34. Un giorno questo piacere ti sarà utile

Dante Gabriel Rossetti, Astarte Syriaca, 1875-77

E c’era più tenerezza nel modo con cui ripiegava a cucchiaio la mano destra tenendomi la nuca da dietro e adagiando le labbra al seno, che in mille altre parole a profluvio. In altre strette di mano silenziose come tramonti di luglio. Ripiegava la mano e la portava su leggermente verso il suo seno al buio. Le forme scomparivano. Si attendeva un senso dal contatto senza passare da possibili fraintendimenti verbali in agguato. 
Era cominciata così. Un giro in farmacia per servizio di routine all’epoca del “regime della corona”. Prenotazioni varie. Il viso della farmacista che visto da fuori pareva quello di una stagista e che in prossimità del bancone rivelava rughe e pallore. Bello comunque e non immeritevole. Fino al richiamo della piada in negozio servita da una commessa tanto graziosa e bistrattata dal cliente in fila prima di me. Ci siamo capiti con gli occhi lei e io che quello era un cafone. Io a dire grazie. Lei prego. Nella freddezza senza espansione c’era più onestà — come doveva succedere dopo con Jessica che mi accoglie in casa e dice di mettere le mani sul termo mentre al buio sto in silenzio e di nuovo ritorno all’inizio — al seno scolpito di notte e foresta di un popolo campestre che non naviga il mare e anzi lo teme — fino all’ingresso e al lento decorso nel corpo di lei dopo una lunazione — e mi è parso più breve il digiuno finché Jessica si accomiata e mi abbandona alla venerazione spingendomi in basso — poi mi accappotta e mi salta su lasciando chiudere tutto in pochi minuti questa ultima vicenda. 
Alla fine dice bravo che hai pensato anche a quel profumo, a quella mancanza di quella cosa lì, lei un giorno ne sarà contenta.
Il modo di tenere una mano e spingerla accompagnando la suzione da parte dell’altro. Una volta non avevo parole. Anche ora perché ci ho rinunciato. 

Andrea Bianchi

31. lettera a Barbara

Dante Gabriel Rossetti, Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863–1873 | Tate

Tua madre ha portato proprio una cosa bella. Perché quello che tu hai lo conservavi già quando eri dentro la pancia della mamma — tutti lo portiamo fin da quando siamo lì. E tu questo lo hai capito fin dall’inizio e non lo hai perso nemmeno per un attimo. Invece io per dove mi ha portato la vita — be’ diciamo che per me è stato diverso. Ma tutti quei libri, tutte quelle poesie, tutte quelle telenovelas mi avevano fatto capire una cosa, l’avevo capita — già — solo che per dove mi ha portato la vita me l’avevano fatto capire in un altro modo, in un’altra forma di vita.
Grazie a te il ponte non è saltato, un’altra volta. Barbara. Tu non lo potevi sapere. Sono passati quasi quattro anni ma io non ero ancora stato reclutato. O forse lo ero già e non me lo dicevo senza saperlo. Tuo nonno era nella mala e continuava da Miami. Forse per questo ti avevano scelta. Non lo so. Fili spezzati. Fili mossi. Per quanto riguarda il mio, di nonno, ti so dire solo che ho il sangue malato che ha fatto morire lui ieri e sua madre prima ancora. Lui non avrebbe voluto che entrassi perché se si trattava di postumi di Gladio erano cose pericolose. La prima volta che vidi paura sul suo volto fu quando glielo dissi. Però la strada era segnata. La sua curiosità mi era arrivata dritta nel sangue. 

Andrea Bianchi

29. Costruzione delle persone intime

Perché essere fidanzati se la fidanzata è acida? Chiede all’orecchio. 
Perché sei ore più e poi sei ore meno mi sembrano adesso così tanto più lunghe di queste ore che sembrano finire adesso solo perché provo a ricordarle. Perché sei arrivato solo ora? quello era bello ma non mi piaceva. Ansima. Perché si abbatte prima lei dentro la veglia del sonno dopo essersi ribellata nell’acqua di un cantiere navale alle sue buone morti? Perché si tende sempre a percepire il dialogo nella idiozia della scrittura in un modo in cui dritto si alterna a dritto quando invece li vivete i vostri dialoghi e noterete che le due parti si fraintendendono sempre perché sono entrambe rovesci di qualcosa che cercano e sono convinti che sia sempre dall’altra parte? 
Sai che c’era un rumore dal balcone vicino casa mia oggi a metà giornata, era come un lamento di un neonato che avesse fame, poi dopo un po’ che lo ascoltavo mi sono reso conto che era una gatta in calore che piangeva e spostava qualcosa, era come se spingesse delle piastre poggiate sul balcone. E sorrido nel dirlo. Guarda che magari soffriva ribatte. Non ci sono intervalli tra primo tempo e secondo atto questa sera. Non ci sono sorprese se non quelle date dal fatto che con gli anni subentrano i semplici affetti e anche dire che non ci sono è un metodo per collocarli altrove. Nella meditazione sul letto. Nell’intreccio di bianco e nero dei corpi che temo non avranno mai facilmente una sola verità.
Nell’ombra ribadita dal taglio di luce che passa da sotto la porta, lei non sembra più una delle meticce muscolose da cui si vanta di discendere. È diventata un idolo equatoriale. 
Comi comi. Mangia mangia.

Andrea Bianchi

21. sverginare i classici

Tom Wesselmann, Monica Nude with Cezanne, serigrafia, 1994

Mi colse la sensazione di aver sverginato i classici troppo presto. Era pomeriggio. Una coppia di ragazzi delle medie passeggiava su via degli Oliveti. Improvvisamente si fermava. Si abbracciavano come se fossero in balia di un peluche invece che del loro amore adolescente. Poco più avanti una ragazza forse più grande di loro incedeva da sola è abbastanza maestosa. Il  culo da donna fatta. L’abbigliamento da adolescente incerta. Gli occhi che lo dico a fare. Da fanciulla che vorrebbe poter fingere malizia che non avrà prima della primavera. Il mio mangiafuoco intanto mi regalava un portafogli esortandomi a riempirlo di soldi e invitandomi a cercare la classe in tutte le compagnie. Non soltanto una pura e semplice soddisfazione momentanea. E ripensai. 
Ripensai che leggere un classico troppo presto è come fare l’amore vero senza protezioni troppo presto. Resta la struttura ma va via tutto il resto. Il resto che si insinua nei capelli e sotto la cute. Così che quando la sera vedi gli scivoli e i risciò rossi blu e gialli parcheggiati come relitti sulla spiaggia a Miramare sai davvero che anche questa è stagione. Non serve il caldo cocente. La cabina può essere tua anche sfilando un pantalone a dicembre e vedendo il rosso carminio di labbra rupestri e prendendo il calore che ti danno. Lì e altrove. Entrare nella caverna. Rientrare nell’adolescenza mai vissuta. Scordarsi dell’estate e dei baci rubati con la lingua a 13 anni. Ricordarsi di quelli di un attimo fa di Evelina. Ricordarsi che ti hanno anche dato del “bravo” e che anche se hai solo sfiorato la perla sei morto dentro l’ostrica nel caldo mentre fuori era freddo e gelo. E non c’era vento questa sera. Solo una dannata voglia di registrare, invitare a cena e perdersi nel delitto di ogni commiserazione per chi non visse con noi la gioia del sex on the beach.

Andrea Bianchi

13. Come camminano

Andrew Wyeth, Above the Narrows, 1960

Come camminano gli innamorati sulle spiagge in Giappone? Ci sono delle costanti diciamo così “universali” in tutte queste sensazioni ma in fondo la loro declinazione nel sistema di vivere occidentale è quella verso cui le riconduciamo noi — voi lettori e io — adesso e nel futuro che vivremo.
Al di là di ogni rivalutazione dell’amore romantico, c’è come la sensazione che gli innamorati camminino proprio in “quel” modo sulla spiaggia anche per l’ombra di chi è stato prima di loro. Nonostante le nostre ipocrisie e le mezze verità scoperte, siamo figli della storia e dei nostri tempi. 
Quelle due ombre sul banco di nebbia spiaggiato alle nove sono figli di Keats e di Kleist, di Calvino e di Comisso, di Lawrence d’Arabia e di quello di “Figli e amanti”. Non tutti direttamente romantici ma esito di una storia qualitativa virata sotto il vento moderno che parte nei secoli delle rivoluzioni. 
E non lo sanno. Questo è spaventoso e tremendamente bello nello stesso istante. Ché non passeggiano come una coppia egiziana al mattino, o come si può vedere sulle spiagge di Creta. Passeggiano come Keats sull’isola di Wight sognando un amore borghese, come Kleist sui campi in primavera, come Lawrence tra le gole e gli avvallamenti di Siria.

Andrea Bianchi

11. La Mia Jessica

Henri Rousseau, Il sogno, 1910

Diceva che gli uomini sono educati dalla società a non piangere diversamente dalle donne e quindi si liberano con la sessualità. Sosteneva che dopo aver pianto si vedeva finalmente il mondo senza una patina blu davanti, e a chi le faceva notare che dopo il pianto le sacche lacrimali sono vuote e perciò più leggere, ribatteva che era proprio la vista che si faceva più ariosa e leggera. O qualcosa di simile. Aveva affermato che con gli anni stando da soli e non in coppia fissa si diventa più esigenti e selettivi, indipendentemente che si sia uomini oppure ragazze. Ragazzi o invece donne. Ribatteva che uno agli inizi non le andava bene perché le aveva ricordato troppo la madre di lei — per la tenerezza — e per questa ragione agli inizi lo aveva messo da parte sinché alla fine non si era riconciliata con la madre e quindi anche col tenero e sentimentale amatore. Arguiva dai suoi ventisei anni ricolmi di vita e di esperienza e di passione e di fede in queste sostanze elencate che: — dopo un certo periodo una regina veniva sempre spodestata — e che comunque anche la regina successiva si sedeva anche lei sopra lo stesso genere di tesoro, che è suo e solo di lei e della donna soltanto — e perciò stesso cercava di innamorarsi di altri uomini che non le ricordassero finalmente più il padre — anche perché il padre anni prima aveva un amico che ci aveva provato con  lei e dopo che lei lo disse al padre al telefono quasi vent’anni dopo, pianse — il padre e non lei — la figlia lo dedusse dal silenzio che le arrivava dall’altra parte del telefono — ché gli uomini sembra sappiano piangere in telefono mentre le donne piangono sempre al momento giusto e attribuiscono le colpe alle persone che se le sono meritate — mentre chi non piange, incassa e poi riversa tutto al momento sbagliato, nelle circostanze sbagliate. Aveva un tatuaggio piccolo e colorato di Alice e dello Stregatto sul braccio destro. Un braccio sottile come l’albero da cui era entrato il Bianconiglio, suppongo. 

Andrea Bianchi

5. sguardi della mamma elicottero

non è a dire che avesse i capelli tinti: semplicemente, nel borgo sulla costa tutte e dico tutte le signore tra trenta e cinquant’anni tendevano a assuefarsi al biondo che alleggerisce e ingentilisce i lineamenti. eppure, la signora che mi fece diventare attento ai suoi capelli aveva un viso squadrato e perciò disagevole da incorniciare entro un fascio cromatico che, alla bell’e buona, si sarebbe detto biondo paglia.
il suo nome era classico pugliese, evelina, accorciato lasciando una desinenza in ‘a’ alla fine giusta il richiamo biblico, sei donna, eva e allora pecchi sempre. quindi mai.
eva era bella, anche se aveva il bacino largo, slombato. aveva due figli e un ex marito che ebbi la ventura e il piacere di conoscere.
quel che mi piaceva di eva era il suo fare sornione, di ironia sopita, congelata e rigida, alquanto diffusa tra i pugliesi faccia al vento dell’adriatico.
mi volle per una notte ma non ci fu verso, onde divenni il precettore della figlia.
certamente non era narcisa anche se aveva un vizietto peggiore, si credeva gran signora, cosa assai tipica delle baresi e anche delle coratesi, a quanto pare.
senza dare inutili dettagli, vi deve servire come dato e fonte di cronaca, ma non solo per periodizzare il pezzo da museo, che aveva 38 anni e diceva davanti a una pizza su cui faceva grondare olio piccante che dopo il matrimonio lui non aveva fatto un passo in più, quasi a significare che l’acquisizione di diventare padre fosse biologica mentre invero è un fatto materno e quindi solo femminile, e per l’uomo o forse banalmente per ‘gli’ uomini è sempre e solo una nozione sociologica: che non vuol dire sociale, mal ce ne incorra se esser padre o madre fosse solo un fatto sociale, imposto dall’alto. quando dico sociologico lascio sparire la sostanza e vorrei che si adagiasse un velo di interpretazione: in breve, lui non era della stoffa per fare il padre così presto, a 27 anni quando gli nacque la prima figlia. lei sì, ma va anche detto — sempre davanti alla pizza — che lei aveva capito già a 12 anni che il padre a corato metteva le corna alla mamma, ergo lei scelse presto l’uomo per poi sbarazzarsene.
se ci pensate un secondo c’è una soglia inquietante in tutto questo.
immaginate la sistina spennellata da un etero invece che da un cultore della forma fisica maschile — siamo sulla soglia degli studi di genere, meglio fermarsi allora un secondo e tornare a eva, a considerare che era bella proprio perché aveva fatto fuori il marito, aveva una carica erotica sopita ché l’ultima storia l’aveva fatta star male e siccome i figli di questo se ne erano accorti, lei non voleva più quelle cose lì. resta un mistero perché la donna cerchi un uomo che si modelli sul suo sentimento passato di quel che fu, o era stato, il padre.
ergo — e siamo a due — mi disse due volte da soli che la casa era libera. mi pareva troppo bello, rinunciai e si offese a morte, sinché l’estate dopo ci guardammo da lontano sulla battigia.
aveva indosso un costume verdone, quasi spento, la sua bellezza e la sua fisicità intatte, mai trascurate, garantite dalla sua forma di caposala.
che mi resta da dire di lei? che la sua bellezza è la stessa precisa identica delle formelle dei della robbia, fatta a serie per le signore che non sono più ragazze e se si danno arie non la fanno pesare. qualcuno idealisticamente la chiamerebbe soltanto ‘esperienza’ ma non credo sia il lessico da percorrere: avesse avuto esperienza, avrebbe toccato il cambio diversamente quella sera, in auto.
il suo sguardo mentre uscivo dall’abitacolo era angosciato, sentiva che il tempo passava e che non si era fatta capire, era desolata e percepiva che si stava sprecando quasi nel momento in cui sciupavo io l’occasione.
c’è da adottare del lirismo, riesce difficile rendere questa donna in modo asciutto.
eva mi ha fatto vedere altre eve nelle vigilie dell’abbandono, son tutte donne che si rendon conto di essersi troppo messe in alto, di aver pescato la prima carta restandone appagate. e sono materne, sono accoglienti, inscritte nel tondo della robbia.

Andrea Bianchi

I momenti della durata

Sí, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.

http://www.pangea.news/peter-handke-canto-alla-durata/

#60

Maurice Brianchon, Nu couché, oil on canvas

Quando si ama davvero una persona, ma sul serio, la si cura con un senso di responsabilità maturo e totale. Le proprie istanze, pur naturali, pur umane, i sentimenti e le pulsioni che esistono e premono, non interferiscono, non inquinano, non feriscono chi si ama. E riuscire ad amare anche se stessi, sul serio, in maniera giusta e responsabile, è fondamentale in questo.

La cosa più bella

Su cosa ci sia di più bello al mondo, la poetessa Saffo aveva le idee chiare:
«ciò che uno ama».
Quello che la singolarità umana ama e desidera, introietta e proietta.

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.

(fr. 27 D.)