rumore sottile


È noto, anzi addirittura ovvio, che se il successo è gratificante, l’insuccesso, se bene amministrato e vissuto, lo è anche di più. Un best-seller è certamente un libro cordiale, comunicativo, coinvolgente e sciarmoso; è un libro che parla a ‘tutti’; ma un worst-seller può essere un libro delicatamente scostante, afono, schivo, un libro che dà del ‘lei’ e si rivolge a pochi, pochissimi, nessuno. Beckett cominciò con libri stampati in trecento copie, e arrivò al Nobel. Dunque la tentazione ci indurrebbe a scrivere un best-seller, ma l’astuzia della storia ci dovrebbe persuadere a ricercare l’insuccesso. In realtà, se il verso ‘successo’ è misterioso e imprevedibile, così l’autentico ‘insuccesso’ è difficile da perseguire, e da amministrare una volta conseguito. Infine ci sono dei best-seller che sommano i vantaggi del successo e dell’insuccesso, e dei worst che sono e restano tali, non letti da alcuno. Tuttavia possiamo provare a dare alcuni consigli ad un giovane scrittore che sia fermamente deciso a conseguire l’insuccesso, tenendo presente che nessuna ricetta è sicura, ed un virtuoso giovane può trovarsi investito da un insolente successo che aveva fatto di tutto per evitare.
In linea di massima, sarà bene non parlare d’amore, o al più di un amore squallido, da consumarsi in soffitte, da una coppia priva di senso storico, di amore per la trasgressione, di immoralità trionfante. Tuttavia, bisognerà anche evitare i delitti passionali, le morti violente, i drammi della coscienza, al poesia del ricordo. Quella ipotetica coppia deve essere distratta, inutile, fiacca, di mira incerta, non votante, frettolosa nelle cose d’amore, deve avere un reddito basso, ma non infimo, che può eccitare l’interesse del lettore classista. Ho detto: niente delitti; onesti scrittori votati al fallimento sono stati brutalizzati dal successo di un delitto: Delitto e castigo insegni; il successo è il meritato ‘castigo’ del ‘delitto’.

Il rumore sottile della prosa, Milano, pp. 191-192

23. Lernet-Holenia


«Un uomo alto dà sempre nell’occhio, non sta su nessun cavallo, non entra in nessuna carrozza, in nessun letto; se si fa uno strappo nei pantaloni non trova da comprarne un paio confezionato; e se poi ha anche un briciolo di cervello più dei suoi simili, non riesce più a capirsi con loro».
(Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pag. 16)

Quando Andrea mi ha parlato del romanzo Due Sicilie, ho capito perché qualche recensore aveva rilevato certe insufficienze a livello del plot: solo perché alcuni personaggi vengono uccisi, uno dopo l’altro, senza che ne esca una congrua spiegazione secondo i canoni. È chiaro che si tratta di un “giallo” metafisico, in cui ciò che conta è il senso delle cose, con la fine di un’epoca, l’eliminazione dei residui del glorioso tempo lontano, fatto di guerre, lustrini e onore, per dissolversi nel nulla della modernità. E Alexander Lernet-Holenia è uno dei romanzieri più brillanti della sua epoca, un uomo capace anche di far narrare la storia da un personaggio che sta lì per quello, mantenendo tutta la plausibilità di ciò che accade. Lernet-Holenia fa galoppare nel racconto, pieno di balzi, corse, mistero, fantasie mitiche che paiono reali. Ricordo come lo scoprii: dev’essere stato venticinque anni fa, su una bancarella, leggendo il risvolto di L’uomo col cappello, quando venni catturato dalle parole caccia al tesoro, tumulo, mito, facoltà medianiche, bandito sanguinario. L’incipit era rassicurante:

In un casinò di Budapest dove entrai anni orsono (non per giocare, tra l’altro, ma per incontrarvi una certa persona) conobbi un giovanotto che mi colpì per il fatto che con apparente imperturbabilità stava perdendo parecchio; e in effetti la serie delle sue perdite non veniva interrotta da questa o quella vincita; egli continuava ad avere la peggio con una tale regolarità che io, dopo essere rimasto a guardarlo per un certo tempo, presi a giocare a mia volta, puntando via via sull’opposto, naturalmente, di quello su cui puntava lui; sicché vidi ben presto accumularsi davanti a me una cospicua sommetta.

Il perdente al gioco è Nikolaus Toth, un giovane sconsiderato che, dopo un paio d’incontri fortuiti col narratore, gli racconta la sua avventura al servizio di Franz Clarville, uno straniero enigmatico incontrato in una locanda di Tokaj che l’aveva convinto a scarrozzarlo in macchina in lungo e in largo per l’Ungheria, in mezzo alle colline coperte di vigneti, alla ricerca di quella che – ne era certo – nascondeva la tomba colma di tesori di Attila Flagello di Dio. Doveva trattarsi di un tumulo sacro come i kurgan che sorgono nella Russia meridionale, sotto cui “giacciono i re morti durante le campagne militari, seppelliti a cavallo, armati di tutto punto, con elmi e corazze e spesso circondati da tutto il loro seguito, e quando morì Attila, il re venuto dall’Oriente, per lui, qui nella steppa ungherese, non può esserci stata altra forma di sepoltura che questa: in un tumulo, circondato dalle sue concubine, dai suoi cavalli, dai suoi nobili e dalle sue ricchezze”.

E qui si scatena un’avventura all’inseguimento della Storia e del Mito. Attila risiedeva in Pannonia e regnava su Ostrogoti, Gepidi, Eruli, Rugi, Sciri, Quadi, Sorasgi, Acaziri, nonché sui primitivi abitanti della Germania e dell’Ungheria; nel solstizio d’estate del 453 sposò la principessa Hildiko, che regnava su Burgundia, Lotaringia e gran parte del Reno, e si dice che lei lo abbia ucciso la prima notte di matrimonio. I tre fratelli di Hildiko erano di fatto i suoi balivi, perché secondo il matriarcato il diritto di successione era matrilineare e tutto apparteneva alla donna, nulla agli uomini. Il primo marito di Hildiko era Sigurt, o Sigfrido, un volsungo nipote di Odino dal quale discendono tutti i re franchi; ma secondo altre versioni la stirpe risaliva a demoni marini o idrosauri muniti di corna, tanto che il principe stesso era ancora rivestito da una pelle cornea che lo rendeva vulnerabile in un solo punto. Ma la sua invulnerabilità poteva derivare dal bagno fatto nel sangue del drago che aveva ucciso, salvo un punto fra le scapole su cui era caduta una foglia di tiglio.
Comunque sia, i fratelli di Hildiko, a cui il potente consorte non andava a genio, lo fecero uccidere per impadronirsi di fatto del potere, e poi condussero la principessa da Attila per un secondo matrimonio politico. L’accampamento dell’unno doveva sorgere lì, vicino a Tokaj: fu lì che Attila trucidò i fratelli di lei, probabilmente col suo consenso.

“Alla fine però Hildiko vendicò i suoi fratelli, che pure le avevano portato via l’amato e l’oro, e la notte di nozze uccise il re. Poi diede fuoco alla sala. Si pensa che la regina, tuttora pazza d’amore per il suo volsungo, non sapesse più quello che faceva. Ma quando mai l’amore lo sa!”.

Mi fermo e lascio la parola ad Andrea: siamo solo all’inizio di un tuffo nella forza inestinguibile del mito, dove Lernet-Holenia è maestro, nella sua duplice veste di narratore noir e visionario, capace di scorrere fra reale e irreale, fra spazio e tempo, in una lucidità “galoppante” che tiene tutto.

P. F.

* * *

Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) esce nel ’42. Nell’edizione Adelphi del 2017 c’è una copertina dal disegno invitante, un pastello di primo Ottocento. Visto così può sembrare l’ennesimo libro di viaggi nel Regno delle Due Sicilie. E invece Holenia è scrittore di gialli metafisici, briosi, impavidi. La sua scrittura rapida, intelligentemente convoluta e terribile, si mostra a poco a poco, senza colpi di frusta.
Due Sicilie era il nome di un reggimento di ulani dell’esercito austro-ungarico. Il romanzo è ambientato nel 1925 quando questo corpo è ormai sciolto – solo sette membri ne restano in vita, più o meno giovani.

“Ciò che altrimenti si sarebbe deciso sui campi di battaglia, qui ha assunto la forma di una storia d’amore…”. L’unico che riesca a indagare è il poliziotto Gordon che però agisce nell’ombra e alla fine fa simpatia allo stesso Holenia: “egli sorrideva come d’abitudine. Sarebbe potuto essere un funzionario di polizia cinese”. Sembra di capire che il nostro nobile narratore austriaco cede alla moda poliziesca ma con lieve nonchalance, come fosse appunto una cineseria.

“La fanciulla cambiò da sé il nome in Luz presumibilmente per superstizione, giacché per quanto una fosse onesta non poteva mai sapere che altro ancora potesse capitare…”

Perciò l’austriaco può inventarsi di tutto, e perfino parlare del“profumo del pericolo” a proposito di una piccola storia messicana inserita nel finale. In fondo Holenia è animato da cognizioni un filo esoteriche che emergono bene quando fa leggere a un suo personaggio Pico della Mirandola per avviarsi poi in altri excursus. “Il mago crea un modello al destino, che il destino, assecondando una coazione irresistibile, si sente spinto a imitare una o più volte. Il mago, per dir così, inventa le mode del destino”.
È un romanzo da cui spariscono uno dopo l’altro i membri superstiti del reggimento Due Sicilie. Gli assassini sono diversi volta per volta ma tutti inseriti in un tempo che è circolare se non addirittura ciclico: a Holenia serve spingere su questo pedale per esplicitare la sua concezione della personalità che non è doppia o tripla ma nulla: Nei suoi esiti superiori viene meno la capacità d’esattezza, anzi di perfezione, della natura, sulle grandi distanze le irregolarità delle serie si compensano (…) In fondo vediamo molti – per così dire – conoscenti senza sapere chi sono, e dopo un po’ di tempo praticamente finiamo per aver visto quasi tutte le persone che vivono nella stessa città.”
Per questo nel presentare il libro al lettore italiano Sciascia invocava da buon critico i nomi di Borges, Pirandello e Stevenson. Borges: l’uno è l’altro. Pirandello: l’uno è nessuno e centomila. Stevenson: l’uno è dentro il nulla.

In Due Sicilie, come nella vita, compaiono figure immaginarie che diventano reali e ci sono figure reali che si dissolvono. Questo anima con la forza di una trazione retro motrice il romanzo di Holenia dove farete fatica a seguire i vari mascheramenti. Ma questo non importa, ci sarà da qualche parte un vostro sosia che farà considerazioni opposte alle vostre. “Le profezie non sono fatte per realizzarsi, perché non predicono il reale, ma il vero. Le nostre parole sono imprecise, e quando diciamo l’irreale, forse intendiamo invece il reale. Reale è solo ciò che sopravanza; e solo salvaguardato in spazi chiusi si compie, come una replica perenne, l’evento vero e proprio.”
Per lo stile siamo solo apparentemente vicini alla nenia romantica del gran Danubio blu. Come Roth, Holenia vi porta per mano ma alla fine non vi consegna nella nostalgia, vi porta a ballare con lui in pista un tango al sintetizzatore. “La tenuta di Gegendt si era fatta assai piccola e modesta, una delle più piccole, ma sopra la campagna di un tempo gravava un presente infinito, quasi Urban Ainether cavalcasse ancora e di nuovo nel sole, con i suoi occhi un poco arrossati e il suo pesantissimo vestito di velluto, in cui però egli si sentiva ben fresco, un fantasma nel sole, un fantasma meridiano, e vantasse ancora il diritto della prima notte, una notte chiara come il mezzogiorno estivo, e le contadine gli baciavano le mani, così come la ragazza di aspetto slovacco che stava sparecchiando la tavola aveva baciato la mano al capitano di cavalleria”.

Voleva solo, al pari dei bambini, imitare il rotolio del suono lontano”. Chissà se Holenia si era letto Pascoli. Forse avevano avuto enrambi la stessa sensazione, erano la stessa sensazione.

La trama si avvolge in un giallo. Questo dovette attirare l’ultimo Sciascia come le fantasie di Dürrenmatt e i romanzi brevi di Greene in finale di carriera. Ma il giallo, lo vediamo bene solo alla fine, era un pretesto.
Ho avuto la ventura di leggere in dattiloscritto la recensione di Sciascia a Due Sicilie che è del 1983, in occasione della prima traduzione italiana procurata dall’editore Serra e Riva. Devo ringraziare il nipote del Maestro, Vito Catalano, per aver potuto notare un lapsus volontario nella chiusura della recensione che altrimenti non si nota nell’edizione Adelphi dei saggi di Sciascia (2019).
Nel dattiloscritto si legge: “oscuro e angoscioso problema dell’identità”, poi cassato con riscrittura in interlinea “mistero dell’identità”. Come al solito il diavolo si nasconde nei dettagli e una volta che l’avete trovato avete anche in mano la chiave dell’enigma. Cosa farne, però, sta a voi decidere.

“Come curiosità è da notare che anche la Francia della Restaurazione aveva dedicato un reggimento al Re di Sicilia: ed è quello in cui viene arruolato il Lucien Leuwen di Stendhal. Ma si può andare al di là della curiosità: la nuda trama di questo incompiuto romanzo di Stendhal (variamente intitolato nelle postume edizioni: Rosso e bianco, Il cacciatore verde, Lucien Leuwen), piuttosto raffazzonata e da ‘feulleiton’, fa pensare alle trame dei romanzi di Lernet-Holenia: anch’esse da romanzo d’appendice e distratte, ma anch’esse calate dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza. Almeno così è nei quattro libri di Lernet-Holenia che conosciamo, e particolarmente in questo Le Due Sicilie: dozzinale trama poliziesca che muove una visione di quel mondo — e del mondo — sottile e struggente: oscuro e angoscioso mistero dell’identità (da richiamare, insieme, Stevenson, Pirandello e Borges) che trova però banale scioglimento poliziesco. E come il mistero dell’identità è — nonostante la banalità dello scioglimento, della finale spiegazione — al centro del romanzo di Lernet-Holenia, così il mistero del tempo intesse quello di Kusniewicz, Il Re delle Due Sicilie. E dall’uno e dall’altro tema ciascuno assume un che di labirintico, affascinante e insieme di vertiginoso. Ma sono due temi che defluiscono da quello comune (e non soltanto a questi due romanzi, ma a tutta la narrativa che approssimativamente possiamo denominare absburgica) della fine dell’impero. La fine dell’impero come fine dell’identità, come fine di un tempo umano appena scandito, appena governato dal potere (e cade in taglio di segnalare il libro di Sergio Romano ora pubblicato da Scheiwiller: La lingua e il tempo). Forse anche, per la metafora dell’ultima pagina di Kusniewicz, come fine della letteratura, una volta dilavatasi la memoria dell’impero. E, per l’onirica metafora raccontata da Lernet-Holenia, forse addirittura come fine del mondo”.

Andrea Bianchi

Serapius, Zurbarán

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze.

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

Venezia

Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.

https://www.adelphi.it/libro/9788845930218

Eakins

Thomas Eakins, John Biglin in a Single Scull, 1873-1874

«Al lirismo delle apparenze instabili e fluttuanti, l’americano Thomas Eakins (rientrato in patria dopo quattro anni di formazione a Parigi) contrapponeva sagome infallibili, realistiche e sgarbate, nella luce di un meriggio che l’inclinazione dei raggi solari consentiva di datare esattamente – mese, giorno, ora – nell’arco dell’anno 1872.
Perché sulla scienza (prospettica, matematica, geometrica, anatomica) Eakins fondava la sua conoscenza del mondo, forgiando un’identità nazionale libera, per la prima volta, dai modelli europei. Nascono allora le immagini votive di una mitologia americana ardita e senza padri: pugili e canottieri, ginnasti e giocatori di baseball, medici, fisici, inventori… schegge memorabili di quella versione pragmatica del sogno romantico di creatività che il Nuovo Mondo realizzava senza enfasi, nel quotidiano».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

San Serapio

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

«Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

Psyche-delic

«E, in questa sua indagine, ci porta in terre di confine in cui la scienza, e i suoi derivati tecno-farmaceutici, si trovano ad intersecare il misticismo e antichissime sapienze, rimandando, in modo più o meno consapevole, al rapporto tra l’ātman e il Brahman della tradizione hindu o al Noûs aristotelico e tutte le sue derivazioni averroistiche, secondo le quali vi sarebbe una mente unica, senza forma e senza soggetto, a cui le singole menti non farebbero che connettersi. È ancora a questa mente unica che Aldous Huxley si riferiva quando, parlando proprio delle sostanze psichedeliche, in Le porte della percezione, ipotizzava l’esistenza di un “Intelletto in Genere” più vasto di quello individuale. Si tratta, in fondo e di nuovo, tornando alle pagine di Pollan, della ricomparsa dell’antica necessità umana di oltrepassamento della sfera del quotidiano per accedere a una dimensione altra o, comunque, più vasta della realtà. Non solo della realtà esterna, che la fisica e la chimica contemporanee hanno già dilatato all’inverosimile, tanto verso l’infinitamente piccolo quanto in direzione dell’infinitamente grande, ma anche della realtà cosiddetta interiore, quella della mente e della coscienza. Gli psichedelici appaiono, oggi, alla scienza, come prima erano apparsi a molti sacerdoti e sciamani o, in tempi più recenti, a scrittori e visionari di un mondo alternativo, una possibile via d’accesso per questa espansione dei confini della mente. Gli psichedelici, non più come droghe ricreazionali, ma come potenti mezzi tecnici utili per dare avvio a nuove ricerche e scoperte, allo stesso modo in cui lo furono, per la chimica e la biologia, il microscopio e, per l’astronomia, il telescopio».

https://www.doppiozero.com/materiali/oltre-il-reale

Adelphi II

Milano. Via Brentano, la via delle edizioni Adelphi, molti tassisti non sanno dov’è. Meglio dirgli «una traversa di una traversa di corso Magenta», e farsi lasciare all’angolo. Poi la via fa un gomito, poi si gira ancora, con un movimento a chiocciola. Ci si sente isolati, protetti. «Non c’è protezione contro le chiacchiere» dice Luciano Foà, fondatore e presidente dell’Adelphi. «Ancora stamattina» fa il nome di un grande quotidiano, «parlano di crisi del libro, e sembra che le vendite si sian ridotte al venti percento. Si son ridotte del venti percento». Di crisi del libro si è parlato troppo? «A parlar tanto di certe cose non le si aggiusta, e può essere pericoloso. Già la gente ha meno soldi e compra meno libri. Poi senton dire tutti i momenti che nessuno va più in libreria: allora una frangia di pubblico si sente giustificata, quasi incoraggiata a non andarci proprio più del tutto». Un suo collega ha detto che dopo il ’68 i giovani leggevano molto; adesso han ricominciato a studiare e quindi leggono meno. «I giovani compravano molti libri di un certo tipo: politica, sociologia, marxismo. Avevano soldi da spendere. Adesso a queste cose non credono più e cercano altri libri. Riscoprono la letteratura, la religione, altre filosofie. Questo non riguarda solo l’Italia: in gran parte dell’Occidente i giovani si trovano di fronte un mondo al quale non credono più, hanno sempre meno fiducia nella civiltà tecnologica, e cercano libri che parlino di altri tipi di civiltà, di altri modelli. L’Oriente, l’India, Alce Nero…». Sono proprio i giovani che comprano questi vostri libri? «Risulta dalle librerie che fanno le maggiori vendite: per esempio le librerie Feltrinelli, in tutte le città tranne Milano. Sono librerie con un pubblico molto giovane». I prezzi di copertina, perché sono cresciuti? «Per due ragioni. Primo, per l’inflazione. Secondo, perché certi editori, dovendo mettersi a fare i conti con uno scrupolo che prima non avevano, si sono accorti che già prima i prezzi erano inadeguati, non coprivano il costo del denaro. L’editoria italiana è mediamente sottocapitalizzata, vive di prestiti bancari». E il costo del lavoro? «Si parla di una certa casa editrice che è in crisi. Si viene a sapere che aveva un fatturato doppio del nostro. Ma noi siamo tredici persone, e loro non erano ventisei, erano settantacinque». Certi giornali han dato la colpa della crisi editoriale a un demone meschino chiamato riflusso: Lei invece è d’accordo con chi ha tracciato diagnosi prevalentemente economiche. «In un paese che non va bene non si vede perché dovrebbero andar bene proprio i libri. Ma quando molte cose vanno storte si genera anche uno stato di incertezza, nel paese: quanta gente prende la macchina e va a fare un giro perché è l’ultima cosa che gli resta». Questo stato di incertezza, nel mercato librario, dove si vede? «Si vede in quel tipo di editoria che fa libri fungibili, dove un libro può sostituire l’altro per un pubblico indifferenziato, senza faccia, che vien fuori dalle indagini di mercato. L’editoria “in grande” pubblica certi libri non perché piacciono a chi li sceglie, ma perché si crede che piaceranno al pubblico senza faccia». Allora per l’Adelphi le cose vanno bene? «Bene no. Anche noi risentiamo della crisi. Ma non vogliamo unirci al coro dei piagnistei».

Giampaolo Dossena, Tuttolibri della Stampa, 18 luglio 1981

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980

Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354