Saifi

SAIFI

Mi sono spesso domandata quanta parte giocasse la fantasia nei racconti di mia madre sul suo primo marito. Non fosse stato per le fotografie, avrei dubitato persino che fosse mai esistito. Una volta un’amica disse che mia madre «opponeva una strenua resistenza a tutto ciò che non aveva voluto»; poiché erano tante le cose che non aveva voluto, inventava su di sé delle storie e finiva col crederci.
Nella sua mente, il corteggiamento aveva avuto inizio con un ballo. A me sembrava più probabile che i genitori di lui avessero chiesto la sua mano: il classico matrimonio combinato tra due famiglie di spicco, come si usava a Teheran negli anni Quaranta. Ma quella versione della storia non cambiò mai nel corso degli anni, a differenza di tante altre. L’aveva conosciuto alle nozze di suo zio. La mattina, amava precisare, si era messa un vestito a fiori di crêpe de chine, e la sera uno di duchesse, e avevano danzato tutta la notte, «quando ormai il nonno se ne era andato: nessuno avrebbe osato invitarmi a ballare in sua presenza!». Il giorno dopo lui aveva chiesto la sua mano.
Saifi! Il cognome non ricordo di averlo mai sentito pronunciare in casa nostra. Noi, con la giusta distanza, lo chiamavamo «il primo marito della mamma», o forse con il titolo completo, Saif ol-Molk Bayat. Ma per me rimase sempre Saifi, una figura familiare, che entrava nella nostra vita con quell’aria tranquilla che ha nella fotografia del matrimonio, dove spunta dietro le spalle di mia madre; appariva di colpo e ce la portava via. Ho due fotografie delle loro nozze – più di quelle delle nozze dei miei genitori. Saifi, capelli castani e occhi color nocciola, ha un’aria rilassata e affabile, mentre mia madre se ne sta rigida in mezzo al gruppo, solitaria come un centrotavola. Lui mostra una certa nonchalance, sembra felice, fiducioso. Ma forse mi sbaglio, forse cela una profonda disperazione. Perché anche lui ha i suoi segreti.
Qualcosa in questa storia mi ha sempre disturbato, fin da bambina. Non è che non ci credessi, ma qualcosa non quadrava. Mia madre non aveva mai voglia di ballare, anche se, a detta di tutti, era una ballerina provetta. Ballare è un piacere, e si negava fieramente ogni piacere.
Durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza, e anche adesso, in questa città tanto lontana dalla Teheran di un tempo, il fantasma di quella donna che balla e sorride innamorata turba il ricordo di quella che ho conosciuto come mia madre. Se solo riuscissi in qualche modo a capire a che punto della sua vita smise di ballare – quando smise di aver voglia di ballare – troverei la chiave, credo, del mistero di mia madre, e potrei finalmente riconciliarmi con lei. A quanto raccontava, infatti, mi opposi a lei fin dall’inizio.
Ho tre fotografie di mia madre con Saifi, due delle nozze, e una, più piccola e più interessante, di loro due seduti su un masso. Guardano entrambi la macchina fotografica, e sorridono. Lei si appoggia a lui con la spontaneità dell’intimità, quando non c’è bisogno di aggrapparsi l’uno all’altro. I loro corpi sembrano gravitare insieme, naturalmente. Questa giovane donna sembra capace di lasciarsi andare.
Nella fotografia colgo in mia madre quella sensualità che nella vita reale mi è sempre sfuggita. Quando hai finito le scuole superiori?, le domandavo. Dopo quanti anni hai sposato Saifi? Lui cosa faceva? E papà, quando l’hai conosciuto? Semplici domande a cui lei, troppo immersa nel suo mondo interiore per curarsi di simili dettagli, non rispose mai.
Qualsiasi cosa le chiedessi, mi ripeteva le solite storie che sapevo a memoria. Più avanti, quando lasciai l’Iran, chiesi a una mia studentessa di farle un’intervista e le fornii alcune specifiche domande. Il risultato fu lo stesso: nessuna data, nessun fatto preciso, niente oltre al solito repertorio.
Alcuni anni fa, durante una riunione di famiglia, conobbi una simpatica signora austriaca, moglie di un lontano parente, che aveva partecipato alle prime nozze di mia madre. Di quel giorno ricordava soprattutto il momento di panico per la misteriosa mancanza del certificato di nascita della sposa (in Iran, i matrimoni e i figli vengono registrati sul certificato di nascita). In seguito, mi raccontò con un sorrisetto la signora austriaca, venne fuori che la sposa aveva qualche anno di più dello sposo. Sul certificato di mia madre, che sostituisce quello perduto, il primo matrimonio non è registrato e l’anno di nascita è il 1920. Lei però diceva di essere nata nel 1924 e che suo padre aveva cambiato la data per mandarla a scuola prima. Mio padre invece sosteneva che nostra madre, quando richiese il nuovo certificato per prendere la patente, aveva dichiarato quattro anni meno. Quando i fatti non erano di suo gradimento, mia madre faceva di tutto per raccomodarli.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi, 2009

Topipittori

Quando nel 2004 nacque la nostra casa editrice, nonostante avessimo entrambi una discreta esperienza in campo editoriale, con lo sguardo di oggi capisco che dovevamo ancora imparare quasi tutto. Ricordo che un giorno una persona mi fece notare che se volevamo vendere i nostri libri, che all’epoca non erano così facili da capire e che sugli scaffali delle librerie rischiavano di non essere visti e compresi, dovevamo spiegare alle persone cosa stavamo facendo e perché. Fu un’illuminazione. Può sembrare strano, ma è così. Nonostante sia io sia Paolo avessimo una discreta esperienza anche nel campo della comunicazione, con i libri pensavamo, per qualche ragione, che bastassero a sé, non c’era bisogno di spiegarli, parlavano da soli. Capimmo subito che quella persona, invece, aveva ragione: ritenere che le cose bastino a sé, che non ci sia bisogno di spiegare niente, e che queste spiegazioni addirittura possano guastare la qualità del lavoro, delle idee, è un’idea profondamente sbagliata: risiede in un’idea di cultura fatta esclusivamente e implicitamente per chi è già in grado di recepirla (che è un errore comunissimo nel nostro Paese fra chi lavora in campo culturale sia fra gli umanisti sia fra gli scienziati). Da quel momento investimmo tempo, risorse ed energie a fare in modo che le persone disponessero di tutte le informazioni necessarie a far conoscere il nostro lavoro. Non si trattava di un’azione di promozione nuda e cruda, ma di informazione che è una cosa molto diversa, più importante, più impegnativa.


Oggi il panorama della letteratura per ragazzi è molto cambiato, un intero settore ha lavorato a questo cambiamento, non credo di essere arrogante se affermo che anche noi siamo stati parte di questa trasformazione. Spesso sento alcune persone del settore indignarsi per banalizzazioni e volgarizzazioni della letteratura per ragazzi, capita anche a me di essere insofferente verso recensioni malfatte, riflessioni sul tema abborracciate o incompetenti, iniziative mediocri, tutte cose che nascono da idee sbagliate o superficiali o infondate. Ma passata l’irritazione mi dico che se è così, tutti quanti forse non abbiamo fatto abbastanza per fare cambiare le cose, e che essere in possesso di una cultura dovrebbe anziché spingere a una strenua difesa contro imbastardimenti e imbarbarimenti da parte di un “fuori” vissuto come ostile, superficiale e mai all’altezza, dovrebbe, dicevo, motivare a impiegare più serietà e rigore a fare sì che quello che in larga parte gli altri ancora non sanno, possa essere reso loro disponibile e accessibile. E non lo dico con paternalismo. Interessarsi o no a qualcosa, è una scelta, quindi non si tratta di fare proseliti. Ma di fare sì che le persone, qualora lo vogliano, abbiano a disposizione, paritariamente, la possibilità di accedere a delle conoscenze.

Giovanna Zoboli
Casa editrice Topipittori

Lonesome Dove

Maura Allen, Stars in Your Eyes


Lonesome Dove è un pidocchioso paesetto del Texas meridionale, sul Rio Grande, al confine con il Messico. Da anni Augustus McCrae e Woodrow Call, ranger attempati dal carattere a dir poco inconciliabile, vi esercitano la massacrante arte del mandriano. A dare la scossa è il ritorno del vecchio amico Jake Spoon, giocatore, damerino, dongiovanni, cialtrone, omicida per caso. È allora che Gus e Call decidono di intraprendere un avventuroso viaggio, per le Grandi Pianure, verso l’Eden del Montana, guidando una mandria giovane e inesperta e un manipolo di ragazzotti male in arnese: orfani, irlandesi, neri. Una specie di controesodo: dal sud più profondo e brullo al nord verdeggiante infestato dagli indiani. Il resto è poesia, benedetta da un finale tanto melanconico quanto ineluttabile.

Scordatevi duelli sul far della sera, sparatorie, scazzottate. Scordatevi saloon, tesori sepolti, fughe al galoppo. McMurtry aderisce drasticamente alla nuova voga del western americano in cui il dato realista ha soppiantato ogni trasfigurazione mitica e fiabesca. L’epos di questo libro straordinario è nella sua capacità di dare conto della vita ordinaria del vaccaro: le aspirazioni, i vizi, i piccoli piaceri edonisti se ha senso chiamare così litri di whisky scadente, pancetta fritta e divagazioni postribolari. È un mondo derelitto quello di Lonesome Dove, l’acqua scarseggia, il sole uccide, l’igiene è lasca, l’alimentazione iper-proteica. Non succede mai niente, o quasi. Il che rende irresistibile la maestria di McMurtry. Che ironia, che dialoghi! Con quale cura si dedica ai suoi protagonisti, svelando retroscena psicologici, svolte emotive, tare caratteriali. Una precisione implacabile, addolcita dall’indulgenza, se non proprio dalla tenerezza. Si capisce quanto gli piaccia occuparsi di Gus e Call, quanto adori star loro addosso, quanto sia fiero di una così antica amicizia nutrita da incomprensioni reciproche. Gus è un tipo loquace, a suo modo persino colto, legge ogni giorno un passo della Bibbia; possiede la causticità dei cinici, l’eloquenza dei pagliacci, adora il sesso ma anche la schermaglia. È un indolente, e tuttavia adora la vita senza temere la morte; a suo modo è romantico, colleziona mogli e non si perde un bordello. «Una cosa andava detta di Gus McCrae: era facile da trovare. Alle tre del pomeriggio, tutti i pomeriggi, se ne stava sotto il portico a sorseggiare dalla fiasca». Call è il suo esatto opposto. Uno stacanovista, un irrequieto cronico. È austero fino al celibato, è laconico, vive per il silenzio dei grandi spazi incontaminati. All’alcol, al gioco, alle cortigiane preferisce solitarie passeggiate notturne. «A Call piaceva allontanarsi da solo, a circa un miglio dal campo, e ascoltare la terra, non gli uomini. (…) Il territorio parlava piano, bastava una voce umana per sommergerlo».

A questo punto occorre specificare che l’eroina incombente di questa storia è la natura: subdola, indifferente, omicida, gioca con gli uomini al gatto con il topo. La spina di un cactus, lo scarto di una puledra, il morso di una bestia e sei fritto: cancrena, setticemia, avvelenamento. La canicola, il gelo, le tempeste, le piogge impetuose, le sabbie mobili, le mandrie inferocite, i cavalli che sgroppano, zanzare, scorpioni, serpenti a sonagli. Tra uomini e animali non c’è quasi differenza, tutti schiavi della fisiologia: mangiare, bere, evacuare, accoppiarsi, trovare un giaciglio in cui dare tregua alle membra. Senza mai dimenticare che la morte non solo è in agguato ma è l’opzione più probabile.

Alessandro Piperno su Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi, 2017), la Lettura #317, pag. 5

competizione ossessiva


L’opprimente aura di «competizione ossessiva» (il «conflitto permanente») del poema viene infatti ricondotta a una società in decadenza (villaggi spopolati, assenza di legalità, crisi produttiva e commerciale) in cui la guerra intesa come conquista di risorse è una necessità quotidiana. Ma tutto questo è acuito — è uno dei passaggi più innovativi del libro — dalla carenza di giovani donne, dovuta alla diffusa poliginia (vedi le 28 schiave offerte da Agamennone ad Achille come compenso per la sottrazione di Briseide) e alla morte precoce, per abbandono o denutrizione, della prole femminile, non funzionale a una società così militarizzata. Non a caso, i poemi omerici sono incentrati affettivamente quasi solo su rapporti padri-figli: nell’Ade, l’ombra di Agamennone, parlando a Odisseo, rimpiange il figlio e dimentica le tre figlie. L’implicazione primaria è evidente: per quanto la guerra dipenda dalle citate ragioni socio-economiche (in particolare il controllo dell’Ellesponto come passaggio-chiave dal Mediterraneo al Mar Nero) e per quanto ogni guerriero combatta per molte altre ragioni (status, prestigio, fama, bottino, addiction paradossale dalla guerra stessa), nell’Iliade le donne sono un obiettivo «in sé», come ratifica Achille (che passa «giornate sanguinose» «a lottare coi nemici per catturarne le compagne», IX, 326-7); e Briseide ed Elena, in questo senso diventano ben più che casus belli poetici.

Sandro Modeo, la Lettura #378, pag. 5

il Pesanervi

“Così, per dire, un’editrice relativamente recente come La Nave di Teseo cresce scimmiottando Adelphi con esiti grotteschi: se quelli pubblicano l’opera omnia di Nietzsche questi editano le operette di Umberto Eco, se gli uni stampano le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann gli altri insistono a pubblicare un politico come Dario Franceschini, per non dire di Carlo Calenda; quelli stampano i proclami di Zelensky gli altri Dialogo sul potere di Carl Schmitt; La Nave di Teseo scommette su cantanti scrittori come Ermal Meta, Adelphi preferisce i musicisti di genio, insiste con L’ala del turbine intelligente di Glenn Gould, un libro che dovrebbero leggere in molto, non solo i cantautori. Certo, l’editoria è sempre un sistema di relazioni, ma un conto è Milan Kundera che scrive di Hermann Broch che elogia Canetti, un conto Maria Grazia Calandrone che introduce il libro di Sonia Bergamasco che ha messo in scena il libro della Calandrone (entrambe bravissime, sia chiaro). Quanto agli scrittori italiani, viventi, non è detto, però, che Adelphi sia meglio de La Nave di Teseo”.

https://www.pangea.news/editoria-pesanervi-bompiani/

Fielding & Maugham

Nel 1948 Maugham è forse tra i più ascoltati e celebrati autori nel mondo anglofono. Ha uno spicchio di notorietà anche in Italia, nonostante le diversità civili di quel giro d’anni. E gli viene commissionata per una rivista americana prima, per una casa editoriale poi, una serie di introduzioni-recensioni ai capisaldi della letteratura mondiale. Il primo da cui parte è anche il più risalente: a precedere Dickens e Tolstoj, Austen e Stendhal, viene il bravo Henry Fielding col suo Tom Jones. Qui per la prima volta – se è lecito bibliograficamente – il testo in italiano, ancora ricco di spunti per fare i bravi lettori. (Andrea Bianchi)

Ci sono persone che non riescono a leggere Tom Jones. Non penso a chi non legge altro che giornali e settimanali illustrati, o ai fanatici dei gialli; penso a coloro che non si opporrebbero se li classificassi come membri dell’intellighenzia, a quelli che leggono e rileggono Orgoglio e pregiudizio con gioia, Middlemarch con autocompiacimento e La coppa d’oro con riverenza. È probabile che non abbiano mai nemmeno pensato di leggere Tom Jones; ma se pur l’hanno fatto non sono stati in grado di andare avanti. Li annoia. Ora è inutile dire che dovrebbe piacergli. Non c’è alcun “dovere” al riguardo. Leggete un romanzo per divertirvi e, ripeto, se non vi intrattiene, non ha proprio niente da darvi. Nessuno ha il diritto di biasimarli perché non lo trovate interessante, non più di quanto chiunque abbia il diritto di biasimarvi perché non vi piacciono le ostriche. Non posso non chiedermi, tuttavia, che cosa dissuada i lettori da un libro che Gibbon ha descritto come una squisita rappresentazione dei modi umani, che Walter Scott ha elogiato come verità della natura umana, che Dickens ha ammirato traendo profitto, e di cui Thackeray scrisse: ‘Il romanzo è davvero squisito; una vera meraviglia per costruzione; i rimandi della saggezza, il potere di osservazione, le molteplici svolte dai pensieri felici, oltre al carattere vario della grande epopea comica, fermano il lettore dentro una perpetua ammirazione e curiosità.’ È che non si può non interessarsi al modo di vita, agli usi e costumi, di persone vissute duecento anni fa? Sarà forse lo stile? Eppure è facile e naturale. È stato detto – dimentico da chi, forse da un amico di Fielding, Lord Chesterfield – che il buono stile dovrebbe assomigliare alla conversazione di un uomo colto. Questo è esattamente ciò che fa lo stile di Fielding. Sta parlando al lettore e gli racconta la storia di Tom Jones come potrebbe raccontarla a tavola davanti a una bottiglia di vino a un certo numero di amici. Non usa mezzi termini. Apparentemente, la bella e virtuosa Sofia era abbastanza abituata a sentire parole come “puttana”, “bastardo”, “tromba” e quelle che, per una ragione difficile da indovinare, Fielding scrive “t..ia”. In effetti, ci sono stati momenti in cui suo padre, lo Squire Western, li ha applicati molto liberamente a se stesso.
Il metodo colloquiale di scrivere un romanzo, il metodo con cui l’autore vi prende nella sua confidenza, raccontandovi cosa prova per le creature di sua invenzione e le situazioni in cui le aveva collocate, ha i suoi pericoli. L’autore è sempre al vostro fianco, e quindi ostacola la vostra comunicazione immediata con le persone della sua storia. A volte può irritarvi moralizzando e una volta che inizia a divagare, tende a essere noioso. Non volete sentire quello che ha da dire su qualche punto morale o sociale; volete che vada avanti con la sua storia. Le digressioni di Fielding sono quasi sempre sensate o divertenti; sono brevi e ha la grazia di scusarsi per queste. La sua buona natura traspare attraverso di esse. Quando Thackeray lo ha incautamente imitato in questo, era invece presuntuoso, ipocrita e, non l’avreste detto, insincero.
Fielding ha inserito un preambolo a ciascuno dei libri in cui Tom Jones è suddiviso. Alcuni critici li hanno molto ammirati e li hanno considerati un’aggiunta all’eccellenza del romanzo. Posso solo immaginare che questo avvenga perché a quei signori l’opera non interessava come romanzo. Un saggista prende un argomento e lo discute. Se il suo soggetto è nuovo per voi, può dirvi qualcosa che prima non sapevate, ma è difficile trovare nuovi argomenti e, in generale, si aspetta di interessarvi per il suo stesso atteggiamento e il modo caratteristico con cui considera le cose. Vale a dire, si aspetta di interessarvi riguardo se stesso. Ma non è quello che voi cercate di fare quando leggete un romanzo. Non vi interessa l’autore; è lì per raccontarvi una storia e presentarvi a un gruppo di personaggi. Il lettore di un romanzo dovrebbe voler sapere cosa succede accanto alle persone a cui l’autore lo ha interessato e, se non lo fa, non ha alcun motivo per leggere il romanzo. Perché il romanzo, non potrò mai ripeterlo troppo spesso, non è da considerarsi come un mezzo di insegnamento o di edificazione, ma semmai quale fonte di intelligente distrazione. Sembra che Fielding abbia scritto i saggi con cui ha introdotto i successivi libri di Tom Jones dopo aver finito il romanzo. Non hanno quasi niente a che fare con i libri che presentano; gli hanno dato, ammette, molti problemi, e ci si chiede perché li abbia scritti. Non poteva non sapere che molti lettori avrebbero considerato il suo romanzo di basso livello, non troppo morale e forse anche osceno; e può darsi che pensasse di fornire una certa quale elevazione. Questi saggi sono sensati e talvolta insolitamente scaltri; e quando avrete conosciuto bene il romanzo, potrete leggerlo con un certo piacere; ma chiunque legga Tom Jones per la prima volta farebbe bene a saltarli.
La trama di Tom Jones è stata ammirata a lungo. Apprendo dal dottor Dudden che Coleridge avrebbe detto una volta: “Che maestro della composizione era Fielding!” Scott e Thackeray ne erano ugualmente entusiasti. Il dottor Dudden cita quest’ultimo così: “Morale o immorale, chiunque esamini questo romanzo semplicemente come un’opera d’arte, ne sarà certo colpito quale la produzione più sorprendente dell’ingegno umano. È pieno di incidenti così insignificanti che però fanno avanzare la storia, la quale nasce da eventi simili che si susseguono e si ricollegano al tutto. Una tale provvidenza letteraria, se possiamo usare una simile parola, non si trova in nessun’altra opera di narrativa. Potreste ritagliare metà del Don Chisciotte, o aggiungere, trasporre o modificare una certa storia d’amore di Walter Scott, e nessuno dei due ne risentirebbe. Roderick Random ed eroi del genere vivono una serie di avventure, alla fine delle quali vengono portati i violini e ci si sposa. Ma la storia di Tom Jones ha collegato la primissima pagina con l’ultima, ed è superbo pensare come l’autore abbia potuto costruire e trasporre tutta la struttura nella sua mente, come deve aver fatto prima di metterla su carta.

C’è una sorta di esagerazione in queste parole. Tom Jones è modellato sui romanzi picareschi spagnoli e sul Gil Blas, e la struttura semplice dipende dalla natura di quel dato genere: l’eroe per un motivo o per l’altro lascia la sua casa, vive una varietà di avventure nei suoi viaggi, si mescola con ogni sorta e condizione di uomini, ha i suoi alti e bassi di fortuna e alla fine raggiunge la prosperità sposando una moglie affascinante. Fielding, seguendo i suoi modelli, interrompeva la sua narrazione con storie che non avevano nulla a che fare con essa. Questo fu un espediente infelice che gli autori adottarono non solo, credo, per il motivo che dicevo, perché dovevano fornire una certa quantità di materia al libraio e una o due storie servivano a riempire; ma in parte, anche, perché temevano che una lunga serie di avventure si sarebbe rivelata noiosa e sentivano che avrebbero dato un brivido al lettore integrando qua e là una microstoria; e un po’ infine perché se avevano intenzione di scrivere un racconto, non c’era altro modo per presentarlo al pubblico del tempo.
I critici la rimproverano, ma la pratica è morta da bel tempo e, come sappiamo, Dickens vi ha fatto ricorso nelCircolo Pickwick. Il lettore di Tom Jones può saltare senza perdite la storia dell’Uomo della montagna e il racconto della signora Fitzherbert. Né Thackeray è abbastanza preciso nel dire che non c’è un incidente che non faccia avanzare la storia sviluppandosi da incidenti precedenti. L’incontro di Tom Jones con gli zingari non porta a nulla; e la presentazione della signora Hunt con la sua proposta di matrimonio a Tom è del tutto superflua. L’incidente della banconota da cento sterline è senza scopo oltre che grossolanamente, fantasticamente improbabile. Thackeray si meravigliava che Fielding avrebbe potuto trasportare tutta la struttura nella sua mente prima di iniziare a metterla su carta: pure, non credo che il nostro abbia fatto qualcosa del genere, non più di quanto facesse Thackeray prima di iniziare a scrivere La fiera delle vanità. Penso che sia molto più probabile che, avendo in mente le linee principali del suo romanzo, Fielding abbia inventato gli incidenti man mano che procedeva. Per la maggior parte essi sono felicemente ideati.
Fielding era poco interessato alla probabilità quanto i romanzieri picareschi che hanno scritto prima di lui e gli eventi più improbabili finiscono per accadere, le coincidenze più oltraggiose collegano tra loro le persone; eppure vi trascina con un tale gusto che avete appena il tempo, e comunque poca voglia, di protestare. I personaggi sono dipinti con colori primari con una bravura che va a braccio e se un po’ mancano di sottigliezza, compensano con l’animazione. Essi sono nettamente individualizzati, e se sono disegnati con una certa esagerazione, quella era la moda del giorno; forse non è maggiore di quanto consenta loro la commedia. Temo che il signor Allworthy sia un po’ troppo bello per essere vero, ma qui Fielding ha fallito, come ogni romanziere dopo di lui ha fallito nel tentare di rappresentare un uomo perfettamente virtuoso. L’esperienza sembra dimostrare che è impossibile non renderlo un po’ stupido. Si è impazienti con un carattere che è così buono che si lascia sovrastare da tutto e tutti. Si pensa che il signor Allworthy sia un ritratto di Ralph Allen di Prior Park. Se è così, e il ritratto è accurato, mostra solo che un personaggio tratto direttamente dalla vita non è mai del tutto convincente in un’opera d’immaginazione.
Blifil, d’altra parte, è stato ritenuto troppo cattivo per essere vero. Fielding odiava l’inganno e l’ipocrisia, e la sua antipatia per Blifil era tale che abbia impiegato i suoi colori con mano troppo pesante; ma quel certo Blifil – cattivo, furtivo, egocentrico, a sangue freddo – non è un tipo raro. La paura di essere scoperto è l’unica cosa che gli impedisce di essere un vero mascalzone. Ma penso che avremmo dato il nostro consenso esclusivo a Blifil se non fosse stato così trasparente com’è nel romanzo. È repellente. Non è vivo, come è vivo Uriah Heep, e mi chiedo se Fielding non lo abbia deliberatamente individuato per questa premonizione: se gli avesse assegnato un ruolo più attivo e prominente, lo avrebbe reso così potente e sinistro: un figura che avrebbe messo in ombra il suo eroe.

Alla sua apparizione, Tom Jones ha avuto un successo immediato di pubblico, ma la critica è stata nel complesso severa. Alcune delle obiezioni erano piuttosto commoventi e assurde: Lady Luxborough, ad esempio, si lamentava del fatto che i personaggi fossero troppo simili alle persone “con cui ci si incontra nel mondo”. Fu per la sua presunta immoralità, tuttavia, che il romanzo venne generalmente condannato. Hannah More nelle sue memorie racconta di non aver mai visto il dottor Johnson arrabbiato con lei tranne una volta, ed è stato quando alludeva a qualche passaggio spiritoso in Tom Jones. “Sono scioccato nel sentirti citare un libro così malvagio”, ha detto. “Mi dispiace che tu l’abbia letto: confessione che nessuna dama modesta dovrebbe mai fare. Non conosco opera più corrotta”. Ora, dovrei dire che una signora modesta farebbe molto bene a leggere il libro prima del matrimonio. Le dirà abbastanza bene tutto ciò che ha bisogno di sapere sui fatti della vita, e molto sugli uomini che non possono non fungerle utilmente prima di entrare in quello stato delicato. Eppure nessuno ha mai considerato il dottor Johnson privo di pregiudizi. Non avrebbe concesso alcun merito letterario a Fielding e una volta lo ha descritto come un idiota. Quando Boswell esitavo, disse: “Quello che intendo con il suo essere un idiota è che era uno sterile mascalzone”. “Non convenite, signore, che disegnava immagini molto naturali della vita umana?” rispose Boswell. “Perché, signore, è di frequentazioni molto basse. Richardson era solito dire che se non avesse saputo chi fosse Fielding avrebbe dovuto credere di essere uno stallaro”.
Nella narrativa oggi siamo abituati alla vita bassa, e non c’è niente in Tom Jones che i romanzieri dei nostri giorni non abbiano reso a noi familiare. Il dottor Johnson avrebbe potuto ricordare che con Sofia Western Fielding ha disegnato un ritratto affascinante e tenero di una giovane donna deliziosa non ha mai più così incantato il lettore di narrativa. È semplice ma non sciocca, virtuosa ma non pudica; ha carattere, determinazione e coraggio; un cuore amorevole ed è bellissima. Lady Mary Wortley-Montagu, che giustamente pensava che Tom Jones fosse il capolavoro di Fielding, si rammaricava che l’autore non si fosse reso conto di poter trasformare il suo eroe in un mascalzone. Suppongo che si riferisse all’incidente che è stato considerato il più riprovevole nella carriera del signor Jones. Lady Bellaston si innamora di lui e lo trova non impreparato a soddisfare i suoi desideri, poiché egli considera parte della buona educazione comportarsi con “galanteria” con una donna che mostra un’inclinazione al suo bel corpo; non ha un soldo in tasca, nemmeno uno scellino per pagare una vettura che lo porti alla sua dimora, e Lady Bellaston è ricca.
Con una generosità insolita con le donne, le quali sono inclini a prodigarsi con i soldi degli altri ma attente ai propri, ella ha generosamente risolto le necessità di lui. Ebbene, senza dubbio non è una bella cosa per un uomo accettare denaro da una donna; è anche poco redditizio, perché le signore ricche in queste circostanze richiedono molto più del valore del loro denaro; ma moralmente non è più sconvolgente che per una donna accettare denaro da un uomo, ed è solo follia da parte dell’opinione comune considerarlo tale. Il nostro tempo han ritenuto necessario inventare un termine, gigolò, per descrivere il maschio che fa della sua attrattiva personale fonte di profitto; quindi la mancanza di delicatezza di Tom, per quanto riprovevole, difficilmente può essere considerata un unicum. Non ho alcun dubbio che il gigolò entrò nella voga tanto arditamente sotto il regno di Giorgio II quanto sotto quello di Giorgio V. Era caratteristico, e un merito di Tom Jones, che lo stesso giorno in cui Lady Bellaston gli aveva dato cinquanta sterline per aver trascorso la notte con lei, egli fosse così commosso da una storia sfortunata che la sua padrona di casa gli raccontò di alcuni parenti tanto che di suo le porse la sua borsa dicendole di prendere quanto riteneva necessario per alleviare l’angoscia di quella famiglia. Tom Jones era onestamente, sinceramente e profondamente innamorato dell’affascinante Sofia, eppure non si faceva scrupoli a concedersi i piaceri della carne con qualsiasi donna che fosse attraente e facile. Amava Sofia nondimeno per questi episodi. Fielding era troppo assennato per rendere il suo eroe più continente dell’uomo normale. Sapeva che saremmo tutti più virtuosi se fossimo prudenti di notte come lo siamo al mattino. Né Sofia si è irragionevolmente irritata sentendo parlare di queste avventure. Che in questo particolare abbia mostrato un buon senso insolito per il suo sesso è sicuramente uno dei suoi tratti più accattivanti.
È stato ben detto da Austin Dobson, sebbene senza eleganza di stile, che Fielding “non pretendeva di produrre modelli di perfezione, ma immagini di umanità nella media, forse piuttosto grezza che levigata, naturale che artificiale, il suo desiderio è farlo con assoluta veridicità, senza attenuare né dissimulare difetti e mancanze”. Questo è ciò che si sforza di fare il realista nel romanzo e, nel corso della storia, egli è sempre stato attaccato più o meno violentemente per questo. Le due ragioni principali, a quel che vedo, sono le seguenti: c’è un gran numero di persone, soprattutto tra gli anziani, i benestanti, i privilegiati, che assumono l’atteggiamento del tipo: ‘Certo che noi sappiamo che c’è molta criminalità e immoralità nel mondo, povertà e infelicità, ma non vogliamo saperne. Perché dovremmo metterci a disagio? Non è che potessimo farci nulla. Dopotutto, ci sono sempre stati ricchi e poveri nel mondo’. Un altro tipo di persone ha le sue ragioni per condannare il realista. Sono quelli che ammettono che ci sono vizi e malvagità nel mondo, crudeltà e oppressione; ma, si chiedono, è questo il materiale giusto per la narrativa? È bene che i giovani leggano di cose che i loro maggiori sanno e deplorano, e non possono forse essere corrotti dalla lettura di storie suggestive quando non addirittura oscene?
Sicuramente l’inventiva è meglio impiegata nel mostrare quanta bellezza, gentilezza, abnegazione, generosità ed eroismo ci siano nel mondo. La risposta che a questo dà il realista è che lui è interessato a dire la verità per come la vede lui sul mondo con cui è entrato in contatto. Non crede nella pura bontà degli esseri umani; li considera un misto di buono e cattivo; ed è tollerante delle idiosincrasie della natura umana condannate dalla morale convenzionale reproba, e che egli accetta come umane, naturali, e perciò da mitigare. Spera di rappresentare il buono nei suoi personaggi con la stessa fedeltà del cattivo, e non è colpa sua se i suoi lettori sono più interessati ai loro vizi che alle loro virtù. Questa è una caratteristica curiosa dell’animale umano di cui egli non può essere ritenuto responsabile. Se, tuttavia, è onesto con se stesso, ammetterà che il vizio può essere dipinto con colori brillanti, mentre la virtù sembra avere una tonalità un po’ sbiadita.
Se gli chiedessi come pensa di difendersi dall’accusa di corruzione dei giovani, risponderebbe che è assai bene che questi imparino che tipo di mondo dovranno affrontare. Il risultato potrebbe essere disastroso se si aspettano troppo. Se il realista può insegnare loro ad aspettarsi poco dagli altri; a rendersi conto fin dall’inizio che l’interesse principale di ciascuno è chiuso in se stesso; che dovranno pagare per tutto ciò che ottengono, che si tratti di posto, fortuna, onore, amore, reputazione; e che gran parte della saggezza consiste nel non pagare niente di più di quel che vale, il nostro avrà fatto più di tutti i pedagoghi e predicatori per consentire ai giovani di trarre il meglio da questa difficile faccenda della vita. Basta che ammetta infine di non essere un pedagogo o un predicatore, ma, si spera, un artista.

W. S. Maugham

Nulla esiste in sé

Nagarjuna con trenta degli ottantaquattro Mahāsiddha


Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro.
Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.
E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggetto svaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.
Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo.
L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il Nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.
Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota.

Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci.
In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla? Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Carlo Rovelli, la Lettura #315, pagg. 62-63

pacchetti vacanza

— Abraham Teniers, Barbershop with monkeys and cats, olio su rame, fra il 1633 e il 1667


Continuo ad aver fiducia nel fatto che gli istituti accademici americani producano conoscenze e cittadini competenti. Tuttavia, il punto è che molti di questi istituti superiori non riescono a fornire ai loro studenti le conoscenze e le capacità di base che creano competenza. Elemento ancor più importante, non riescono a dar loro la capacità necessaria per riconoscere la competenza e per dialogare in modo produttivo con esperti e altri professionisti nella vita quotidiana. La più importante di queste abilità intellettuali, nonché quella più presa di mira nelle università americane, è il pensiero critico: la capacità di esaminare nuove informazioni e idee concorrenti in modo spassionato, logico e senza preconcetti emotivi e personali.
Questo perché la frequenza di istituti superiori non garantisce più un’“istruzione universitaria”. Al contrario, ormai i college e le università propongono l’esperienza di “andare all’università” come un pacchetto completo. Le due esperienze non sono nemmeno lontanamente la stessa cosa, e ora gli studenti si laureano credendo di sapere molto di più di quanto effettivamente sappiano. Oggi, quando un esperto dice “be’, sono andato all’università”, è difficile biasimare qualcuno che risponde: “Chi non ci è andato?”. Oggi gli americani con un diploma universitario si ritengono “istruiti”, quando in realtà la maggior parte di loro potrebbe dire, al massimo, di aver continuato a frequentare aule scolastiche dopo il liceo, con risultati estremamente diversificati.
L’afflusso di studenti negli istituti post-secondari americani ha determinato una crescente mercificazione dell’istruzione. Oggi, in gran parte delle scuole, i ragazzi sono trattati come clienti anziché come studenti. I più giovani, appena usciti dalla scuola superiore, vengono assecondati sia materialmente sia intellettualmente, in contesti che finiscono per rafforzare alcune delle loro peggiori tendenze, quando non hanno ancora imparato l’autodisciplina, in passato essenziale per l’istruzione superiore. I college ormai sono lanciati sul mercato come pacchetti vacanza pluriennali, piuttosto che come un contratto stipulato con un’istituzione e il suo corpo docenti per un corso didattico. Questa trasformazione in merce dell’esperienza universitaria non sta solo distruggendo il valore dei diplomi di laurea agli occhi degli americani comuni, ma sta anche minando la loro convinzione che il college abbia la benché minima importanza.

Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici, LUISS University Press 2017, pagg. 84-85 

gavetta a chi

gavétta s. f. [lat. gabăta «scodella», con mutamento di suffisso]. – 1. Recipiente di latta o lamiera zincata o alluminio, usato dai militari per mettervi il rancio soprattutto in tempo di guerra, ma anche durante le esercitazioni fuori guarnigione. Venire, provenire dalla g., di ufficiali che non provengono da scuole speciali ma hanno percorso tutta la carriera iniziandola dai gradi più bassi; per estens., di chiunque sia giunto a una posizione di qualche importanza cominciando dal basso; anche fig., per indicare un lungo periodo di apprendistato svolto ricoprendo ruoli modesti: prima di arrivare al successo ha fatto anni di gavetta. (dal Vocabolario Treccani).


* I lavori stagionali e/o occasionali che vi hanno impegnato da minorenni, per esempio raccogliere frutta, prestare servizio in un bar sulla spiaggia e simili, non sono “fare la gavetta”, a meno che i vostri genitori non fossero titolari di quell’esercizio o quell’impresa per cui eravate impropriamente “arruolati” e il fine era quello di aiutare la vostra famiglia, fare pratica in un luogo che poi un giorno sarebbe stato vostro. Fare gavetta significa iniziare dal basso nell’ambito dello stesso lavoro che un giorno vi vedrà impegnati in mansioni di grado superiore sia per ordine che per remunerazione, per esempio io ho lavorato per nove anni e mezzo come grafico pubblicitario e per un anno e mezzo mi sono girata tipografie e persino serigrafie prima di approdare nelle agenzie di pubblicità, sempre non pagata, per poi avere il mio primo stipendio, un milione di lire, e il mio primo contratto, un “cococo” a vent’anni. Allo stesso modo, il garzone di bottega di un tempo, dove bottega poteva essere qualsiasi esercizio di vendita diretta o la bottega dell’artigiano, era spesso un ragazzino, a cui poi un giorno il bottegaio avrebbe passato la titolarità dell’attività, ritirandosi. Molti mestieri si imparavano così, per esempio il calzolaio, il tipografo, ecc. Da qui l’apprendistato.

** Fare gavetta quindi non significa solo fare un’esperienza lavorativa: i “giovani” che vengono sottopagati, in quanto giovani, non fanno quei lavori perché immaginano possibilità di carriera in quell’ambito, li fanno come ripiego, perché non trovano lavoro nell’ambito in cui hanno studiato; spesso non hanno nulla da imparare e nessuna posizione più importante a cui anelare. Il fattorino non diventerà capo dei fattorini, né acquisirà le pizzerie in cui deve recarsi a ritirare gli ordini; al bracciante non verrà data la terra su cui si spezza la schiena. In queste situazioni l’apprendistato non esiste, a parte casi limite.
Non c’è nulla di male, sia chiaro, a fare lavori poco specializzati, a patto che siano ben retribuiti. Se c’è qualcosa di male è un Paese che non ti dà possibilità di fare un lavoro coerente a ciò per cui hai studiato e ti sei formato; se c’è qualcosa di male è non pagare o pagare questi lavori così poco che il sostentamento di quella persona è impossibile, come è impossibile la sua autonomia, sia oggi che domani.

*** Lo sfruttamento del lavoro minorile è sempre sbagliato.

**** Si potrebbe obiettare: ma gavetta è un modo per dire per cui ci si impratichisce nel mondo del lavoro. Allora, se consideriamo il lavoro come un sistema, tu entri in quel sistema dal basso, al di là dell’impossibilità di acquisire competenze specifiche ti impratichisci attraverso l’atto stesso di lavorare, inteso come faticare per ottenere qualcosa, anzi, essere educati alla fatica.
Sì, ma non è fare gavetta. Non stai apprendendo un mestiere e quello che farai vent’anni dopo non ha nulla a che vedere con i lavoretti che ti impegnavano da ragazzino, per così dire, “a scopo educativo”.

***** Le vostre esperienze di lavoretti saltuari quando avevate quindici anni possono essere per voi aneddoti piacevoli o spiacevoli, e magari è anche vero che vi hanno insegnato qualcosa a loro modo: ma uno, non facevate gavetta, due, non mettiamo sullo stesso piano un mese o due o tre di una vostra estate in una gelateria con il fatto che c’è gente che paga altra gente 300 o 400 euro per un lavoro continuativo e subordinato di otto ore giornaliere e rotte, spesso in nero, con la scusa che è giovane. Anche perché ormai si è giovani fino a 40 e anche 45 anni e non certo perché lo siamo davvero, ma perché non-adulti e quindi non-beneficiari di un’autonomia economica.
C’è solo una correlazione tra i lavoretti che vi impegnavano in estate e questi ultimi: anche in questo caso gli stipendi sono “paghette”. Solo che in questo caso, vi sarà richiesto di avere una macchina, garanzie per accendervi un mutuo, dovete contare sulle vostre disponibilità per mangiare, curarvi, eccetera. Siete adulti nelle responsabilità ma giovani secondo i vostri datori di lavoro.

Eva Clesis