38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

18. Elle

Joseph Sacco, Occhio di giovane donna, 1884.

Elle ha quarantacinque anni. Spalle larghe e bacino ben proporzionato. Le sue vedute sono filoamericane ma ha molti colleghi filocinesi. Deve ammettere anche lui comunque che la recente penetrazione cinese in Italia è stata devastante. Ritiene inoltre che la politica estera della Russia sia da straccioni, fondata com’è sulla vendita del gas per quando viene l’inverno in Europa. Su questo quindi il suo parere è contrastante rispetto a Kappa. E anche rispetto a quello dei colleghi filobritannici di Elle, ai quali egli fa ripetutamente notare che la City ricicla soltanto merda, questa è la parola esatta. Elle in ogni caso sostiene che la categoria degli oligarchi in riferimento alla Russia sia relativamente molto recente e che quindi sia costituita in modo diverso rispetto ad altre società e sistemi economici.
Questo per quanto riguarda l’attualità. 
Guardando avanti, Elle avverte come inevitabile un’invasione cinese a Taiwan. Una sorta di Baia dei Porci riedita ma con più mitezza e con uno slancio vittorioso degli yankee nel finale. E nel costante tremore del Giappone. Tutto dipende comunque dall’osso duro del comparto armamenti USA, comunque la si giri. Altre oligarchie americane hanno sorriso ai cinesi e questo rende la presente guerra fredda tra le due potenze alquanto strana, come riepilogava anche Kappa quando era tra noi. È una guerra fredda strana perché il capitalismo si autoespande e si riproduce elasticamente mentre il modello statuale cinese è monolitico e dittatoriale, pur copiando il capitalismo. Per questo non va da nessuna parte. E d’altronde gli USA terranno Taiwan anche grazie all’India che è un pozzo di tradizioni culturali e allo stesso tempo un serbatoio di nuove generazioni di ingegneri. Laddove la Cina è al collasso demografico. 
Questo mi diceva Elle al secondo caffè corretto. In mattinata invece prendendo il tè si era dilungato sull’ossatura italiana. Milano che non ingloba. Roma che ammalia, ti trascina dentro e poi ti spolpa respingendoti fuori alla fine. Elle ritiene che la generazione nata a fine secolo fronteggia difficoltà obiettive mentre la sua ha vissuto il trapasso e perciò è ancora più in difficoltà. Ma Elle è un lottatore. Per lui l’intelligence è uno strumento. Non una materia.

Andrea Bianchi

9. il capitalismo (cinese) riuscirà a digerire anche comunisti e massoni

Alessandro Vascotto, Cattività, acquerello su carta

È uscito, per le edizioni Golem di qualche torinese che stampa in Calabria per andare a risparmio, una raccolta di medaglioni italiani illustri:  Figure dell’Italia civile, dell’accademico di Francia — lapsus: Torino — Gianfanco Quaglieni.
Viene naturale, per chi abbia un minimo di educazione storica (e appartenga a uno di quei popoli burckhardtiani, infelici), riprendere un classico per i risorgimentali incalliti come l’Italia di minoranza  di Spadolini. Testo uscito per gli esangui e nobili tipi Le Monnier nel 1983, ma che non avrebbe avuto bisogno di raccogliere benedizioni — cosa che invece fa Quaglieni — da  buonisti osceni e velenosi come Gramellini.
E che avviene, domanderà lecitamente il lettore sportivo e fattivo, paragonando Spadolini e Quaglieni? Paragonato al primo, al suo stile e alla sua lucidità, il testo del secondo (che potremmo dire “povero”, ma non declinato alla toscana, che vuol dire “defunto”: tuttavia ci piacerebbe che il povero Quaglieni fosse a conoscenza di questa possibile declinazione, per vedere se sul fondo del suo  piemontesismo agisca anche qualche refolo mediterraneo!), ne esce un po’ svilito. 
Ciò pone un’altra domanda: è chiaro che, rispetto allo spessore culturale dei liberali del Risorgimento (nel bene e nel male), vi è stata una  “caduta”  verso una cultura di massa (come dicono anche gli accademici veri, quelli comunisti, ma con disprezzo) che non ha, indubbiamente, quell’intensità qualitativa e, soprattutto, etica. Di certo se il povero Quaglieni è più povero di Spadolini, noi siamo poverissimi (nonostante il maiestatico) come tutti i nostri coetanei sebbene studiosi e normalisti, i quali hanno proseguito sulla via sterrata della ricerca. Bene è descritto (usiamo il piglio professorale per indicare un libro che altezzosamente punta a lettori istruiti e non profani…) il mondo della Normale di Pisa dal romanzo L’etica dell’acquario di una scrittrice che se l’è permesso per la sua discendenza accademica e per la sua avvenenza. Poveri normalisti, brutti e condannati a servire nei feudi marxisti (volevamo dire delle università italiane, con poche e meritorie eccezioni).
Di tutto ciò — di questa erbaccia che raccogliamo in modo malapartiano in un solo fascio — la colpa è anche dell’egemonia culturale e accademica dei marxisti che quand’anche hanno fatto studiare tanto i loro allievi (e loro stessi hanno studiato tanto), si sono imbucati in un  tunnel senza uscita: hanno predicato per gli altri la cultura di massa e per sé si sono tenuti l’elitarismo degli intellettuali organici (anche se Gramsci non la vedeva così!) autoriproducendosi in mostri stizzosi e altezzosi incapaci di apprezzare veramente le masse (anzi disprezzandole nei loro  adelphiani castelli di carta), né di fatto promuoverle al benessere sociale e intellettuale, se non applicando una forzosa meritocrazia che non è migliore di quella liberale e assomiglia molto a quella cattolica, dove il povero è pure poveretto e quindi va spinto in su, purché obbedisca (o  perché obbedisca?). 
Ma anche questi liberali hanno fatto il loro tempo – e ci perdoni Bedeschi che saggiamente distingue  à la Benedetto Croce tra quelli buoni e quelli meno buoni, separando tutti quanti dai “migliori”. Questi signori hanno  effettivamente segnato il passo con l’idea stantia degli eretici e delle minoranze: lo diciamo in quanto laureati sui fascisti documenti d’archivio di Delio Cantimori, documenti che sembra impossibile stampare in Italia. Ma si sa che la maturità intellettuale  de’ noantri  non permette di dire  certe cose: che l’Italia sia stata fascista non va detto, come ai bambini considerati bebè si nasconde “quel che fanno mamma e papà”. Pratica, questa, perfettamente spiegabile con la radicata e secolare tendenza del pensiero italo-cattolico di bassa marca gesuitica: certe cose si fanno, ma non si dicono. E se ci dicessero: fa’ armi e bagagli, non è questo il Paese per te… noi diremmo solo che capire Manzoni e i piccoli italioti ci permette di viverci meglio, in Italia. Staremo a vedere chi cadrà per primo. Intanto si sappia questo: chi scrive esce da cinque anni di “scuola di eccellenza”, la roccaforte italiana del marxismo — senti senti — la Scuola Normale di Pisa.
E per tornare a queste benedette minoranze intellettuali (o sedicenti tali): gli eretici o bruciano (la fine delle castagne, diceva il beato Pomponazzi) o fuggono (come i ricercatori italiani formati a spese pubbliche alla Normale e passati a rimpolpare la classe ricercatrice di altri Stati-nazione, novelli cittadini cosmopoliti dell’isola di Laputa).  
I liberali non fanno altro che dire che sono i migliori incompresi di sempre e, intanto, fanno i generali nell’esercito, gli avvocati dei ricchi, gli industriali di successo, i  giornalisti paraculati: insomma, i massoni che si sono scordati che il loro fine è migliorare se stessi per migliorare tutti, non soltanto quegli che gli assomigliano. 
Su una cosa Spadolini aveva ragione (e anche Marx, in fondo): non c’è nessuna terza via. Quindi o si accetta il capitalismo, cercando di mitigare in tutti i modi possibili le sue tendenze più egoistiche e conflittuali, oppure ci se ne porta fuori radicalmente e totalmente e si pensa una società collettivista dove c’è assoluta divisione del lavoro (con il solito  refrain: chi decide chi e come?) ed equa distribuzione delle risorse: un formicaio, insomma. Ma siamo nel  kafkiano: e ci piacerebbe immaginarlo, questo grande formicaio umano comandato dai cinesi, soltanto per inserirlo nel borgesiano bestiario fantastico. Perché tutta la letteratura, diceva qualcuno, è fantastica. Anche quello che state leggendo…
Ma siccome nessuno, in Occidente, vorrebbe entrare in un bestiario, e preferisce invece tenersi stretti il proprio ego e il conseguente libero arbitrio (e la possibilità di essere qualcosa di più degli altri), crediamo che, almeno per quanto ci riguarda, tutti si possa anche smettere di far finta di essere marxisti: e non serve neppure dire che fino ad ora ci siamo sbagliati, tanto quello  si era capito  benissimo lo stesso. 
Nel frattempo la Cina — assecondando il sistema capitalistico — va rapidamente in tutt’altra direzione (il formicaio) e tra una decina di generazioni sarà pressoché inutile porsi questi problemi, essendo biologicamente superati dallo stato delle cose (lo vedete un cinese, in lingua cinese, cercare di ragionare del modello liberale? porsi i problemi di Gramsci? o di qualsiasi altro pensatore occidentale? l’Occidente, che ora sembra dominare più che mai, ha sempre meno argomenti, quanto più capitale addensano in Oriente).
Come normalisti ed ex-allievi di salesiani vogliamo dire soltanto una cosa: i  preti, almeno, finito il ciclo di studi, non avevano pretese di controllare gli alunni dalla culla alla bara — come invece usa nella grande cricca che è quel paesone di Pisa.

Andrea Bianchi

Ah, sì? (6)

Due Parole sul famigerato Spread. Questo differenziale fra i tassi pagati dai titoli di Stato in Europa è un ottimo indicatore quando si vuole mettere a confronto un’economia stabile e forte con un’altra più precaria e instabile; ma se le due economie fanno parte di un sistema comune che ha un alto rischio sistemico (in quanto le sue economie sono tutte correlate), lo spread come indicatore della stabilità di uno Stato perde di validità. Ebbene, tanto per cominciare, corre voce che la situazione italiana sia al momento più salutare di quella di Francia e Germania, le quali sono parecchio più esposte sul mercato bancario. Poi, si è parlato moltissimo della situazione italiana, mentre non si parla di Gran Bretagna e di Cina, ad esempio. La Gran Bretagna è strettamente legata alla Royal Bank of Scotland (RBS) la quale, a sua volta, è legata alla Grecia. Poco tempo fa venne dimostrato, in base ad uno “stress test” simulato, che un ipotetico taglio sul debito greco avrebbe costretto RBS a una ricapitalizzazione di 12 miliardi di euro, seguita immediatamente dalla tedesca Deutsche Bank e dalla francese Societé Generale. E quanto alla Cina, la sua produzione sta rallentando e i consumi interni non riescono a ripartire, vista la pessima distribuzione della ricchezza e un’inflazione — combattuta a suon di taglio dei tassi d’interesse — che non favorisce le esportazioni; in più, è in agguato una vera e propria “bolla immobiliare” pronta a scoppiare, con effetti tutti da vedere. Tanto per essere chiari.

I CINESI 2

PECHINO, 1 febbraio (Reuters) – Energia nucleare e ferrovie ad alta velocità saranno tra i principali obiettivi della Cina, che ha in programma di investire 1.500 miliardi di dollari in sette settori chiave.

Lo riferiscono alcune fonti, precisando che saranno le imprese di proprietà statale, piuttosto che il governo, a giocare il ruolo chiave nella gestione degli investimenti.

La Cina pensa che la produzione manifatturiera di alta gamma, comprese le ferrovie ad alta velocità e l’aviazione, diventeranno un pilastro della crescita economica insieme alle tecnologie per il risparmio energetico e ambientali, le biotecnologie, le telecomunicazioni e Internet.

Gli altri settori strategici sono considerati le energie alternative e le auto ibride.

“La Cina ha bisogno di innovare se vuole competere con le multinazionali nell’arena internazionale”, spiega Qiu Gang dell’ufficio di Pechino del Samsung Economic Research Institute. “La Cina spera di diventare un gigante industriale entro il 2015”.