Caro Soffici

Caro Soffici

L’Italiano finalmente è uscito, dopo fatiche enormi: d’ora in poi usciremo in fretta. Il 2° n° è in preparazione.
Ti chiedo un gran favore: tu scrivi tutte le settimane un articolo sulla Gazzetta, ebbene tu dovresti scriverne uno su L’Italiano nuovo, 1931. Questo per mandare avanti un po’ la barca, aiutare la diffusione e non lasciarlo cadere nel silenzio.
Ora, a Roma, quelle teste di cazzo di voltagabbana dei nostri amici fanno una porcheria che si chiama “Fronte”, rivista di pittori che “derivano (dicono loro)” dal Greco e vogliono insegnare a noi “che si vive di fantasia” ecct.
Se riusciamo a tener duro e ad impostare anche nel pubblico la rivista non è male per nessuno. Mi rivolgo a te perché degli altri non c’è da fidarsi, poi tu hai autorità e senno per scrivere un articolo del genere.
Mi costa un patrimonio: 500 lire di posta per l’estero!
Se puoi aiutarmi ti ringrazio. Ti auguro buona Pasqua.

Tuo aff.mo Leo Longanesi
2 aprile 1931

Académie

Jean-Antoine Watteau, L’insegna di Gersaint (particolare), 1720

Prima di tutto, signora, avete torto ad avercela con me, perché non ho nessuna colpa; la tabella delle poste mi ha tratto in inganno, dice che il corriere di Nemours parte venerdì a mezzanotte, e vi ho scritto il venerdì mattina. Sarei voluto partire venerdì mattina, ma certi affari trattengono Duché a Parigi; dunque partiremo giovedì, e saremo a Boulay domenica o lunedì prossimo e ci staremo tutta la settimana.
Mi sono arrangiato con i miei tipografi perché possano fare a meno di me per otto giorni, e le quattro festività mi danno quattro giorni in più. Bisogna avere tutta la voglia che ho di vedervi per lasciare la solitudine in cui vivo, e dove sono l’uomo più felice del mondo. Le convalescenze dell’anima sono come quelle del corpo: se ne sente assai di più il valore di quanto avvenga con la buona salute. Non so come siano i gatti, nella cui categoria mi fate l’onore di mettermi: ma li compatisco molto se soffrono quanto ho sofferto io. Fra parentesi, mi fa mnolto piacere dirvi che tutte le volte che mi darete moralmente del gatto farete acquisire altrettanti diritti a Mademoiselle Rousseau, che avete preso in così forte avversione; per essere franco, vi amo alla follia, chiedetelo a Duché: muoio dalla voglia di rivedervi e, quest’inverno, vedrò soltanto voi e l’abbé de Canaye. È un peccato che qul vostro Saint-Joseph del diavolo sia così lontano: insomma, in qualche modo faremo. Spero di vedere Quesnay a Fontainebleau, e vi renderò conto del vostro colloquio.
Che diavolo avete scritto al président sul mio conto? È ancora a proposito dell’Académie? Eh! In nome di Dio! lasciate perdere tutta questa storia; ci entrerò se mi ci metteranno: ecco tutto. Dato che faccio già parte di un’accademia, far parte delle altre è una piccola piacevolezza in più; ma se avessi la mia attuale esperienza e quindici anni di meno, vi garantisco che non vorrei appartenere a nessuna. Addio, signora, contate per tutta l’eternità sul mio tenero e rispettoso affetto. Vi farò sapere, partendo per Fontainebleau, la data precisa del nostro arrivo a Boulay.

— lettera di Jean-Baptiste d’Alembert a Madame du Deffand, Parigi, 21 ottobre 1753
(da Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi 1982)

31. lettera a Barbara

Dante Gabriel Rossetti, Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863–1873 | Tate

Tua madre ha portato proprio una cosa bella. Perché quello che tu hai lo conservavi già quando eri dentro la pancia della mamma — tutti lo portiamo fin da quando siamo lì. E tu questo lo hai capito fin dall’inizio e non lo hai perso nemmeno per un attimo. Invece io per dove mi ha portato la vita — be’ diciamo che per me è stato diverso. Ma tutti quei libri, tutte quelle poesie, tutte quelle telenovelas mi avevano fatto capire una cosa, l’avevo capita — già — solo che per dove mi ha portato la vita me l’avevano fatto capire in un altro modo, in un’altra forma di vita.
Grazie a te il ponte non è saltato, un’altra volta. Barbara. Tu non lo potevi sapere. Sono passati quasi quattro anni ma io non ero ancora stato reclutato. O forse lo ero già e non me lo dicevo senza saperlo. Tuo nonno era nella mala e continuava da Miami. Forse per questo ti avevano scelta. Non lo so. Fili spezzati. Fili mossi. Per quanto riguarda il mio, di nonno, ti so dire solo che ho il sangue malato che ha fatto morire lui ieri e sua madre prima ancora. Lui non avrebbe voluto che entrassi perché se si trattava di postumi di Gladio erano cose pericolose. La prima volta che vidi paura sul suo volto fu quando glielo dissi. Però la strada era segnata. La sua curiosità mi era arrivata dritta nel sangue. 

Andrea Bianchi

19. Non c’è gloria

George Hoyningen-Huene, Vogue, luglio 1928

22 maggio 2021

Caro Andrea,

questa mattina mi sono svegliato con la chiarissima idea che dovevo rispondere a una tua mail che mi hai scritto giorni fa e alla quale non avevo ancora risposto! è così? Non è così: ho cercato ovunque e non ho inevaso nessuna mail. Potrei, a questo punto, sfruttare la situazione per farti venire dei sensi di colpa, come quando le zie ti chiamano per dirti che è tanto che non le chiami, ma non sono abbastanza zia e poi, come vedi, non mi serve un pretesto per scriverti o, meglio, non mi serve un pretesto che sia abbastanza tale, ma solo l’illusione che lo debba fare.

In ogni caso, nel pensare a cosa scriverti mentre pensavo di doverti rispondere, mi è venuto in mente che adesso è maggio inoltrato e che, se sei ancora in Romagna, deve essere terribilmente bello e magnificamente insopportabile assistere all’estate che sta per esplodere e poi a questa estate, che viene dopo un inverno durato più di un anno. Ho un cugino cuoco, di qualche anno più grande di te, che condivide foto di spritz da Milano Marittima (uno dei più splendidi ossimori creati dalla topografia!) dove sta per cominciare una lunga stagione di lavoro. Mi chiedo, per lui e per te, che cosa significhi lavorare mentre tutti giocano alle vacanze e forse anche voi un po’ giocate al lavoro. Ma l’immagine che mi è venuta in mente questa mattina, appena alzato, non è però questa, ma ha a che fare con la cocaina, la vera anima mundi della Romagna. Ho pensato che sia fantastico che la Romagna possa trovare conferma di se stessa grazie alla Colombia e alla Bolivia! è vertiginoso! e ai russi, alla sacra corona unita, ai piccoli e grandi piazzisti che vendono quell’essenza che non è più di una pianta coltivata di là dell’oceano, ma per una sorta di transustanziazione di una liturgia meno blasfema di questo mio accostamento lessicale, diviene l’essenza della Romagna stessa! 

Ma che ne so, poi io, della Romagna, che ne parlo a fare? Per me, in fondo, l’adriatico e ciò che gli sta addosso è un feticcio colorato e malinconico che mi sono creato per nascondere i miei incubi d’infanzia che, a loro volta — non creati da me ma dalla vita — mi nascondono a me stesso. Anzi: mi aiutano a compormi una maschera tragica che mi protegge da tutto ciò (tutto!) che mi fa ridicolo. Che gran fortuna la Romagna!

Ti lascio con la tua, di Romagna, e la mia voglia di ritrovare, nelle tue interlocuzioni, quell’intelligenza avventata e insoddisfatta che mi confortava tanto delle mie incompletezze. Se ti completi, tu per favore, non dirmelo troppo. Un abbraccio,

Marco

*

E non c’è gloria
Nella vita all’indietro su via degli Oliveti
Con la ragazza di vita che apre la giacca
Arrivando a lavoro
E la maschera ancora su
Non c’è gloria nel non sentirsi troppo
eccitati

E non c’è gloria nel vendere 
Le vasche idromassaggio 
Alla scrittrice maritata a Castellito
Non c’è gloria nel servire
gli abbienti

E non c’è gloria nel fotografare un fiore rosso
Alla figlia di lei che ti vuole più dell’altra madre
Non c’è gloria nel regalarle il fiore
Del matrimonio

*

Quella patente da rinnovare
E questo incrocio a Miramare
Tra via 
Mosca e
Costantinopoli 
Con la ragazza e la sua ricrescita
La sua solitudine
Accompagnata dal
Cane pigro 
Poccio
Che non ha mai visto in faccia 
Gli uragani —
E noi dovremmo proprio parlare?
Fare accordi?
Che l’inglese non pregiudicherà
I tuoi figli
E forse anche
Nemmeno il contrario?
Bisogna stilare accordi?
Fare i patti sul corpo morto della Polonia?
E altre domande che ti volevo porre.
O ancora: 
Pierre Loti was here.

stimatissima Katerina

a K.F. Junge, 11 aprile 1880, San Pietroburgo

Egregia signora, stimatissima Katerina Fëdorovna [Moglie di Eduard Andreevič Junge, uno dei medici che cercò di curare l’epilessia dello scrittore nel 1866, ndr]. Perdonatemi per aver tardato così a lungo nella risposta alla Vostra bellissima e tanto cordiale lettera, non pensiate sia per negligenza. Avrei voluto rispondervi qualcosa con sincerità e sentimento ma, lo giuro, la mia vita è sempre in una tale agitazione e scompiglio che, davvero, è raro per me riuscire a ritagliarmi uno spazio tutto mio. E anche ora, che mi sono concesso un minuto per rispondervi, sarà difficile che sia comunque in grado di scrivere anche solo una…
So, mi è giunta voce (perdonatemi) che non siete molto felice. Vivendo isolata e martoriandovi l’anima con i ricordi, potreste rendere la Vostra vita troppo cupa. C’è un solo rifugio, una sola medicina: l’arte e la creazione. Non mettetevi a scrivere la Vostra confessione, non ora almeno, per Voi sarebbe forse molto faticoso. Perdonate questi consigli, ma vorrei vederVi e dirVi almeno due parole a voce. Dopo la lettera che mi avete scritto, siete diventata per me, ovviamente, una cara persona, una creatura vicina al mio cuore, una sorella in spirito e non posso non avere compassione di Voi.
Che cosa scrivete della Vostra contraddittorietà? Ma è il tratto più comune tra le persone… non del tutto comuni, a dirla tutta. Un tratto proprio della natura umana in generale, ma lungi dal ritrovarsi in qualunque natura umana con una tale forza come alberga in Voi. Per tale motivo Voi mi siete cara, perché questo sdoppiamento è lo stesso identico che si trova in me e che è stato in me per tutta la vita. È un grande tormento, ma al contempo un eguale piacere. È una forte consapevolezza, il bisogno di rendere conto di sé e la presenza nel Vostro essere della necessità di un dovere morale verso Voi stessi e verso l’umanità. La contraddittorietà è questo. Se non aveste un’intelligenza così sviluppata, se foste più limitata, sareste anche meno sensibile, e questa contraddittorietà non ci sarebbe. Al suo posto sarebbe comparsa una grande, grandissima superbia. Ma questa ambiguità è a ogni buon conto un duro tormento.
Dolce, stimatissima Katerina Fëdorovna, credete in Cristo e nei suoi voti? Se ci credete (o desiderate molto crederci), affidatevi completamente a Lui e le pene derivate da questa contraddittorietà saranno alleviate e Voi ne trarrete una salvezza spirituale, ed è ciò che conta. Perdonatemi se ho scritto una lettera così confusa. Se solo sapeste quanto non sono capace di scrivere lettere e come sono stanco di scriverle. A Voi però risponderò sempre, se mi scriverete ancora.

F. Dostoevskij

da: Fëdor Dostoevskij, Lettere, il Saggiatore, 2020

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980

Revolutionary Road

François Duhamel, Kate Winslet in Revolutionary Road directed by Sam Mendes

Come ti ho detto, la sensazione che ho condiviso con la protagonista di Revolutionary Road è stata quella di sentirsi in trappola, senza scampo: di vedersi chiudere, seppure in modo morbido e subdolo, le vie di fuga. Di vedersi negare l’anelito a vivere in modo approriato, accettabile, a esercitare un livello minimale di scelte, secondo le proprie inclinazioni.
Così la vita ti frega, portandoti alle scelte sbagliate, facendo scegliere te (quindi con tua responsabilità) ma condizionandoti in modo irreversibile. Da lì non puoi più nulla, puoi solo rammaricarti e recriminare, quindi soffrire. Nei casi estremi, estirparti. Oppure puoi, se hai la forza, rasserenarti e fregare tutti, semplicemente estirpandoti i desideri e mantenendo il livello biologico nella norma: vivere e godere delle non-disgrazie e della conseguente normalità, e degli indubbi privilegi che ciò comporta. Quindi, restare nella gabbia e osservare il fuori con occhio pacificato, con la sola consolazione di aver capito.

Writing 76

0

Comincio a pensare che incarni un approdo. Un punto in cui si arriva seguendo il richiamo al senso naturale. Un punto dove il conforto si fa palpabile, non più agognato e promesso, ma vero. E sperimentare il conforto, come sai esprimerlo e trasmetterlo tu, permette d’avviare una rigenerazione. Non più il peso di quel che è stato, che ero diventato, che non volevo aver fatto. Queste cose – così pesanti, condizionanti – ora si sono velate, per essere dismesse e trasferite altrove. Fantasmi che si possono guardare dall’esterno, per riconoscerne le forme e farne un consuntivo. Ed è un vivere diverso.

Writing 75

Dev’essere la mia continua ricerca di senso, questa invincibile resistenza al mollare. Insisto a trovare le cose, a osservarle, a pensarle, e le mostro, immaginando di guardarle con te, di parlarne, di rifletterci insieme. E quando ti vedo in qualsiasi modo, anche per frammenti, provo un’emozione grande, perché hai tutta la bellezza che un essere umano può possedere. Hai creato un insieme formidabile, con l’impegno, la profondità, la determinazione, la chiarezza degli intenti. Oltre a essere integrale e delicata, sei forte e attenta, ineguagliabile, capace di costruire e di far luce. Per questo m’impressioni tanto. A volte sembra che il cuore prema per venire a te, e quando ti sento, anche nell’aria, sorrido sempre. Perché mi vedo vivo, avverto la mia forza, che mi fa qualcosa d’importante. Sentire il tuo sguardo mi porta avanti, mi dà senso. E mi dà vigore, perché il tuo sguardo, il tuo sorriso sono risananti e preziosi. Con la tua presenza mi dai cose che non avrei immaginato, per questo stento a definire ciò che provo: è un insieme profondo, che mi prende intero. Qualcosa di naturale, come naturale sei tu.

 

Writing 74

01

A volte penso a come ho riconosciuto subito il tuo talento di vita, un talento così netto e chiaro da definire tutto il tuo insieme di bellezza. Un talento che si legge anche nella luce degli occhi, nel disegno del viso, nell’immediatezza del sorriso. Che quando si apre lo fa in modo diretto, spontaneo, coinvolgendo tutto il tuo essere. Perché sei delicata e forte, sei completa ma sempre in formazione, questa la cosa stupefacente.