10. Immagine dell’albergatore stanco

Jack Vettriano, The Picnic Party, 2017

L’ho rivisto questa sera, dall’altra sponda del porto canale. Rientrava in hotel a fare il suo turno, dopo 70 anni di onorato servizio o quasi. È l’albergatore che mi ha dato lavoro per primo in questa città anseatica di Romagna, due anni fa. Era vivace allora e immagino lo sia rimasto dopo questi anni. Soprattutto questa sera che scrivo da un ristorante dopo aver salutato il Caribe e essermi scontrato con una società che non conosco, in pizzeria, ripenso a lui con candore e simpatia. È alto. Slanciato. Gli occhi chiari. Una figura balzata fuori da Tondelli. 
Ho detto che mi viene da parlarne sull’onda della rivisitazione di questa sera. È stato l’impatto visivo da lontano. Era un uomo godereccio di buona famiglia piacentina che aprì campi da golf venti anni fa e hotel a cinque stelle una decina di anni orsono. E qui entro io nel discorso.
Giancarlo è un uomo padre di una bella mia coetanea e ammiratore degli uomini. Lo rivedo in questo padre alla pizzeria di età avanzata con la figlia adolescente. Stesso livello di Giancarlo. E questi uomini in pizzeria. Una coppia di gay over sessanta. Le coppie etero che entrano nel locale per ostentare. Prima lei davanti alle altre lei e lui a rimorchio davanti alle lei di altri lui. 
In tutto ciò Giancarlo si perde o meglio si ridefinisce. Noi non siamo quello che vogliamo o facciamo. Siamo e basta. A volte soli come questi padri con consorte e figlia, come voi che leggete e io che rammemoro.

Andrea Bianchi

Florida Street

René Burri, Newspaper seller, Calle Florida, Buenos Aires, 1960.

Tempo der Straße

George Grosz, Tempo der Straße, olio su cartone, 1918.

Nel 1427

Nel 1427 la Repubblica fiorentina, avendo affrontato spese oltre i propri mezzi durante anni opachi per l’economia, si trovava stretta da impellenze che la Repubblica italiana sei secoli più tardi avrebbe conosciuto bene: un debito preoccupante, l’evasione che metteva alla prova l’efficienza di alcune funzioni vitali dello Stato, elettori che chiedevano meno tasse ed equità nella pressione fiscale tra ricchi e poveri.
La differenza è che Firenze seicento anni fa reagì come un governo scandinavo del XXVI secolo. Cercò di conoscere per deliberare, prima di tutto. Ogni capofamiglia venne invitato al catasto per dichiarare il proprio nome e le dimensione della sua unità familiare, l’età, il mestiere e il reddito, le sostanza in denaro o in case e terre, quindi «crediti o traffici, gli schiavi, i buoi, gli armenti e le greggi». Negli uffici pubblici di quartiere si presentarono 9.780 nuclei familiari, 1.885 gruppi di affini con uno stesso cognome, e molte persone che, con una competenza alfabetica sorprendente, sui registri scrissero solo: «Non ho nulla». Questi nullatenenti erano poco meno di un sesto degli abitanti, poi però c’erano gli altri: i capifamiglia dei ceti medio-bassi, medi ed elevati; il ritratto dei loro redditi e dei loro patrimoni assunse una dimensione che in seguito la reticenza dei più facoltosi avrebbe reso impossibile in Italia per secoli a venire.

Federico Fubini in la Lettura #257, pag. 2

City Lights

New Yorkers are lining up with umbrellas in hand to se e Charlie Chaplin’s classic film “City Lights”.

New York

New York Times Square

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

sogno 2

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Svegliatomi molto presto, m’è capitato di riaddormentarmi e quindi di fare un lungo sogno complicato che ho ricordato bene dopo sveglio.
Avevo a che fare con una casa – probabilmente la mia casa, anche se era diversa da quella reale – che guardavo dall’esterno, cercando di scrutare attraverso le finestre aperte. Dentro doveva esserci qualcuno, evidentemente un intruso, e questo ovviamente mi turbava. Ma restavo fuori, per un motivo che ora mi sfugge; in più ricordo che avevo con me il mio cane: non perché l’avessi portato a fare una passeggiata, ma perché l’avevo agguantato per non farlo andare in giro per i fatti suoi. Lo conducevo per il collare attraverso un dedalo di viuzze in salita e in discesa, scalinate e scivoli che s’insinuavano in un agglomerato di case che somigliava a un vecchio borgo, con la differenza che gli edifici – compresa la mia casa – erano rifiniti e spigolosi, con linee essenziali e ricercate che ricordavano l’architettura fascista.
Portando con me il cane, sentivo che lui mi addentava l’avambraccio per ribellarsi, ma non lo faceva con convinzione: i suoi somigliavano a morsi dimostrativi, come se non s’azzardasse a farmi male. Infatti non me ne preoccupavo, pur essendo le sue mandibole lunghe e robuste, capaci di ferire davvero. Ma il mio cane, a quanto ne so, non mi morderebbe mai, e questa convinzione mi seguiva anche nel sogno.
Le strade – strette e sinuose – erano assolate, come sono le giornate che mi stanno accompagnando da qualche tempo. Giornate piene di vuoto, per lo più. Cioè, non giornate vuote, ma giornate piene di vuoto. Chissà che vorrà dire.