Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi

36. Per chi muove la culla

René Magritte, La Grande Guerre, 1964

Per gli scrittori onesti e per quelli crepati. Per i vocabolari che hanno lasciato aperti. Per Michelle, il suo abbraccio e la sua voce che vocalizza per Sanremo sulla porta. E per i suoi occhi nero e avorio. Per quegli occhi che Kleist non poté vedere a Santo Domingo. Per l’idioma spagnolo, cugino candido della parlata insegnata alla scuola infantile. E per la voce di chi è madre. Per il modo in cui tamburella sul palmo della mano quando uno le sta accanto. Per Ravenna vuota di sonno e di gente la domenica. Per le coppie appaiate in amicizia fuori dal ristorante alle tre. Per gli scout che siedono come indiani in piazza. E per il palazzo che si infila sul fondo con le scritte nazionaliste. Per le ragazze che viaggiano sole in treno. E perché guardano in diretta la partita di calcio. Per l’ignoranza da perdonare, per la mia ignoranza. Per Michelle, il suo riscatto, la resurrezione del fidanzamento a Santo Domingo dopo due secoli. E per come è bella quando abbassa la mascherina e sorride sempre. Per il fatto che non chiede ma intuisce. Per le donne che ascoltano con imbarazzo solo abbassando la testa. Per il pudore di chi è ancora in catene.

Andrea Bianchi

Voci

«Inizia sin da subito a fibrillare qualcosa nei due viaggiatori, che li porta a far maturare una diversa dimensione d’ascolto. In realtà, sono gli stessi eremiti a predisporre – forse in maniera inconsapevole – un cammino di comprensione reciproca e a non limitarsi al racconto della loro esperienza di isolamento, anche perché ogni eremitaggio si svela denso di esperienze pregresse: c’è chi viene da una vita coniugale, chi dalla vita monastica, chi da una condizione disordinata e dissoluta. E poi, nonostante rassomiglianze formali (vangano, seminano la terra, cucinano, si procurano la legna e l’acqua, scolpiscono la pietra, disegnano icone, lavorano il cuoio), hanno poco o nulla degli asceti di mille anni fa. In molti eremi sono infatti predisposte delle stanze ad accogliere gli ospiti e alcuni eremiti possiedono un cellulare per mantenere contatti con l’esterno.
Eppure, non solo dai silenzi o dalle risposte criptiche, ma anche da quelle più disarmanti e banali che si riesce a percepire un tratto unitario che svela una prima verità: la fuga non è negazione della realtà ma possibilità per un nuovo sguardo di osservazione. Si entra in un eremo per lasciare la vita ma solo dopo averla conosciuta e per riconsegnarsi al mondo in una forma più autentica e vera».

23. Lernet-Holenia


«Un uomo alto dà sempre nell’occhio, non sta su nessun cavallo, non entra in nessuna carrozza, in nessun letto; se si fa uno strappo nei pantaloni non trova da comprarne un paio confezionato; e se poi ha anche un briciolo di cervello più dei suoi simili, non riesce più a capirsi con loro».
(Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pag. 16)

Quando Andrea mi ha parlato del romanzo Due Sicilie, ho capito perché qualche recensore aveva rilevato certe insufficienze a livello del plot: solo perché alcuni personaggi vengono uccisi, uno dopo l’altro, senza che ne esca una congrua spiegazione secondo i canoni. È chiaro che si tratta di un “giallo” metafisico, in cui ciò che conta è il senso delle cose, con la fine di un’epoca, l’eliminazione dei residui del glorioso tempo lontano, fatto di guerre, lustrini e onore, per dissolversi nel nulla della modernità. E Alexander Lernet-Holenia è uno dei romanzieri più brillanti della sua epoca, un uomo capace anche di far narrare la storia da un personaggio che sta lì per quello, mantenendo tutta la plausibilità di ciò che accade. Lernet-Holenia fa galoppare nel racconto, pieno di balzi, corse, mistero, fantasie mitiche che paiono reali. Ricordo come lo scoprii: dev’essere stato venticinque anni fa, su una bancarella, leggendo il risvolto di L’uomo col cappello, quando venni catturato dalle parole caccia al tesoro, tumulo, mito, facoltà medianiche, bandito sanguinario. L’incipit era rassicurante:

In un casinò di Budapest dove entrai anni orsono (non per giocare, tra l’altro, ma per incontrarvi una certa persona) conobbi un giovanotto che mi colpì per il fatto che con apparente imperturbabilità stava perdendo parecchio; e in effetti la serie delle sue perdite non veniva interrotta da questa o quella vincita; egli continuava ad avere la peggio con una tale regolarità che io, dopo essere rimasto a guardarlo per un certo tempo, presi a giocare a mia volta, puntando via via sull’opposto, naturalmente, di quello su cui puntava lui; sicché vidi ben presto accumularsi davanti a me una cospicua sommetta.

Il perdente al gioco è Nikolaus Toth, un giovane sconsiderato che, dopo un paio d’incontri fortuiti col narratore, gli racconta la sua avventura al servizio di Franz Clarville, uno straniero enigmatico incontrato in una locanda di Tokaj che l’aveva convinto a scarrozzarlo in macchina in lungo e in largo per l’Ungheria, in mezzo alle colline coperte di vigneti, alla ricerca di quella che – ne era certo – nascondeva la tomba colma di tesori di Attila Flagello di Dio. Doveva trattarsi di un tumulo sacro come i kurgan che sorgono nella Russia meridionale, sotto cui “giacciono i re morti durante le campagne militari, seppelliti a cavallo, armati di tutto punto, con elmi e corazze e spesso circondati da tutto il loro seguito, e quando morì Attila, il re venuto dall’Oriente, per lui, qui nella steppa ungherese, non può esserci stata altra forma di sepoltura che questa: in un tumulo, circondato dalle sue concubine, dai suoi cavalli, dai suoi nobili e dalle sue ricchezze”.

E qui si scatena un’avventura all’inseguimento della Storia e del Mito. Attila risiedeva in Pannonia e regnava su Ostrogoti, Gepidi, Eruli, Rugi, Sciri, Quadi, Sorasgi, Acaziri, nonché sui primitivi abitanti della Germania e dell’Ungheria; nel solstizio d’estate del 453 sposò la principessa Hildiko, che regnava su Burgundia, Lotaringia e gran parte del Reno, e si dice che lei lo abbia ucciso la prima notte di matrimonio. I tre fratelli di Hildiko erano di fatto i suoi balivi, perché secondo il matriarcato il diritto di successione era matrilineare e tutto apparteneva alla donna, nulla agli uomini. Il primo marito di Hildiko era Sigurt, o Sigfrido, un volsungo nipote di Odino dal quale discendono tutti i re franchi; ma secondo altre versioni la stirpe risaliva a demoni marini o idrosauri muniti di corna, tanto che il principe stesso era ancora rivestito da una pelle cornea che lo rendeva vulnerabile in un solo punto. Ma la sua invulnerabilità poteva derivare dal bagno fatto nel sangue del drago che aveva ucciso, salvo un punto fra le scapole su cui era caduta una foglia di tiglio.
Comunque sia, i fratelli di Hildiko, a cui il potente consorte non andava a genio, lo fecero uccidere per impadronirsi di fatto del potere, e poi condussero la principessa da Attila per un secondo matrimonio politico. L’accampamento dell’unno doveva sorgere lì, vicino a Tokaj: fu lì che Attila trucidò i fratelli di lei, probabilmente col suo consenso.

“Alla fine però Hildiko vendicò i suoi fratelli, che pure le avevano portato via l’amato e l’oro, e la notte di nozze uccise il re. Poi diede fuoco alla sala. Si pensa che la regina, tuttora pazza d’amore per il suo volsungo, non sapesse più quello che faceva. Ma quando mai l’amore lo sa!”.

Mi fermo e lascio la parola ad Andrea: siamo solo all’inizio di un tuffo nella forza inestinguibile del mito, dove Lernet-Holenia è maestro, nella sua duplice veste di narratore noir e visionario, capace di scorrere fra reale e irreale, fra spazio e tempo, in una lucidità “galoppante” che tiene tutto.

P. F.

* * *

Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) esce nel ’42. Nell’edizione Adelphi del 2017 c’è una copertina dal disegno invitante, un pastello di primo Ottocento. Visto così può sembrare l’ennesimo libro di viaggi nel Regno delle Due Sicilie. E invece Holenia è scrittore di gialli metafisici, briosi, impavidi. La sua scrittura rapida, intelligentemente convoluta e terribile, si mostra a poco a poco, senza colpi di frusta.
Due Sicilie era il nome di un reggimento di ulani dell’esercito austro-ungarico. Il romanzo è ambientato nel 1925 quando questo corpo è ormai sciolto – solo sette membri ne restano in vita, più o meno giovani.

“Ciò che altrimenti si sarebbe deciso sui campi di battaglia, qui ha assunto la forma di una storia d’amore…”. L’unico che riesca a indagare è il poliziotto Gordon che però agisce nell’ombra e alla fine fa simpatia allo stesso Holenia: “egli sorrideva come d’abitudine. Sarebbe potuto essere un funzionario di polizia cinese”. Sembra di capire che il nostro nobile narratore austriaco cede alla moda poliziesca ma con lieve nonchalance, come fosse appunto una cineseria.

“La fanciulla cambiò da sé il nome in Luz presumibilmente per superstizione, giacché per quanto una fosse onesta non poteva mai sapere che altro ancora potesse capitare…”

Perciò l’austriaco può inventarsi di tutto, e perfino parlare del“profumo del pericolo” a proposito di una piccola storia messicana inserita nel finale. In fondo Holenia è animato da cognizioni un filo esoteriche che emergono bene quando fa leggere a un suo personaggio Pico della Mirandola per avviarsi poi in altri excursus. “Il mago crea un modello al destino, che il destino, assecondando una coazione irresistibile, si sente spinto a imitare una o più volte. Il mago, per dir così, inventa le mode del destino”.
È un romanzo da cui spariscono uno dopo l’altro i membri superstiti del reggimento Due Sicilie. Gli assassini sono diversi volta per volta ma tutti inseriti in un tempo che è circolare se non addirittura ciclico: a Holenia serve spingere su questo pedale per esplicitare la sua concezione della personalità che non è doppia o tripla ma nulla: Nei suoi esiti superiori viene meno la capacità d’esattezza, anzi di perfezione, della natura, sulle grandi distanze le irregolarità delle serie si compensano (…) In fondo vediamo molti – per così dire – conoscenti senza sapere chi sono, e dopo un po’ di tempo praticamente finiamo per aver visto quasi tutte le persone che vivono nella stessa città.”
Per questo nel presentare il libro al lettore italiano Sciascia invocava da buon critico i nomi di Borges, Pirandello e Stevenson. Borges: l’uno è l’altro. Pirandello: l’uno è nessuno e centomila. Stevenson: l’uno è dentro il nulla.

In Due Sicilie, come nella vita, compaiono figure immaginarie che diventano reali e ci sono figure reali che si dissolvono. Questo anima con la forza di una trazione retro motrice il romanzo di Holenia dove farete fatica a seguire i vari mascheramenti. Ma questo non importa, ci sarà da qualche parte un vostro sosia che farà considerazioni opposte alle vostre. “Le profezie non sono fatte per realizzarsi, perché non predicono il reale, ma il vero. Le nostre parole sono imprecise, e quando diciamo l’irreale, forse intendiamo invece il reale. Reale è solo ciò che sopravanza; e solo salvaguardato in spazi chiusi si compie, come una replica perenne, l’evento vero e proprio.”
Per lo stile siamo solo apparentemente vicini alla nenia romantica del gran Danubio blu. Come Roth, Holenia vi porta per mano ma alla fine non vi consegna nella nostalgia, vi porta a ballare con lui in pista un tango al sintetizzatore. “La tenuta di Gegendt si era fatta assai piccola e modesta, una delle più piccole, ma sopra la campagna di un tempo gravava un presente infinito, quasi Urban Ainether cavalcasse ancora e di nuovo nel sole, con i suoi occhi un poco arrossati e il suo pesantissimo vestito di velluto, in cui però egli si sentiva ben fresco, un fantasma nel sole, un fantasma meridiano, e vantasse ancora il diritto della prima notte, una notte chiara come il mezzogiorno estivo, e le contadine gli baciavano le mani, così come la ragazza di aspetto slovacco che stava sparecchiando la tavola aveva baciato la mano al capitano di cavalleria”.

Voleva solo, al pari dei bambini, imitare il rotolio del suono lontano”. Chissà se Holenia si era letto Pascoli. Forse avevano avuto enrambi la stessa sensazione, erano la stessa sensazione.

La trama si avvolge in un giallo. Questo dovette attirare l’ultimo Sciascia come le fantasie di Dürrenmatt e i romanzi brevi di Greene in finale di carriera. Ma il giallo, lo vediamo bene solo alla fine, era un pretesto.
Ho avuto la ventura di leggere in dattiloscritto la recensione di Sciascia a Due Sicilie che è del 1983, in occasione della prima traduzione italiana procurata dall’editore Serra e Riva. Devo ringraziare il nipote del Maestro, Vito Catalano, per aver potuto notare un lapsus volontario nella chiusura della recensione che altrimenti non si nota nell’edizione Adelphi dei saggi di Sciascia (2019).
Nel dattiloscritto si legge: “oscuro e angoscioso problema dell’identità”, poi cassato con riscrittura in interlinea “mistero dell’identità”. Come al solito il diavolo si nasconde nei dettagli e una volta che l’avete trovato avete anche in mano la chiave dell’enigma. Cosa farne, però, sta a voi decidere.

“Come curiosità è da notare che anche la Francia della Restaurazione aveva dedicato un reggimento al Re di Sicilia: ed è quello in cui viene arruolato il Lucien Leuwen di Stendhal. Ma si può andare al di là della curiosità: la nuda trama di questo incompiuto romanzo di Stendhal (variamente intitolato nelle postume edizioni: Rosso e bianco, Il cacciatore verde, Lucien Leuwen), piuttosto raffazzonata e da ‘feulleiton’, fa pensare alle trame dei romanzi di Lernet-Holenia: anch’esse da romanzo d’appendice e distratte, ma anch’esse calate dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza. Almeno così è nei quattro libri di Lernet-Holenia che conosciamo, e particolarmente in questo Le Due Sicilie: dozzinale trama poliziesca che muove una visione di quel mondo — e del mondo — sottile e struggente: oscuro e angoscioso mistero dell’identità (da richiamare, insieme, Stevenson, Pirandello e Borges) che trova però banale scioglimento poliziesco. E come il mistero dell’identità è — nonostante la banalità dello scioglimento, della finale spiegazione — al centro del romanzo di Lernet-Holenia, così il mistero del tempo intesse quello di Kusniewicz, Il Re delle Due Sicilie. E dall’uno e dall’altro tema ciascuno assume un che di labirintico, affascinante e insieme di vertiginoso. Ma sono due temi che defluiscono da quello comune (e non soltanto a questi due romanzi, ma a tutta la narrativa che approssimativamente possiamo denominare absburgica) della fine dell’impero. La fine dell’impero come fine dell’identità, come fine di un tempo umano appena scandito, appena governato dal potere (e cade in taglio di segnalare il libro di Sergio Romano ora pubblicato da Scheiwiller: La lingua e il tempo). Forse anche, per la metafora dell’ultima pagina di Kusniewicz, come fine della letteratura, una volta dilavatasi la memoria dell’impero. E, per l’onirica metafora raccontata da Lernet-Holenia, forse addirittura come fine del mondo”.

Andrea Bianchi

8. c’è troppa bellezza

Miniatura dall’Aurora consurgens, tardo XIV sec.

Si legge per davvero solo in gioventù. Da ragazzi voi scivolate per terra davanti alla bellezza. Come quel grande scrittore andaluso che dice O Signore. C’è troppa bellezza al mondo. Fa’ che non ci sia così tanta bellezza. Se siete sensibili alle cose noterete che la poesia non appartiene solo alla mitologia greca, al tramonto, all’amore perduto, alla speranza di un amore in arrivo. Dovremmo pensare alla poesia come una cosa che sta sempre con noi. Immaginate che Dio veda il mondo in questo modo: dopotutto non c’è altro che il presente perché le nostre memorie sono parte del presente. Le nostre speranze e le nostre paure, la nostra incertezza riguardo il futuro: è tutto parte del presente. (…)
Pensiamo poco all’eternità come la somma stabile dei giorni. Pensiamo a lei come dice Shakespeare: è tutti i nostri ieri, oggi e tutti i nostri domani. Ma l’eternità è molto più inesplicabile. Eternità è un eterno ora dove Dio vede le invasioni di Gengis, le guerre puniche, la scoperta dell’America di Enrico il Rosso, la guerra d’indipendenza argentina, le due guerre mondiali e tutto quel che si prospetta più avanti, che deve ancora succedere. (…) Dovete essere fedeli al vostro sogno. Forse non stiamo creando specchi dell’universo ma qualcosa che sia tanto reale come gli specchi, tanto reale come il resto dell’universo.

Dopo un po’ lo scrittore capisce che le parole non devono occludere. Molti bravi scrittori hanno fatto questo errore. Il punto è che le parole prevaricano e gli scrittori si mettono a cercare come dei sentieri luminosi. Così però le parole sono troppo visibili. Io immagino che in una buona pagina dovrebbero invece esser invisibili. Dovremmo sentire quel che sta succedendo al di là delle parole. Come nei romanzi di Cervantes di Conrad e di Tolstoj che sopravvivono a tutte le traduzioni.

Immagino ci siano persone infelici, o piuttosto felici, che hanno una felicità in magazzino: devono ancora leggere il Chisciotte. A loro direi di cominciare dalla seconda parte di quel libro dove troveranno personaggi che hanno già letto la prima parte: come in Pirandello ma in modo più elegante, più sottile. (…) Márquez come scrittore è molto meglio di me certamente. Ma non so se gli sono stato di aiuto, se avrebbe scritto le stesse cose se lo avessi aiutato. Temo che molti scrittori contemporanei siano troppo simili a me. E allora non mi interessano.

J. L. Borges alla University of Wisconsin, Milwaukee, 9 aprile 1976

(traduzione di Andrea Bianchi)

Potenza e Giustizia

Jean-Simon Berthélemy, Prometeo dà vita all’uomo, affresco, 1802. Parigi, Louvre

Prometeo, figlio di Giapeto, eroe e semidio, discendeva dall’antica stirpe dei Titani. Verso di essa consumò il primo dei suoi molti tradimenti, dettati dal suo pensiero preveggente o tortuoso, come indica il nome (Prometeo, letteralmente, è colui che «comprende prima», pro-manthanei). Nella memorabile battaglia fra i Titani e i «nuovi dèi» guidati da Zeus, che grazie alla vittoria conquistarono il regno dell’Olimpo, Prometeo abbandonò i suoi fratelli e si schierò al fianco di Zeus.
Ma l’alleanza con Zeus — verso la cui usurpazione nutre comunque rancore («nuovi signori governano l’Olimpo/ e con nuove leggi, al di fuori del Giusto, Zeus governa/ e annienta ora le potenze di un tempo», Eschilo, Prometeo incatenato, 149-51) — non è davvero il punto d’arrivo del disegno di Prometeo. Egli puntava piuttosto sulla nuova alleanza con l’ultimo arrivato sulla scena del mondo, il genere umano. Ma per questo occorreva compiere due passi. Il primo, spezzare l’amicizia fra uomini e dèi, e metterli in conflitto fra loro; il secondo, fornire agli uomini la potenza necessaria per sostenere il conflitto.
Il primo passo venne compiuto a Mekone. C’era allora commensalità fra uomini e dèi, che sedevano alla stessa tavola. Prometeo, maestro del banchetto, divise in due otri le parti di un grande bue. Nel primo, formato da una pelle nascosta nel ventre del bue, pose le parti migliori; nel secondo più attraente, di «bianco grasso», soltanto le ossa. Sfrontatamente, propose a Zeus la scelta fra i due otri dall’aspetto così ineguale. Che avesse fiutato o no l’inganno, Zeus finì per scegliere le ossa; abbandonò indignato il banchetto, e da allora finirono commensalità e amicizia fra uomini e dèi (Esiodo, Teogonia, 535-560).
Si trattava ora di fornire la potenza necessaria a far fronte alla loro solitudine. Prometeo non poteva che cominciare rubando a Zeus il fuoco, che egli nascondeva presso di sé, e donarlo agli uomini ai quali Zeus lo negava: il fuoco, padre della metallurgia e condizione per qualsiasi tecnica. Vedendo «fra gli uomini il bagliore lungisplendente del fuoco» (Esiodo, Teogonia, 569), Zeus fu di nuovo preda dell’ira, e questa volta le sue punizioni non si fecero attendere.
Prometeo fu scortato fino al Caucaso dai due fedeli aiutanti di Zeus, Kratos e Bia, Forza e Violenza, e lì Efesto lo incatenò saldamente a una rupe: il suo supplizio consisteva in questo, che ogni giorno un’aquila gli rodeva il fegato, destinato ogni notte a ricrescere per fornire nuovo alimento al rapace. Quanto agli uomini, un beffardo Zeus ordinò a Efesto di forgiare una «bella e amabile figura di vergine», ad Atena di insegnarle l’arte della tessitura, ad Afrodite di effonderle «grazia intorno alla fronte e desiderio tremendo»; finalmente, una volta riccamente adornata da Atena, venne inviata presso gli uomini Pandora, madre di ogni male (Esiodo, Opere e giorni, 60-95): «Di lei infatti è la stirpe nefasta e la razza delle donne,/ che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora» (Esiodo, Teogonia, 591-2).

Ma lasciamo gli uomini intenti per ora a rallegrarsi per il bel dono di Zeus, e torniamo sulle vette del Caucaso. Qui il vecchio Titano incatenato non cessa di rievocare i suoi doni al genere umano, seguiti a quello basilare del fuoco.
«Prima, avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini dei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole. Non sapevano costruire edifici, case all’aperto, non sapevano lavorare il legno: abitavano sottoterra, come brulicanti formiche, in caverne profonde, senza la luce del sole… Facevano tutto senza coscienza finché insegnai loro a distinguere il sorgere e il tramontare degli astri, e poi il numero, principio di ogni sapere, per loro inventai, e le lettere e la scrittura, memoria di tutto, madre feconda della poesia… Io e nessun altro inventai la nave, il cocchio marino dalle ali di lino… Se uno si ammalava non aveva alcun rimedio, né cibo, né unguento o pozione. Si consumavano così, senza farmaci, finché io non insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie».
Prometeo insegna poi agli uomini l’arte della divinazione, e la scoperta dei metalli nascosti nelle viscere della terra (Eschilo, Prometeo incatenato, 447-506). Nelle sue parole, nel suo modo di concepire il ruolo delle tecniche, il programma di Prometeo sembra così giunto a compimento: egli ha concesso agli uomini tutta la potenza necessaria a misurarsi con gli dèi. Padrone delle tecniche e dei grandi saperi del numero, della scrittura, degli astri: questa è dunque l’immagine dell’«uomo prometeico» visto con gli occhi del suo creatore.

Più inquietante è lo sguardo «umano», in qualche misura esterno, sullo stesso «uomo prometeico», quale ci viene proposto dal Coro della tragedia Antigone di Sofocle. Una sorta di sforzo di autoconsapevolezza, dunque: che cosa siamo diventati? (qui l’uomo appare ormai autodidatta, benché non sia lontana la lezione di Prometeo).
L’uomo si avverte come «terribile», anzi come la cosa più terribile (deinos: l’aggettivo vale però anche «abile», potente). Infatti è capace di attraversare il mare, di lavorare la terra, di catturare gli animali selvatici e di addomesticare quelli da lavoro. «Capisce, inventa, ha sulle arti dominio oltre l’attesa»: lo sguardo di Prometeo non si sarebbe spinto oltre questa temibile immagine dell’uomo tecnologico. Quello «umano» del coro sofocleo invece ne coglie una linea di frattura, segno di un’incertezza o un cedimento possibili.
Aggiunge infatti: «Ora al bene, ora al male serpeggiando volge. Se del Paese le leggi applica e la giustizia degli dei… in alto sarà nella patria» (Sofocle, Antigone, 331-371). Bene, male, leggi, giustizia: si profila qui una dimensione del tutto estranea all’uomo prometeico, che il vecchio Titano non aveva certamente attrezzato a fronteggiarla.
Una chiara traduzione in termini concettuali di tutto questo è nel cosiddetto «mito di Protagora», che il sofista racconta nel dialogo di Platone a lui intitolato, e che molto probabilmente si ispira a tesi dello stesso sofista. Lo scenario è un poco cambiato rispetto a quello che ci è familiare: Prometeo non è ancora sul Caucaso e resta amico degli uomini, verso i quali del resto lo stesso Zeus ora si dimostra benevolo. Non sono però cambiati i ruoli principali.
Si tratta di distribuire le dotazioni necessarie alla sopravvivenza fra i diversi animali. Lo sbadato Epimeteo, fratello di Prometeo, assegna a ogni animale mezzi di offesa e di difesa, dimenticando però l’uomo, che rimane così nuda vittima delle fiere. Prometeo decide allora di intervenire a difesa del genere umano, e lo fa come gli è consueto: «Ruba a Efesto e Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco… e la dona all’uomo. In tal modo, l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perché questa si trovava presso Zeus». Ma è qui che i doni di Prometeo rivelano tutta la loro insufficienza, che già era emersa in Sofocle — e la manifestano anche in termini di pura potenza. Per far fronte alle fiere, gli uomini cercano di riunirsi fondando città; «ma, allorché si raccoglievano insieme, si recavano ingiustizia a vicenda, perché non possedevano l’arte politica, sicché, disperdendosi, nuovamente perivano» (Platone, Protagora, 321d-322b).
Per evitare la strage, Zeus interviene ordinando a Ermes di distribuire a tutti gli uomini le doti del rispetto reciproco e della giustizia (aidos e dike), «principi ordinatori di città e vincoli produttori di amicizia» (Platone, Protagora, 322c).
L’uomo prometeico, forte solo del controllo delle tecniche, non può vivere in una comunità politica: per questo, occorrono inoltre la condivisione di un orizzonte di valori etico-politici, la giustizia, la legge, l’educazione collettiva. Propriamente parlando, non può neppure combattere, perché «l’arte della guerra è parte di quella politica» (Platone, Protagora, 522b), che egli non possiede, perché essa è inaccessibile a Prometeo. Si è spesso interpretato il mito di Protagora come risposta alle antropologie tecniciste dell’homo oeconomicus alla maniera di Democrito, dalle quali sembrava risultare che la collaborazione fra le diverse competenze tecniche fosse in grado di formare e guidare la città.
Senza dubbio, il mito si oppone inoltre alla pressione crescente di un ceto di technitai che si candidano a governare la città, tendendo a marginalizzare la dimensione politica e i suoi specialisti come i sofisti. Non c’è polis, invece, senza un sistema di norme di giustizia condivise, senza le istanze decisionali proprie della politica, infine senza un’educazione pubblica intesa a consolidare i vincoli comunitari.

Ma torniamo nel Caucaso, dal vecchio Titano, certo inconsapevole dei limiti etico-politici dei doni tecnologici che aveva elargito al genere umano: l’impotenza della forza senza politica, l’incapacità di integrare efficacia e moralità. La sua pena non sarebbe durata indefinitamente (a differenza di quella femminile comminata agli uomini). Prometeo era infatti depositario di un formidabile segreto, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa del regno di Zeus — che si vide costretto a liberarlo, nel timore che il Titano lo rivelasse a orecchie ostili, e al contrario nella speranza di venirne a conoscenza.
Noi non possiamo conoscere il segreto di Prometeo, sul quale sono fiorite molte ipotesi. A me piacerebbe pensare che il vero, devastante, segreto di Prometeo fosse quello rivelato da Socrate — il Socrate di Aristofane, beninteso, non quello benpensante di Senofonte e di Platone — nella commedia Le nuvole:
«Strepsiade: ma per voi, in nome della Terra, Zeus olimpio non è dio?
Socrate: quale Zeus? Non dire sciocchezze. Zeus non esiste».
Certo, il «segreto» più efficace per por fine al potere di Zeus.

Mario Vegetti, la Lettura #329, pagg. 26-27

Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Scrivo dunque sono

La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. Io stesso, agli studenti che mi chiedono la tesi, raccomando l’uso di espressioni guardinghe («Occorre dire», «noi riteniamo»), ben sapendo che la prima persona plurale è un’ipocrisia, una prova di conformismo, mancanza di carattere. «Noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti». Così l’accademico tiene vivo il sogno che i suoi saggi abbiano un crisma di oggettività e di scientificità.
Una vera stranezza se si pensa che il termine «saggio» lo dobbiamo all’uomo che come diceva Zweig «ha descritto se stesso per tutta la sua vita con tanta accuratezza, piacere e precisione». Sto parlando di Montaigne naturalmente. Per capire la rivoluzione apportata dai suoi Saggi mi piace affidarmi a una bella formula di Giacomo Debenedetti: «Un libro che vorrebbe o fa finta di presentarsi privato, ed è subito pubblico». Montaigne ti parla di sé, della sua infanzia, dell’educazione ricevuta dal padre, dell’amico del cuore venuto meno troppo presto, di un incontro con i cannibali e un’incidente a cavallo quasi mortale, e tu senti che tali quisquilie, sebbene avvenute quasi mezzo millennio fa a uno sfaccendato gentiluomo di campagna, ti riguardano. Leggendolo ti illudi che scrivere di sé non sia così difficile. In fondo, ti dici, per avere l’attenzione del lettore basta poco: racconti i cavoli tuoi, tuo padre, tuo fratello, quella sciata che per poco non ci rimettevi l’osso del collo. Trai qualche amara conclusione sulla vita, la corredi di citazioni dotte, ed è fatta… Magari fosse così facile. Scrivere di sé è un’arte, e tutti quelli che ci hanno provato hanno dovuto se non altro tenere conto di Montaigne e del suo inimitabile esempio. E talvolta lo hanno fatto senza sapere che era lui a ispirarli.

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 2

Ogni cosa al suo posto

Oliver Sacks all’Oxford’s Botanic Garden fotografato da Charles Drazin, 1951

Come scrittore, trovo che i giardini siano essenziali per il processo creativo; come medico, ogni volta che è possibile, porto i miei pazienti in un giardino. Tutti abbiamo avuto l’esperienza di vagabondare in un giardino rigoglioso o in un deserto senza tempo, di camminare lungo le sponde di un fiume o di un oceano, o di arrampicarci su una montagna, e di trovarci al tempo stesso rasserenati e rinvigoriti, mentalmente coinvolti, rigenerati nel corpo e nello spirito. L’importanza di questi stati fisiologici per la salute dell’individuo e della comunità è fondamentale e di vasta portata; in quarant’anni di esercizio della medicina, ho riscontrato che solo due tipi di «terapia» non farmacologica sono di vitale importanza per i pazienti con neuropatologie croniche: la musica e i giardini.

Oliver Sacks, Ogni cosa al suo posto, Traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, Milano 2019