Paris, 13 Arr.

C’È UN GRAN FILM FRANCESE DA VEDERE IN SALA: “PARIGI, 13 ARR.”
TRE DONNE, UN UOMO E LE LEGGI DEL DESIDERIO PER AUDIARD

Michele Anselmi per Cinemonitor

Mi chiedo con una punta di pessimismo: chi li vedrà tutti questi bei film francesi che sono appena usciti o stanno uscendo nei nostri cinema? Penso, tra i primi, a “È andato tutto bene”, “La promessa”, “Parigi, tutto in una notte”; tra i secondi a “Full Time”, “Un altro mondo”, “Tra due mondi”, solo per dirne alcuni; mentre al Nuovo Sacher di Nanni Moretti dal 30 marzo al 4 aprile si svolgerà la benemerita rassegna di anteprime intitolata “Rendez-Vous”. Purtroppo gli incassi sono perlopiù deludenti, nonostante la qualità alta, se non altissima, dei film in questione.
E intanto giovedì 24 marzo arriva, con Europictures, “Parigi, 13 Arr.” di Jacques Audiard, classe 1952. Francamente si poteva scegliere un titolo migliore per l’Italia, “Arr.” sta per “arrondissement”, ma è anche vero che l’originale “Les Olympiades”, dal nome delle otto torri residenziali care a Michel Houellebecq e costruite in quel pezzo di città tra il 1969 e il 1974 per celebrare i giochi olimpici, poco avrebbe detto a noi italiani.
Il film vale davvero il prezzo del biglietto: è intenso, audace, imprevedibile, profondo, pieno di sfumature nel ritratto tra generazionale e multietnico, recitato magnificamente da attori quasi sconosciuti, girato in un bianco e nero che trova un senso nella prospettiva estetica del regista. Si stenta a credere che il copione sia tratto da tre racconti della graphic novel “Morire in piedi” di Adrian Tomine, anche se, nella riscrittura per il grande schermo, Audiard s’è giovato di Céline Sciamma e Léa Mysius. Il punto di vista femminile si sente, eccome, nel ritratto delle giovani donne al centro della vicenda, dopo una didascalia iniziale che sembra alludere a un celebre incipit di Céline: “Tutto è cominciato così”.
Tutto cosa? La cinese Émilie, che lavora stancamente in un call center, affitta una stanza del suo appartamento a un giovane professore di origine africana, Camille, e i due subito finiscono a letto con mucho gusto per entrambi. “Prima scopo e poi ci penso” teorizza lui, vitalista e superficiale, molto piacione. Lei invece un po’ s’innamora, salvo cacciare l’inquilino di casa quando lo scopre nudo con un’altra. Poi c’è Nora, bella, slanciata ed elegante, appena arrivata a Parigi da Bordeaux per studiare all’università e forse lasciarsi alle spalle una brutta esperienza. Ma il peggio è in agguato e si chiama “porn revenge”: un video osé messo in rete la ritrae, dopo una festa alcolica, intenta a far sesso con un fessacchiotto che l’ha scambiata per la “cam girl” Amber Sweet (in effetti le due si somigliano).
Audiard è bene infisso nella Francia attuale, sicché il suo stile, ruvido e realistico, anche nella messa in scena degli amplessi o nei dialoghi a sfondo sessuale, mi pare escludere riferimenti cinefili a un certo cinema vagamente sul tema praticato da registi come Ophüls, Rohmer, Soderbergh, Allen e altri ancora. Nella misura aurea di 105 minuti, “Parigi, 13 Arr.” pedina i tre personaggi principali, ai quali si aggiunge un quarto, l’unico ripreso a colori nell’esercizio del “mestiere”, cioè Amber Sweet, in modo da far intrecciare i loro destini verso un epilogo per alcuni versi romantico, dove tutto o quasi si sistema grazie a un processo di maturazione e cambiamento. A suo modo è un film-trattatello sulle logiche e le leggi del Desiderio, in senso carnale; ma anche una riflessione acuta (Nora si sente “noiosa” a letto mentre fa l’amore con Camille) sul senso di inadeguatezza, pure di irresolutezza, che prende a ogni età.
Inutile dire che un film del genere vive tutto sulla prova degli interpreti, poco noti o addirittura debuttanti, perfetti spogliati o vestiti, mai “apparecchiati” come invece succederebbe da noi: sono Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant e Jehnny Beth, rispettivamente nei ruoli di Émilie, Camille, Nora e Amber Sweet. Se lo trovate in francese con i sottotitoli è sicuramente meglio.

25. Papà Goriot oggi

(illustrazione di Jean-Jacques Grandville)

Il responsabile qualità della Lamborghini affonda il cucchiaio nella minestra e con la sinistra parla al telefono. 
Le due signore al tavolo col sessantenne, imbeccate dal cameriere, cercano di attaccar bottone col Lamborghini avendo saputo dal cameriere che andrà a Parigi. Va a Parigi?, col tono tra Balzac e Fellini in bianco e nero.
Pare di essere dentro Papà Goriot per questa sequela di figurine a “Na’ pizz”, Riccione. Il Lamborghini non le fila quasi. Le signore di 40 e 50 anni ben tenute e bistratissime biascicano che deve andare all’Émile, in un coro sostenuto e arrapante. Il loro anfitrione sessantenne-tinto-castano ostenta vigore, sostenendo che Parigi “dipende dal quartiere”.
Per le sue commensali sono ricordi dei loro anni Novanta con altri amministratori delegati, presumo. 
La più giovane delle due ostenta di non essere in grado di diventare madre non essendo mai stata figlia. Prima l’anfitrione le aveva detto che non si sa mai. Forse la vorrebbe dare in sposa a qualche suo allievo?
Altri inchini al fallo in altre zone della veranda. In fondo sala la tredicenne ignora i cuginetti, si alza va vicino al papà e in omaggio a Elettra poggia le mani sulle spalle del genitore brizzolato baciandogli la nuca.
Tutto troppo bello perché qualcuno non lo noti. Tutto così personale e fuggitivo che è impossibile fermarlo con parole.
Ma ci sono altre cinquantenni tenute benissimo al tavolo dietro di noi. Finché avevano la mascherina sembravano ventenni. Poi quando entrano e la calano acquistano la maestosità delle stalattiti. Rughe e righe. Righe in volto. Bellissime.
Ricordo di certe gite vent’anni fa alle grotte di stalattiti. O era il tempo delle medie? Piemonte 2006 e la docente di scienze di cognome faceva Faggio. Sonia Faggio, rossa tinta.
Se personale deve essere, questa nota, tanto vale andare fino in fondo. Verso fine serata arrivano le ventenni straripate con mascherine leopardate. Si siedono affianco al Lamborghini che continua a ignorare tutte e tutti, per partito preso. Forse più serafico dello scrivente.
Forse l’unico che capirebbe, mi viene da dire, o no?

Andrea Bianchi

Contro i leccaculo

Naturalmente, nessuno ha letto Houellebecq se non con il conforto dei propri decaffeinati e defecanti pregiudizi, per cui, come dire, purché se ne parli ogni stronzata è lecita. Naturalmente, nessuno si è occupato, se non in forme vaghe, vulnerabili, fumose, del linguaggio di MH, della decenza della forma, della sua inesorabile decadenza; ogni libro, ormai, è a servizio di un’idea, di un’ideologia, di una politica, di una polemica. Tutto, cioè, dev’essere liofilizzato in sociologismo putrido, slinguato in fetida analisi del tempo presente, in stantia e instupidita preveggenza di ciò che sarà: quando torneremo a stupirci di fronte a un romanzo banalmente bello, sinuosamente perfido?
Che tristezza, però: Houellebecq non ha bisogno di fidi scudieri e di lesti leccaculo, a che pro? Sarebbe stato bello, giornalisticamente, ammirare uno scrittore italiano capace di annientare Annientare. Figurarsi. Gli scrittori nostri sono dei debosciati, notoriamente invidiosi, famelici di un posto al sole, meglio non inimicarsi il patetico parterre degli editori yacht. Ma perché star dietro al deretano dell’editore star, essere complice dei suoi affari editoriali, accettare accordi & contratti, stare nel sistema della pubblicità di massa, di merda?

15. Il materiale fragile

Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890

Leggendo “Il materiale fragile” di Alessandro Agostinelli si ha la sensazione di una poesia concettuale, metafisica al modo inglese del Cinquecento, se non altro meditativa. Tanto è vero che uscendo dal solco esclusivamente tradizionalista della poesia italiana, Agostinelli si reimmette — per logica delle cose — in altro contesto, più internazionale e forse per questo anche più feriale. Si ha la sensazione di leggere Auden e rileggere Brodsky, più che Montale o Dante. E questo è un bene non tanto per la storia letteraria, ché quella si sa che si fa da sé lontano da ogni storiografo, ma proprio per colui o colei cui capiti di prendere il libretto e sfogliarlo a sera.
Sfogliarlo: è poesia meditativa, o piuttosto un collasso della vita che si restringe in episodio lirico. E piacerebbe citare a profusione, ma non sapendo fare recensioni dove si estrapola di continuo dai testi, andrò a selezionare un passaggio rapido di Agostinelli che consegno volentieri ai lettori a venire. È il punto XIII della sezione “Bianco e nero”:

tutto ciò che vi hanno detto deve ancora essere verificato
tutto ciò che hanno scritto è solo meraviglia del proprio 
sentire
tutto ciò che pensate sia
a portata di mano
è fuori dalle coordinate quotidiane
tutto ciò che sovrasta il giorno è bugia.

e l’eccezione che pare di sentire
la stravaganza che apprezziamo provare
qui come su una giostra luccicante
in questo preciso istante
dura il tempo di un budino inchiodato al muro.

* Il materiale fragile di Alessando Agostinelli è edito da peQuod, Ancona, €14,00

Andrea Bianchi

Basta con i facilitatori

Maestro di Heiligenkreuz, Morte della Vergine (particolare), olio su tavola.
Austria o Boemia, 1430 ca.


Vorrei invece ragionare sulla complessità del problema generale «scuola», tenendo ben presenti anche le considerazioni di coloro che nella scuola quotidianamente vivono e lavorano, docenti, ispettori e dirigenti. La scuola, si dice per esempio, è un presidio sul territorio che si fa carico degli immensi problemi dei giovani e delle loro famiglie in questa società complicata e travagliata. La scuola svolge in proposito un’azione sicuramente preziosa e indispensabile. Il suo sforzo è quello di rendere desiderabile lo spazio scolastico, di arricchirlo di nutrienti esperienze anche extra-scolastiche, di darsi da fare nel territorio per la relazione scuola-lavoro e così via. Anche questo, certo, è formazione; ma con uno sguardo che assume la situazione economico-sociale e cerca di migliorarla soggettivamente per quanto è possibile. Il rischio è però quello di non arrivare a sfiorarla nei tratti della sua oggettiva e crescente incultura. Per dire in fretta, è per esempio l’imporsi della logica del «facilitatore»: bestemmia pedagogica che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura. È la logica del professore giovanilista e amicone che chiama in classe il cantautore, come se i ragazzi non fossero già sin troppo abili a procurarseli da sé, per la gioia degli interessi milionari delle case discografiche.
Naturalmente le cose sono terribilmente complesse. Anche il cantautore può occasionalmente svolgere una preziosa funzione culturale: dipende dal modo. E poi c’è classe e classe, c’è professore e professore. Però non possiamo e non dobbiamo dimenticare che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà; non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, nei licei e ormai anche nelle università: negare questi fatti è impossibile. Ignorare che essi costituiscano anche un dramma per la vita democratica, ormai preda delle espressioni più volgari, ingannevoli e vuote di pensiero, è, politicamente, un delitto. Come porvi rimedio è la domanda di molti; di nessuno, credo, è la pretesa di possedere la soluzione.
Quello che vorrei anzitutto suggerire è che bisogna distinguere tra la scuola, la nostra scuola dell’obbligo e la scuola superiore, e l’università. I problemi sono differenti ed esigono specifiche riflessioni. Per esempio vorrei ricordare che la storia non coincide con l’informazione storiografica, così come la filosofia non coincide con il manuale di storia della filosofia. Questi strumenti mi pare che siano ormai obsoleti o insufficienti; funzionavano quando l’impostazione fondamentalmente umanistica degli studi secondari era un fatto pacifico, socialmente motivato e condiviso. Oggi non è più così. La riforma dei programmi è stata troppo timida, da un lato, e contemporaneamente vacua e sconsiderata dall’altro: di fatto ogni volta pregiudizievole, preda di ossessioni pedagogico-valutative e frutto di misteriose sette decisionali che abitano il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Bisogna cambiare radicalmente direzione, avendo in animo una finalità: avvicinare i giovani alla grande cultura, non a pretese «competenze», ma a quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire. Questo però esige anzitutto una classe di docenti in grado di svolgere tale grande compito.
Compito che dovrebbe essere uno scopo delle università, del quale peraltro esse sono oggi del tutto incapaci (ricordo i fallimenti dei vari tentativi di creare vie formative per la didattica, regolarmente banalizzate e devastate dalle pretese «scientifiche» del «pedagogichese» imperante). Nelle attuali facoltà umanistiche il modello dell’internazionalismo universitario altamente specialistico e anglofono regna sovrano, accompagnato in Italia dallo scandalo dei criteri di selezione dei ricercatori, costretti a uniformarsi alle pretese scientifiche delle cosiddette riviste di fascia A: una situazione che, in barba alla Costituzione che sancisce la libertà di ricerca, impone invece modi di vedere privati, ma fatti propri dal ministero. Di qui l’uniformarsi inevitabile dei giovani a criteri che sono imposti senza alcuna legittimità da gruppi di colleghi, ben lieti di godere di un simile privilegio, ma certo non pensosi dell’impoverimento e della banalizzazione della produzione scientifica che fatalmente ne deriva.
Mi sembra evidente che, se vogliamo cambiare le cose, la modificazione debba partire dalle università, dal loro modo di produrre cultura e formazione, dal loro coraggio e dalla loro libertà nel promuovere la ricerca e la selezione dei giovani ricercatori, dalla loro onestà morale e politica. Anche dalla consapevole forza con la quale decisamente rifiutarsi a imposizioni ministeriali giudicate improvvide: ricordo che alcuni di noi tentarono di opporsi alla famosa riforma del tre più due (cioè alla doppia laurea, triennale e magistrale) prevedendone l’insensatezza totale per gli studi umanistici: credo che siamo in moltissimi a rimpiangere di averla subita. Oggi, dicono i rettori, è impossibile tornare indietro. Ovvero, si può farlo solo con una visione completamente rinnovata e grazie a una base politica davvero per il momento impensabile.

Carlo Sini, la Lettura #391, pag. 13