Bambini, Fiera

BAMBINI, FIERA, BOLOGNA: UN LIBRO BELLISSIMO

Matteo Marchesini per Il Foglio

Specie dopo una certa età, a chi deve seguire per mestiere le cronache letterarie capita spesso di cercare scampo dalla loro petulanza in libri che stanno ai confini dell’autonominatasi “letteratura”. Si cercano allora testi o molto “soggettivi” o molto “oggettivi”: da una parte i diari; dall’altra i cataloghi, gli atlanti o le antologie in cui si ritrova un pezzo di storia conosciuta solo in piccola parte, e che si sfogliano col gusto col quale i bambini si fanno raccontare più volte la stessa fiaba. Purtroppo i prodotti ben fatti sono pochi. Chi sa più scrivere una buona voce enciclopedica? Chi sa riassumere un fenomeno culturale in poche righe? Per farlo bisogna che in quelle righe filtrino una perfetta padronanza della materia e una seppure inappariscente originalità di sguardo. Tutte doti rare, che un’editoria alla deriva non apprezza e non può pagare con decenza. Per questo opere del genere nascono ormai soprattutto da un atto d’amore gratuito. È il caso di “Storie di illustrastorie. Trentasei ritratti inediti di grandi autori e illustratori per l’infanzia” (Pitagora), firmato da Francesca Tancini e da Ericavale Morello, che sono talmente discrete da nascondere il loro nome sotto la bellissima sovracoperta. Anche la letteratura di cui qui si parla è nata spesso al di fuori di quello che i suoi autori ritenevano il loro lavoro “vero”. Non di rado, si diventa illustratori o scrittori per bambini preterintenzionalmente; e anche da questa circostanza deriva la felicità imprevista di certe invenzioni. Per caso e controvoglia fu partorito Pinocchio; e per uno scherzo della sorte il nome di John Tenniel, gran vignettista satirico vittoriano a cui i piccoli “nemmeno piacciono granché”, resta legato alle illustrazioni dell’“Alice” di Carroll, che lo fecero quasi impazzire. Gustave Doré, che voleva essere pittore, è entrato invece nelle case popolari con la prosaica linea delle tavole in cui ha illustrato Rabelais e Dante. Ma una cosa è mettersi al servizio di un classico, un’altra poter rielaborare l’arte cosiddetta maggiore dentro quegli albi che mescolano in una poesia allo stato nascente le tracce di ciò che la civiltà ha liquidato e le tracce di ciò che ancora non ha canonizzato, restituendo la corroborante sensazione che tutte le strade espressive siano percorribili. È in particolare questo il mondo descritto nelle “Storie”. La Morello lo rende con disegni che mimano meravigliosamente l’incertezza tra ritratto e caricatura, e diluiscono il loro realismo pastoso in una danza di linee fantastiche. Quanto ai capitoli della Tancini, in tempi in cui si aspira ovunque a romanzare le vite dei personaggi celebri, ci dimostrano come sia molto più difficile e creativo questo lavoro di sintesi saggistica, dove s’intrecciano con mirabile equilibrio la biografia e l’ekphrasis, lo sguardo ravvicinato della conoscitrice e i campi lunghi della storia sociale, specie femminile. Qui una cultura vasta e di prima mano è proposta con affabile chiarezza, e il taglio del racconto viene variato a ogni ritratto per cogliere meglio l’ambiente e l’etimo del singolo artista. Perché queste “Storie” appartengono a tempi e spazi assai diversi: si va dall’Inghilterra settecentesca in cui John Newbery inventa il libro per bambini associandogli già i gadget (“una palla per i maschi, un puntaspilli per le femmine”) all’Italia del boom nella quale escono i silent books di Iela ed Enzo Mari, dai Moomin scandinavi di Tove Jansson (il primo “ha le fattezze di Immanuel Kant”) alle marionette del ceco Jiří Trnka, “Disney d’Oriente” che fa passare la sua grazia violenta per la cruna della censura comunista. Ci sono poi, naturalmente, i miti dei bimbi tardonovecenteschi che oggi si avviano verso la mezza età: il macabro, avventuroso, liberatorio Dahl; Dick Bruna con la sua coniglietta astratta da De Stijl; Sendak, che ha portato a New York gli incubi europei del ‘900; e infine il più famoso di tutti, Richard Scarry, che con la sua “capacità di trasformare in umano qualsiasi animale” mette in scena una quotidianità dove “il supervillain non ruba altro che banane e orologi”, e “si va all’ospedale solo per curare le tonsille”. Quello che in un romanzo sarebbe un mondo filisteo, l’inno a un passato idealizzato, in Scarry sembra l’utopia di una vita a misura di tutti gli esseri viventi, un eden biblico travestito da cittadina di provincia. Niente oggi ci sembra più lontano di questo sogno umanistico, che forse la Tancini, come me, ha visto concretizzarsi almeno un po’ nella Bologna ancora socialdemocratica della nostra infanzia – una cittadina in cui, mentre diventava sempre più difficile immaginare palingenesi politiche, le speranze di cambiamento iniziavano a proiettarsi proprio sulle fiere dei libri per bambini.

Editoria maschilista


Secondo impiego?

«In un istituto di statistica. Non pagavano e me ne andai. Mi ritrovai a Vogue a fare le didascalie. Erano i tempi dei sarti non degli stilisti, la Biki, la Marucelli… La haute couture italiana. Ma la moda non mi interessava, gli abiti li compravo alla Rinascente. Appena sposata sono partita per l’America, alla Columbia University. A New York ho scoperto dei libri per bambini bellissimi. Mai visti in Italia».

E ha deciso che li avrebbe fatti anche lei.

«Nel ’63 inventai la Emme Edizioni. L’idea era di ribaltare il concetto di libro per l’infanzia affidando le illustrazioni a grandi disegnatori. Da Leo Lionni a Tomi Ungerer, da Mordillo a Munari, da Enzo Mari a Lele Luzzati».

Libri raffinati, piacevano più ai genitori.

«Certo, per i bambini abituati a immagini stereotipate e zuccherose, la novità fu grande. Ma i piccoli sono pronti a assorbire le novità molto in fretta».

Prima donna editrice.

«Mi presero per pazza. Anzi, per la ricca signora che per hobby si inventa un lavoro. Il mondo editoriale era maschilista, le donne guardate con sospetto o peggio. Bompiani faceva avances, Mondadori ti guardava dall’alto in basso. Una volta mi ha bacchettata: ti diverti sempre a fare i tuoi libretti? A sostenermi sono stati in pochi: Giovanni Enriques, Feltrinelli. E mio marito, sempre dalla mia parte».

https://www.corriere.it/cronache/19_agosto_17/rosellina-archinto-l-editoria-era-machista-mondadori-mi-diceva-ti-diverti-fare-libretti-ac4190ac-c11e-11e9-a944-b7ca57037a99.shtml

bestseller

(foto di Leonardo Cendamo)

Come si concluse il suo rapporto con Alberto Mondadori?

«Con qualche tristezza. Dopo il mancato accordo con Caracciolo, lui mi scrisse una lettera bellissima nella quale mi ringraziava. Poche righe. Era stanco, poverino. A quel punto eravamo nel 1971, l’anno in cui mi presentai a un concorso per la libera docenza, insieme a Fortini. La vinsi e, purtroppo, accettai una cattedra a Macerata, ma nello stesso anno mi fu proposto un incarico dal Politecnico di Zurigo. Di lì a poco, Soldati mi disse che dovevo assolutamente collaborare con lui a una serie di trasmissioni televisive che stava facendo e che lo stavano riempiendo di quattrini. Io mi ritrovai a passare un anno così concepito: tre giorni alla settimana ero a Macerata, due giorni a Zurigo e intanto dovevo andare, come feci, a Tokio, o ad Addis Abeba per incontrare Ailè Selassiè, per esempio, insieme a Soldati. A primavera ero esausto. Ma, come sempre avviene nella vita, all’improvviso successe qualcosa di nuovo che, tac, ne cambiò il corso. Con mia grande sorpresa, mi telefonò e mi scrisse Sergio Polillo, amministratore delegato della Mondadori. Napoletano, di lì a poco diventò mio grande amico. Era la fine del ’72. Mi chiese di incontrarci per recuperare il rapporto con la casa editrice. Mi chiese di tornare a fare il lavoro che facevo prima a Roma. Mi dimisi dall’università e accettai. Ripresi le mie traduzioni da Molière. E la mia prima uscita in casa editrice fu un macroscopico successo. Mi capitò fra le mani un libro in inglese, io lo lessi e pensai che tradotto in italiano poteva diventare un best seller di quelli rari. Però pensai anche che se lo avessi proposto alla Mondadori attraverso i canali ordinari mi sarei ritrovato in mezzo a interminabili discussioni, con molte incognite. Presi coraggio e decisi di seguire un canale privilegiato e rischiosissimo: telefonai direttamente a Polillo. Gli dissi che la prima volta che fosse venuto a Roma gli avrei parlato di un libro. Di lì a poco comparve e io gli proposi di leggere il dattiloscritto inglese che poteva essere tradotto in italiano dalla stessa persona che lo aveva scritto. Se gli fosse piaciuto, avrebbe dovuto preparare un contratto a scatola chiusa, relativo alla traduzione ancora da fare. Accettò, lesse il dattiloscritto e mi telefonò dicendo: “Affare fatto”. Dopo pochi giorni tornò a Roma e firmò con Susanna Agnelli il contratto di Vestivamo alla marinara, che Susanna tradusse dall’inglese all’italiano. Seicentomila copie, subito. Me la fecero pagare carissima».

I funzionari della Mondadori?

«Carissima, carissima. Polillo se ne fregò, ma al ricevimento in casa Formenton in onore di Susanna Agnelli per la presentazione del libro, io fui l’unico a non essere invitato».

Intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Elsa

«Nello stesso periodo, successe un’altra cosa stupida e insieme inaudita. Io ho ancora un lunghissimo carteggio fra Sereni, Polillo, Formenton, che tratta dell’affare Morante. Elsa, assediata da tutti gli editori italiani, mi disse che avrebbe voluto dare il suo nuovo romanzo alla Mondadori».

— Andiamo verso il 1974, quindi si trattava de La Storia…
«La Storia. Le ragioni che lei adduceva erano due: Mondadori era il solo editore che avesse degli economici che funzionassero e lei voleva una edizione popolare per il suo romanzo popolare. La seconda era che lei ricordava Alberto Mondadori come un signore generosissimo che le aveva fatto molta simpatia. Non sapeva niente delle faccende del Saggiatore. Scrissi lettere a non finire. Nessuno rispose, nessuno, fra Formenton, Polillo, Sereni, prese il treno per andare a Roma a parlare con la Morante. Alla fine capii una cosa molto semplice: spesso crediamo che le ragioni di certi avvenimenti siano in qualche modo elevate, soggette a essere penetrate culturalmente e razionalmente, studiate e argomentate. No. Le ragioni per cui avvengono le cose sono frescacce. Sono le più stupide.
La verità è che in Mondadori volevano scrittori che costituissero una società solidale e formassero un gruppo. Figurarsi Elsa! Elsa Morante era un individuo solitario che non sarebbe mai appartenuta al sistema editoriale vigente in quella casa editrice. Vuole sapere qual era lo scrittore ideale per la Mondadori? Sono stati due: Piero Chiara e Guido Piovene. Erano perfetti: Guido Piovene, con la sua brava moglie, e Piero Chiara, con le sue storielle, con cui divertiva ora quello ora quell’altro. Loro avevano bisogno di autori solidali, complici se posso usare una parola cattiva, ma soprattutto solidali. Elsa Morante, con il suo carattere imperioso, con la sua solitudine eccentrica, il profilarsi di un altro scontro Roma contro Milano… Tutte frescacce. Persero La Storia, senza aver nemmeno letto il romanzo. E pensare che Livio Garzanti non faceva altro che stazionare in permanenza davanti alla casa di Elsa per averlo».

Intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

i Gettoni


— Vigeva ancora il modello dei “Gettoni” di Vittorini?
«No, perché i “Gettoni” di Vittorini trescavano con il neorealismo, e quella storia ormai era passata. Anzi, era una prospettiva letteraria da rigettare. Alberto Mondadori e Sereni avevano il problema di costruire una collana di narratori giovani che tenesse conto delle esigenze che si erano manifestate nei primi anni Sessanta: la necessità di rompere con la tradizione del tipico narratore mondadoriano, come Piovene, Buzzati, Alba De Cespedes, scrittori collaudati i cui romanzi, tuttavia, ormai erano vecchiotti e loro mostravano la corda. Si rivolsero in un primo tempo a Gallo e poi a me. Gallo portò scrittori come Silvio D’Arzo, Anna Banti, Mario Soldati. Ma non bastava. In realtà molti nuovi narratori erano attirati dalle sirene Einaudi e Garzanti. Come Cassola, Bassani, Fenoglio, Pasolini, Parise. Allora pensarono a una collana dirompente che desse spazio a quei quarantenni che non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi. Per questo mi chiamarono. Ma, intendiamoci, alla Mondadori regnava l’ambiguità e un certo compromesso».

— È comprensibile, anche perché le ragioni di una certa letteratura sperimentale non si sposavano esattamente con le ragioni del mercato…
«C’era ancora Arnoldo che della “Nuova collezione di letteratura” se ne fregava. In quel caso, invece, si ritrovavano d’accordo Sereni e Alberto. Ma ricomparivano gli scrupoli di Sereni che si aggiungevano ai tormenti per le scelte dei poeti. Lo era lui stesso. Era una persona molto fragile, era sospettoso, impaurito, timoroso. Ricordo che parlava sempre per perifrasi: “Perché sai, la nota faccenda…”, “Ma quale nota faccenda?”, oppure: “Il Tale, che tu hai ben capito…”, e io: “Ma di chi stai parlando?”».

Intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Contro i leccaculo

Naturalmente, nessuno ha letto Houellebecq se non con il conforto dei propri decaffeinati e defecanti pregiudizi, per cui, come dire, purché se ne parli ogni stronzata è lecita. Naturalmente, nessuno si è occupato, se non in forme vaghe, vulnerabili, fumose, del linguaggio di MH, della decenza della forma, della sua inesorabile decadenza; ogni libro, ormai, è a servizio di un’idea, di un’ideologia, di una politica, di una polemica. Tutto, cioè, dev’essere liofilizzato in sociologismo putrido, slinguato in fetida analisi del tempo presente, in stantia e instupidita preveggenza di ciò che sarà: quando torneremo a stupirci di fronte a un romanzo banalmente bello, sinuosamente perfido?
Che tristezza, però: Houellebecq non ha bisogno di fidi scudieri e di lesti leccaculo, a che pro? Sarebbe stato bello, giornalisticamente, ammirare uno scrittore italiano capace di annientare Annientare. Figurarsi. Gli scrittori nostri sono dei debosciati, notoriamente invidiosi, famelici di un posto al sole, meglio non inimicarsi il patetico parterre degli editori yacht. Ma perché star dietro al deretano dell’editore star, essere complice dei suoi affari editoriali, accettare accordi & contratti, stare nel sistema della pubblicità di massa, di merda?

Intorbidare le acque

Su Robinson di oggi [supplemento del quotidiano la Rebubblica] Massimo Recalcati recensice un libro (Filosofia della gioia di I. Guanzini). Nel presentare il libro Recalcati sente il bisogno di affermare che la scrittura dell’autrice è “felice e libera dagli sterili impaludamenti filologici dell’erudizione universitaria”. Recalcati non vuole sottolineare che il libro è divulgativo e accessibile anche a non specialisti. No, Recalcati avverte l’urgenza di attaccare l’accademia e i suoi metodi (che poi non sono solo quelli dell’accademia, ma di saperi che hanno uno status professionale e che hanno specifici metodi di ricerca).
Ecco, in questo scagliarsi contro i presunti (e perlopiù immaginari) “impaludamenti” dei saperi e delle ricerche accademiche sta tutta la differenza fra la divulgazione e il pop. La divulgazione riconosce il valore dei saperi specialistici e dei loro metodi e si assume il compito di renderli accessibili a un vasto pubblico. Il pop, invece, rifiuta lo specialismo e i metodi rigorosi della ricerca per affogare temi e contenuti in una poltiglia indistinta che disprezza il metodo e le competenze. Chi confonde pop e divulgazione commette un errore, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore ha interesse a intorbidare le acque.
A margine, e in conclusione, si potrebbe anche notare come Recalcati sia direttore scientifico di una scuola di specializzazione in psicoterapia, una istituzione di formazione post-universitaria riconosciuta dal MIUR. C’è da chiedersi che idea della formazione specialistica abbia lo stesso Recalcati.

Simone Pollo, Università di Roma La Sapienza

Furbo, banale, impegnato

Adorazione è un romanzo che, per compiacere il mondo degli “impegnati”, si serve di un’astuzia narrativa, quella di utilizzare un tema sociale, tristemente ricorrente nelle cronache, quello del femminicidio – per usare il termine caro ai fautori della neolingua – ma relegandolo mestamente sullo sfondo di un racconto composto dalle tediose vicende di un gruppo di adolescenti – non proprio una flaming youth – ambientato nella polverosa cornice della torrida provincia dell’agro pontino. Uno scenario inameno come il suo contenuto. Che l’autrice sia avvezza alla costruzione di dialoghi è cosa evidente, ma probabilmente ai master di scrittura, dove si vende talento a prezzi vantaggiosi, non viene chiarita alle nuove generazioni di “saranno scrittori” la differenza fra serie televisive e letteratura, né che quest’ultima non si acquista con un abbonamento a 9,99 euro al mese. Scrivere sceneggiature per la televisione è un mestiere con una propria dignità, ma pubblicare libri camuffandoli da romanzi, in attesa che qualcuno ne acquisti i diritti per farne una fortunata serie, è la tipica operazione di disonestà culturale avallata da quel circolo i cui soci si ergono a moralisti col capitale altrui. 

https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/adorazione-alice-urciuolo/

Lettera a Saman

La processione si è svolta placidamente e non è mancata la predica dal terrazzo dove, ai tempi del Duce, si facevano i discorsi ai fascisti. La scena del discorso del frate davanti ai matti e alle matte e ai contadini dei dintorni del manicomio, vestiti a festa, se sofferta nella sua ironica-tragica realtà, avrebbe potuto essere un grande quadro. Non mancava nulla della stupidità umana, galleggiavano i sette vizi capitali, l’ipocrisia e l’ambizione in tal modo si davan l’abbraccio che era una morsa, la mediocrità era il sovrano, la servitù strideva acutamente.
(Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori 1963)

Cara Saman, oggi vogliamo occuparci della tua storia, di cui si è molto parlato, e raccontarti alcune cose. Sappiamo che per mesi si è cercato nella campagna di Novellara ciò che resta di te, dopo che sei stata verosimilmente assassinata dai tuoi genitori e parenti, perché continuavi a rifiutare l’imposizione di un matrimonio combinato in Pakistan, secondo le regole patriarcali di stampo islamico che vengono imposte a molte ragazze come te. Poiché sei una ribelle, i tuoi genitori hanno deciso di annientarti e farti sparire, e sono fuggiti nel vostro Paese. Qui i nostri investigatori non sono ancora riusciti a trovarti, pur setacciando i terreni agricoli circostanti con le tecnologie più sofisticate, e questo aumenta il nostro sconcerto e il nostro dolore. La tua morte è un gravissimo caso di “femminicidio”, ancor più sconvolgente perché è stato commesso in modo premeditato su una figlia inerme, poco più che adolescente, con ferocia, per motivi d’onore.

La scarsa attenzione che l’attivismo femminista — soprattutto quello che impazza sui media — ha prestato al tuo assassinio è un fatto evidente, che in Rete ha provocato discussioni e divisioni accese, come spesso accade quando si tratta di oppressione e di violenza sulle donne. Bene, ora vorremmo provare a spiegarti il perché di questo disinteresse increscioso. Molti dicono che gran parte dell’attivismo progressista, al punto in cui è arrivato, più che a migliorare realmente le cose (un compito difficilissimo che richiede tempo e generazioni) serve a crearsi un’appartenenza e a mettersi al sicuro, stando dalla parte dei giusti. E da noi l’attivismo femminista non è come quello che si vedeva in Europa cent’anni fa: a quei tempi — pensiamo alle “suffragette” che protestavano perché fosse concesso il voto alle donne — chi si lanciava nella lotta femminista rischiava di perdere tutto: la reputazione, la famiglia, anche la libertà; erano donne combattenti che potevano venir brutalizzate, a volte uccise. Ci voleva coraggio, si doveva essere forti e determinate, pronte a rischiare tutto. Oggi, invece, il nostro attivismo femminista, non dovendo più lottare per quei diritti fondamentali, viene utilizzato per aggiungere nuovi trofei alla lotta permanente contro la mentalità maschile e maschilista considerata “tossica”, e può anche servire a ottenere visibilità e legittimazione; le attiviste più scaltre e immanicate l’hanno usato come ascensore sociale, arrivando alla notorietà, a scrivere sui giornali, a pubblicare libri, a condurre programmi radiofonici e a stare in televisione. Il loro compito primario, quindi, non è occuparsi dell’oppressione femminile legata all’immigrazione, dove ti sei trovata tu, perché è una questione troppo complessa e rischiosa, troppo legata all’incontro/scontro di culture, e le neo-femministe non amano affrontare questo tipo di rischi. Loro si concentrano sulle questioni più domestiche legate, oltre che ai “femminicidi”, alla repressione dei comportamenti maschili violenti, di quelli ritenuti “tossici” o sessisti, alle parole che dovrebbero essere tolte dai vocabolari e a quelle che non devono più essere pronunciate, insomma su cose per le quali non si rischiano né la vita né la reputazione. Preferiscono gridare contro il patriarcato nostrano, che è molto meno pericoloso di quello assoluto e feroce di stampo islamico, che nella tua famiglia è arrivato al punto di ucciderti per gettarti chissà dove. Per loro, prendere di petto la vostra realtà di violenza sarebbe temerario, e il fatto che ti abbiano lasciata sola anche quando sei stata trucidata ne è testimonianza.

Ma ora, Saman, lasciamo perdere il neo-femminismo, che non è così interessante, e passiamo a un problema più grave e inquietante che riguarda la nostra informazione, cioè come i media orientano i messaggi per condizionare l’opinione pubblica. Per capire perché questo ti riguardi bisogna tornare indietro di vent’anni, quando ancora non eri al mondo. Devi sapere che nel 2001, dopo che l’islam terroristico rase al suolo le torri gemelle del World Trade Center di New York, facendo una montagna di morti, la giornalista italiana Oriana Fallaci, che si trovava poco distante, scrisse una serie di articoli furenti contro l’islamismo, partendo ovviamente da quello più violento e pericoloso, parlandone così male e maledicendolo a tal punto — anche in libri successivi — che l’opinione pubblica italiana restò traumatizzata, perché si creò una spaccatura fra quelli che le davano ragione e quelli che invece la osteggiavano scandalizzati, definendola una donna intollerante, fascista, islamofoba, e per questo una persona disgustosa da disapprovare ed evitare. Questo fenomeno collettivo, che possiamo definire “Trauma Oriana Fallaci”, continua a pesare sulle opinioni e sull’immaginario del nostro Paese, tanto che ancora oggi se ne vedono gli effetti nei giornali, nelle televisioni e in tutto ciò che fa opinione pubblica.

Ora vogliamo mostrarti cosa è successo il 18 giugno scorso, in un editoriale pubblicato sul supplemento “7” del Corriere della Sera, in cui si doveva parlare proprio della tua tragedia. Noi, dopo una lettura incredula, lo abbiamo definito “editoriale-scimmia”, cioè un articolo pretestuoso che parla di cose che non c’entrano con l’argomento dichiarato, scimmiottando temi-chiave copiati da altri articoli e assemblati in modo poco coerente, al solo scopo di far passare il messaggio prestabilito, che in questo caso sembra totalmente condizionato dal Trauma Oriana Fallaci. Questo trauma, anche dopo vent’anni, continua a imporre a gran parte dei nostri media l’obbligo di non attaccare l’Islam, in qualsiasi forma, per non alimentare l’islamofobia e per non offrire vantaggi alla parte politica “di destra”, che è considerata nemica. In questo modo, se le neo-femministe affermano che esiste la mascolinità tossica, le frasi tossiche contro la donna e così via, qui è evidente che esiste anche un giornalismo tossico, che nel nostro caso produce editoriali-scimmia come questo. Il problema è che quando non si sa affrontare — o non si vuole affrontare — un argomento che risulta politicamente rischioso per una parte dell’opinione pubblica, allora si glissa, si devia, si svicola, si occulta, si gira intorno alla questione senza affrontarla, evitando così di occuparsene, per sviare il lettore e distogliere la sua attenzione, orientandola verso i temi che sono più convenienti e che si vogliono imporre.

Dunque, l’editoriale apparso il 18 giugno sul supplemento “7” del Corriere della Sera ha questo titolo: “Non abbiamo accolto il grido di libertà di Saman. Ferocia? No, fragilità”. Già qui si dichiara di voler parlare della tua tragedia e di volerne affrontare i perché, di volersi interrogare sulla sofferenza della tua ribellione e sulla tua vita stroncata per mano della famiglia, in nome di un patriarcato brutale e feroce, creatore di inferni. Ma invece è successo qualcosa di diverso, che pensiamo di aver capito e che proviamo a spiegarti. Come abbiamo detto, visto che una parte sostanziosa dell’informazione teme che affrontare apertamente le cause della tua morte possa alimentare l’islamofobia e favorire i temi della “destra” politica, al supplemento del Corsera si è preferito tralasciare il lato oscuro che porta certe famiglie immigrate a uccidere le figlie che rifiutano di essere “buone musulmane”, e si è confezionato un editoriale-scimmia dal titolo esplicito, che inganna chi si ferma al titolo senza proseguire, facendogli credere che si stia parlando di te. Invece il testo, diviso in sette punti, fa di tutto per sviare l’attenzione: leggiamolo insieme, mettendo su ciascun punto un titoletto riassuntivo.

1. Io, che mi metto coraggiosamente contro la politica, e le pene che devo patire.

Che immenso equivoco pensare che essere in disaccordo – in disaccordo palese, aperto, inequivocabile – con la politica ti migliori la vita. Non è così. Non porta vantaggi. Crea solo problemi, perché tutti temono chi è in politica; tutti sanno che prima o poi chiunque potrà ricoprire cariche importanti e, dalla vetta, magari guarderà in basso ricordando gli amici… e soprattutto i nemici. 

Tu ci hai capito qualcosa, Saman? L’autore, che chiameremo il Bravo Editorialista, comincia parlando di sé, delle sue delusioni, dice di essere eroicamente “in disaccordo palese, aperto, inequivocabile” con la politica, e per questo si lamenta di avere dei nemici. Ma che c’entra con te e con il tuo eroismo? Ha qualche attinenza con quello che ti è successo? Questa non è altro che una ventata di narcisismo infantile.

2. Io, che faccio lo scrittore, devo impegnarmi e lottare contro i politici che cercano i crimini commessi dagli immigrati.

Però, se di mestiere fai lo scrittore, non è che puoi trincerarti dietro le pagine dei tuoi libri. Non è che puoi dire: tutto quello che dovevo l’ho scritto lì, ora lasciatemi in pace. Non funziona così perché la realtà è complessa e dobbiamo tutti dare il nostro contributo, soprattutto quando ci sono politici che ogni giorno setacciano il web alla ricerca di notizie di crimini commessi da immigrati per poter dare in pasto, a chi li segue sulle loro piattaforme social, la disperazione che diventa crimine, vero o presunto, accertato o mera calunnia…

Santo cielo, il Bravo Editorialista continua ad autocelebrarsi. Non riesce a resistere. E sembra chiaro dove vuol parare: ciò che ti hanno fatto i tuoi genitori sta causando un monte di problemi agli immigrati, che ora vengono accusati di ogni nefandezza. Ma qui non si doveva parlare di te e darti voce? Non si doveva cercar di capire come possano accadere fatti così strazianti? Ma andiamo avanti, forse ci si arriva.

3. Chi risarcirà gli immigrati – poveri e inermi – pubblicamente accusati di aver commesso crimini?

Chi mai chiederà conto di quelle parole feroci? Difficile, molto difficile che chi vive con scarsi mezzi possa far valere le proprie ragioni, rivolgersi a un legale, intraprendere una causa per diffamazione. Ecco il “vantaggio” di fare a brandelli con chi non ha niente: non può difendersi, è inerme, totalmente esposto. Spesso leggiamo testi infarciti di condizionali: «avrebbe ferito», «avrebbe brandito», «avrebbe aggredito» insieme a foto, a nomi e cognomi. Nessun processo e nessuna condanna: il colpevole dato in pasto a chi crede di trovare una soluzione ai propri problemi coltivando l’odio razziale. 

Niente da fare, sta succedendo ciò che temevamo. Di fronte a ragazze uccise perché non si comportano da “buone musulmane” e non si sottomettono al patriarcato feroce della famiglia, il Bravo Editorialista insiste sulla “diffamazione” che storie come la tua provocherebbero agli immigrati: il copione preciso che avevamo immaginato. Una totale mancanza di visione, una totale assenza di pietas: tu sei sepolta chi sa dove, la tua gioventù viene stroncata e le tue carni erose, e qui ci si preoccupa di quelli che per colpa tua verrebbero diffamati. Non osiamo pensare cosa dirà costui quando riuscirà a pronunciare il tuo nome.

4. Il sacrificio rituale con lo sgozzamento pubblico dell’animale è una tradizione rispettabile, perché comunitaria e solidale.

La foto che ho scelto è stata scattata a Roma, in Largo Preneste, in occasione della Festa del Sacrificio, a cui partecipano musulmani di ogni età. Il sacrificio è quello dell’animale, sgozzato perché defluisca tutto il sangue, e tradizionalmente diviso in tre parti. Una viene consumata subito, una conservata e la terza donata a chi non ha la possibilità di acquistarne.

Questo quarto punto è davvero inquietante. Il Bravo Editorialista non riesce ancora a guardarti e a pronunciare il tuo nome, Saman: preferisce compiacersi indicando il rito dello sgozzamento dell’animale come pratica tradizionale rispettabile, fatta da musulmani altruisti che donano un terzo della carne dissanguata “a chi non ha la possibilità di acquistarne”. Nemmeno un pensiero sul patriarcato che sgozza le figlie ribelli con la condiscendenza delle madri, un fenomeno talmente spaventoso da far seccare la gola.

5. La storia di disperazione e sofferenza degli immigrati viene respinta, perché troppo dura e potrebbe farci male.

Questa foto ci racconta dell’attitudine che molto spesso si ha con gli stranieri: si preferisce non vederli, una fitta rete ci separa da loro e rende i loro contorni sfumati, le loro abitudini lontane. Io mi sono dato una spiegazione che non ha niente a che vedere con la ferocia, e nemmeno con il razzismo, ma con una forma di egoismo che non ha nulla di sano. Lo straniero non ci fa paura perché temiamo possa usare violenza, derubarci o trovare lavoro al posto nostro. No, niente di tutto questo. Lo straniero lo temiamo perché abbiamo paura del suo dolore, della sua immensa sofferenza, che i suoi racconti possano spezzarci dentro. Sappiamo che non saremmo in grado di farcene carico e al contempo mantenere distanza. Quando entri nella vita di chi ha lasciato la propria terra, fai il tuo ingresso in un mondo che ha perso le proprie radici, un buco nero senza appigli, senza aiuto. Nessun parente sulla cui spalla poter piangere, nessun amico d’infanzia che possa venirti in soccorso o luogo familiare che possa darti sicurezza.

Neanche qui si parla di te, Saman. L’autore non ti vede e non ti vuole vedere: ti eclissa, ti evita, ti oscura con un paravento. Mette avanti l’immensa sofferenza e disperazione degli immigrati che hanno una storia che ci spezzerebbe, e sarebbe questo il motivo per cui noi italiani li teniamo a distanza.

6. Noi italiani siamo feroci, creiamo un muro, non facciamo comunità con gli immigrati e non li aiutiamo.

Ecco, quel velo non ci protegge dal timore di essere depredati, ma da una sofferenza a cui non vogliamo partecipare. E allora si cede al racconto facile: sono criminali, ecco perché ne sto alla larga, ecco perché non devono venire e chi sta qua se ne deve andare. Meglio mostrarsi feroci che fragili. E così quella rete diventa un muro, un muro alto, impossibile da valicare. Così viviamo negli stessi luoghi e non ci conosciamo, osserviamo lo stesso cielo ma non insieme. Potremmo dare aiuto, ma nemmeno ci accorgiamo di chi ne ha bisogno.

Ormai abbiamo capito: al Bravo Editorialista la tua storia non interessa. Nemmeno qui ti ha pensata, Saman, non ti ha nemmeno sfiorata con un’idea o con una domanda. Hai sofferto quando ti hanno trucidata? Hai lottato? Cosa ti ha spinto a fidarti di tua madre, quando ti ha convinta a rientrare a casa, mentendoti? E che cosa spaventosa può essere stata, per una madre, mandarti a morte? È stata la sottomissione totale a renderla disumana? E quante ragazze come te rischiano la vita, in famiglie intrise di estremismo religioso e criminale?

7. Non abbiamo salvato Saman, non l’abbiamo integrata, quindi la sua morte è colpa nostra e dei nemici politici che quotidianamente combatto.

Non ci siamo accorti di Saman Abbas, non l’abbiamo aiutata a emanciparsi dalla sua famiglia. Tra noi e Saman, vittima di femminicidio, c’era una fitta rete, come quella della foto. Saman voleva essere libera di decidere della propria vita, glielo hanno impedito e nessuno di noi è stato lì ad accogliere il suo grido d’aiuto. Ciò che è accaduto a Saman ci dice che dobbiamo costruire ponti, lavorare perché gli stranieri che decidono di stabilirsi in Italia trovino possibilità di integrazione: la politica che criminalizza quotidianamente gli immigrati rema contro tutto questo, e la consapevolezza che la storia di Saman abbia trovato spazio sulle pagine social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini solo perché è morta per mano di parenti stranieri è sconfortante.

Ecco qui il gran finale: solo ora ti permette di entrare in scena, come puro strumento, per poterci accusare di non averti salvata perché non ti abbiamo integrata, e per accusare con nome e cognome gli avversari politici su cui è fissato, la grande ossessione che lo tormenta. A questo punto, non resta molto da dire. Le famiglie come la tua rifiutano di farsi integrare, questo è chiarissimo, ma viene spudoratamente negato. E questo ci fa molto arrabbiare. Lo sfacciato editoriale-scimmia, che ricorda diverse parole del brano riportato in cima – vizi capitali, ipocrisia, ambizione, mediocrità, servitù –, si può leggere qui. Come vedi, Saman, sei stata usata per sostenere tesi politiche prestabilite, per dare legittimazione a ciò che a loro interessa, senza mai comparire, perché risulti scomoda, sei un accidente increscioso che rischia di minare la loro narrazione. Per noi, invece, sei una ragazza piena di coraggio, come ce ne sono poche: così piccola, in una famiglia così difficile e pericolosa, in un ambiente tanto infido e malvagio tu hai avuto il coraggio di ribellarti. E l’hai pagato carissimo. Noi non ti eclissiamo, Saman: al contrario ti terremo sempre con noi, come dovrebbero fare tutti.