L’asino


Un’allegra canzone d’addio.
E può darsi siano gli atti di coraggio
A dirci addio, senza rancore né amarezza,
In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi.
Sono le piccole sfide inutili – o che
Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì
Che credessimo inutili – A salutarci,
A farci segnali enigmatici con le mani,
A notte fonda, su un lato della strada,
Come nostri figli amati e abbandonati,
Cresciuti soli in questi deserti calcarei,
Come lo splendore che un giorno ci attraversò
E che avevamo scordato

*

L’asino, da Los perros románticos, Zarautz, 1993

En la sala de lecturas

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados
En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo
Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina
Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio
Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura
Talvolta gli occhi verdi
E 26 anni
Un servitore

*

Roberto Bolaño, da Siete Poemas Breves
Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981.

Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto

La chambre aux tableaux


Joë chiede sempre i dipinti a René; apre quaderni e rimane in attesa, mentre osserva i Magritte nella sua stanza, che le peregrinazioni del sonnambulo prendano il sentiero della scrittura. Magritte è sempre lì con lui, le sue tele dentro la chambre lo fanno vivere in sua assenza, mentre Bousquet scrive di non essere più lo stesso dopo aver visto la vera relazione tra luce e buio, tra sole e notte. Amputato dalla realtà, come definisce se stesso in una missiva a Magritte, il poeta scopre cosa si annida all’origine della coscienza: non un pensiero, ma il cuore che è così assoluto – scrive – che dev’essere per questo che l’uomo ricorre a Dio per spiegarlo. Sostiene, meditando i capisaldi del surrealismo, che l’uomo libero è soltanto colui che si innalza al di sopra delle macerie, mentre afferma tutto ciò che non vuole essere. Si staglia, evidentemente con fierezza, oltre le formule collettive di salvezza e l’unica cosa che sa, quella che fa davvero la differenza, sembra poco più di una formula matematica dell’essenziale: «l’uomo è tutto ciò che non è, meno quel poco che è».

darker shadow

Edward Hopper, Study for Morning Sun, chalk and graphite pencil on paper, 1952.

Notes:

– (rear)
gray green
darker shadow
dark against wall
yellowish warm greenish
reflected light
blue finish shadow
dark shadow

– (front)
warm shadows in ear
warmer
legs cooler than arms
light against wallshadow
cooler green
brownish warm against cool
dark
cool half tone
warmer
pink toes
cool blue-gray shadows
cool reflections from sheat

al-Hol

Walking through al-Hol camp, Syria, January 2020. Reuters/Goran Tomasevic


«Le donne sono spesso più fanatiche degli uomini. Si coprono il viso per sottolineare che il loro credo nella jihad non è morto», accusano le sentinelle curde del campo. Così è naturale domandarsi: ma con madri tanto radicali, con i padri morti in guerra, come faranno i figli a disintossicarsi? Perché, nonostante l’apparente tranquillità dei giochi, nonostante le tragedie di cui sono stati vittime o testimoni, non va dimenticato che Isis li aveva indottrinati, addestrati, abituati alla morte, a odiare e decapitare i «traditori» e i non musulmani, a uccidere i prigionieri con un colpo di pistola alla testa, a offrirsi per gli attentati suicidi. E loro hanno sempre risposto sì.
«Cos’è un bambino di Isis, solo un bambino, oppure una bomba ad orologeria?», titolava il «New York Times» qualche tempo fa. Saranno la prossima generazione di terroristi? Tra i quasi 80 mila prigionieri dei curdi ad Al Hol, oltre 29 mila sono bambini (spesso orfani di entrambi i genitori), di questi 20 mila iracheni e gli altri figli di combattenti stranieri arrivati da una cinquantina di Paesi — in maggioranza russi, francesi, tedeschi, tunisini, algerini, belgi, australiani, sauditi, libici, marocchini. Per tre o quattro anni e anche più sono stati immersi nell’ideologia del Califfato, nelle sue scuole hanno incarnato l’idealtipo degli «uomini nuovi» pensati da Abu Bakr al Baghdadi, programmati per diventare i jihadisti del futuro. C’è chi li ha paragonati alla Hitlerjugend rivista e adattata in versione islamica.
«Non c’è dubbio che siano pericolosi. A loro è stata inculcata un’educazione alla morte fondata in molti casi sulla cancellazione degli affetti e di legami familiari da cui è impossibile tornare indietro, se non con un lungo e delicato processo di intervento psicologico», spiega a «la Lettura» Bruno Maida, docente all’università di Torino specializzato sui temi relativi ai bambini in zone di conflitto e autore di un libro fondamentale come L’infanzia nelle guerre del Novecento ( Einaudi, 2017).
Pensiamo per esempio ai bambini yazidi, la minoranza orribilmente perseguitata da Isis in Iraq, dove gli adulti maschi sono stati metodicamente massacrati nel 2014 e le donne spesso catturate per farne schiave sessuali. Sradicati dai loro affetti familiari, questi ragazzini sono stati «rieducati» in batteria per diventare milizie d’assalto del Califfato. I militari curdi durante gli assedi di Raqqa e Mosul tra la primavera 2016 e l’autunno 2017 temevano i bambini. «Sono bombe umane efficacissime, veloci e obbedienti ai capi», dicevano per giustificare l’ordine impartito ai cecchini di prenderli di mira. Sono quasi le stesse parole utilizzate da un ufficiale ribelle congolese, che nel 1999 denunciava la sorprendente capacità militare dei bambini: «Obbediscono agli ordini meglio e con più fanatismo degli adulti; non hanno mogli e figli da cui tornare; non conoscono la paura».
Si spiega così la politica dell’isolamento. Tanti parlano di loro, ma in verità nessuno o pochi sono pronti a rimpatriarli. Le cronache delle ultime settimane registrano alcune decine di rientri di «orfani di Isis» in Russia (Mosca ne ha accolti un centinaio a fine febbraio), si contano sulle dita di una mano quelli tornati in Belgio, Germania e Francia. Parigi lascia che i jihadisti più pericolosi, pur con passaporto francese, siano estradati in Iraq, quindi processati secondo le durissime leggi antiterrorismo e impiccati a Bagdad. A Bruxelles ci sono alcune coppie di nonni che sarebbero pronte a riprendersi i nipoti rimasti orfani, ma il governo si oppone. Lo stesso avviene in Australia, dove i tre figli superstiti (erano sei) del famoso jihadista ricercato prima di rimanere ucciso di recente, Khaled Sharruf, e della moglie Karen Nettleton, deceduta d’appendicite a Raqqa nel 2015, sarebbero accolti dalla nonna. Ma le autorità negano i visti. Le foto di Sharruf con i figli che mostrano fieri i loro kalashnikov e un paio di teste mozzate restano motivo d’apprensione. Una delle figlie ancora vive si chiama Zeynab, è incinta dopo che a 13 anni era stata data in sposa a un combattente amico del padre (a sua volta morto in battaglia) e da cui ha già avuto due figli. La Gran Bretagna ha ritirato la nazionalità di circa 150 figli di noti jihadisti inglesi volontari con Isis, rendendoli apolidi.
Bruno Maida coglie nel fenomeno dei bambini-soldato una delle specificità più deleterie dei conflitti dalla seconda metà del Novecento a oggi. Con una precisazione importante: «Le dittature moderne hanno sempre visto nell’educazione alla guerra delle nuove generazioni un ottimo sistema per costruire non solo il loro “uomo nuovo”, ma anche per porre le basi della loro utopica società totalitaria. Nonostante la retorica buonista contemporanea della supposta innocenza dell’infanzia, i bambini sono una costante inevitabile della guerra, non come vittime, ma come attori coinvolti». Valeva per i balilla di Mussolini, come per i pionieri di Stalin e ancora di più per le organizzazioni giovanili naziste. In quei casi però, sebbene si glorificasse il mito degli eroi caduti, il massacro metodico dei bambini costituiva un’aporia impossibile. Aggiunge Maida: «Se i bambini educati dal regime rappresentavano il futuro, come si poteva mandarli a morire? Sarebbe equivalso a un auto-annientamento. In effetti, le dittature della prima metà del XX secolo cercarono sempre di preservare i loro piccoli “uomini nuovi” e i tedeschi sacrificarono la Hitlerjugend solo quando il regime era ormai al collasso».

Lorenzo Cremonesi, la Lettura #397, pp. 50-51

https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190707/282235192218956

40. Vite che non hanno bisogno di biografie

Sull’inserto D Repubblica troviamo una bella intervista alla drammaturga francese Yasmina Reza. Scrittrice e donna di classe, che consegna un testo e lo lascia lì. Se è buono, il mercato lo assorbe, la gente se lo gode. Magari, tra una decina anni arriverà in cattedra un “professore” non cresciuto che vuole riproporre questa autrice letta da giovane: e si inventerà un discorso sull’argomento, una metaletteratura (che non era nei desideri dell’autrice).
Magari, ma non è detto. Ma il carattere di questa donna è limpido. Come la sua pagina. Per questo non tollera domande come “quanto c’è di autobiografico nel tuo ultimo libro?”. Perché? ma ancora ce lo chiediamo – ancora servono risposte. Se è vero che si va in cerca di risposte a un livello di lettura emotiva (la stendhaliana lettura senza matita, senza note filosofiche che poi consegnano il libro all’oblio perché non lo si riaprirà più…), allora la domanda sulla dose di autobiografia è davvero importante. Diciamo che se a un estremo si colloca l’autore che si cela dentro le sue opere, dall’altra ci sono i grandi esibizionisti che mettono molto, quasi tutto in mostra (perché non inserire in questo gruppo Il desiderio di essere come tutti?).
Calvino, ad esempio, si metteva nel primo gruppo: per lui di un autore contano solo le opere (quando contano). Perciò informazioni o non ne do, o ne do false. Impostazione veterocrociana, detto in estrema e laconica sintesi. La Reza, invece, fa come Pirandello, come Gadda – si mette un po’ di lato. A noi tirare le conseguenze.
Tutto questo (che espressione importante!) mi veniva in mente a proposito di due libri che non sono biografie, ma traggono le mosse da questo genere di rappresentazione. Il primo testo è Lo scheletro nell’armadio di Somerset Maugham, che nell’Inghilterra di inizio anni Trenta si divertiva a mettere alla berlina la cultura stantia di alcuni (la Woolf) e la debolezza passatista di altri (Lytton Strachey, oggi poco noto ma affermato biografo di quegli anni: una specie di Zweig in sordina).
Ho ritagliato un brano che mi ha messo sul chi va là, dove Maugham fa una dichiarazione su cosa significa addentrarsi nelle vite altrui solo con la penna (e con un po’ di ingegno)…

— È molto difficile, essere un gentiluomo e uno scrittore.
— Non vedo perché. E poi, sai come sono i critici. Se dici la verità ti danno del cinico, e a uno scrittore non giova aver fama di cinismo. Certo, non nego che se mettessi da parte gli scrupoli potrei far colpo. Sarebbe divertente, mostrare l’uomo con la sua passione per la bellezza e la noncuranza dei propri obblighi, col suo stile raffinato e l’odio per l’acqua e sapone, il suo idealismo e le bevute in pub più o meno malfamati; ma, siamo sinceri, mi converrebbe? Direbbero solo che imito Lytton Strachey. No, credo sia molto meglio un tono allusivo, accattivante, acuto con giudizio, sai di che parlo, e affettuoso…

… i due sono in difficoltà perché stanno preparando la biografia di uno scrittore appena scomparso: e ci sarebbero dettagli privati, che non sanno come presentare al lettore inglese (notoriamente cultore di gossip, anche e soprattutto quando è colto: motivo per cui Nabokov giunge come un maglio sul genere biografico inglese con la Vera vita di Sebastian Knight: o meglio, svuota dall’interno questa pratica di scrittura…). Maugham ha uno stile molto semplice in confronto all’altro biografo su cui volevo intrattenervi, Metter.

Questo russo ha avuto qualche gloria anche in Italia quando fu tradotto da Einaudi Il quinto angolo nel 1992: titolo che sta come metafora della violenza esercitata dagli uomini su gli altri uomini. Aggiungeremo che nella sua polemica contro le “degenerazioni” staliniane dal leninismo (presentato comunque come puro – ecco perché piacque sia a ortodossi lukacsiani come Cases sia a fantasisti in panciolle come Fortini) non vi è nulla del risentimento di un Grossman, nulla di artefatto. Metter, professore di scienze nelle scuole, non ha rinnegato la sua militanza: anche per questo a Torino nessuno pensa a ripubblicarlo in veste scintillante tra altri bei testi del Novecento, come quelli del turco Tanpınar e dell’argentino (di origini calabresi) Sabato. Bellissimi autori, questi due, di quella letteratura che è discorso dell’uomo sull’uomo – pur non essendo biografia – e che Einaudi recupera perché prediletto da Pamuk (il primo) e perché vecchio residente in feudi marxisti (il secondo). Ne diremo, ne diremo…
Per tornare a Metter, e finirla: ecco due perle che girano (parziali) sui gruppi di recensione on-line. Sono state scelte da lettori di generazioni precedenti alla mia, sono piaciute anche a me: insomma Calvino un po’ di torto lo aveva anche lui nel dire che le generazioni sono fatte per non capirsi.
Metter cerca in questi passaggi di rivedersi da ragazzo, quando cercava lavoro e aveva una donna al suo fianco…

La cosa più difficile, ricordando la gioventù, è pulirsi i piedi sulla sua soglia, entrarvi spogliati dell’esperienza odierna e dei pensieri attuali.
Quando, sforzandomi, faccio su me stesso questa violenza inumana, allora davanti ai miei occhi si apre un mondo in cui manca la legge di gravità. A quel ragazzo affamato, l’infallibilità dei suoi giudizi apriva davanti un sentiero, liscio come una pista da decollo.
Non so in che misura quel giovane fosse tipico del suo tempo. Sì, ed è così importante saperlo?
Che cosa pensavo in quegli anni? Di cosa vivevo?
Di complicità con tutto ciò che avveniva nel mondo. Per la mia giovinezza le distanze non esistevano. Tutto quello che mi stava a cuore avveniva accanto a me…

… e cerca di vedere in cosa consiste quel sottile legame che si chiama complicità: fatta di sguardi, rapide intese e silenzi (e ci piace consigliare sul “tema” la novella Pioggia di Maugham, nel libretto sui Racconti del mare del sud, titolo un filo troppo pavesiano col quale Einaudi ha presentato le cose migliori di Maugham, in cui il suo cinismo si riassorbe nel giro di frasi, insomma non è gratuito e artificioso). E leggiamole, le parole sacrosante di Metter:

Risalendo all’indietro, in profondità, ciascuno di noi si ferma in un punto oltre il quale non gli è più possibile andare; per i giovani è più facile – vanno leggeri, non gravati da un vincolo di complicità. Parlo di complicità non criminale. Il livello molecolare di analisi mi permette di considerare la complicità anche solo nei pensieri. “Questo è avvenuto in mia presenza, e io ero d’accordo”, ecco quello che intendo. Ecco il punto in prossimità del quale il passo rallenta, quando vaghiamo a ritroso nella nostra stessa vita. In prossimità di quel punto ci mettiamo in posizione difensiva circolare e spariamo fino alla penultima pallottola, perché l’ultima la teniamo per noi.
Per me questo punto è la rivoluzione, Lenin e l’inizio degli anni Venti.
E maggiore è l’ira con cui sparo da quell’altezza, più enigmatico è per me ciò che avvenne in seguito…

Insomma, non si va leggeri con questi autori. Forse sono snobbati oggi perché la loro scrittura è considerata troppo impulsiva, poco elaborata. Ma è chiaro che altri letterati (un po’ artisti) come Tanpınar, Pamuk, Sabato (e Saramago, perché no?) sono scrittori che parlano al cuore e parlano difficile: con lunghi giri di periodi a salite e discese, dai contenuti poco intensi, falsi (forse),  iperfantasiosi… insomma li si può bollare in molti modi. Ma la definizione di un luogo, di uno stato d’animo, la danno loro: quartieri argentini sovraffollati o paesaggi sul Bosforo. Dove sembra di essere anche noi lì. Specie d’estate…
Le inquietudini “esistenziali” le lasciamo agli sproloqui di un Neruda, di un Garcia Lorca… e del loro emulo turco Nazim Hikmet (copia del primo per approssimazione verbale e del secondo per identità sessuale posticcia). Chi era costui? E chi lo sa, provate a farvelo dire da qualche turco, se ha il piacere e l’estro di varcare i confini… Però una cosa è nota: il romanzo di Metter ha a che vedere con un mondo percorso e spezzato da muri, e oggi quei popoli sono (bene) insediati anche da noi. Al netto, hanno perso però le loro usanze, hanno lasciato indietro qualcosa e ora si devono ridefinire. Ragazze ventenni del lontano Est europeo che sono tradite dal loro compagno, e non saranno nonne a quarant’anni, subiscono uno shock culturale (per usare un eufemismo) che nessuno vuole valutare, ora. Forse nessuno è nemmeno in grado di farlo, forse ci fa comodo dire che non c’è alcun problema.
In questo panorama non serve a molto dire (Canfora) che il papa polacco pregherà per la salvezza ultraterrena di queste ragazze avendo tirato giù lui il muro. Forse è meglio e più pacifico aprire un libro, sentire cosa racconta una donna…

Andrea Bianchi

Ouistreham

FIN DOVE È LECITO MENTIRE PER DIFENDERE UNA GIUSTA CAUSA?
CARRÈRE, BINOCHE E IL DILEMMA ETICO DI “TRA DUE MONDI”

Michele Anselmi per Cinemonitor

Purtroppo “Tra due mondi” è un titolo che svela troppo rispetto all’originale, più laconico, “Ouistreham”. Che è, per chi non sapesse, un piccolo Comune della Normandia, meno di diecimila abitanti, di fatto il porto della più grande e vicina Caen. Da lì partono i traghetti per la Gran Bretagna, molto frequenti, al punto che le donne delle pulizie hanno a disposizione in media solo un’ora per rifare 230 camere, al ritmo di quattro minuti l’una.
Acquistato meritoriamente da Teodora Film che lo distribuisce da giovedì 7 aprile, “Tra due mondi” porta la firma dello scrittore Emmanuel Carrère, classe 1957, alla sua terza regia cinematografica. L’autore francese di romanzi come “La settimana bianca” e saggi come “Il Regno” è stato appena nominato “scrittore del decennio” da “La Lettura”, inserto culturale del “Corriere della Sera”, davanti a colleghi come Michel Houellebecq, Claudio Magrias e Jonathan Franzen. Non saprei dire se la scelta sia giusta, ma so che il film in questione, ispirato a un romanzo-reportage di Florence Aubenas edito in Italia da Piemme col titolo “La scatola rossa”, è di quelli che non lasciano indifferenti: per lo stile ruvido adottato, il dilemma morale agitato, la prova degli interpreti, quasi tutti non professionisti, con l’eccezione di Juliette Binoche, pure coproduttrice e animatrice del progetto.
Il gran quesito posto dal film mi pare il seguente: “Fin dove è lecito mentire per denunciare un’ingiustizia?”. Ah, saperlo. A differenza di “Full Time”, altro film francese recente su una donna sotto pressione, anche lì una donna delle pulizie, “Tra due mondi” custodisce infatti una sottostoria da non rivelare qui, perché significherebbe rovinare una sorpresa che dà forza drammaturgica al tutto (purtroppo anche il trailer dice troppo).
Juliette Binoche è Marianne, una donna cinquantenne ancora piacente ma un po’ sfiorita che si trasferisce a Caen dopo il divorzio. Ha pochi soldi, nessun amico da quelle parti, non lavora da vent’anni e indossa sempre gli stessi abiti. All’ufficio di collocamento le trovano un’occupazione come “addetta ai servizi”, cioè come donna delle pulizie, a 7.96 euro l’ora. Marianne accetta, pur sapendo che l’aspetta un lavoro del cavolo, senza diritti e senza orari, esposto alle bizze dei “caporali”, un po’ come succede alla giovane mamma in fuga della serie tv “Maid”. Tuttavia la vita nella fredda Caen custodisce anche qualche novità per la straniera: la corte buffa di un disoccupato fissato con la pizza, l’amicizia inattesa con una madre indomita e squattrinata, una scalcinata Bx Citroën in regalo, le serate tra bowling e birra, l’idea di una piccola comunità coesa, di amiche che condividono la stessa fatica nel tirare avanti rifacendo le camere sul traghetto che parte da Ouistreham…
Magari avrete capito o forse no. Marianne scappa da un passato triste, indefinito, rassegnato, vuole essere “nessuno”, anzi una “invisibile”, e sta qui la chiave del film, appunto in bilico tra sincerità e finzione, tra giusta causa e tradimento.
Juliette Binoche attraversa “Tra due mondi” con dimesso realismo, lasciando da parte lo status di star, per certi versi recitando due volte, bene incarnando il dilemma etico di cui sopra; ma non sono da meno le altre interpreti, perlopiù non professioniste, a partire dalla coprotagonista Hélène Lambert nei panni di Christèle. Ho letto che saremmo, per un certo clima della messa in scena, tra Ken Loach e Stéphane Brizé. Secondo me non è così: Carrère sembra infatti parlare ancora una volta di sé, appunto del rischioso muoversi tra due mondi destinati solo a lambirsi, portando sullo schermo il libro di Florence Aubenas, e forse sta qui la vera differenza con altri film di forte impronta sociale sul tema del lavoro.