle loro rappresentazioni.
Arriverà forse un momento in cui dalla regia sarà messo sotto i loro nasi Il borghese gentiluomo del teatrante francese il quale faceva dire a un suo personaggio, un parvenu, che si rendeva conto – ammesso finalmente tra qualche nobilastro consumato dall’ozio – di aver parlato in prosa durante tutta la sua vita. A detta dello stimato borghese, i nobili gli facevano sentire la poesia.

* * *

Uno scrittore italiano del secolo scorso ha notato come nei racconti di fantasia la trama razionale sia importante e necessaria, benché non evidente. È quello che serve al compositore per non deflettere dal suo argomento e arrivare a una conclusione.
Questo è evidente nei racconti fantastici, soprattutto se sono a tema come questa trovata da vaudeville geometrico che il lettore ha appena terminato di leggere. Il punto allora è: siamo sicuri del tutto che tra la tensione precisa e l’immaginazione fervida non ci siano punti di contatto? Tra il pezzo scritto qui sopra e quello che potrebbe cominciare così: che nel tram il vecchio sovietico urlava come un forsennato ma non di rabbia né di dolore, solo per una partecipazione emotiva col suo corrispondente, forse una donna, che sentiva nelle sue cuffie e la chiamava strepitando come per cancellare la distanza tra i due producendo un fastidio indescrivibile in chi fosse, a sua volta, al telefono e dovesse chiudere perché non si sentiva niente, salvo restare in attesa di incrociare lo sguardo del sovietico, di questo uomo dell’Est che dopo due finte di chiudere la chiamata avrebbe terminato per davvero e allora si sarebbe notato in quel suo sguardo una tempesta di azzurro, come di occhi di lupo, il tutto sommerso di letteratura con quell’attesa di incrociare il suo sguardo (non da villano, in fondo dolce) che veniva ripagata e allora si inseriva bene in quello scompartimento del tram dove una ragazza alta e con gli occhiali tondi da intellettuale leggeva il suo libro di psicologia sull’umorismo.
Tra questa densità comunicativa che suscita la memoria e la geometria delle parole precise un nesso deve pur esserci. Tutto viene unificato, come la matematica, come la mathesis universalis, e Borges scriveva racconti precisi senza perdere la razionalità perché aveva trasportato nei suoi territori letterari gli incubi di uno scrittore che prevedeva il futuro e si firmava K. E che scriveva “tutti gli uomini sono così perennemente vivi, non nel senso della vera immortalità, ma giù nelle profondità della loro vita momentanea”. E proseguiva, perché era una lettera privata, confidando di avere “tanta paura di loro. Vorrei leggergli negli occhi ogni desiderio”.

Primavera 2018

Andrea Bianchi

Ritratto di giovane

Andrea del Sarto, Ritratto di giovane, olio su lino, 1517-18.
National Gallery, Londra

Playboy interview

Kenneth Tynan, Playboy interviewOrson Welles
Playboy magazine, marzo 1967


PLAYBOY: In un’era di crescente specializzazione, ti sei espresso pressoché con tutti i mezzi artistici. Non hai mai voluto specializzarti?

ORSON WELLES: No, non riesco a immaginarmi mentre mi limito. È una bella vergogna che viviamo in un’epoca di specialisti, e penso che tributiamo loro troppo rispetto. Ho conosciuto quattro o cinque ottimi dottori in vita mia, e mi hanno detto che la medicina è ancora ad uno stato primitivo e loro ne sanno un’infinitesima parte. Ho conosciuto solo un cameraman veramente bravo – Gregg Toland, per la fotografia diQuarto potere. Diceva di potermi insegnare tutto di una macchina da presa in quattro ore – e ce la fece. Non credo che lo specialista sia poi questo santone che il nostro tempo si è costruito.

PLAYBOY: Ma oggigiorno è possibile un uomo del Rinascimento, qualcuno che sia compatibile con le arti e le scienze allo stesso tempo?

ORSON WELLES: Possibile e anche necessario, perché il grande problema che sta davanti a noi è la sintesi. Abbiamo una serie di oggetti slegati e dobbiamo ricavarne un senso. Il peggior tipo di lunatico è quello che percorre sempre la stessa strada. Ed è meglio tanto per l’individuo che per la società che i nostri orizzonti siano i più ampi possibili. Quel che una persona normalmente intelligente non può apprendere – se è genuinamente vitale e onestamente curiosa – non val la pena di essere appreso. Ad esempio, oltre a sapere qualcosa del dramma Elisabettiano, penso che dovrebbe anche buttarsi a spiegare i principi della fissione nucleare – buttarsi quel che basta per essere attenti al mondo oggi. Non dico: “Quello è un mistero che va lasciato agli scienziati”. Certo non ti dico che vorrei un posto chiave alla Difesa nazionale. […]

PLAYBOY: Potessi scegliere un periodo in cui nascere, diresti sempre gli Stati Uniti nel 1915?

ORSON WELLES:  Gli USA di quell’anno sarebbero a buon punto della classifica, ma ognuno sano di mente avrebbe scelto l’età d’oro della Grecia, il Quattrocento italiano, l’Inghilterra elisabettiana. E ci sono state altre epoche d’oro. La Persia ha avuto la sua, la Cina ne ha avute quattro o cinque. La nostra età è straordinaria, ma non mi pare nemmeno d’argento. Penso che sarei stato più felice e più soddisfatto in altre periodi e altri luoghi – come magari l’America che sostituiva i tetti alle tende.

PLAYBOY: Qualche figura di storia Americana con la quale ti identifichi.

ORSON WELLES: Come la maggioranza degli Americani avrei volute avere un po’ di Lincoln in me: ma non è così. Non riesco a immaginarmi capace di tanta bontà o compassione. Direi che l’unico Americano che per ruolo avrei potuto occupare è Tom Paine, un radicale, un vero indipendente – non nel senso odierno, comodo dei liberali, ma in quello buono, difficile per il quale lui era pronto a farsi la galera. È stata la mia fortuna, nel bene o nel male, non dover fare scelte simili alle sue. […]

PLAYBOY: Quindi sei d’accordo con WH Auden quando si paragonava a qualcosa come la figura di Cristo?

ORSON WELLES: Non voglio andare nel caso specifico, benché la mia carne si spaventi quando le persone usano la parola “Cristo”. Penso che Falstaff sia un albero di Natale adornato di vizi. L’albero di per sé è innocenza totale, amore. Per contrasto, il re è decorato soltanto dalla maestà, un puro machiavellico.E c’è qualcosa di crudele ed egoistico nei confronti di suo figlio – persino quando raggiunge l’apoteosi come Enrico V. […]

PLAYBOY: Il tuo Falstaff ha un messaggio?

ORSON WELLES: Lamenta la morte della cavalleria e il rifiuto dell’Inghilterra felice [quella di Chaucer]. Persino al tempo di Shakespeare, la vecchia Inghilterra delle boscaglie e del tempo di maggio era già un mito, ma un mito reale. Il rifiuto di Falstaff da parte del principe indica il rifiuto di quell’Inghilterra da parte di un’Inghilterra di genere nuovo, quello deplorato da Shakespeare e che finì col diventare l’Impero britannico. Il cambiamento sostanziale non è scusa valida per tradire l’amicizia. Liberando questa storia ho giustificato il mio approccio chirurgico ai testi, un taglia-e-cuci con le tragedie di Shakespeare. […]

PLAYBOY: I registi americani, oggi.

ORSON WELLES: Stanley Kubrick e Richard Lester sono gli unici che mi affascinano – fatti salvi i vecchi maestri. Con questi intendo John Ford, John Ford e ancora John Ford. Non riesco a vedere Alfred Hitchcook come americano, benché abbia lavorato a Hollywood tutti questi anni, mi sembra tremendamente inglese nella migliore tradizione di Edgar Wallace, e nulla più. Nel suo lavoro trovi sempre l’aneddotico, i suoi espedienti rimangono espedienti, non importa quanto abilmente concepiti ed eseguiti. Non penso onestamente che le immagini di Hitchcook come regista avranno interesse tra cent’anni [1967]. Con Ford al suo meglio senti invece che il film ha vissuto e respirato nel mondo reale, anche se poi magari è stato scritto da Mother Macree [1910]. Quello di Hitchcook è un mondo di spettri che ti spiano. […]

PLAYBOY: Pensi che aiuterebbe avere un sussidio federale per scuole di film in USA?

ORSON WELLES:  Se facessero film invece di parlarne e se tutte le lezioni di teoria vi fossero rigorosamente proibite, potrei immaginare una scuola di film di grande valore, effettivamente.

PLAYBOY: E la produzione di film? Andrebbe finanziato con denaro pubblico, come in molti stati europei?

ORSON WELLES: Se è vero – e credo che lo sia – che teatro, opera e musica andrebbero finanziate dallo stato, allora questo varrebbe anche per il cinema, a maggior ragione. I film sono socialmente più potenti e hanno molto a che vedere con questo particolare momento della storia mondiale. Denaro abbondante dovrebbe affluire al cinema. Ne ha ancora bisogno e ha ancora molto da dire.

PLAYBOY: Il tuo vizio più grande.

ORSON WELLES: Accidia — latino medievale per ‘malinconia’ e indolenza. Non le do molto spazio ma si presenta come il rollio della nave, all’improvviso. Ho molti dei peccati accettati, ma l’invidia non sarà tra questi. Nemmeno troppo orgoglio, e non sono sicuro che sia un peccato di quelli sulla lista dei cristiani. Se è una virtù non me riconosco molto; lo stesso se è un vizio. […]

PLAYBOY: Se l’arte è una forma di protesta, come hanno avvertito certi filosofi, pensi sia possibile che in un mondo automatizzato fatto di abbondanza, privo di frustrazioni e pressioni, nessuno si senta spinto a creare l’arte?

ORSON WELLES: Penso che ci possa essere un altro granello di sabbia anche nell’ostrica perfetta: altrimenti non ci sarebbero più perle. E non accetto che l’arte sia basata esclusivamente sull’infelicità. Spesso è serena e gioiosa, una sorta di celebrazione. Questo non è per negare che larga parte di lavori artistici sono venuti fuori da condizioni di infelicità spirituale ed economica, ma il fatto è che non vedo motivi per pensare che una cultura sarà più povera se la gente è più allegra. […]

PLAYBOY: Dimmi se sei d’accordo con quegli artisti moderni che dicono: “Non mi importa di quel che succede alla mia opera domani – lei è intesa solo per l’oggi”.

ORSON WELLES: No, perché un artista non dovrebbe neanche preoccuparsi di quel che accade oggi, se lo facesse escluderebbe ogni altro tempo, sarebbe un contemporaneo autoconsapevole, questo è difendere per assurdo la propria parrocchia. Ecco cosa c’è di sbagliato nel fatto che gli artisti si associno con gli agenti pubblicitari: oggi questo è canonizzato, beatificato. Ma oggi è solo un altro giorno nella storia del nostro pianeta. Solo chi vi sta vendendo qualcosa tratta l’oggi come l’unica cosa che esiste alla quale tutto è rivolto. […]

PLAYBOY: Qualche teoria per quel che ti succederà una volta morto.

ORSON WELLES: Della mia anima non so, ma il mio corpo sarà spedito alla Casa Bianca. I passaporti americano ti chiedono di indicare nome e indirizzo della persona alla quale andrebbero consegnati i tuoi resti in caso di morte. Anni fa ho scoperto che non vi è alcuna legge che vieti di segnare il nome del Presidente. Questo ha un effetto potente sui confini di stati e funge come una specie di visto diplomatico.Nel lungo periodo di Eisenhower quasi quasi  desideravo crepare per far trovare la mia bara davanti alla sua troupe televisiva, una sera o l’altra.

PLAYBOY: Come vorresti che il mondo si ricordasse di te?

ORSON WELLES: Mi sono dato un’impostazione per la quale il successo quaggiù mi importa solo per quel che mi è funzionale. È una postura onesta e non una posa dello sguardo. Fino a qualche punto, devo avere successo per poter operare. Ma penso che preoccuparsi del successo corrompa; e nulla potrebbe essere più volgare di preoccuparsi della posterità.

PLAYBOY: Non sei cattolico eppure hai deciso di vivere in paesi a intensità cattolica, prima l’Italia e ora la Spagna. Ci puoi raccontare?

ORSON WELLES: Ma non ha a che vedere con la religione. La cultura mediterranea è più generosa, meno guidata dal senso di colpa. Qualsiasi società senza felicità naturale, senza quel senso di facilità in presenza della morta, non mi fa sentire granché comodo. Non condanno quel mondo di artisti molto nordico, molto protestante come quello di Ingmar Bergman; solo, non è lì che vivo. La Svezia che mi piace visitare è molto divertente. Quella di Bergman mi ricorda un detto di Henry James sulla Norvegia di Ibsen, cioè che era tutta “odore di paraffina spirituale”. Come mi fa simpatia James!

PLAYBOY: Penso a molti film che hai diretto, Quarto potereAmberson il MagnificoFalstaff. Non ci sono padri. Questa attitudine riflette qualcosa della tua vita?

ORSON WELLES: Non penso vada così. Ho avuto un padre che ricordo come molto gradevole e attraente, uno scommettitore d’azzardo, un playboy troppo arzillo per gli anni nei quali me lo ricordo io, ma era un compagno meraviglioso, fu un grosso dispiacere per me quando morì. No, una storia mi interessa per meriti suoi propri, non perché sia autobiografica. Quella di Falstaff è il meglio di Shakespeare, non l’opera migliore ma la storia migliore. La ricchezza del triangolo padre-Falstaff-figlio è senza paralleli; è creazione tutta shakespeariana. Le altre opere prendono fatterelli a prestito da altre fonti e diventano grandi per il respiro che vi insuffla Shakespeare. Ma nelle cronache medievali non c’è nulla che arrivi a toccare la storia Falstaff-Hal-Re. È storia sua e Falstaff è creazione sua, l’unico grande personaggio della letteratura drammatica che sia anche un buono.

PLAYBOY: E che mi dici di Fellini?

ORSON WELLES: Ha il dono come tutti quelli chef anno immagini, oggi. Il suo limite – che è poi la fonte del suo charm – è che fondamentalmente è molto provinciale. I suoi film sono il sogno della città grande fatti dal ragazzino della città piccola. La sua sofisticheria funziona perché è creazione di qualcuno che non ne ha, di sofisticheria. Ma poi mostra segnali pericolosi di essere un artista superlativo con poco da dire.

PLAYBOY: Ingmar Bergman.

ORSON WELLES: L’ho indicato poco tempo fa, non condivido né i suoi interessi né le sue ossessioni. Per me è più straniero lui di un giapponese a caso.

PLAYBOY: Prossimi sviluppi del cinema?

ORSON WELLES: Spero solo che si sviluppi, da più di vent’anni non vi sono grosse rivoluzioni e senza rivoluzioni si prepara la stagnazione e dietro l’angolo c’è la decadenza. Spero sorga un brand nuovo per la produzione di film. Ma prima che questo accada dovranno evolversi altre forme di produzione, meno costose da produrre e meno costose per lo spettatore. Altrimenti la grande rivoluzione non ci sarà mai e l’artista del film non sarà mai libero.

PLAYBOY: Considerata la distribuzione mondiale, pensi che un film potrebbe cambiare il corso della storia?

ORSON WELLES: Sì, e potrebbe essere un film davvero cattivo. […]

PLAYBOY: Guardandoti indietro, rimpiangi mai di non aver fatto politica?

ORSON WELLES: A volte, e con amarezza. C’era un tempo quando consideravo di correre come senatore giovane dal Wisconsin; il mio avversario sarebbe stato un certo Joe McCarthy [quello della caccia alle streghe]. Se senti che saresti potuto essere utile ed efficace in un ruolo pubblico, non puoi fare a meno di essere scontento di te stesso per non averci provato. Io lo provo spesso questo sentimento. Penso di essere, almeno potenzialmente, un public speaker migliore di un attore qualsiasi e sarei stato in grado di raggiungere la gente, muoverla, convincerla. Oggi l’oratoria è un’arte quasi inesistente ma se vivessimo in una società dove fosse considerata seriamente come arte – come fu in molti periodi storici – allora ti dico: avrei fatto l’oratore.

PLAYBOY: La tua attitudine verso la pornografia e verso le parole impronunciabili in letteratura.


ORSON WELLES: Le parole che dici sono strumenti utili ma, quando cessano di essere più o meno proibite, perdono il loro filo del rasoio. Quando vorremo scioccare, dobbiamo tener da parte qualcosa nella faretra verbale per quel compito. Quanto alla pornografia non sono d’accordo con il permissivismo attuale. Non mi riferisco a L’amante di Lady Chatterley e tutti quei libri che si usava censurare perché dicevano l’amore fisico. Mi riferisco alla pornografia pesante, il romanzo blu, il cinema blu. La differenza è abbastanza chiara, è sfocata solo quando sei a testimoniare in una corte. Sappiamo benissimo a cosa ci riferiamo col francese cochon[letteralmente ‘maiale’]. Non ha a che vedere solo con qualcosa da porci, ma pure da solitari. Una pornografia del genere potrebbe iniziare come stimolante sessuale tutto sommato benigno, ma termina come malattia e vizio caruccio. Non si può rilasciare la malattia dentro di noi in modo incruento, questa pornografia eccita ed incoraggia la malattia, specialmente per i giovani che ancora devono imparare il sesso come amore e condivisione di gioia. Quanto alle abitudini sessuali degli adulti consenzienti, sono affar loro. A me non piace il cartaceo di seconda mano; non che le persone loproducano, ma che altri si siedano da soli e poi lo leggano. […]

PLAYBOY: Certi sostengono che le frontiere dell’arte e della realtà potrebbero presto essere esplorate a fondo dalle droghe allucinogene. Come la vedi su questi cosiddetti aiuti della percezione?

ORSON WELLES: L’uso delle droghe è espressione perversa di un individualismo antisociale e negatore della vita. È tutto parte di una grande reazione, specialmente a Occidente, contro la natura inevitabilmente collettiva della società futura. Lascia che faccia un discorsetto. Donne europee che si truccano gli occhi per sembrare cinesi. Donne giapponesi che pagano operazioni estetiche e diventare americane. Bianche che si fanno le lampade. Nere che si fanno scolorire la pelle. Tutti stiamo provando a diventare quanto più simili agli altri. E con tutta questa massa in movimento – sia buona che cattiva, sia negazione dell’eredità culturale che affermazione di solidarietà umana – va avanti un ritiro dalla folla nell’io solitario. Il punto, se vuoi capire la droghe, è tutto qui. Non è asserzione di individualità, è sostituzione dell’individualità. Non è un tentativo di esser diverso quando tutti stanno diventando simili tra di loro; è un modo di evitare il tutto. La cosa peggiore che si possa fare. Preferisco di gran lunga la gente che rompe le acque, non quelli che lasciano la nave.