Conference at Night

Edward Hopper, Conference At Night, oil on canvas, 1949.
Wichita Art Museum, Roland P. Murdock Collection


In Conference at Night, di Edward Hopper, le persone ritratte dialogano. Mentre l’uomo sulla destra gesticola, gli altri due sembrano immobili e presi dall’ascolto. La luce che illumina la stanza viene da fuori, e segna una netta divisione del quadro in sezioni: la parte destro-bassa illuminata, quella sinistro-alta in penombra. Il tutto crea una precisa armonia delle aree, oltre che dei colori, e le non-espressioni dei personaggi fanno pensare a un dialogare indefinito, anche per la vaga gestualità di chi parla. È sul volto della donna che si può leggere un’espressione, fissa, che potrebbe preludere alla preoccupazione, o allo sgomento, o allo smarrimento. Un insieme, un’inquadratura che potrebbero preludere a una storia.

darker shadow

Edward Hopper, Study for Morning Sun, chalk and graphite pencil on paper, 1952.

Notes:

– (rear)
gray green
darker shadow
dark against wall
yellowish warm greenish
reflected light
blue finish shadow
dark shadow

– (front)
warm shadows in ear
warmer
legs cooler than arms
light against wallshadow
cooler green
brownish warm against cool
dark
cool half tone
warmer
pink toes
cool blue-gray shadows
cool reflections from sheat

Ouistreham

FIN DOVE È LECITO MENTIRE PER DIFENDERE UNA GIUSTA CAUSA?
CARRÈRE, BINOCHE E IL DILEMMA ETICO DI “TRA DUE MONDI”

Michele Anselmi per Cinemonitor

Purtroppo “Tra due mondi” è un titolo che svela troppo rispetto all’originale, più laconico, “Ouistreham”. Che è, per chi non sapesse, un piccolo Comune della Normandia, meno di diecimila abitanti, di fatto il porto della più grande e vicina Caen. Da lì partono i traghetti per la Gran Bretagna, molto frequenti, al punto che le donne delle pulizie hanno a disposizione in media solo un’ora per rifare 230 camere, al ritmo di quattro minuti l’una.
Acquistato meritoriamente da Teodora Film che lo distribuisce da giovedì 7 aprile, “Tra due mondi” porta la firma dello scrittore Emmanuel Carrère, classe 1957, alla sua terza regia cinematografica. L’autore francese di romanzi come “La settimana bianca” e saggi come “Il Regno” è stato appena nominato “scrittore del decennio” da “La Lettura”, inserto culturale del “Corriere della Sera”, davanti a colleghi come Michel Houellebecq, Claudio Magrias e Jonathan Franzen. Non saprei dire se la scelta sia giusta, ma so che il film in questione, ispirato a un romanzo-reportage di Florence Aubenas edito in Italia da Piemme col titolo “La scatola rossa”, è di quelli che non lasciano indifferenti: per lo stile ruvido adottato, il dilemma morale agitato, la prova degli interpreti, quasi tutti non professionisti, con l’eccezione di Juliette Binoche, pure coproduttrice e animatrice del progetto.
Il gran quesito posto dal film mi pare il seguente: “Fin dove è lecito mentire per denunciare un’ingiustizia?”. Ah, saperlo. A differenza di “Full Time”, altro film francese recente su una donna sotto pressione, anche lì una donna delle pulizie, “Tra due mondi” custodisce infatti una sottostoria da non rivelare qui, perché significherebbe rovinare una sorpresa che dà forza drammaturgica al tutto (purtroppo anche il trailer dice troppo).
Juliette Binoche è Marianne, una donna cinquantenne ancora piacente ma un po’ sfiorita che si trasferisce a Caen dopo il divorzio. Ha pochi soldi, nessun amico da quelle parti, non lavora da vent’anni e indossa sempre gli stessi abiti. All’ufficio di collocamento le trovano un’occupazione come “addetta ai servizi”, cioè come donna delle pulizie, a 7.96 euro l’ora. Marianne accetta, pur sapendo che l’aspetta un lavoro del cavolo, senza diritti e senza orari, esposto alle bizze dei “caporali”, un po’ come succede alla giovane mamma in fuga della serie tv “Maid”. Tuttavia la vita nella fredda Caen custodisce anche qualche novità per la straniera: la corte buffa di un disoccupato fissato con la pizza, l’amicizia inattesa con una madre indomita e squattrinata, una scalcinata Bx Citroën in regalo, le serate tra bowling e birra, l’idea di una piccola comunità coesa, di amiche che condividono la stessa fatica nel tirare avanti rifacendo le camere sul traghetto che parte da Ouistreham…
Magari avrete capito o forse no. Marianne scappa da un passato triste, indefinito, rassegnato, vuole essere “nessuno”, anzi una “invisibile”, e sta qui la chiave del film, appunto in bilico tra sincerità e finzione, tra giusta causa e tradimento.
Juliette Binoche attraversa “Tra due mondi” con dimesso realismo, lasciando da parte lo status di star, per certi versi recitando due volte, bene incarnando il dilemma etico di cui sopra; ma non sono da meno le altre interpreti, perlopiù non professioniste, a partire dalla coprotagonista Hélène Lambert nei panni di Christèle. Ho letto che saremmo, per un certo clima della messa in scena, tra Ken Loach e Stéphane Brizé. Secondo me non è così: Carrère sembra infatti parlare ancora una volta di sé, appunto del rischioso muoversi tra due mondi destinati solo a lambirsi, portando sullo schermo il libro di Florence Aubenas, e forse sta qui la vera differenza con altri film di forte impronta sociale sul tema del lavoro.

Maddalena


Mettendo insieme tutti i dati delle indagini in ultravioletto e radiazione nell’infrarosso, il dipinto sembra diventato trasparente. Il corpo della Maddalena semidisteso non è, come appare, avvolto da una massa buia, ma poggia su alcune rocce coperte da un pagliericcio. La figura della donna è inquadrata in una caverna sulla cui apertura campeggiano in modo chiaro, in alto a sinistra, le foglie di una vegetazione arricchita da fioriture. I rilievi tecnici non lasciano dubbi sul fatto che lo scenario paesaggistico appartiene al dipinto, che nella versione originale era stato concepito e realizzato proprio con quello sfondo naturalistico. Il pittore aveva usato una pennellata leggera, forse poco convinto del lavoro che stava realizzando. E in un secondo tempo ha deciso di nascondere quelle immagini sotto uno strato scuro. Maurizio Calvesi ha interpretato lo sfondo scuro come tenebra, «simbolo del male e del peccato», mentre la luce che inonda la figura femminile simboleggia la redenzione.
Ma l’aspetto fondamentale delle ricerche è che la stessa tavolozza di colori e stratigrafia di pigmenti accomuna le due opere, la Cena di Brera e la Maddalena, e fa ritenere che a realizzarle sia stata la stessa mano. Emerge una prevalenza del rame che è il principale componente dei pigmenti verdi delle foglie. C’è una notevole presenza delle terre combinate con l’ocra, mentre le lacche formano i rossi e intervengono nella composizione degli incarnati. Nel panneggio della Maddalena compare il cinabro, pigmento a base di mercurio. E gli ossidi di ferro sono serviti a ricoprire con un velo scuro il paesaggio sottostante.
Torniamo a Caravaggio fuggitivo. Lascia le terre dei Colonna e va a Napoli sotto la protezione di Giovanna Colonna, figlia di Marcantonio, vincitore della battaglia di Lepanto. Da Napoli fugge a Malta, infine ritorna a Napoli. Nell’estate del 1610 sale a bordo di una feluca, «con alcune poche robe per venirsene a Roma». Deodato Gentile, vescovo di Caserta, scrive al segretario di Stato cardinale Scipione Borghese che Caravaggio porta con sé tre dipinti, «doi San Joanni e una Madalena». Forse li vuole donare proprio a Scipione Borghese per ottenere la sua protezione.
Scende dall’imbarcazione a Palo, sul litorale laziale, per proseguire verso Roma. Ma il capitano delle guardie pontificie lo arresta. L’imbarcazione se ne torna a Napoli dove riporta le tre tele. Uno dei San Giovanni si ammira oggi nella Galleria Borghese a Roma. L’altro non si sa dove sia finito. La Maddalena invece trova riparo in casa della principessa Carafa-Colonna a Napoli. E diventa uno dei soggetti più copiati. Louis Finson, pittore fiammingo, nel 1612 è a Napoli dove ammira la Maddalena e ne dipinge una sua versione esposta ora nel Museo di Belle Arti di Marsiglia. Maurizio Marini ha contato almeno sedici versioni o copie della Maddalena. Ci si domanda se lo stesso Caravaggio ne avesse realizzate più copie. In ogni caso, qual è il capolavoro iniziale da cui sono discese le varie versioni? Qual è «l’archetipo»? — si domandava Roberto Longhi. Secondo il critico d’arte Giovanni Carandente, «l’originale caravaggesco» è proprio questo di cui parliamo, perché «risulta palese la superiore qualità dell’opera rispetto alle varianti».

Marco Nese, la Lettura #371, pag. 33
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190106/281509342321602

movimento, rotazione

Pieter Brueghel il Vecchio, Paesaggio con la caduta di Icaro, 1558


Forse sarebbe più realistico riconoscere che non tutto ha senso, nelle storie degli uomini, e che anche caso o Fortuna giocano la loro parte. Difficilmente, oggi, potrà capitare di vedere due nemici che si abbracciano, come Achille e Priamo nell’Iliade, prima di tornare in battaglia (e gli esempi si potrebbero moltiplicare, come si ricava da un altro bel volume, da poco pubblicato da Mimesis, Uomini contro. Tra l’Iliade e la grande guerra). Ci vuole troppo coraggio per riconoscere la propria debolezza, per riconoscere che forse non siamo indispensabili: «La coscienza storica moderna non sa più pensare insieme il passato e il futuro perché si rifiuta di ammettere che tutte le cose terrene sorgono e tramontano».
Del resto, dovremmo sempre ricordarci che non ci siamo solo noi. Una delle poesie più belle di Wisława Szymborska, premio Nobel, descrive quello che succede in un luogo in cui si è combattuta una battaglia: si portano via i cadaveri, si ricostruisce quello che si era distrutto, si fa ordine («in fondo un po’ di ordine da solo non si fa»); intanto l’erba ricresce, e la memoria di quella tragedia si fa più vaga; «chi sapeva/ di che si trattava/ deve far posto a quelli/ che ne sanno poco./ E meno di poco./ E infine assolutamente nulla». E su quell’erba, dov’era colato tanto sangue, ora si rilassa qualcuno, «disteso,/ con una spiga tra i denti,/ perso a fissare le nuvole».
C’è qualcosa di straziante nel tempo che tutto cancella, nella consapevolezza che in fondo tutto quello per cui siamo pronti a lottare è destinato a cadere nel silenzio («o buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio/ nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto», scriveva Thomas S. Eliot). Ma c’è anche qualcosa di salutare. L’ossessione per la linea del tempo restringe la visuale, punta i riflettori su alcune vicende soltanto, e dimentica il tempo del mondo intorno a noi, un mondo che non procede in linea retta verso un futuro scritto, ma che si ripete continuamente in un movimento ciclico, dentro e fuori di noi: il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, la rotazione delle stelle e la circolazione del sangue. La vita e la morte.
Questo tempo circolare non è della natura soltanto, come se fosse altro da noi; è parte della nostra esperienza, scandisce le tante nostre attività quotidiane, come nel quadro di Paolo Uccello in cui nello stesso campo si confondono i soldati che combattono e i cacciatori impegnati in una battuta. A Löwith piaceva invece un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, La caduta di Icaro: un quadro enigmatico in cui la vicenda di Icaro (il tentativo dell’uomo di conquistare il cielo) è relegata in un angolo, quasi che fosse un evento marginale; e intanto gli altri uomini continuano con i loro lavori, mentre il sole risplende sui campi, i boschi, il mare. «All’orizzonte il mare e il sole, sulla riva siede un pescatore, nella campagna un pastore con il suo gregge e un contadino che ara la terra, come se tra cielo e terra nulla fosse accaduto».
La storia, quella dei grandi uomini che vogliono conquistare il mondo, è evento marginale rispetto al tempo del mondo: perché dovrebbe essere meno importante la vita del contadino o di chi ogni giorno, faticosamente e pazientemente, rinnova il ciclo dell’esistenza?

Mauro Bonazzi, la Lettura #309, pag. 11
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20171029/281663960300754

Paris, 13 Arr.

C’È UN GRAN FILM FRANCESE DA VEDERE IN SALA: “PARIGI, 13 ARR.”
TRE DONNE, UN UOMO E LE LEGGI DEL DESIDERIO PER AUDIARD

Michele Anselmi per Cinemonitor

Mi chiedo con una punta di pessimismo: chi li vedrà tutti questi bei film francesi che sono appena usciti o stanno uscendo nei nostri cinema? Penso, tra i primi, a “È andato tutto bene”, “La promessa”, “Parigi, tutto in una notte”; tra i secondi a “Full Time”, “Un altro mondo”, “Tra due mondi”, solo per dirne alcuni; mentre al Nuovo Sacher di Nanni Moretti dal 30 marzo al 4 aprile si svolgerà la benemerita rassegna di anteprime intitolata “Rendez-Vous”. Purtroppo gli incassi sono perlopiù deludenti, nonostante la qualità alta, se non altissima, dei film in questione.
E intanto giovedì 24 marzo arriva, con Europictures, “Parigi, 13 Arr.” di Jacques Audiard, classe 1952. Francamente si poteva scegliere un titolo migliore per l’Italia, “Arr.” sta per “arrondissement”, ma è anche vero che l’originale “Les Olympiades”, dal nome delle otto torri residenziali care a Michel Houellebecq e costruite in quel pezzo di città tra il 1969 e il 1974 per celebrare i giochi olimpici, poco avrebbe detto a noi italiani.
Il film vale davvero il prezzo del biglietto: è intenso, audace, imprevedibile, profondo, pieno di sfumature nel ritratto tra generazionale e multietnico, recitato magnificamente da attori quasi sconosciuti, girato in un bianco e nero che trova un senso nella prospettiva estetica del regista. Si stenta a credere che il copione sia tratto da tre racconti della graphic novel “Morire in piedi” di Adrian Tomine, anche se, nella riscrittura per il grande schermo, Audiard s’è giovato di Céline Sciamma e Léa Mysius. Il punto di vista femminile si sente, eccome, nel ritratto delle giovani donne al centro della vicenda, dopo una didascalia iniziale che sembra alludere a un celebre incipit di Céline: “Tutto è cominciato così”.
Tutto cosa? La cinese Émilie, che lavora stancamente in un call center, affitta una stanza del suo appartamento a un giovane professore di origine africana, Camille, e i due subito finiscono a letto con mucho gusto per entrambi. “Prima scopo e poi ci penso” teorizza lui, vitalista e superficiale, molto piacione. Lei invece un po’ s’innamora, salvo cacciare l’inquilino di casa quando lo scopre nudo con un’altra. Poi c’è Nora, bella, slanciata ed elegante, appena arrivata a Parigi da Bordeaux per studiare all’università e forse lasciarsi alle spalle una brutta esperienza. Ma il peggio è in agguato e si chiama “porn revenge”: un video osé messo in rete la ritrae, dopo una festa alcolica, intenta a far sesso con un fessacchiotto che l’ha scambiata per la “cam girl” Amber Sweet (in effetti le due si somigliano).
Audiard è bene infisso nella Francia attuale, sicché il suo stile, ruvido e realistico, anche nella messa in scena degli amplessi o nei dialoghi a sfondo sessuale, mi pare escludere riferimenti cinefili a un certo cinema vagamente sul tema praticato da registi come Ophüls, Rohmer, Soderbergh, Allen e altri ancora. Nella misura aurea di 105 minuti, “Parigi, 13 Arr.” pedina i tre personaggi principali, ai quali si aggiunge un quarto, l’unico ripreso a colori nell’esercizio del “mestiere”, cioè Amber Sweet, in modo da far intrecciare i loro destini verso un epilogo per alcuni versi romantico, dove tutto o quasi si sistema grazie a un processo di maturazione e cambiamento. A suo modo è un film-trattatello sulle logiche e le leggi del Desiderio, in senso carnale; ma anche una riflessione acuta (Nora si sente “noiosa” a letto mentre fa l’amore con Camille) sul senso di inadeguatezza, pure di irresolutezza, che prende a ogni età.
Inutile dire che un film del genere vive tutto sulla prova degli interpreti, poco noti o addirittura debuttanti, perfetti spogliati o vestiti, mai “apparecchiati” come invece succederebbe da noi: sono Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant e Jehnny Beth, rispettivamente nei ruoli di Émilie, Camille, Nora e Amber Sweet. Se lo trovate in francese con i sottotitoli è sicuramente meglio.