Scrittore borghese

René Magritte, La Trahison des Images, 1928-9

Insomma, se per Borges quello di Flaubert è un destino esemplare che trascende persino la sua opera, per Sartre la biografia flaubertiana è particolarmente riuscita. E lo è, verrebbe da dire, proprio in virtù del suo fallimento. Già, ma come si può definire riuscita una biografia fallita? Ciò non implica forse che ce ne siano di fallite che sono riuscite? Che razza di idea è mai questa? Diciamo che per Sartre una biografia riuscita è quella che dà conto di un’esperienza di vita esemplare.
Pochi anni dopo, nel saggio su Baudelaire, Sartre chiarisce ancor meglio il suo punto di vista sulla faccenda. Parlando del ruolo dell’artista borghese nel XIX secolo (una tipica ubbia sartriana), sentenzia: «Flaubert, ad esempio, pur facendo la vita d’un ricco borghese di provincia, dà come indiscutibile che lui non appartiene alla borghesia; effettua con la sua classe una rottura mitica, che appare come un’immagine impallidita delle rotture effettive prodotte, nel Settecento, dall’introduzione dello scrittore borghese nel salotto della marchesa Lambert». È a questo punto che Flaubert fa la sua scelta (e com’è noto, per Sartre, vivere significa scegliere). Ebbene, Flaubert sceglie di chiamarsi fuori e di non appartenere alla sua epoca, di venire meno ai doveri civili. Il suo disincanto è tale da impedirgli di adempiere alle consegne imposte dal suo ceto: sposarsi, procreare, investire su una professione redditizia. Ecco il romanziere meno romantico dell’Ottocento francese fare la scelta più romantica che un artista possa concepire: «Dare la mano, scavalcando i secoli, a Cervantes, a Rabelais, a Virgilio; sa che fra cent’anni, fra mille anni, altri scrittori verranno a dargli la mano; ingenuamente se li figura come l’autore di Don Chisciotte parassita della Spagna monarchica, come l’autore di Gargantua parassita della Chiesa, come l’autore dell’Eneide parassita dell’Impero romano; non gli passa per la mente che la funzione dello scrittore possa mutare nel corso dei secoli a venire». Con tutta evidenza, pur senza nominarsi, Sartre sta pensando a sé stesso. È lui lo scrittore venuto dopo Flaubert che Flaubert non ha saputo immaginare. Lo scrittore che non si contenta di essere un parassita di un potere costituito, lo scrittore che s’impegna contro ogni potere. Temo che Sartre enfatizzasse il proprio ruolo in modo piuttosto ridicolo, ma questo è un altro discorso. Resta comunque il fatto che il suo biasimo nei confronti della scelta di vita flaubertiana è implacabile. A questo punto, l’obiezione più naturale che potrebbe fare un lettore di buonsenso suona pressapoco così: va bene, tutto giusto, ma cosa diavolo gliene importa a Sartre di come visse Flaubert? Perché è così ossessionato da come hanno vissuto gli scrittori che dovrebbe disprezzare? Perché sta lì a rimuginare sulle scelte operate da Baudelaire, Mallarmé e Flaubert? Non sarebbe più sano e onesto occuparsi dei pochi libri che ci hanno lasciato?

Alessandro Piperno, la Lettura #387, pagg. 17-18

Impegno civile/Stile

George Tooker, The Waiting Room, 1959 

E devo anche confessare d’aver partecipato, nel ’71 o ’72, su «Quaderni Piacentini», a quella bordata di attacchi “da sinistra” che si abbatté su Sciascia per uno dei suoi romanzi politicamente più provocanti, Il contesto, attacchi che qualcuno avrebbe poi bollato come «clerico-marxiani».
Un po’ me ne pento, a ripensarci: non tuttavia, perché mi sia nel frattempo convinto che il libro fosse invece da elogiare, ma perchè altri erano forse gli argomenti con i quali avrei dovuto motivare il mio giudizio. D’altra parte, i libri di Sciascia sono così tipicamente e univocamente “a tesi” (soprattutto da quando, verso la metà degli anni Sessanta, cominciano ad essere costruiti sulla combinazione fra intreccio poliziesco e impegno civile) che, per dirla un po’ brutalmente, se non si parlava di quella, di che si poteva parlare? La tanto decantata limpidità “illuministica” del suo stile narrativo, la tanto vantata trasparenza della sua prosa, a me sono sempre sembrate, infatti, qualcosa di assai meno positivo: secchezza, aridità, pedanteria, mancanza di spessore fantastico, di profondità verbale, di pluralità di senso. È per questo, penso, che alle sue opere d’invenzione si era in qualche modo costretti a reagire nello stesso modo, sullo stesso piano, che ai suoi scritti saggistici o ai suoi pamphlet; non essendoci altre dimensioni da esplorare, non essendoci metafore, (né narrative né stilistiche) da interpretare, l’unica risposta davvero possibile era, ahimé, una risposta “ideologica”.
In altre parole, e per essere ancora più espliciti: ogni volta che Sciascia prendeva posizione, non importa se con un intervento o con una parabola, o si era con lui, o si era contro di lui, che è esattamente ciò che non deve, anzi che non può succedere con gli scrittori veri, con gli scrittori grandi, di fronte ai quali consenso e rifiuto, esaltazione e distacco, persino ammirazione e disgusto, hanno tutto lo spazio per combattersi e, alla fine, per convivere… (Il caso Céline – le cui opere successive a Bagatelles il probo Sciascia, non a caso si rifiutava di leggere – insegna.)
(…) A sopravvivere, a turbare e nutrire nel tempo, sono le emozioni estetiche, non la contabilità dei consensi e dei dissensi politici. Se citiamo ancora tanto spesso, se ancora possiamo proficuamente interrogare e utilizzare le grandi metafore civili di Pier Paolo Pasolini – l’Omologazione, il Palazzo, la Scomparsa delle lucciole, ecc. – è perché sono, appunto, delle metafore, perché significano al di là del loro significato occasionale, perché sono vere al di là della loro verità contingente. Niente di tutto questo, secondo me, nelle provocazioni di Sciascia, che erano – e rimangono – provocazioni di pronto uso e di rapido consumo, ingegnosamente e nobilmente avvocatesche, fatalmente destinate ad essere soppiantate da provocazioni analoghe e successive, non importa se dello stesso segno o di segno contrario.

Giovanni Raboni, Sulla produzione narrativa di Leonardo Sciascia, «Corriere della Sera», 20 novembre 1999, p. 35

3. Bovary oggi

È venuta alla luce una nuova traduzione di “Madame Bovary” per merito della BUR, e l’occasione è stata propizia alla Rizzoli – di nuovo – per satinare le pagine del domenicale del “Corriere”, dedito all’inclita “La lettura”, con l’introduzione premessa al capolavoro di Flaubert dalla scrittrice di riferimento del giornale e dell’editore appena menzionati. Non è a dire che ci si ritrovi nuovamente davanti ai paradossi dell’industria culturale: questo è quanto, prendere o lasciare. E prendiamo per buona la premessa apposta dalla Avallone. Brava scrittrice, chiaramente col tono lezioso di chi è “di principi”, “principled”, quasi tutte le donne debbano essere come lei a sentenziare sulla povera malcapitata Madame Bovary.

Perché questo capita nell’introduzione della Avallone al libro secolare di Flaubert. Ne scapita il sale critico, il senso della ricostruzione storica: ma tant’è, la scrittrice si è laureata in lettere e non in storia e a volte la fruizione dei capolavori da parte degli scrittori posteriori, stavo per dire “posteri”, genera mostri di deformazione. È esattamente quel che accade nell’amore a tutte le latitudini esso si presenti, come dato di comportamento a coordinate sociali prestabilite su cui si innesta, si ingrana, il paradosso esclusivo di chi ritiene di doverne spiegare qualcosa di nuovo, ancora. Questo per dire che è tanto l’amore della Avallone per la creatura fedifraga di Flaubert – poverella, cresciuta in una società maschilista com’è chiaramente ancora la nostra, argutamente e a ragione sostiene la Avallone – che le sfugge il senso complessivo del libro.
“Madame Bovary” è infatti un romanzo caritatevolmente, esplicitamente ottocentesco e la sua fortuna si bruciò nel raggio della metà del secolo, poi fu già la volta di altre tristezze periferiche scese direttamente dai condotti di Flaubert: Maupassant, si intende linearmente, e Cecov, in via di sbieco, di parafrasi paesaggistica e sentimentale, con altro contesto e altra contestazione.

“Bovary” è quindi per nostra fortuna un libro datato e pare finita l’epoca delle prescrizioni classiche o classiciste dei libri letterari, quindi ben venga un falò commemorativo di “Madame Bovary” in questo 2021 che segna il bicentenario della nascita di Flaubert. Ne sarebbe stato più che lieto, il maestro dell’ironia, il tagliagole della morale che avrebbe riso di come oggi imbalsamiamo il suo cosiddetto capolavoro.
Di capolavoro si può parlare finché non si prescinda dall’ironia dell’opera. Flaubert la semina a piene mani. La pagina più alta del libro è la dichiarazione a Bovary sposata del lampionaro, peracottaro vitellone di turno a mezzo di un’asta pubblica, in piazza: il banditore rende noto il prezzo di un cumulo di letame e lì, proprio lì Flaubert piazza la dichiarazione d’amore fedifrago.
Credo sia il punto più alto della vicenda, se non mi fanno velo gli anni e le diottrie perse da quando lo lessi. L’ironia è tutta lì, la Avallone fa fatica a dirlo. Meglio rimestare nel torbido, nello sciabordio sentimentale allineato con l’ipotesi faticosamente guadagnata dalla nostra società letteraria per la quale la provincia è triste, ma quanto è bella, quanto ci divertiamo – più dei gazzettieri – a raccontarla nei romanzi.
Fate attenzione invece a Flaubert, leggetelo senza le pretermissioni messe in voga dagli scrittori del momento attuale, andatevi a rileggere se proprio volete le pagine esauste e seducenti di Vargas Llosa in merito, riscoprite i peripli infatuati di Henry James – uno dei pochi a rilanciare Flaubert ad altezze cronologiche impensabili – oppure, chessò, se proprio volete rimanere attaccati alla lettera del testo, prendete in mano “Il pappagallo di Flaubert” di un ingegnoso contemporaneo inglese e vedrete come Flaubert facesse a pugni coi suoi tempi, con gli editori che volevano rifilargli le immagini illustrative nel romanzo, cosa che lo fece impuntare e disse da vero genio ribelle che no, non le voleva, non era mica un romanzetto osceno alla De Kock: il lettore doveva rimanere incollato al testo, al segno scritto e non a quello grafico per ricreare da lì la strumentazione delle passioni, il fondale provinciale e tutto il resto. Quasi un verghismo incipiente, abbozzato, oserei dire.

Ma comunque, leggete Flaubert, è dissacrante, gronda ironia distruttiva da dovunque lo prendiate. Suggerirei di fare così solo se se avete a cuore una nozione di vita in cui la sensazione è già pensiero e non avete bisogno di blandizie ulteriori, di epitaffi rammemorativi, di progettazioni alla bell’e meglio della serie che “ogni lettura è una scoperta” o magari “un’esplorazione del passato che facciamo per chi verrà dopo di noi”. Se volete invece fare così, avrete tra le mani un bel pupattolo, ma non Flaubert – e non dico di quello postremo, devastante e sbizzarrito di “Bouvard e Pecuchet” o magari della dispersione del “San Antonio” – ma proprio di questo, tragico e sentimentalmente comico, della beata, fu Bovary.

Andrea Bianchi

piacere vs/ felicità

Roxy Paine, Control Room, installazione mixed media, 2013


Come definire piacere e felicità?

«Ci sono sette differenze fondamentali. Il piacere è effimero mentre la felicità durevole, il piacere è viscerale e aumenta la pressione e il battito cardiaco mentre la felicità è più spirituale e rilassante, piacere è prendere (lo vediamo nello shopping o nel gioco d’azzardo) mentre alla felicità si arriva con il dare; il piacere può essere ottenuto con sostanze legali o non mentre la felicità è darsi obiettivi e raggiungerli, il piacere è una condizione di solitudine mentre la felicità si sperimenta in società, gli eccessi nel piacere provocano dipendenza mentre la felicità no. Soprattutto, il piacere immediato, il bisogno di ricompensa, è il campo della dopamina, mentre la felicità, l’appagamento, quello della serotonina. Sono entrambi due neuro-trasmettitori, ma non potrebbero funzionare in modo più diverso. Possiamo avere piacere e felicità solo se riusciamo a farli lavorare insieme».

Perché questo non accade?

«Viviamo in una società che stimola continuamente i meccanismi della ricompensa immediata, del piacere a corto raggio. I circuiti cerebrali sono occupati dalla dopamina, e sempre meno disponibili per produrre serotonina. Per esempio, l’abuso delle tecnologie scatena dopamina e riduce la serotonina. Il bisogno di controllare le email, i messaggi, le notifiche, la tendenza all’accumulo di follower o di like: qui si vede bene la dipendenza psicologica provocata dal bisogno di ricompensa immediata».

Come funziona l’abuso dei social media?

«Prendiamo l’interazione tra due persone. Se si svolge su Facebook, per esempio, questa attiva il circuito del piacere, soggetto al rischio di dipendenza. Abbiamo bisogno di sempre più like, sempre più contatti: la dopamina è in azione. Quando due persone si incontrano nella realtà, invece, gli sguardi reciproci attivano i neuroni-specchio alla base dell’empatia, e inducono la sintesi della serotonina».

Robert Lustig intervistato da Stefano Montefiori, la Lettura #324, pag. 11

Faccio il risotto con lo stesso impegno di Einstein

Stupisce il fatto che il diarietto del virus venga relegato a pagina 20: in altri tempi Piccolo troneggiava regolarmente dopo la copertina, nella prima sezione intitolata “Il dibattito delle idee. Stavolta, invece, a pagina 2 regna Paolo Giordano (i tempi sono cambiati) con una lunga intervista a Jared Diamond sulla pandemia, e la prima domanda del giovane scrittore è: «Quando ha realizzato che questa pandemia sarebbe stata diversa?».

Ha realizzato.

Ecco l’orribile, orribile, orribile anglo-americanismo che pezzo a pezzo sta divorando la prosa, l’eloquio, perfino le attività cognitive delle persone. Siamo arrivati al punto in cui dire una cosa semplice come “quando si è reso conto che sarebbe stata diversa…” è diventato così difficile da sopraffare giornalisti, scrittori, intellettuali, scrivani…

Il diario del virus, la tata in quarantena ecc.

«Oggi sono morte 427 persone» è l’incipit. «427 è un numero mostruoso. Più o meno come se morissero tutti insieme i calciatori delle 20 squadre di serie A, titolari, riserve, allenatori, massaggiatori e pure gli arbitri. Proviamo a pensare come l’avremmo vissuta, a come la vivremmo».
Ci fermiamo e proviamo a pensarci. La serie A che viene sterminata, con tutti gli arbitri: un’immagine così potente che fatichiamo a riprendere fiato. (Se qualcuno si mettesse a sogghignare, ricordi che resta la serie B).

[ quando “la Lettura” del Corsera pretendeva di raccontare la pandemia dopo neanche un mese, ovvero gli “otto scrittori” ]

L'inizio della fine

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Questo fatto accadde nel 2010.
Dal risvolto di copertina:

Antonio D’Orrico (Cosenza, Firenze, Milano), cinquantasei anni, acquario, giornalista, dal 1994 tiene su «Sette» – il magazine del «Corriere della Sera» – la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile rubrica letteraria italiana, in cui cerca di instillare nei lettori il gusto di parlare di libri e scrittori con la stessa competenza e passione con le quali di solito si parla di partite e giocatori di calcio. Questo è il suo primo romanzo.

Poi non se ne seppe più nulla.
Ma da quel giorno funesto la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile rubrica letteraria italiana è andata in decadenza.

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Rcs vende Flammarion


Lo scorso febbraio si era parlato del Gruppo Rcs alla resa dei conti.
Con un debito complessivo di quasi un miliardo di euro, si dovevano prendere dei provvedimenti: o i soci ricapitalizzavano il gruppo, mettendo mano al portafogli, oppure si sarebbero dovute vendere delle attività. Ma mettersi d’accordo non era facile, a causa delle divisioni all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.

«Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion», segnalammo a suo  tempo, «alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano – nella mitica via Solferino – con gli immobili adiacenti.»

Oggi, secondo il Sole 24Ore è pronto l’accordo per la cessione di Flammarion al gruppo Gallimard. Così, in Borsa il titolo RCS è stato a lungo sospeso per eccesso di rialzo, andando a chiudere con un salto del 23% a 0,617 euro.

Secondo il quotidiano, gli advisor Mediobanca e Bnp Paribas potrebbero chiudere la cessione entro la settimana. Il nodo rimane il prezzo: il Gruppo Rizzoli chiedeva una cifra tra i 250 e i 300 milioni di euro, mentre Gallimard è disposta a pagare 220 milioni di euro. Secondo le dichiarazioni del pomeriggio, “le trattative con Gallimard sono in fase avanzata”, ma è prematuro indicare un valore.

Nei giorni scorsi, il presidente del patto di sindacato aveva – appunto – spiegato che le strade per ridurre l’indebitamento del gruppo Rcs erano due: o un aumento di capitale o la cessione di Flammarion, e questa seconda via era preferita.
Della serie: «La seconda che hai detto!»


[p.s.: a Wall Street il titolo Facebook quota 26,31 dollari, con un crollo del 30,7% rispetto all’iniziale prezzo di collocamento.]

 

Rcs alla resa dei conti

Secondo gli analisti, il gruppo Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera) si troverebbe alle strette.
Le prospettive per la raccolta pubblicitaria, in Italia e Spagna, sono negative, e il debito complessivo raggiunge quasi 1 miliardo di euro. Rcs, dunque, non avrebbe molte scelte: secondo molti ci vorrebbero “Un aumento di capitale o dismissioni significative. Altrimenti non ha più senso investire in questa società”.
Ma prendere decisioni radicali non è facile, a giudicare dalle spaccature all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.
Secondo le stime raccolte tra gli analisti (prima dell’imminente pubblicazione dei dati ufficiali), il 2011 dovrebbe chiudersi con i ricavi a circa 2,08 miliardi — in calo del 7% — e un Ebitda intorno ai 160-165 milioni, dai quasi 200 dell’anno precedente. E le prospettive non sono buone neanche per il 2012, perché il mercato pubblicitario resta “estremamente negativo sia in Italia che in Spagna”, come dice Mediobanca.
Il problema dell’enorme indebitamento netto, a quanto dicono, non può essere rinviato troppo. Sono principalmente linee di credito che godono di tassi molto più bassi della media di mercato: visto che scadono a fine 2013, sarà difficile poterle rifinanziare alle stesse condizioni vantaggiose (nonostante gli stretti legami tra Rcs e banche), quindi ci si dovrà porre il problema della sostenibilità del debito.

Dunque, l’ipotesi della ricapitalizzazione si sta facendo strada, anche per colpa della probabile svalutazione delle attività spagnole (leggi: Unidad Editorial), che potrebbe aggirarsi intorno ai 300 milioni di euro, e rischierebbe di intaccare la patrimonializzazione del gruppo. Queste svalutazioni non sarebbero tali da imporre per legge un aumento di capitale, e potrebbero anche esser compensate dalle riserve; ma  — secondo l’opinione corrente — la via migliore per ridurre il debito e ribilanciare una struttura finanziaria sotto pressione sarebbe l’aumento di capitale, tenuto conto che, coi tempi che corrono, potrebbe risultar difficile realizzare la vendita degli asset (proprietà varie) per fare cassa.
Una ricapitalizzazione, fra l’altro, permetterebbe di rafforzare quei soci che sono in grado di tirar fuori i soldi, a scapito di quelli che non se lo possono permettere, ridisegnando così — o consolidando — la struttura e i rapporti di forza dentro l’azionariato. Ma, secondo indiscrezioni, pochi sarebbero disposti ad aprire il portafoglio, coi tempi che corrono.

Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion, alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano — nella mitica via Solferino — con gli immobili adiacenti.
I tempi cambiano, i miti e i colossi pure: nulla sfugge.

 

Le mani sul Corriere

Ho letto ieri nel notiziario Reuters:

Torna il divieto di incroci tra stampa e televisione solo fino a marzo 2011, nell’ultima versione del maxiemendamento al decreto legge Milleproroghe, sul quale oggi il governo ha chiesto la fiducia della Camera.
Il testo consegnato oggi ai deputati e diffuso ai giornalisti dall’opposizione (l’atto formale non figura ancora nei documenti allegati al resoconto di seduta) ripristina la versione originale del decreto, che estende il divieto di incrocio da fine 2010 al 31 marzo 2011, con la possibilità di un’ulteriore proroga al 31 dicembre 2011 tramite un decreto del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Il Partito democratico, per bocca di Vincenzo Vita, attacca il governo e denuncia “il rischio che Mediaset acquisisca il Corriere della Sera, viste anche le turbolenze societarie di quest’ultimo”.

Mi chiedo: se il divieto scadrà il 31 marzo e non dovesse essere rinnovato da Silvio Berlusconi, perché lo stesso Berlusconi vuole davvero impossessarsi del Corriere della sera (come molti dicono, e quando una voce circola troppo insistentemente è probabile che sia fondata), può essere che le azioni Rcs Mediagroup — che ieri in Borsa hanno chiuso a 1,217 — siano un ottimo investimento speculativo? Secondo certi specialisti, sì.
Stamattina, intanto, sono già a 1,24.