Ulaid, Ulster

Muirthemne, la pianura che si affaccia sul mare al confine fra Ulster e Laigin, è affidata alla protezione di Cú Chulainn. E l’esercito deve attraversare il Muirthemne per raggiungere il Cúailnge e razziare il bestiame di Conchobar re dell’Ulster, approfittando della strana prostrazione che periodicamente lo affligge insieme alla sua corte di guerrieri: l’incantesimo, come una ricorrenza stagionale che li mette fuori combattimento. Cú Chulainn ha diciassette anni, una forza potenziale che supera l’immaginazione, e possiede il gae bolga, giavellotto appartenuto a un dio, con la cima che si apre in molte punte quando penetra in un corpo.

2222, ovvero Ulysses

T.S. Eliot – pur usandolo per tirare il carro alla propria estetica – aveva capito tutto, “Usando il mito e operando un continuo parallelo tra contemporaneità e antichità, Joyce instaura un metodo che altri potranno utilizzare dopo di lui”; seguiva, per capirci, il paragone con “le scoperte di un Einstein”. Insomma, il ‘metodo’ di Joyce era equivalente alla teoria della relatività generale di Einstein (che nel 1921 aveva ricevuto il Nobel per la fisica). Da allora, nulla sarebbe stato più come prima. Virginia Woolf legge Ulisse irritandosi – “Ho terminato l’Ulisse e mi sembra un colpo mancato. Genio ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso. È plebeo, non solo nel senso di ovvio, ma nel senso letterario” –, Ezra Pound lo esalta esalando urla: “Tutti gli uomini dovrebbero «unirsi per elogiare Ulisse»; chi non lo farà potrà accontentarsi di un posto negli ordini intellettuali inferiori; non voglio dire che tutti debbano elogiarlo a partire dallo stesso punto di vista, ma tutti i seri uomini di lettere, che ne scrivano o meno una critica, dovranno di certo concepirne una per loro uso e consumo”.

Voci

«Inizia sin da subito a fibrillare qualcosa nei due viaggiatori, che li porta a far maturare una diversa dimensione d’ascolto. In realtà, sono gli stessi eremiti a predisporre – forse in maniera inconsapevole – un cammino di comprensione reciproca e a non limitarsi al racconto della loro esperienza di isolamento, anche perché ogni eremitaggio si svela denso di esperienze pregresse: c’è chi viene da una vita coniugale, chi dalla vita monastica, chi da una condizione disordinata e dissoluta. E poi, nonostante rassomiglianze formali (vangano, seminano la terra, cucinano, si procurano la legna e l’acqua, scolpiscono la pietra, disegnano icone, lavorano il cuoio), hanno poco o nulla degli asceti di mille anni fa. In molti eremi sono infatti predisposte delle stanze ad accogliere gli ospiti e alcuni eremiti possiedono un cellulare per mantenere contatti con l’esterno.
Eppure, non solo dai silenzi o dalle risposte criptiche, ma anche da quelle più disarmanti e banali che si riesce a percepire un tratto unitario che svela una prima verità: la fuga non è negazione della realtà ma possibilità per un nuovo sguardo di osservazione. Si entra in un eremo per lasciare la vita ma solo dopo averla conosciuta e per riconsegnarsi al mondo in una forma più autentica e vera».

Montaigne naturalmente

Anonimo, Portrait de Montaigne au chapeau, olio su tela, 1800-1820


A proposito di egotisti e romantici, nella cronaca di un viaggio in Oriente compiuto tra il luglio del 1806 e il giugno dell’anno successivo, Chateaubriand scrive una frase destinata ad avere enorme risonanza postuma: « Je parle éternellement de moi », ossia: «Io parlo costantemente di me». Chi non potrebbe dire altrettanto? Chi non si illude che i fatti propri siano degni di ostentazione? Verrebbe da pensare che, senza Chateaubriand, Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, non sarebbe nessuno; che il suo colpo di genio sia tutto lì: titillare il campione di spudoratezza e vanagloria che alberga in ciascuno di noi.
Il guaio, a mio avviso, inizia quando parlarsi addosso non basta più, e ci vien voglia di mettere nero su bianco. Allora le cose si complicano.
La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. Io stesso, agli studenti che mi chiedono la tesi, raccomando l’uso di espressioni guardinghe («Occorre dire», «noi riteniamo»), ben sapendo che la prima persona plurale è un’ipocrisia, una prova di conformismo, mancanza di carattere. «Noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti». Così l’accademico tiene vivo il sogno che i suoi saggi abbiano un crisma di oggettività e di scientificità.
Una vera stranezza se si pensa che il termine «saggio» lo dobbiamo all’uomo che come diceva Zweig «ha descritto se stesso per tutta la sua vita con tanta accuratezza, piacere e precisione». Sto parlando di Montaigne naturalmente. Per capire la rivoluzione apportata dai suoi Saggi mi piace affidarmi a una bella formula di Giacomo Debenedetti: «Un libro che vorrebbe o fa finta di presentarsi privato, ed è subito pubblico». Montaigne ti parla di sé, della sua infanzia, dell’educazione ricevuta dal padre, dell’amico del cuore venuto meno troppo presto, di un incontro con i cannibali e un’incidente a cavallo quasi mortale, e tu senti che tali quisquilie, sebbene avvenute quasi mezzo millennio fa a uno sfaccendato gentiluomo di campagna, ti riguardano. Leggendolo ti illudi che scrivere di sé non sia così difficile. In fondo, ti dici, per avere l’attenzione del lettore basta poco: racconti i cavoli tuoi, tuo padre, tuo fratello, quella sciata che per poco non ci rimettevi l’osso del collo. Trai qualche amara conclusione sulla vita, la corredi di citazioni dotte, ed è fatta… Magari fosse così facile. Scrivere di sé è un’arte, e tutti quelli che ci hanno provato hanno dovuto se non altro tenere conto di Montaigne e del suo inimitabile esempio. E talvolta lo hanno fatto senza sapere che era lui a ispirarli.

Flaubert leggeva Montaigne quando era depresso (ossia, quasi sempre), Virginia Woolf andò diverse volte in pellegrinaggio nelle terre di Montaigne. Thomas Bernhard, compulsando i Saggi, arrivava persino a commuoversi. Di norma i grandi ammiratori di Montaigne non gli somigliano, o almeno non somigliano al tipo di uomo da lui raccomandato. Perlopiù irrequieti, misantropi, contegnosi, hanno poco o niente in comune con un tipo mite e spigliato come Montaigne. E tuttavia trovano nel suo cocktail a base di stoicismo, epicureismo e scetticismo una specie di panacea alle pene inflitte dalla vita. Lo usano come un analgesico. Si potrebbe pensare che tale ricorso terapeutico a Montaigne derivi dal placido buonsenso laico che trasuda da ogni sua pagina. Ma mi pare una spiegazione frettolosa e incompleta. Non mancano, infatti, soprattutto nell’antichità, scrittori o filosofi che hanno offerto vademecum efficaci su come vivere bene e morire sereni. Ma nessuno li rilegge con la stessa passione idolatra con cui si ritorna a Montaigne. In realtà il piacere, allo stesso tempo elettrizzante e sedativo, prodotto dalla lettura di Montaigne deriva dal suo peculiare modo di raccontarsi. Il segreto è nel tono, nell’incedere rapsodico del pensiero, negli inciampi, e in alcune accortezze oratorie che proverò a descrivere.
(…)
Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi. Per raccontarsi non occorre ricordare tutto. In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 2

Materiali 23. Il labefactor solutilis

A quel punto, secondo quanto scriveva l’autore, sarebbe stato necessario l’intervento di un reagente particolare: il labefactor solutilis, il catalizzatore segreto nominato per la prima volta nell’Obscura mens, e sulla cui natura le opinioni degli studiosi divergevano. Quello era uno degli enigmi celati nel libro che l’alchimista non era riuscito a sciogliere, e il precedente fallimento delle operazioni alchemiche era dovuto soprattutto alla mancanza di quella sostanza misteriosa, senza la quale il principio attivo degli elementi di base non aveva potuto esplicarsi appieno. Ma ora, scriveva l’alchimista, dopo una serie di esperimenti e grazie alla rivelazione di quell’arcano, ne aveva scoperto l’identità e l’utilizzazione:

…giunse impreveduta la propizia esplicazione, grazia misericordiosamente largita dall’Altissimo…

…il Proteo, Panurgo, lo spirito di vita, alfine possa esercitarsi in esso labefactor solutilis, accrescente in celerità la liberazione del corpo celeste dagli elementi più grossi…

Mazza immaginò De Bellis nel suo scantinato, alle prese con il catalizzatore, gli alambicchi e le cucurbite, in un baluginare continuo di fornelli e caldaie, dove pentole gorgoglianti lanciavano sbuffi di vapore acre. Lo vide sistemare la pila di aludelli sopra il forno filosofico, al posto del terzo stadio a forma di cono, e procedere alle sette sublimazioni della materia prima segreta.
Quella sostanza misteriosa, di natura metallica secondo alcuni, di natura terrosa secondo altri, risultava essere quanto di più comune e disprezzato ci fosse nell’universo: il Crisaore la definiva materia prima metassidica, che voleva significare “tramutata dagli astri”, ed era

…reperibile VII strati sotto lo spessore di humus naturale dove le piante ricevono il nutrimento loro…

Sette strati… ma strati di che? E di quale spessore? In quel punto De Bellis aveva tracciato un piccolo schema, con riferimenti alfabetici e numerici, per identificare quella materia prima: egli, dunque, l’aveva localizzata e scavata nel terreno, chissà dove. La sua matrice, diceva il manoscritto, era la terra pingue, una sorta di terra vergine che conteneva in sé il seme metallico, anima invisibile e comune origine di tutti i metalli, che si trasformava in materia prima metassidica attraverso gli influssi stellari che penetravano nel sottosuolo, definiti fasci di fluido ondulatorio. Questi fasci portavano il massimo potere vivificatore nelle notti di primavera, e impiegavano sette anni a condurre a maturazione la materia, trasformandola in un corpo minerale di colore marrone venato di verde, o verde marcio. Là dove il manoscritto parlava dell’impiego del labefactor solutilis, De Bellis aveva riportato alcuni commenti sibillini, riferiti evidentemente alla sua preparazione e al suo dosaggio, ma non ne indicava la natura, né la lasciava minimamente intuire. Doveva trattarsi di una specie di reagente che metteva in moto le molecole delle sostanze, scatenando determinate reazioni chimiche.

 

Materiali 22. Obscura Mens

L’idea che i fascicoli scomparsi fossero all’origine di tutto gli lasciò la mente piena di interrogativi. Prima l’assassinio di De Bellis, poi un furto nel luogo del delitto… erano stati trafugati anche l’Obscura mens, il Saturnia regna, le carte stellari… e Hans era stato falciato da un pirata della strada. Come rientrò a casa, chiuse il cancello con la catena e sprangò le porte. Ora gli toccava mettersi sotto, non aveva scelta. Doveva trovare un qualche bandolo in quella strana matassa.
Salì nello studio, dove la visuale era più favorevole per scoprire eventuali intrusioni, e tornò a squadernare le carte ingiallite del manoscritto. Lesse con attenzione quella grafia aguzza e inclinata, densa di abbreviazioni, graffe e asterischi. Nelle pagine in cui si ipotizzavano le cause che avevano portato all’insuccesso degli esperimenti trovò una citazione inaspettata. L’autore indicava chiaramente la fonte dalla quale aveva tratto la pratica operativa: Obscura mens in naturalium rerum mutatione, di Elzevius Panthèus. Eccolo, il collegamento.
Dunque, l’oscurissimo Obscura mens era stato effettivamente utilizzato da come manuale per le sue operazioni alchemiche: tra le righe di quel compendio aveva trovato tutte le istruzioni per procedere nell’Opera, ma il fallimento degli esperimenti indicava che non era riuscito a interpretare correttamente tutte le informazioni che la chiave gli forniva. I riferimenti alle pagine di quel libro s’infittivano, le interpretazioni di certi termini si alternavano a disegni allegorici e a formule numeriche. Mazza si maledisse per non averlo preso subito con sé: avrebbe potuto fare dei confronti e, forse, capire meglio.
Esaminò quella parte del manoscritto parola per parola. La cosa più evidente era che le dodici operazioni del Liber Duodecim Portarum di George Ripley, riprese nell’Obscura mens e raffigurate nelle sue xilografie, non erano quelle seguite dal Crisaore. Lui le aveva ridotte a sette fasi, secondo le corrispondenze indicate in uno schema, e quelle sette fasi erano precedute dal lavoro preliminare con cui si ottenevano l’acqua delle sette quintessenze e l’olio filosofico.

 

Beat

Jack Kerouac fotografato da Allen Ginsberg, Manhattan, 1953

«Ero letteralmente in fasce quando Ginsberg ha scritto Urlo, ma quella dei Beat è una generazione di scrittori la cui influenza non svanisce mai, e mai svanirà. Né mai svanirà il fatto altrettanto evidente che sono stati loro i primi romanzieri e poeti a essere cool, belli e con le idee “avanti” e con uno stile di vita interessante. Mi spiego: al liceo sognavo di diventare un poeta e la voce di Ginsberg, il suo Urlo, fu una rivelazione e un’ispirazione assoluta. Una voce così intensa e totalmente americana di cui soltanto Whitman poteva dirsi predecessore a pieno titolo».
Secondo McInerney nonostante il tema del viaggio, nonostante il loro pellegrinaggio per il mondo, dal messico al Marocco, i Beat restano profondamente, assolutamente, al cento per cento americani. «La loro è la reazione all’America degli anni ’50, quella di Eisenhower, conservatrice e dominata dai bianchi suburbani: quell’America, non è una coincidenza, che suscita una tale nostalgia in molti americani da avere spinto Donald Trump alla Casa Bianca sulla semplice promessa di “rendere di nuovo grande l’America”, cioè di farla tornare a quei tempi. Non a caso prima degli anni ’60, e della loro grande democratizzazione di tutto. Quella era l’America del maccartismo, e i Beat dicevano: fermi tutti, c’è un altro modello, un mondo nuovo da esplorare. Hanno annunciato il cambiamento. E, forse più importante di tutto, scrivevano di cultura pop».
McInerney, insieme con altri romanzieri americani della sua generazione — Bret Easton Ellis prima di tutti — venne attaccato da tanti critici, negli anni ’80, perché c’era tanta cultura pop nelle pagine dei suoi libri, tanta musica. «Sono stati i Beat a scoprire che la cultura pop poteva coesistere tranquillamente con la cultura letteraria, con i libri, con quella che sbrigativamente e non troppo correttamente potremmo definire “cultura alta”. Hanno scoperto la continuità del discorso culturale che ora diamo per scontata ma che negli anni ’50 doveva essere sembrata pura follia».

Jay McInerney intervistato da Matteo Persivale, la Lettura #269, pag. 14

Rinascimento com’era

Sandro Botticelli, La calunnia di Apelle, 1494. Galleria degli Uffizi, Firenze

Ripensiamo allora a Michelangelo, in questa prospettiva ambigua, tra il divino e il terrestre: certo, sapeva esser cortese, sensato, diplomatico e spiritoso. Ma era anche arrogante, permaloso, sprezzante e offensivo. Frequentava le osterie e non disdegnava le zuffe. Fu trasandato, disordinato, sporco, tormentato, attaccabrighe, soggetto ai capricci dei pontefici, passionale. Sensibile alle seduzioni dell’omosessualità neoplatonica, ma anche al rassicurate insegnamento della Chiesa e alle attenzioni di una colta, raffinata nobildonna, come Vittoria Colonna. E queste contraddizioni sono il patrimonio di altre grandi biografie. Ad esempio, Francesco Petrarca generò almeno due figli quando già era negli ordini minori, Leonardo da Vinci fu accusato il 9 aprile 1476 di aver sodomizzato Jacopo Saltarelli, giovane prostituto. Benvenuto Cellini fu assassino e ladro. E la musica del compositore e aristocratico Carlo Gesualdo  raggiunse le più alte vette solo dopo che egli ebbe ucciso la moglie, il suo amante e forse anche il figlio.

Amedeo Feniello, la Lettura #262, pag. 26

Anversa

Pieter Brueghel il Giovane, Danza nuziale allʼaperto, 1610

Nei palazzi dei nobili e della grande borghesia nascente, altre erano le preoccupazioni. Anversa era il nido del capitale, dove si erano insiediati i banchieri tedeschi, come i Welser e i Fugger. Lettere di cambio, credito a interesse, azioni minerarie e appalti milionari si convertivano in ducati che compravano l’elezione d’imperatori e vescovi, costruivano cattedrali, armavano eserciti, sedavano rivolte, acquisivano il diritto ad amministrare le tasse e la giustizia e finanziavano la cultura e gli artisti. Al tempo di Pieter il Vecchio, Anversa era il centro del mondo, dove tutto trovava una ragione economica.
Ma, nelle compagne come negli edifici cittadini, la morte era più forte del denaro. Trent’anni vivevano in media gli uomini: meno le donne, per cui ogni parto era un azzardo. L’igiene inesistente, le epidemie e qualche pratica bizzarra (come il vino ai neonati) uccidevano la metà dei bambini fino ai 15 anni. Eserciti mercenari, saccheggi e carestie imperversavano senza sosta. La pena capitale puniva molti dei crimini più comuni. I ricchi morivano anche di eccessi alimentari (la carne) o, se malati, per l’accanimento di medici ignoranti. La vita, per tutti, durava una manciata d’anni. Se l’economia reggeva questo mondo, lo spirito guardava necessariamente all’altro.

Eleonora Belligni, in la Lettura #252, pagg. 26-27

Materiali 21. I matracci

 

Non aveva mai visto tanti vasi di vetro di dimensioni così diverse. Erano matracci di varie grandezze, vasi per alambicco, storte di foggia svariata. In basso erano allineati vasi di terracotta per lo più cilindrici, con i coperchi, altri aludelli e mortai in marmo e in pietra con i loro pestelli. Alcune larghe marmitte in alluminio, usate per mescolare composti, erano sul pavimento. I barattoli in vetro che aveva notato su uno scaffale contenevano polveri più o meno fini, di colore bruno, plumbeo, verdastro, argentato, nero. Polvere d’argento, calomelano, caput mortuum, nitrato di calcio, camaleonte verde, dicevano le etichette sui coperchi. Osservò il tritume grigiastro contenuto in uno dei vasi. Caput mortuum: evidentemente De Bellis conservava i residui solidi delle distillazioni, chiamati così per la forma di teschio che prendevano dal fondo arrotondato della storta.
Curiosando, trovò in alcuni scatoloni diversi elementi per comporre alambicchi: le cucurbite che andavano messe sul fuoco con la sostanza da distillare, i capitelli per la raccolta dei vapori e le serpentine con le loro camere di raffreddamento, di vari spessori e lunghezze. Vide alcuni fornelli a gas, con la base particolarmente larga; e poi allunghe, ramaioli, pipette, agitatori, tubi, spatole, sifoni, mantici. Individuò un colorimetro, un densimetro e un pirometro.