Mother Russia

“La Russia non si è mai accontentata di sventure mediocri. E così sarà anche in avvenire. Essa si schiaccerà sull’Europa per fatalità fisica, per l’automatismo della sua massa, per la sua vitalità sovrabbondante e morbosa così propizia alla generazione di un impero (in cui si materializza sempre la megalomania di una nazione), per quella sua salute, piena di imprevisti, di orrore e di enigmi, posta al servizio di un’idea messianica, rudimentale e prefigurazione di conquiste. Quando gli slavofili sostenevano che la Russia doveva salvare il mondo, adoperavano un eufemismo: non si salva il mondo senza dominarlo… Con i suoi dieci secoli di terrore, di tenebre e di promesse, essa era più adatta di qualunque altra nazione ad accordarsi col lato notturno del momento storico che attraversiamo. L’apocalisse le si adatta a meraviglia, ne ha l’abitudine e il gusto, e oggi vi si esercita più che mai, perché ha visibilmente cambiato ritmo. ‘Dove corri così, Russia?’, si chiedeva già Gogol’, che aveva percepito la frenesia che essa nascondeva sotto l’apparente immobilismo. Adesso sappiamo dove corre, sappiamo soprattutto che, a somiglianza delle nazioni dal destino imperiale, è più impaziente di risolvere i problemi degli altri che i suoi propri. Quanto dire che il nostro cammino nel tempo dipende da ciò che la Russia deciderà o intraprenderà: essa tiene in pugno il nostro avvenire…”.

Emil Cioran

Voci

«Inizia sin da subito a fibrillare qualcosa nei due viaggiatori, che li porta a far maturare una diversa dimensione d’ascolto. In realtà, sono gli stessi eremiti a predisporre – forse in maniera inconsapevole – un cammino di comprensione reciproca e a non limitarsi al racconto della loro esperienza di isolamento, anche perché ogni eremitaggio si svela denso di esperienze pregresse: c’è chi viene da una vita coniugale, chi dalla vita monastica, chi da una condizione disordinata e dissoluta. E poi, nonostante rassomiglianze formali (vangano, seminano la terra, cucinano, si procurano la legna e l’acqua, scolpiscono la pietra, disegnano icone, lavorano il cuoio), hanno poco o nulla degli asceti di mille anni fa. In molti eremi sono infatti predisposte delle stanze ad accogliere gli ospiti e alcuni eremiti possiedono un cellulare per mantenere contatti con l’esterno.
Eppure, non solo dai silenzi o dalle risposte criptiche, ma anche da quelle più disarmanti e banali che si riesce a percepire un tratto unitario che svela una prima verità: la fuga non è negazione della realtà ma possibilità per un nuovo sguardo di osservazione. Si entra in un eremo per lasciare la vita ma solo dopo averla conosciuta e per riconsegnarsi al mondo in una forma più autentica e vera».

Il fascino del complotto

Gunpowder Plot of 5 November 1605. Execution of the conspirators Robert Catesby, Guy Fawkes, Thomas Percy a. o. – London 30/31 January 1606

Cospirazioni, congiure e complotti sono sempre esistiti nella storia. Fra le trame che hanno avuto successo le più famose, nell’antichità, sono state quelle contro Giulio Cesare (44 a.C.) e Caligola (41 d.C.), in tempi più vicini si possono ricordare quelle contro Gustavo III di Svezia (1792), contro gli zar Paolo I (1801) e Alessandro II (1881), contro il presidente americano Lincoln (1865), contro Gandhi (1948), contro John F. Kennedy (1963). Machiavelli riteneva le congiure temerarie e pericolose e pensava fosse questo il motivo per cui «ne nasce che molte se ne tentino, e pochissime hanno il fine desiderato». I tentativi di cospirazione, infatti, furono molto più numerosi: dalla «congiura dell’harem» contro Ramses III (1155 a.C.) alla «congiura dei paggi» contro Alessandro Magno (328 a.C.), da quella contro Nerone (65 d.C.) a quella contro Domiziano (96 d.C.), dalla cospirazione contro Federico II di Svevia nel 1246, mentre si trovava in Maremma, alla «congiura dei Fieschi» contro l’ammiraglio della Repubblica di Genova Andrea Doria (1547), dalla «congiura delle polveri» del 1606 alla «congiura degli Uguali» (1796) a quella dei Decabristi in Russia (1825).
Proprio a cavallo della modernità, tuttavia, dalla fine del Settecento in avanti, sono aumentate — e hanno acquistato spesso rilievo e consenso — le false congiure, le teorie del complotto e della cospirazione che sono state considerate reali o altamente probabili. Anche se, è stato osservato, è l’esistenza di complotti veri (come l’incendio del Reichstag nel 1933 o l’incidente del Golfo del Tonchino nel 1965) a permettere alla gente di credere alle teorie cospirative. All’inizio del XIX secolo il gesuita Manuel Luengo pubblicò il Diario de 1808. El año de la conspiración, in cui considera l’arrivo a Roma delle truppe napoleoniche e l’arresto di Pio VII al Quirinale, e le traversie della guerra d’indipendenza spagnola, così come l’insieme della storia europea tra fine XVIII e inizio XIX secolo, «il risultato delle cospirazioni di filosofi, giansenisti e massoni». Già prima un altro gesuita, Augustin Barruel, dal 1788 al 1792 direttore a Parigi del «Journal ecclésiastique», aveva accusato l’illuminismo e la massoneria di aver organizzato il piano che aveva portato alla rovina della monarchia nelle sue Memorie per la storia del giacobinismo, pubblicate a partire dal 1796.
L’idea che esista un gruppo di persone che, in segreto, domini la politica e gli eventi cruciali della storia, da allora non ci ha più abbandonati. Dapprima si è parlato degli Illuminati (gli Illuminati di Baviera nati nel 1776 sulla falsariga degli Alumbrados spagnoli del XVI secolo o degli Illuminés della Picardia) e poi dei massoni che, al di là delle dispute sulla nascita, proprio nel corso del Settecento trovano il loro radicamento tra le élite di molti Paesi: a essi venivano attribuiti il crollo dell’ancien régime e la vittoria della rivoluzione francese.

Marcello Flores, la Lettura #387, pag. 2

Teatro sexy

Primo: c’è un tappo generazionale. In qualunque altro Paese un regista ventenne o trentenne di talento può guadagnarsi da vivere facendo teatro; da noi un giovane fa teatro, se riesce a farlo, rimettendoci di tasca propria. Secondo: la tirannia del nome. In tanto teatro anglosassone si va a teatro, anzi si corre a teatro, per scoprire un autore nuovo; da noi non c’è la voglia di «rischiare», il piacere della scoperta. Le produzioni inseguono i nomi noti in cartellone, meglio se presi in prestito dalla televisione. Io cerco di lavorare su autori nuovi, possibilmente inediti nel nostro Paese. Amo gli autori che anzitutto mi pongono delle domande a cui non so rispondere, che scavano nelle ferite aperte del nostro tempo.
[…]
Ho studiato molto all’estero: in Inghilterra e in America. Nelle nostre scuole, nei licei — quando va bene — il teatro viene solamente studiato e letto, spesso fastidiosamente imposto. Il teatro a una certa età va soprattutto fatto. In Inghilterra e negli Stati Uniti, Paesi più concreti del nostro, il teatro a scuola viene introdotto come un gioco. Il tempo dello studio, dell’approfondimento subentra dopo, su un terreno già predisposto. Questo creerà fisiologicamente generazioni di spettatori più entusiasti e meno timorosi o precocemente esausti e annoiati dall’idea stessa di teatro. Forse il teatro ha anche un deficit genetico: si presenta — o è percepito — come elitario.
Jacopo Gassman

Vorrei proporvi un gioco e leggervi quello che mi ha scritto qualche tempo fa un caro amico teatrante al quale chiedevo le stesse cose: «Al teatro italiano mancano: 1. produttori appassionati; 2. tempo per fare le prove; 3. nuovi drammaturghi; 4. attori anziani disposti a tramandare esperienze; 5. apprendistato per attori e maestranze; 6. scuole di taglio e costumi nei teatri nazionali; 7. artisti che guidino la direzione artistica dei teatri; 8. la fame e la passione; 9. le cantine dove fare e sperimentare la fame e la passione; 10. l’alcol e la droga, le attrici zoccole e gli attori rompicoglioni, è tutto troppo educato e borghese e prudente». Ora, se vogliamo essere seri, direi che innanzitutto mancano investimenti. È di certo mancata a lungo una nuova legge sul teatro. In generale credo anche che manchi tempo, cioè la possibilità di consentire agli artisti di sbagliare. Manca poi un lavoro di formazione del pubblico: questo significa che i cittadini italiani dovrebbero sentire come cosa propria il teatro, almeno quanto sentono come cosa propria il Parlamento.
Lisa Ferlazzo Natoli

Conversazione su la Lettura #323, febbraio 2018, pag. 3 :
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180204/281500751697809

la carta

Chi usa il social per fotografare ed esibire l’articolo di giornale o di rivista che parla di un certo libro (proprio o altrui), in pratica invita a fare due cose: “andare” a comprare il giornale o la rivista per leggerne la recensione e il trafiletto, e in seconda istanza “andare” a comprare il libro.
Ma se uno passa il tempo su Facebook, difficilmente va a distrarsi uscendone, se non per incombenze o commissioni necessarie. Si ha l’impressione che pensare d’indurre ad andare in edicola — con una foto postata sul social — chi d’abitudine legge, consulta, si esprime e vive nel social diventi sempre più velleitario. «Hai visto? Vallo a comprare e cerca questa pagina!» sarebbe il messaggio. Cioè, si documenta l’esistenza dell’articolo stampato e si chiede di andarselo a procurare dal giornalaio, cercando la pagina dove c’è la recensione o la segnalazione. E lo si fa lì, in un mare dove già nuotano recensioni segnalazioni e articoli di tutti i generi, di tutti gli orientamenti, di tutte le levature, che sarebbero capaci di riempire tutte le giornate di tutti i navigatori. «Perché la qualità sta nella carta stampata», sarebbe il messaggio di seconda istanza: cosa sempre meno vera, purtroppo, ma anche sempre meno utile, soprattutto in un habitat dove le abitudini e le prassi vengono sempre più condizionate.
Io vedo un lungo, lento tramonto.

Basta con i facilitatori

Maestro di Heiligenkreuz, Morte della Vergine (particolare), olio su tavola.
Austria o Boemia, 1430 ca.


Vorrei invece ragionare sulla complessità del problema generale «scuola», tenendo ben presenti anche le considerazioni di coloro che nella scuola quotidianamente vivono e lavorano, docenti, ispettori e dirigenti. La scuola, si dice per esempio, è un presidio sul territorio che si fa carico degli immensi problemi dei giovani e delle loro famiglie in questa società complicata e travagliata. La scuola svolge in proposito un’azione sicuramente preziosa e indispensabile. Il suo sforzo è quello di rendere desiderabile lo spazio scolastico, di arricchirlo di nutrienti esperienze anche extra-scolastiche, di darsi da fare nel territorio per la relazione scuola-lavoro e così via. Anche questo, certo, è formazione; ma con uno sguardo che assume la situazione economico-sociale e cerca di migliorarla soggettivamente per quanto è possibile. Il rischio è però quello di non arrivare a sfiorarla nei tratti della sua oggettiva e crescente incultura. Per dire in fretta, è per esempio l’imporsi della logica del «facilitatore»: bestemmia pedagogica che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura. È la logica del professore giovanilista e amicone che chiama in classe il cantautore, come se i ragazzi non fossero già sin troppo abili a procurarseli da sé, per la gioia degli interessi milionari delle case discografiche.
Naturalmente le cose sono terribilmente complesse. Anche il cantautore può occasionalmente svolgere una preziosa funzione culturale: dipende dal modo. E poi c’è classe e classe, c’è professore e professore. Però non possiamo e non dobbiamo dimenticare che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà; non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, nei licei e ormai anche nelle università: negare questi fatti è impossibile. Ignorare che essi costituiscano anche un dramma per la vita democratica, ormai preda delle espressioni più volgari, ingannevoli e vuote di pensiero, è, politicamente, un delitto. Come porvi rimedio è la domanda di molti; di nessuno, credo, è la pretesa di possedere la soluzione.
Quello che vorrei anzitutto suggerire è che bisogna distinguere tra la scuola, la nostra scuola dell’obbligo e la scuola superiore, e l’università. I problemi sono differenti ed esigono specifiche riflessioni. Per esempio vorrei ricordare che la storia non coincide con l’informazione storiografica, così come la filosofia non coincide con il manuale di storia della filosofia. Questi strumenti mi pare che siano ormai obsoleti o insufficienti; funzionavano quando l’impostazione fondamentalmente umanistica degli studi secondari era un fatto pacifico, socialmente motivato e condiviso. Oggi non è più così. La riforma dei programmi è stata troppo timida, da un lato, e contemporaneamente vacua e sconsiderata dall’altro: di fatto ogni volta pregiudizievole, preda di ossessioni pedagogico-valutative e frutto di misteriose sette decisionali che abitano il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Bisogna cambiare radicalmente direzione, avendo in animo una finalità: avvicinare i giovani alla grande cultura, non a pretese «competenze», ma a quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire. Questo però esige anzitutto una classe di docenti in grado di svolgere tale grande compito.
Compito che dovrebbe essere uno scopo delle università, del quale peraltro esse sono oggi del tutto incapaci (ricordo i fallimenti dei vari tentativi di creare vie formative per la didattica, regolarmente banalizzate e devastate dalle pretese «scientifiche» del «pedagogichese» imperante). Nelle attuali facoltà umanistiche il modello dell’internazionalismo universitario altamente specialistico e anglofono regna sovrano, accompagnato in Italia dallo scandalo dei criteri di selezione dei ricercatori, costretti a uniformarsi alle pretese scientifiche delle cosiddette riviste di fascia A: una situazione che, in barba alla Costituzione che sancisce la libertà di ricerca, impone invece modi di vedere privati, ma fatti propri dal ministero. Di qui l’uniformarsi inevitabile dei giovani a criteri che sono imposti senza alcuna legittimità da gruppi di colleghi, ben lieti di godere di un simile privilegio, ma certo non pensosi dell’impoverimento e della banalizzazione della produzione scientifica che fatalmente ne deriva.
Mi sembra evidente che, se vogliamo cambiare le cose, la modificazione debba partire dalle università, dal loro modo di produrre cultura e formazione, dal loro coraggio e dalla loro libertà nel promuovere la ricerca e la selezione dei giovani ricercatori, dalla loro onestà morale e politica. Anche dalla consapevole forza con la quale decisamente rifiutarsi a imposizioni ministeriali giudicate improvvide: ricordo che alcuni di noi tentarono di opporsi alla famosa riforma del tre più due (cioè alla doppia laurea, triennale e magistrale) prevedendone l’insensatezza totale per gli studi umanistici: credo che siamo in moltissimi a rimpiangere di averla subita. Oggi, dicono i rettori, è impossibile tornare indietro. Ovvero, si può farlo solo con una visione completamente rinnovata e grazie a una base politica davvero per il momento impensabile.

Carlo Sini, la Lettura #391, pag. 13

Goethe vs/Hesse

«Come tutti i grandi spiriti lei, signor Goethe, ha visto e sentito esattamente quanto sia problematica e disperata la vita umana: ha visto la magnificenza dell’istante e il suo misero appassire, l’impossibilità di pagare l’altezza del sentimento altrimenti che con la prigionia della vita quotidiana, la quale è in lotta perpetua e mortale col sacro amore per la smarrita innocenza della natura, questa terribile sospensione nel vuoto e nell’incerto, la condanna a subire ogni cosa come transitoria, sempre priva di valore universale, sempre tentativo da dilettanti: insomma tutta la bruciante disperazione, l’esaltazione, la mancanza di prospettive dell’esistenza umana. Lei ha visto tutto ciò, lo ha sempre ammesso, eppure in tutta la vita ha predicato il contrario, ha espresso la fede e l’ottimismo, ha dato a sé stesso e agli altri un senso illusorio di tutti i nostri sforzi intellettuali. Lei ha respinto e represso gli apostoli dell’abisso, le voci della verità disperata, tanto in sé stesso quanto in Kleist e in Beethoben. Per decenni lei è vissuto come se accumulare nozioni, fare collezioni, scrivere e raccogliere lettere, come se tutta la sua esistenza a Weimar fosse effettivamente un mezzo per eternare l’istante che lei poteva soltanto mummificare, per spiritualizzare la natura che invece lei poteva soltanto stilizzare in una maschera. Questa è la mancanza di sincerità che le rinfacciamo».
Il vecchio ministro, la bocca sempre sorridente, mi guardò negli occhi pensieroso. Poi domandò con mia grande sorpresa: «Allora il Flauto magico di Mozart le deve essere molto antipatico, vero?». E prima che io potessi protestare aggiunse: «Il Flauto magico rappresenta la vita come un canto delizioso, esalta i nostri sentimenti che pur sono passeggeri come qualche cosa di eterno e di divino, non si accorda né con il signor Kleist né col signor Beethoven, ma predica l’ottimismo e la fede».
«Lo so, lo so!» esclamai infuriato. «Ci sa perché le è venuto in mente proprio il Flauto magico che è quanto di più caro io abbia al mondo? Ma Mozart non è arrivato a ottantadue anni e non ha avuto nella vita personale le pretese di durata, di ordine, di rigida dignità che ha lei! Lui non si dava tante arie d’importanza. Ha cantato le sue melodie divine e fu povero e morì presto, in povertà, senza riconoscimenti…»

  • Il lupo della steppa, trad. di Ervino Pocar, pagg. 134-135

Tempo der Straße

George Grosz, Tempo der Straße, olio su cartone, 1918.

Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Deliri

Peter Saul, Criminal Being Executed, 1964

Il delirio è una patologia squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane può essere ansioso ma non delirante).  La capacità di legare due fenomeni con l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il limite.
Ma ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente chiaro.
Il delirio (delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una coscienza vigile.  Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore predelirante (wahnstimmung) o coscienza predelirante. Si tratta di un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio, di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo) o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un’altra persona o delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale (licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il cuore di pietra, il fegato di cristallo) e al delirio ipocondriaco e nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Al di là delle tante basi biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile, un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.

Claudio Mencacci, la Lettura #295, pag. 31